Breve storia del giardino
Breve storia del giardino
 
Traduzione di Maurizia Balmelli

Il primo giardino è quello dell’uomo che ha scelto di interrompere le proprie peregrinazioni. Non c’è un tempo giusto per questa tappa, nella vita di un uomo o di una società.
Il primo giardino è alimentare. L’orto è il primo giardino. È atemporale poiché non soltanto fonda la storia dei giardini, ma la attraversa e la segna profondamente in ogni suo periodo.
Il primo giardino è un recinto. Conviene proteggere il bene prezioso del giardino; la verdura, la frutta, e poi i fiori, gli animali, l’arte di vivere, quello che, col passare del tempo, continuerà a sembrarci il «meglio». È la maniera di interpretare il meglio che, a seconda dei modelli di civiltà, determinerà lo stile dei giardini. La nozione di meglio, di bene prezioso, è in continua evoluzione. La scenografia destinata a valorizzare il meglio si adegua al cambiamento dei fondamenti del giardino, ma il principio del giardino rimane costante: avvicinarsi il più possibile al paradiso.

Sommario: 1. Il primo giardino. – 2. Il recinto e la misura. – 3. Il giardino verticale. – 4. La visione romantica. – 5. I giardini della notte. – 6. Il giardino degli astri. – 7. L’ultimo giardino. – 8. Il sogno della lumaca. – 9. Il documento a punti (racconto). – Una breve bibliografia.

Recensioni 
Armando Torno «La Lettura - Corriere della Sera» 15-04-2012
Pia Pera «Domenica - Il Sole 24 Ore» 06-05-2012
Bruno Ventavoli «Tuttolibri - La Stampa» 21-04-2012
Andrea Di Salvo «Alias - il manifesto» 20-05-2012
Pierfrancesco Giannangeli «Il Resto del Carlino» 26-04-2012
Giorgio Vasta «La Repubblica» 31-05-2012
Anna Foppiano «Abitare» 04-06-2012
Pia Meda «Gardenia n. 338» 04-06-2012
Diana Barbetta «The Lifestyle Journal» 20-06-2012
Michela Becchis «art a part of cult(ure)» 07-07-2012
 
Il fascino del giardino
Armando Torno «La Lettura - Corriere della Sera» 15-04-2012
Il giardino non è soltanto un respiro della natura, è luogo di filosofia. Al di là di quanto dissero Epicuro o Cicerone, va aggiunto che il primo giardino fu quello dell'uomo che scelse di interrompere le proprie peregrinazioni. E il primo giardino avvisò il mondo che si era smesso di credere all'incanto della creazione. Gilles Clément nella sua Breve storia del giardino (Quodlibet, pp. 164, euro 14,50) prosegue questo gioco. Tra uomo e Dio.
Orto combattente
Pia Pera «Domenica - Il Sole 24 Ore» 06-05-2012
Gilles Clément, paesaggista filosofo, immagina lo stupore di chi, in un secolo a venire, si imbatta in immagini di siepi potate, getti d'acqua, balaustre e chioschi – ornamenti ormai desueti, come le parrucche incipriate, giacche e cravatte. Mentre quanto l'epoca ventura chiamerà giardino passa ai giorni nostri per natura.
Teorico della terra come bioma planetario in movimento perenne, irriducibile a recinzione, in Breve storia del giardino Clèment attinge alla preistoria per delineare il futuro. Nel 1974, viaggiando tra i pigmei alla ricerca di Papilio antimachus, assiste al passaggio dal nomadismo alla sedentarietà: il primo recinto della storia, un orto. Ecco sfatato un luogo comune: il giardino non nasce dalla ricerca di un ozioso paradiso perduto, ma da bisogno alimentare. Non c'è utopia teatrale traboccante di fontane e di grotte che tenga: perfino a Versailles il più tecnico e spettacolare dei giardini rimane il Potager du Roi. Nulla potrà mai cancellare l'urgenza e la legittimità dell'orto, nonostante l'Ottocento pudico abbia tentato di nascondere, con le gambe dei tavoli, la realtà nuda di un affamato corpo a corpo con la terra. Come gestire il patrimonio di giardini e orti storici? Accontentarsi, privi della forza lavoro del passato, di preservarne l'immagine con tecnologie chimiche pare a Clément inaccettabile. Meglio individuare metodologie compatibili con la nuova consapevolezza ecologica: anche a costo di smussare il disegno lasciando inerbire certi passaggi. Una sfida è stata per lui ideare soluzioni che preservassero lo spirito di libertà nell'orto geometrico, liscio eppure "sovversivo" creato da Alexandre de La Rochefoucauld a La Roche-Guyon.
Un giardino è incompatibile con la nozione di museo: è cosa viva, un curatore sbaglierebbe a considerarlo mera architettura. Clément chiede per quanto tempo ci affideremo alla chimica, rifiutando l'aiuto gratuito offerta dalla natura a patto di conoscerne le dinamiche. La sfida, per i giardini storici, è conciliare memoria ed ecologia. Ma anche inventare nuove modalità: giardini che siano anche depurazione delle acque di lagunaggio, come ad Harnes, oppure bonifica di siti industriali come a Duisburg nella Ruhr. Il compito è proteggere la vita minacciata su ogni fronte.
Breve storia del giardino
Bruno Ventavoli «Tuttolibri - La Stampa» 21-04-2012
Il primo giardino, chissà quale, lo concepì l'uomo quando decise di non errare più e proteggere ciò che lo nutriva. Verdure e frutti, fiori, alberi, ma anche l'arte del vivere. Con questo viatico Gilles Clément, grande ispiratore di parchi e paesaggi, guida attraverso gli stili che le civiltà hanno immaginato per i loro giardini, sempre, comunque, figli di quell'Ur-bisogno di orto concluso e misurato e alimentare, che nessuna fantasia ha mai cancellato del tutto. I giardini di Tebe, quelli zen, quelli di Versailles, quelli indiani legati agli astri, fino al giardino «ecologico», che non conoscerà più steccati. Non una storia sistematica, ma una fascinosa impollinazione di suggestioni sul rapporto degli umani con la natura, giardiniera suprema e misteriosa del creato. Gli alberi delle foreste primarie - s'è scoperto ad esempio - dispongono le fronde per garantirsi uno spazio di rispetto reciproco: una «distanza di timidezza», torse consigliabile per migliorare l'arrogante selva delle genti umane.
I giardini-tipo di Gilles Clément
Andrea Di Salvo «Alias - il manifesto» 20-05-2012
Se si chiede a un autore come Gilles Clément, giardiniere paesaggista poliedrico, di raccontare il profilo e la storia del suo soggetto in nove faccette - è questo l’impianto della collana francese «Un brève Histoire du...» dov’è naia la sua ultima opera —, piuttosto che una Breve storia del giardino (Quodlibet, pp. 129, € l4.50) si ottiene un ibrido di suggestioni, di resoconti di viaggi e di incontri alle pi1Z1 diverse latitudini e nel corso degli anni, di riflessioni su nodi teorici e esperienze di lavoro, un racconto fantastico come capitolo conclusivo, alcuni punti fissi ricorrenti e molte domande. Un modo di procedere dove l’interrogarsi a partire dall’esperienza porta ad approntare concetti metafora, spesso sul filo del paradosso, per poi di nuovo perseverare sperimentalmente. Un interrogarsi iterativo, incrementale, che induce, piuttosto che a prospettare risposte, a porre nuove questioni, più attuali, stringenti delle risposte impossibili cui aspiriamo. Quanto alle suggestioni, vagano quelle del giardino balinese di Ubud, giardino mentale, giardino verticale, dove la verticalità e però quella del loto che riafferma la preminenza della vita su ogni architettura connettendo suolo, acqua, aria, tenebre e luce; valgano quelle ispirate dai giardini della notte (la folgorazione della visita alla grotta preistorica Chauvet interpola le riflessioni sul vocabolario della grotta dei giardini, spazio di libertà espressiva, dalla testa di gigante che ci inghiotte a Bomarzo al monumento al Inegativo delle Buttes Chaumont) o sollecitate dal giardino degli astri (a partire dalla visita ai «giardini astronomici» Jantar Mantar, osservatori celesti dell’impero Mogol).
È nel corso di un’esplorazione in Africa, sulle tracce di una farfalla femmina di Papilio antimachus, che Clément intuisce l’accedere del primo giardino, quello dell’uomo che si fa stanziale. Glielo mostrano i pigmei del Camerun nomadi sedentarizzati: un recinto dove si decide di proteggere «il meglio». Un giardino alimentare. «L’orto è il primo giardino. È atemporale poiché non soltanto fonda la storia dei giardini, ma la attraversa e la segna profondamente in ogni suo periodo». Dai giardini di Tebe all’Alhambra, da Villandry al Potager du Roi, a La Roche-Guyon del quale cura il progetto di ripristino interrogandosi su come conciliare forma e funzione, disegno storico e gestione ecologica. E se la faccetta del capitolo La visione romantica (in epitome, il parcc di Ermenonville e Rousseau) ancora racconta di una relazione che, ordinandola, interroga la natura e nel giardino ne «esalta e drammatizza gli elementi, ma non ne coglie ancora tutta la complessità», con l’era ecologica si afferma la consapevolezza che nella fitta trama di relazioni e scambi tra viventi il vincolo del giardino coincide con quello del pianeta e occorre quindi dispiegare un giardinaggio di riparazione. Che tragga magari ispirazione dai meccanismi di adattamento coevolutivo apparecchiati dal «genio giardiniere» della natura.
Chiamato a proteggere la vita nei nostri futuri giardini «reliquiari», provoca Clément, il giardiniere nutrito di sensibilità e sapere ecologico, con il passo attento alla durata, per farsi interprete del linguaggio delle invenzioni della natura, dovrà far leva sul profilo di artista.
L'opera di Gilles Clément
Pierfrancesco Giannangeli «Il Resto del Carlino» 26-04-2012
Autore di culto tra coloro – e sono sempre di più – che sposano le esigenze dell’architettura e dell’arte con quelle della natura (basti pensare all’originalità del Pav a Torino), il paesaggista francese Gilles Clément viene pubblicato per la terza volta dall’editore maceratese Quodlibet. Dopo l’ormai leggendario “Manifesto del Terzo paesaggio” del 2005 e “Il giardino in movimento” del 2011, è ora la volta di “Breve storia del giardino” (pp.130, euro 14,50). Uscito in Francia l’anno scorso, e appunto ora fresco di stampa da Quodlibet, il volume racconta l’evoluzione di un luogo, il giardino, nato come esigenza alimentare – l’orto è il primo giardino – e sviluppatosi come elemento che attraversa e segna ogni periodo storico. <Il principio del primo giardino rimane costante – si legge nella quarta di copertina – avvicinarsi il più possibile al paradiso>.
L'anima vegetale del nostro giardino
Giorgio Vasta «La Repubblica» 31-05-2012
C'è una scena di L'enigma di Kaspar Hauser, il film di Werner Herzog del 1974, che può servire da sintesi di Breve storia del giardino, l' ultimo libro di Gilles Clément (pubblicato da Quodlibet come gli altri suoi saggi), nonché, forse, dell'intera opera di un intellettuale - scrittore, agronomo, paesaggista, giardiniere, docente presso l'École Nationale Supérieure du Paysage a Versailles - tra i più lucidi e consapevoli a livello europeo (e non solo). Mentre la voce fuori campo di Kaspar racconta di avere piantato dei semi di crescione in modo tale che germogliando formino il suo nome, vediamo le immagini di una piccola aiuola circondata da un'ulteriore vegetazione; dalla terra bruna e densa emergono i fili d' erba che compongono la parola "Kaspar". Qualcuno però, continua la voce fuori campo, è penetrato nel giardino e ha calpestato la parola. Ugualmente, dopo un lungo pianto, Kaspar afferma il desiderio di seminare ancora il suo nome. Di tutto ciò che al mondo è spazio - e che cosa non lo è, verrebbe da domandarsi- Clément ha scelto di concentrarsi su una specifica molteplice declinazione: quella medesima area fatta di terra e verde di cui Kaspar si è preso cura coltivandola. In altri termini, i giardini. Qualcosa, cioè, che vale per Clément da prospettiva tramite cui osservare l'esistente, censirlo e recensirlo, ricostruirne la storia, indagarne l'origine e la funzione. Perché il giardino - a partire da quello minimo costruito dai pigmei del fiume Dja, in Africa - è «dove accade il futuro». E ancora, con Kaspar Hauser, il giardino è il luogo nel quale l' atto del fabbricare e del nominare vengono a coincidere. Ogni azione compiuta in un giardino è di fatto una firma. Ragionare sui giardini vuol dire per Clément ragionare anche su ciò che li rende fisicamente percepibili. Sulle forme della luce, per esempio, e sulle sue composite espressioni, così come sulla gradualità del buio - nelle grotte sulle cui pareti si scrive l'emergenza connettendo la notte alla parola (perché ogni grotta è l'interno di un cranio) - e sulle "pertinenze dell'ombra". Via via che la sua storia del giardino si sviluppa Clément si rivela un grande descrittore. Di ogni fenomeno la sua frase restituisce con acuminata precisione linguistica la complessità e la ricchezza muovendosi plastica attraverso lo spettro delle sfumature (e di questo va reso merito anche alla nitidissima traduzione di Maurizia Balmelli). È quindi attraverso descrizioni limpide e minute che scopriamo come all'origine del giardino stia il passaggio dal nomadismo alla sedentarizzazione, scopriamo che l' orto è il padre del giardino e che quindi la delimitazione di uno spazio coltivato ("giardino" deriva dal tedesco Garten che vuol dire "recinto") non nasce da un impulso ornamentale bensì da un' esigenza strettamente alimentare. Scopriamo anche che «gli alberi adulti delle foreste primarie dispongono le fronde in modo da garantire uno spazio di rispetto tra loro. Gli scienziati lo chiamano "distanza di timidezza"» e che anche per questa ragione il giardino riassume in sé i principi di una piccola struttura logica e sociale: «Eppure tutto è cominciato lì. È lì che sono nati l' allineamento, l' ordinamento, la cadenza, la distanza tra i piani, la prospettiva»; il giardino è dunque uno spazio intelligente, un luogo del tutto reale, e al contempo uno spazio metaforico: «Virtualmente non manca nulla: l' utile e il futile, la produzione e il gioco, l' economia e l' arte». E poi c'è l'esperienza del tempo. Un giardino impone che alle piante si dia modo di insediarsi (proprio per questa ragione il parco André Citroën, realizzato dallo stesso Clément, pur essendo stato completato nel 1990 è stato aperto al pubblico nel 1992). Questa sua condizione agisce come una critica tanto silenziosa quanto radicale alla percezione e alla gestione del tempo nelle società-flash. In sostanza il tempo vegetale dei giardini allude di continuo a una possibilità di esistenza che si va progressivamente dissolvendo, un'esistenza in cui il tempo non viene sottoposto a una pressione continua, non viene valutato economicamente (il tempo non è sempre denaro) ma è lasciato agire. Splendida in tal senso la descrizione delle lumachelle che varcano il confine che separa l'orto dal pollaio dirette verso le piantine di scarola: tempo e recinto, il recinto del tempo, sono convenzioni. Così come Manifesto del Terzo paesaggio (sempre edito da Quodlibet nel 2005), anche Breve storia del giardino è in concreto un breviario etico e politico, un compendio di metodi e modelli che se hanno un valore specifico nell'ambito del giardinaggio - solo dilatando l'accezione del termine "ecologico", o finalmente rivelandolo nella sua natura più profonda come "discorso sull' ambiente" (fisico, sociale, persino morale) - si dimostrano attendibilie percorribili anche fuori dal recinto del verde. Da un lato perché «il giardino riassume una cosmogonia e insieme un modello di società», dall' altro perché contiene in sé un annuncio inequivocabile: prendersi cura - di qualcosa, di qualcuno: continuare ancora a seminare il proprio nome - è ciò su cui si fonda il nostro essere umani.
Gilles Clément: breve storia del giardino
Anna Foppiano «Abitare» 04-06-2012
Perché vale la pena di rubare un pomeriggio alla vita e sedersi a leggere, dalla prima all’ultima d’un botto, le 130 pagine della Breve storia del giardino di Gilles Clément? Perché è un diario di viaggio, un’autobiografia, un trattato, una raccolta di storie e di descrizioni di luoghi, un manifesto, il racconto di una teoria costruita sull’esperienza diretta di Clément nella sua attività decennale di giardiniere planetario. Il libro è tutte queste cose, una dopo l’altra, una insieme all’altra, nei nove capitoli che fanno confluire la nostra attenzione su concetti puntuali e poi la diluiscono in visioni allargate che lasciano percepire nitidamente parti più o meno remote del mondo. Senza immagini, con il solo strumento visionario della narrazione.
Così, per fissare nella mente il senso profondo del “primo giardino”, siamo con Clément, nel 1974 e su una Renault 4, in viaggio tra Gabon e Cameron meridionale sulle tracce della farfalla-moglie, timida e invisibile, del Papilio Antimachus, “immenso aliante, giocattolo quieto nell’aria tropicale”. Ma soprattutto alla ricerca di un contatto con i pigmei, tra gli ultimi popoli nomadi della terra, proprio allora indotti alla sedentarizzazione dalle difficoltà che indebolivano le loro esistenze quiete e fragili, e dall’impatto spesso violento con forme prevaricanti di assistenza. “Il primo giardino è quello dell’uomo che ha deciso di interrompere le proprie peregrinazioni”: incontrare i pigmei, allora, visitare i loro primi insediamenti stanziali, poteva significare assistere a questo momento fondativo. È quanto avviene. I Papilio Antimachus non appaiono, ma Clément è portato per mano da un pigmeo davanti a un recinto di bambù che protegge 3 piante di arachide, 5 di manioca, un banano e alcune piante di taro. “Probabilmente il giardino più sparuto, più embrionale che abbia mai visto. E anche il più forte”. Il primo giardino è alimentare, è un orto. Fin dalla sua prima, esile, apparizione un bene prezioso da proteggere, in continua evoluzione.
Così, poi, dopo altri giri, altri recinti, altro luoghi disegnati dal lavore della natura e dell’uomo, ci muoviamo nei “giardini della notte” – luoghi sepolti, caverne, cripte, grotte. “La grotta è uno spazio di libertà”: se i giardini rappresentano visioni del mondo, le grotte raccolgono i segni dell’inconscio, “interrogano il sogno”. “I messaggi d’emergenza si scrivono di notte”, la notte è il buio delle cave paleolitiche, è poi quello delle grotte artificiali, ed è oggi quello dei sotterranei con i muri di cemento inscritti dai graffiti. Con una lettura parallela tra dentro e fuori, luce e oscurità, disegni al sole e figure nell’ombra, Clément racconta Boboli e la Gamberaia, le Tuileries, i giardini del Luxembourg e di Versailles, e ancora il Désert de Retz ed Ermenonville, Bomarzo e Linderhof, fino alle Buttes Chaumont, le cave di gesso diventate parco-montagna nella Parigi “risanata” da Haussmann. Una progressione che termina dove avrebbe potuto iniziare, con un viaggio nel buio di 32.000 anni fa, quello della Grotta Chauvet in Ardèche – la grotta dei sogni dimenticati filmata da Werner Herzog. La rappresentazione primitiva dell’essenza vitale del mondo animale ­– dipinta sui veli di calcite e tra i cristalli all’interno della grotta ­– si combina, all’esterno, con la visione del paesaggio invaso di vegetazione sclerofilla – un meraviglioso giardino – che lo sguardo, inizialmente accecato, mette a fuoco tornando alla luce.
E poi, ancora, osserviamo il “giardino degli astri”, e anche come le energie cosmiche regolino le vite degli esseri viventi, e con loro quelle dei giardini. Così l’agricoltura biodinamica, e da sempre i lavoratori della terra e i veri giardinieri, riconoscono e rispettano i ritmi delle stelle e dei pianeti, soprattutto della luna, e a essi accordano con precisione il calendario delle loro colture. Questo rispetto discende da una visione, è frutto di un atteggiamento: “Essere attenti al cielo significa accettare di collaborare con gli astri, rinunciando al progetto di un qualsiasi dominio dell’uomo sulla natura”. Come altrove, in questo piccolo libro, con due righe filanti tra una pagina e l’altra, poco prima della definzione di un nodo lunare o della geometria di un’aiuola, Clément esprime un presupposto imprescindibile, una scelta etica profonda e definitiva. Dopo avere stabilito un punto fermo, qui prosegue con la descrizione, in alcuni passaggi precisa come un rilievo topografico, dei Jantar Mantar fatti costruire da Jai Singh II nell’India del Nord, giardini astronomici per entare nel giardino dello spirito, per comprendere il cosmo.
Dopo un capitolo intitolato “Il sogno della lumaca” ­– che parla di gusci e di protezione, di tempo e di lentezza – e prima di lasciare spazio a una breve bibliografia ragionata, Clément conclude, un po’ a sorpresa, con  “Il documento a punti”, un racconto fantascientifico-apocalittico che in qualche modo condensa in forma di fiction tutto il contenuto del libro. In un mondo futuro, il cui territorio è segnato dalla costruzione ossessiva di barriere tra i popoli (i Muri Anti-Rom) si sono formati, quasi per paradosso, dei vitalissimi “corridoi biologici”, ovvero dei parchi lineari che occupano lo spazio residuo tra le muraglie di cemento, le terre di nessuno residue tra le varie, blindate, regioni geografiche. Risvolto imprevisto di una politica planeteria e coercitiva di contrasto all’ibridazione e al libero movimento, queste strisce di terreno abbandonate a se stesse sono diventate riserve preziose di biodiversità. Compreso tale scenario, seguiamo il giardiniere Jordi, custode devoto e consapevole di uno di questi parchi, nella sua angosciosa avventura all’interno di un futuribile fitoshop in cui si è avventurato alla ricerca di una Schizophragma Hydrangeoides, ignaro che questa sua iniziativa innocente lo costringerà a un processo di redenzione. Il finale è, appunto, un finale, ed è ovviamente meglio lasciarlo alle parole di Clément.

[Leggendo solo ora altre recensioni del libro, ritrovo citati molti degli episodi di cui ho qui parlato. Questo non mi dispiace, perché mi sembra una conferma dell’efficacia della scrittura di Clément (credo ottimamente conservata nella traduzione italiana) che riesce a fissare nella memoria di chi lo segue in questo suo viaggio una serie di immagini quasi indelebili. Un po’ come accade per le scene madri di un film.]
Tre buoni motivi per leggere questo libro
Pia Meda «Gardenia n. 338» 04-06-2012
1) Perché l’autore presenta la storia del giardino, dall’origine ai giorni nostri, come si trattasse della storia di tutti gli uomini e non esclusivamente dei più ricchi o potenti. E lo fa in maniera semplice e molto personale.
2) Perché ricorda che il primo giardino è stato in realtà un orto, e cioè uno spazio recintato in cui coltivare le piante di cui cibarsi. Lo spazio verde costruito unicamente per la bellezza di piante e fiori è arrivato molto più tardi, quando l’uomo non aveva più come esigenza primaria quella di soddisfare i propri bisogni alimentari.
3) Perché vi si legge che «il regno dei viventi non tollera le forme rigide» e che «il giardino ecologico non può che essere un giardino di trasformazione delle forme» (pag. 106).
Breve storia del giardino
Diana Barbetta «The Lifestyle Journal» 20-06-2012
«I nomadi non fanno giardini» Gilles Clément
In questo volume si osserva come,  nella storia dell’umanità, in seguito all’abband0n0 del nomadismo e alla successiva sedentarizzazione dell’uomo, il giardino sia entrato a fare parte del nostro stile di vita. Un’evoluzione da semplice luogo preposto alla coltivazione ad ambiente di contemplazione e di ristoro.
«Il primo giardino è un recinto, Gilles Clément.
Il concetto e ribadito dalla stessa etimologia della parola “giardino" che in tedesco vuol dire «recinto», medesimo significato che si riscontra anche nel vocabolo “paradiso”, Entrambi i termini, infatti, delineano luoghi limitati, di protezione e anche di contemplazione. Dai leggendari giardini alimentari di Tebe agli spettacolari giardini di Versailles, dal Ryoan-Ji di Kyoto al parco di Ermenonville, tanto amato da Rousseau. Dimensioni naturali uniche, create dalla natura e plasmate dall’uomo, il cui intento è pur sempre uno solo: evocare l’immateriale. <<Cos’è un giardino? (…) Uno dei mezzi a disposizione dell’uomo per accedere al Grande Risveglio, ovvero alla conoscenza della realtà oltre il sogno, dal “Sakuteiki", libro segreto del giardino giapponese
Gilles Clément, Breve storia del giardino: e altro ancora
Michela Becchis «art a part of cult(ure)» 07-07-2012

Molti anni sono passati da quando qualcuno mi rimproverò di non avere delle ferree “categorie filosofiche”. Ancora oggi non so bene dove risieda il ferreo in una categoria filosofica.
Mi scuso se inizio queste righe con un ininfluente dettaglio personale, ma è solo per dire che non possedere questa intransigente teoreticità mi permette di guardare con grande e silente ammirazione Gilles Clément che traccia il punto centrale e aureo relativo alla metà del tragitto tra Lucrezio e Walter Benjamin. A questo punto il lettore sarà convinto che io abbia anche seri problemi spazio temporali. È possibile, ma l’autore di Breve storia del giardino sono certa che, come le sue vagabonde, come l’eterno movimento del suo giardino, conceda al lettore questa che più che un anacronismo è un’asicronia ben più utile di quella che sempre più spesso si stabilisce tra essere umano e natura.

Se infatti in Lucrezio l’hortus epicureo, quel luogo lontano dalle tempeste della vita, ma non certo sede dell’otium, deflagra e si amplia fino a comprendere tutto il pianeta e appare magnifico e solenne anche, forse soprattutto, senza la presenza umana e la sua affaticata ὕβρις, spesso inutile tentativo di piegarla al suo volere, in Benjamin gli orti berlinesi e la cura quotidiana e amorevole dei loro proprietari assumeva un’importanza tale da divenire, al pari dei passages parigini, il segnale di un’interiorità collettiva che nelle pagine del filosofo si faceva vero e proprio nodo teorico. (segue)

2012
Quodlibet
120x180
ISBN 9788874624263
pp. 144
€ 14,50 (sconto 15%)
€ 12,33 (prezzo online)