L'Aquila. Magnitudo zero
L'Aquila. Magnitudo zero
 
Con testi di Margherita Guccione,
Francesca Fabiani,Vito Teti
 

L’Aquila. Magnitudo zero è un viaggio nei luoghi dove il silenzio è visibile e dove l’eco del disastro seguito al terremoto del 2009 torna muta ad ogni passo, grazie allo sguardo di quattro fotografi che rileggono la città.
L'Aquila, come un museo a cielo aperto, appare stupita e in disparte, ordinata e confusa: un set di perdite e di rovine, ritratto vuoto e disabitato di un tableau vivant al contrario.
Il volume è dunque il racconto sistematico e appassionato, inquietante e realistico di una città sospesa, fotografata nei lunghi mesi seguiti alla catastrofe come se fosse una persona: l’unica ancora superstite.

«Mi viene in mente che forse ognuno di
noi dovrebbe farsi fotografare davanti al
luogo, alla casa, alla strada che considera
suoi e ritiene costitutivi della sua identità,
irrinunciabili».
Vito Teti

 

 

Recensioni 
Michele Smargiassi «La Repubblica» 30-11-1999
Ilaria Liberatore «Parolibero.it» 30-11-1999
 
Fotocrazia
Michele Smargiassi «La Repubblica» 30-11-1999

 

Ritorno nell’epicentro, tre anni dopo. Quattro fotografi (Pino De Angelis, Giampiero Duronio, Mauro Mattia, Salvatore Piermarini) per un progetto di documentazione e analisi del territorio dopo il terremoto, di ammirevole omogeneità e chiarezza. Dall’introduzione dell’antropologo Vito Teti: “Forse ognuno di noi dovrebbe farsi fotografare davanti al luogo, alla casa, alla strada che considera suoi [...]. La fototessera della nostra carta d’identità dovrebbe essere inserita in un contesto che fa parte di noi come la nostra memoria”.

 

“L’Aquila Magnitudo Zero”, cronaca a quattro voci di una città sospesa
Ilaria Liberatore «Parolibero.it» 30-11-1999

“Prendo o no la macchina fotografica?” Questa la domanda che, durante la scossa di terremoto che tre anni fa ha sconvolto il capoluogo abruzzese, si è posto Giampiero Duronio, autore, insieme a Pino De Angelis, Mauro Mattia e Salvatore Piermarini, del reportage fotografico “L’Aquila Magnitudo Zero”. Il volume è stato presentato giovedì 5 luglio nello Spazio Yap del Museo Maxxi di Roma, durante un incontro in cui si sono confrontati, oltre ai quattro fotografi, Margherita Guccione (direttore Maxxi Architettura), Francesca Fabiani (Responsabile Collezioni di Fotografia MAXXI Architettura), e gli architetti e urbanisti Rosario Pavia e Luca Zevi, coordinati dal giornalista del Corriere della Sera Paolo Conti.

Alla fine, Giampiero Duronio ha scelto di non fotografare. Una pausa lunga due anni come reazione all’invasione mediatica del post-terremoto, “la seconda violenza, dopo quella della natura”. E le parole di Mauro Mattia descrivono perfettamente l’entità di questa violenza: “Prima, chi rappresentava il governo è venuto per fare degli show, in manica di camicia, con le cartine del territorio della città, per individuare subito i luoghi della New Town. Dopo lo show è venuto il teatro planetario, con i grandi che si facevano fotografare davanti alla Prefettura e promettevano aiuti economici. La maggior parte di quelle promesse non sono state rispettate”. Solo un Paese, infatti, ha mantenuto le promesse: l’Azerbaijan.  “Poi sono arrivati l’affare e, soprattutto, il malaffare. Infine, sono arrivati i turisti dell’orrore.”

Il rifiuto delle immagini realistiche della cronaca si intuisce, innanzitutto, nella scelta comune del bianco e nero, che pone le immagini in un’altra dimensione, sia spaziale che temporale. Tutti e quattro gli autori scelgono di fotografare con l’analogico. “Essendo molto legati alla pellicola”, sostiene Salvatore Piermarini, “in qualche modo abbiamo cercato di sovrapporre il fatto che adoperassimo un materiale sensibile alla luce al desiderio di essere altrettanto sensibili coi nostri occhi”. L’uso della pellicola, inoltre, presuppone una consapevolezza del mezzo fotografico, una riflessione profonda sull’oggetto catturato col proprio apparecchio, che pone le immagini dei quattro fotografi su un piano diametralmente opposto rispetto a quelle immediate, “fai-da-te” di quei turisti dell’orrore che si appropriano consumisticamente della città, con le loro digitali tascabili e automatiche. Il risultato è un racconto collettivo per immagini privo di enfasi e di spettacolarizzazione, in cui la sensibilità dello sguardo riesce a raccontare con una delicatezza quasi pudica il dolore, la memoria di ciò che è andato perduto e, allo stesso tempo, il desiderio di ricostruire un futuro che, quotidianamente, si scontra con l’inerzia imposta dall’esterno.

Pino De Angelis, che di L’Aquila ha colto “il grande vuoto al centro, come un cratere”, si esprime in campi lunghi che ritraggono i MAP, moduli abitativi “provvisori”, le strade semi deserte, le macerie nelle cui intercapedini la vita si insinua, con le piante selvagge che vi crescono spontaneamente, alternati a ritratti degli abitanti ripresi nelle loro attività quotidiane. Le fotografie di Giampiero Duronio sono ossessionate dalle linee parallele dei puntellamenti, che tengono in piedi giganti di pietre e cemento, ormai troppo deboli per reggersi da soli. Puntellamenti che penetrano nelle pareti quasi a moltiplicare ferite che non si potranno mai rimarginare, così come le ferite delle singole persone ritratte davanti ai loro luoghi più cari, in un processo di graduale avvicinamento che termina nell’intimità di una famiglia ritratta nella propria casa. Mauro Mattia coglie il silenzio della città, perché “chi se n’è andato ha portato i suoni e la paura con sé”. Passato e futuro si rincorrono nelle immagini di case sventrate, con il loro spazio interno che prima era privato, ed ora è, invece, precario e visibile, alternate a quelle della vita che ricomincia nei matrimoni, nelle attività commerciali riaperte nei container, nelle fiaccolate notturne. E gli animali in gabbia sono lì a ricordarci la condizione degli aquilani che ora abitano in case “che non sono case, sono tane, abitate da gente che deve solo guardare la televisione consumare”. Le immagini di Salvatore Piermarini, sembrano un elogio al movimento che però, a L’Aquila, sembra destinato a implodere su se stesso. Eppure la speranza in un futuro non troppo remoto traspare nei ritratti del neolaureato, della donna col trolley, e di altri protagonisti senza nome che sembrano guardare verso un Altrove personale.

Questa “cronaca a quattro voci” (così Margherita Guccione ha definito l’opera) che continuamente alterna pubblico e privato, macrocosmo e microcosmo, memoria e aspettative in un futuro tutto da realizzare, nel momento in cui ci mette di fronte ad un dolore collettivo che non fa più audience, denuncia ciò che l’antropologo Vito Teti, nella prefazione al libro, definisce “la tendenza a dimenticare, a non avere un rapporto autentico, profondo, con la storia passata e collettiva”. “L’Aquila Magnitudo Zero” ci ricorda che la realtà è costruita anche dal nostro sguardo, e che questo sguardo che deve perciò essere empatico (non solo verso il dolore, ma anche verso la fame di futuro di un’intera popolazione), informato e consapevole.

2012
Quodlibet Studio. Città e paesaggio. Album
ISBN 9788874624508
pp. 228
€ 28,00 (sconto 15%)
€ 23,80 (prezzo online)