L'architettura degli spazi del lavoro
L'architettura degli spazi del lavoro
Nuovi compiti e nuovi luoghi del progetto
 
A cura di Alberto Bertagna, Francesco Gastaldi, Sara Marini
Con illustrazioni a colori e b/n

 

Il libro affronta il tema lavoro che, nel quadro articolato delle trasformazioni sociali ed economiche in atto, assume una centralità rinnovata anche per le discipline che si occupano del disegno degli spazi che lo accolgono.
Da un lato si assiste alla riorganizzazione del sistema egemone negli ultimi trent’anni: gli spazi del lavoro non sono più semplici edifici industriali ma nuove realtà dotate di laboratori, centri studi, spazi di relazione con il pubblico e con il paesaggio. Prende dunque corpo una revisione del modello di città sociale che in Italia ha segnato profondamente la progettazione architettonica e urbana, sulla scia di quanto accaduto per la Olivetti. Il Diesel Village a Breganze e le diverse factory che nascono oggi occupando complessi industriali dismessi rappresentano il controcampo della crisi dei capannoni diffusi. Dall’altro lato la dismissione della produzione fisica di materiali ed oggetti crea una diversa strutturazione di reti per la produzione immateriale di idee o servizi: nuovo lavoro si costruisce sugli spazi marginali o abbandonati del territorio, motori latenti di uno sviluppo alternativo.

 

«E il lavoro dovrebbe essere una grande gioia ed è ancora per molti tormento, tormento di non averlo, tormento di fare un lavoro che non serva e non giovi a un nobile scopo [...] Il lavoro solo ha trasformato il mondo e siamo alla vigilia di una trasformazione definitiva».

– Adriano Olivetti, Città dell’uomo, 1960

 

 

Recensioni 
Angioletta Voghera «Territorio» 20-02-2014
Matteo Basso «Urbanistica informazioni» 20-12-2013
 
Gli spazi del lavoro
Angioletta Voghera «Territorio» 20-02-2014
Il volume trae spunto dal Convegno “Architetture e committenze per produrre i  luoghi” svolto presso lo IUAV di Venezia nel novembre 2012 che ha discusso la trasformazione dei modi della produzione che influenzano il modo di vivere, le relazioni sociali e che costruiscono i paesaggi. E’ quindi fondamentale orientare i processi trasformativi dei luoghi di lavoro e supportare i decisori pubblici, ma anche la committenza privata, ridisegnando in chiave di progetto di territorio e di paesaggio il rapporto tra produzione e città, tra organizzazione del lavoro e articolazione e uso degli spazi.
Dietro stimolo della Fondazione Francesco Fabbri, il libro discute della situazione critica del lavoro e della deindustrializzazione del Nord-Est. A partire dai primi anni 2000 si leggono i germi della crisi che hanno generato una “rivoluzione silenziosa”, come ci ricordano gli autori. Una rivoluzione che nasce da un processo lento e continuo di adattamento alle pressioni della globalizzazione per riordinare in modo competitivo i processi produttivi. Una crisi economica, sociale, d’identità e ruolo che sta portando il Nord Est e l’Italia verso nuove traiettorie di sviluppo.
In questo quadro, il libro indaga le dinamiche in corso: le trasformazioni della produzione, l’incapacità degli attori locali di gestire i processi. Emerge fortemente una nuova domanda di governo del territorio legata alle nuove forme di produzione (Gastaldi). Non ha più la corsa slanciata d’un tempo, la locomotiva del Nord-Est, ha corso velocemente, ma non ha saputo nello stesso tempo adeguare il motore alle nuove esigenze della competizione internazionale.
L’attuale crisi economica e occupazionale può consentire di riflettere meglio sui modelli progettuali relativi ai luoghi del lavoro per trasformarli da semplici edifici della produzione a spazi della creatività, di condivisione, di innovazione sociale, di costruzione della comunità. I modelli progettuali oggi, come nell’epoca di Adriano Olivetti dovrebbero essere esito di un saldo rapporto tra committenza e progettisti (Marini).
Il libro discute i temi del governo territoriale e del progetto dei luoghi del lavoro attraverso un articolato discorso, ricco di suggestioni, immagini e possibili modelli per ridisegnarne il futuro (Bertagna).
La prima parte mette in discussione il ruolo dell’architettura del lavoro, che nel Novecento era riconoscibile nelle dimensioni organizzative, sociali e funzionali, oltre che nelle relazioni con il paesaggio; oggi si mostra talvolta incapace di interpretare i contesti (Montedoro), è “indeterminata”, “portatile” come nell’opera veneziana Inside-Outside di Petra Blaisse (Marini), in cui gli spazi si confondono, come le relazioni con  i luoghi.
La seconda parte discute dei paesaggi del lavoro riflettendo sul ruolo del capannone per la trasformazione del territorio. Il capannone è un architettura generalmente debole dal punto di vista della caratterizzazione formale e della qualità ed da tempo fortemente in discussione. I capannoni, edifici “senza padrone” (Bertorelli), devono diventare occasione di trasformazione, innovazione, contaminazione attraverso il progetto.  Il progettista sembra acquisire un ruolo centrale non solo nella definizione dell’oggetto architettonico, ma nella localizzazione delle aree, degli edifici, nella definizione di scenari di trasformazione della città che, anche attraverso i luoghi del lavoro, possono costruire spazi di condivisione, di contaminazione, di crescita (Ragonese).
Si costruiscono spazi innovativi e di sviluppo attraverso il progetto urbanistico che vedono nel paesaggio il “mezzo di scambio” tra milieu territoriale e società (Russo), capace di rigenerare le aree dismesse, di valorizzarle attraverso strategie integrate di bonifica, riqualificazione ecologica, di ridisegno della matrice ambientale, economica e sociale. Spazi del lavoro che assumono una forma – come i progetti IZS di Teramo, del Campus di Val di Sangro o Valagro Eco_Factory (Ricci) - che risponde ai requisiti di sostenibilità, sensibilità paesaggistica ed ecologica.
Una città che, anche attraverso le nuove vocazioni e dimensioni dei luoghi di lavoro, si reinventa, in un ottica creativa, che “riduce, riusa, ricicla” resistendo alla crisi e rinnovandosi (Carta), rilanciando anche attività culturali tradizionali come l’agricoltura e l’artigianato (Micelli). L’agricoltura urbana e i suoi paesaggi possono contribuire ad acquisire spazi vuoti, mobilitano la popolazione in iniziative di autoproduzione: reazioni spontanee all’emergenza economica che contribuiscono alla qualità di ambiente, paesaggio e alla sicurezza alimentare (Sommariva, Sordi).
La terza parte riflette sulla nuova domanda di governo del territorio per contrastare la deindustrializzazione del Nord Est e su proposte di riqualificazione, basate su un modello di pianificazione più efficace e condiviso dalla società (Gastaldi). Un modello territoriale nuovo basato su “un ciclo virtuoso della conoscenza”, su sinergie tra istituzioni, attori politici e sociali, su una domanda commisurata ai bisogni, su una pianificazione più credibile (Savino).
La prefigurazione di un nuovo modello di governo del territorio per rilanciare l’immagine del Nord Est si può fondare su una visione d’insieme d’area vasta per riprogettare “spazi e funzioni”, secondo un processo politico, di intervento sul tessuto sociale ed economico, coordinato dall’Amministrazione Pubblica, per intervenire su un territorio complesso (Fregolent). Le nuove sfide imposte dalla globalizzazione dei mercati inducono a ritenere che la lunga fase spontaneistica della vita dei distretti si avvii alla conclusione; il periodo che si apre dovrà comportare un potenziamento che passi attraverso adeguate misure di politiche pubbliche.
L’architettura degli spazi del lavoro
Matteo Basso «Urbanistica informazioni» 20-12-2013
Il volume raccoglie alcuni contributi sul tema del progetto degli spazi del lavoro presentati in occasione di un convegno tenutosi a Venezia nel novembre del 2012, e affronta una serie di questioni di assoluto rilievo per le attività progettuali alle diverse scale: da quella del singolo edificio, sino a quella urbana, paesaggistica e territoriale. L’attuale crisi economica, sommandosi a processi di de-industrializzazione già in corso, pone infatti rinnovate questioni anche per le discipline che si occupano, nello specifico, dei luoghi dedicati al lavoro, intesi in senso onnicomprensivo.
Il volume è organizzato in tre parti. Le considerazioni richiamate nelle prime due, coordinate da Sara Marini e Alberto Bertagna, guardano al tema del progetto e alla trasformazione dei modelli architettonici dettata dal mutamento occorso al modello economico e all'organizzazione del lavoro; quelle proposte nella terza parte si focalizzano invece proprio su questioni di governo del territorio, assumendo come specifico campo di riflessione il Nord Est italiano.
La crisi ha infatti avuto delle ripercussioni anche su quello che, per diversi anni, è stato considerato un sistema vincente di piccola-media impresa organizzato in forma distrettuale e diffusa. Paradossalmente, se lo sviluppo di tale contesto è sorto in forma spontanea, frutto spesso di “non decisioni” dei diversi livelli istituzionali che lo hanno di fatto assecondato, la drammaticità della crisi attuale pone nuove questioni di regolazione, sostegno e indirizzo proprio alle attività di pianificazione pubblica del territorio.
Per Francesco Gastaldi, la crisi avrebbe effettivamente generato una nuova domanda di governo del territorio legata a questioni di dismissione di capannoni e destinazioni d'uso obsolete, riconoscendo tuttavia una certa difficoltà, da parte della cultura e della pratica urbanistica locale, a ripensare complessivamente il modello di sviluppo prevalente. Anche dal punto di vista della competitività del sistema, è più che mai indispensabile un indirizzo pubblico che sappia sostenere le imprese nelle sfide poste dall'internazionalizzazione e dalla competizione globale.
Michelangelo Savino sostiene come il “malfunzionamento” del modello Nord Est sia in realtà l’esito di una più generale (ma assolutamente non recente) incapacità di riconoscere, trattare e gestire i problemi e le dinamiche di sistema. Gli effetti sono facilmente osservabili, con crescenti costi economici, ambientali e sociali prodotti dagli insediamenti produttivi disseminati sul territorio, dalla diffusione di residenze e servizi, dalla congestione del traffico e dal deficit infrastrutturale. In linea con quanto riportato da Gastaldi, anche per Savino è la cultura urbanistica locale a dimostrare una certa inerzia al cambiamento. Nonostante infatti le retoriche politiche e le evidenze di un preoccupante sottoutilizzo di volumi e superfici, la strumentazione urbanistica continua a riproporre, in molti casi, vecchie logiche di sviluppo fondate sull'incremento quantitativo di nuove costruzioni.
Ai fini di un concreto cambio di direzione, le misure auspicabili sono di diverso tipo: la riduzione delle espansioni quantitative degli insediamenti, la ri-organizzazione del costruito in connessione al potenziamento del sistema infrastrutturale, la messa in sicurezza del territorio e la valorizzazione delle risorse paesaggistico-ambientali. Come si può intuire, tali azioni rientrano a tutti gli effetti in quella che è possibile considerare una pianificazione “ordinaria” del territorio: il nuovo modello dovrebbe dunque partire da una rinnovata e corretta applicazione di principi e strumenti già comunque esistenti.
Considerando più nello specifico le dinamiche economiche, Giancarlo Corò avvalora l’ipotesi che la crisi attuale si sommi, nel Nord Est, a processi di ristrutturazione industriale e riposizionamento competitivo iniziati da oltre un quindicennio. Tuttavia, egli ne offre una lettura meno pessimista. Il “capitalismo imprenditoriale” dell'area, modello sociale di produzione fondato su una pluralità di attori economici che si assumono il rischio delle innovazioni, avrebbe infatti garantito una certa “reattività” di fronte alle sfide competitive. Si possono infatti individuare esempi di sperimentazioni di nuovi percorsi di innovazione: la ricerca di una maggiore qualità, autenticità, creatività e differenziazione nei prodotti manifatturieri, artigianali, legati alla produzione agro-alimentare e alle attività turistiche e del tempo libero, innovazioni tecnologiche nei prodotti industriali, maggiore internazionalizzazione. Corò propone infine degli scenari economici che si fondano su tre frontiere del cambiamento, già oggi rilevanti e dinamiche nella produzione di valore aggiunto nel Nord Est, e che al contempo esprimono un rinnovato e maturo legame col territorio.
La riflessione di Stefano Micelli ruota invece attorno al ruolo del lavoro artigiano nell'economia globale, sottoposto, negli ultimi anni, a un complessivo processo di rivalutazione culturale. In particolare, l’autore si sofferma sul contributo qualitativo offerto dai mestieri artigianali alla competitività dell’intero sistema produttivo italiano. Nello scenario attuale, egli individua poi un nuovo soggetto leader nato a seguito dei processi di riorganizzazione e internazionalizzazione del modello distrettuale tradizionale. É la media impresa italiana, che ha saputo adoperare e valorizzare, a scala globale e grazie a opportune attività manageriali, proprio le competenze artigianali di tipo tradizionale.
Il contributo di Laura Fregolent riporta la riflessione sulle caratteristiche spaziali del modello insediativo veneto, in particolare sulle sue più recenti trasformazioni. Negli anni, la “città diffusa” ha progressivamente conosciuto un assestamento nei fenomeni di dispersione, con una prevalenza di processi di compattazione intorno ai centri urbani (anche di piccole dimensioni) e la comparsa di nuove grandi operazioni immobiliari, a uso misto e in aree agricole, localizzate lungo le principali infrastrutture. Il rallentamento del settore edilizio richiede tuttavia un ripensamento di tali modalità di espansione e sviluppo, e una riflessione sulla capacità della pianificazione di indirizzare le azioni di trasformazione sul recupero del patrimonio immobiliare esistente dismesso o non utilizzato. Per l'autrice, le occasioni di rinnovo delle attività di pianificazione non mancano, sia con riferimento alle disposizioni normative che agli strumenti. Ciò che pare prioritario ripensare è dunque l'approccio (una guida pubblica forte e strategica) e la scala sovra-locale di intervento, che sia capace cioè di gestire le diverse trasformazioni sulla base di un qualche disegno d'insieme.
Conclude il volume una riflessione di Marco Ferrari sulle occasioni e le opportunità, per le discipline progettuali alle diverse scale, offerte dalla presenza di aree e immobili produttivi sottoutilizzati e dismessi. Per l’autore, nei contesti a urbanizzazione diffusa, qualsiasi intervento di “qualificazione” delle aree produttive dismesse non può ridursi a una semplice operazione di riempimento dei vuoti; esso deve guardare, più complessivamente, alla ri-organizzazione degli spazi aperti, del verde pubblico, nonché a processi di rinaturalizzazione e riconversione produttiva anche verso l'attività agricola.
2013
Quodlibet Studio. Cittą e paesaggio. Album
230x215
ISBN 9788874624980
pp. 144
€ 24,00 (sconto 15%)
€ 20,40 (prezzo online)