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La spedizione verso l’interno (Anabasi)
A cura di Dino Baldi Questo è un grande libro di avventura di duemilaquattrocento anni fa, un grande classico della letteratura greca, scritto dall’ateniese Senofonte, filosofo e soldato. Narra la storia di diecimila soldati greci, mercenari e miserabili, che marciarono per oltre tremila chilometri attraverso l’Asia. Dopo essersi scontrati con un esercito settanta volte più grande, perso il loro condottiero e i loro generali, riuscirono nell’impresa incredibile di far ritorno in Grecia attraversando l’Anatolia orientale, tra fiumi e montagne impervie, popoli ostili e città mai viste, sempre combattendo e marciando, fino ad arrivare al mare. Il testo è tradotto dal greco con la vivacità dell’originale, in un italiano non scolastico, ed è corredato da ampie note esplicative e dai racconti della spedizione secondo diversi punti di vista: Diodoro Siculo, Plutarco, Isocrate, Giustino e altri. "La battaglia fra Ciro e Artaserse è stata descritta da molti. Senofonte la racconta non come un fatto del passato, ma come se si stesse svolgendo sotto i nostri occhi, e con la forza delle sue parole trascina il lettore fra le emozioni e i pericoli del combattimento". - Plutarco Ascolta qui l'intervista a Dino Baldi andata in onda su Fahrenheit di Radio3.
Recensioni
Carlo Carena «Domenica - Il Sole 24 Ore» 30-09-2012
Matteo Nucci «Il Venerdì di Repubblica» 04-05-2013
Sempre avanti Senofonte!
Carlo Carena «Domenica - Il Sole 24 Ore» 30-09-2012
Torna in un'edizione curata magistralmente da Dino Baldi, il viaggio più celebre della Grecia classica. Scritto in un greco, come diceva Leopardi, «comprensibile a tutti». La lettura dell’Anabasi piaceva molto a Italo Calvino. Senofonte, diceva, é un Lawrence d’Arabia e il libro e un Sergente nella neve (definito a sua volta da Elio Vittorini «una piccola anabasi dialettale») e agli altri racconti della ritirata di Russia. Come gli alpini italiani nel '43, cosi i dodicimila mercenari greci, dopo una guerra vinta ma volatilizzata dalla morte del loro assoldatore, il persiano Ciro rivale del re e suo fratello Artaserse, e l’uccisione dei loro comandanti, si trovano abbandonati a se stessi nella lontanissima Babilonia. lntorno, un mondo oscuro e sconosciuto, clima altrettanto misterioso, giogaie interminabili di alture gelide e fiumi immensi, popolazioni barbare e ostili, soltanto il sole per orientarsi. Barricata come le guarnigioni nel deserto dei Tartari di Buzzati o avanzando dietro guide infide raccattate sul posto, in colonna serrata, a piedi, armi e bagagli e donne al séguito, quella piccola scheggia della Grecia» si avvio in cerca della patria lontana, nell’estate del 401, per un’avventura che sarebbe durata due anni. Senofonte, allora trentenne, era uno di loro. Eletto appunto dopo l’eccidio dei generali a prenderne il posto, li guido e poi, com’e ben noto ai ginnasiali di tutta Europa, ne narro in terza persona l’avventura drammatica in un greco fluido e aureo, da vera ape attica come lo definivano gli antichi, un greco facilissimo dai capire anche per i principianti» annotava Leopardi mentre lo leggeva il dì di Natale 1821. Puntando verso nord, essi attraversarono le vallate del Kurdistan, percorsero le steppe e le montagne tallonati dai nemici e fra continue guerriglie fino in Armenia, senza nemmeno sapere che paese fosse quello lì. Cominciò a nevicare, e comincia il brano famoso che Calvino ammirava: <<La neve ricoprì completamente le armi e gli uomini che dormivano, e imprigiono anche le bestie da soma. I soldati non avevano voglia di alzarsi. Ma Senofonte ebbe la forza di mettersi in piedi, nudo, e comincio a spaccare legna. Ben presto si levo un soldato, poi un altro, che gli tolse di mano la scure e continuò il lavoro, e poi tutti, e accesero un fuoco...». Nelle vallate dell’Armenia la neve era alta un metro e mezzo, la tramontana sferzava i volti e bruciava ogni cosa, i giumenti sprofondavano fino al ventre e gli uomini cadevano ai lati della pista per fame 0 per cancrena e venivano abbandonati al loro destino con gli occhi abbacinati dal biancore e le stringhe e le suole dei calzari gelate intorno ai piedi. Qua e là un villaggio con gli uomini schierati a difesa con armature di pelli e coltellacci, o qualche donna sparuta che attingeva acqua alla fonte e gli abitanti che vivevano in gallerie sotterranee insieme agli animali domestici. Avolte si trattava, a volte si combatteva, si saccheggiava e allora finalmente si mangiava e si beveva. Come fu come non fu, finalmente, un bel giorno, dall’avanguardia giunta in cima a un monte echeggio un grido incontenibile, gli altri accorsero spingendo su le bestie da soma e i cavalli, e scorsero il mare, all’estremità orientale del Mar Nero. Eressero un trofeo e scesero. Per un greco il mare era come casa sua. E l’Anabasi finisce qui, col quarto libro. Il racconto di ciò che avvenne in séguito, nel prosieguo della marcia lungo il mare e per terra fino a Bisanzio e a Pergamo, dove i dodicimila giunsero in seimila, perde d’interesse di fronte a quest’epica colorita, a questo racconto di situazioni estreme e di stranezze esotiche, da cui un elleno non e meno sconcertato che dalla profondità inaudita dei fiumi o dalla birra che producevano certe popolazioni montane. Come del testo finisce li anche la vita dello scrittore, poi intristita da trent’anni di altre guerre mercenarie e di esilio, coltivando la caccia c rievocando gli anni della gioventù, quando Senofonte era stato allievo di Socrate e avviato alla carriera della filosofia anziché a quella delle armi. La vivacità di quel racconto, sorprendente se si pensa che fu redatto molti anni dopo, e riproposta in una vivace traduzione di Dino Baldi dall’editore Quodlibet in una collana,Compagnia Extra, di fine intuito. Diretta da Jean Talon con Ermanno Cavazzoni, essa annovera – per dirne appunto la “compagnia” libri di Gianni Celati, Il nipote di Rameau tradotto da Frassineti, un Album fotografico di Manganelli, e già del Baldi, una divertente antologia di Morti favolose degli antichi, di cui si occupo anche la Domenica (gennaio 2011). Nel solido volume il lettore trova anche i racconti paralleli dell’impresa dei Diecimila tracciati brevemente da altri storici, Diodoro Siculo nella sua Biblioteca e Plutarco nella Vita di Artaserse. Il primo senza mai accennare all’Anabasi, il secondo senza mai accennare a Senofonte se non una sola volta per l’Anabasi appunto.

Senofonte, Anabasi: tornare ai padri, tradurli bene e riscoprirli nuovi
Matteo Nucci «Il Venerdì di Repubblica» 04-05-2013
“Arrivarono a un monte di nome Teche. Quando i primi fra i greci raggiunsero la cima, e da lì videro il mare, esplosero in grida immense”. È passato quasi un anno dalla primavera del 401 a.C., quando diecimila mercenari greci hanno deciso di seguire Ciro il Giovane, principe persiano divorato dal sogno di spodestare il fratello Artaserse, e sono partiti da Sardi, nell’odierna Turchia poco lontano da Smirne, oggi Izmir. Hanno seguito Ciro in quella “spedizione verso l’interno” che è il significato letterale del greco “Anabasi”, titolo di una delle opere più note dell’antichità. L’autore, Senofonte, è tra quei diecimila. E le sue memorie – narrate in terza persona, come sanno tutti i ginnasiali che hanno sudato sul testo – non si esauriscono affatto nel cammino verso l’interno, un percorso che ci lascia allibiti ancora oggi (l’intera Turchia meridionale, un taglio attraverso la Siria, l’Iraq fino a Cunassa, a nord di Bagdad, dove Ciro perde la vita); esse si estendono ben oltre e anzi assumono il carattere dell’epos proprio quando raccontano il ritorno dall’interno, ossia la marcia in cui i diecimila diminuirono progressivamente di numero affrontando popoli ostili, fame, fatica, neve e gelo, in un cammino che attraversò (sempre guardando a una mappa dei nostri giorni): l’Iraq da sud a nord, la Turchia, sconfinando in Armenia e Georgia, per tornare in Turchia e giungere finalmente al mare, a Trebisonda, allora Trapezunte. Ossia il mare sognato e sospirato, che fece esplodere i greci in quelle “grida immense” sul monte Teche. Eppure le parole di Senofonte che ho citato in apertura sono state spesso cancellate dalle recenti edizioni per mantenere il senso della moderna suspence e non rovinare la sorpresa del celebre “Thalassa! Thalassa!” “Mare! Mare!” che compare una pagina più tardi. Non compie questo errore Dino Baldi nella sua magnifica traduzione dell’Anabasi. Sa bene, lo studioso, già autore di Morti favolose degli antichi, che agli antichi non interessava affatto la sorpresa come noi la intendiamo oggi perché per loro sorprendere significava semmai trasportare il lettore in un’altra dimensione, accompagnarlo a vivere in prima persona le emozioni dei protagonisti. Ma questa non è che una notazione paradigmatica dell’importanza di La spedizione verso l’interno (Anabasi) (Quodlibet, pp. 451, euro 16,50), vera perla per chi volesse riscoprire un libro che è a metà fra resoconto di viaggio e opera storica, romanzo di avventura e trattato di politica e tecnica militare, fra biografia e memoir. Insomma un libro anfibio, come piacciono ai giorni nostri. Che in questa edizione viene spiegato con semplicità e scienza, corredato dalle note necessarie, con una cartina dettagliata per seguire il lungo percorso, e ulteriori testi antichi che raccontano la vita dell’autore e le altre versioni dell’impresa.

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