Narciso nelle colonie
Narciso nelle colonie
Un altro viaggio in Etiopia

 

Nei primi mesi del 2012 Vincenzo Latronico e Armin Linke arrivano a Gibuti col progetto di raggiungere Addis Abeba utilizzando la ferrovia che costruirono gli ingegneri italiani tra i quali un romanzesco antenato dello scrittore. Latronico, cresciuto ascoltando i racconti familiari, ha intenzione di ripercorre le labili tracce dell’Etiopia fascista e di Hailé Selassié; Linke invece vorrebbe interpretare una terra dai confini indefiniti, illuminata da una luce assoluta, ma difficile da racchiudere in uno scatto. Come accade nelle migliori avventure di viaggio, una volta scoperto di non poter utilizzare la ferrovia, i due troveranno altre cose: la casa di Rimbaud ad Harar, imprese cinesi che costruiscono imponenti autostrade, una linea aerea privata in mano a una misteriosa signora che esporta il chad, l’oppiaceo diffuso nel Corno d’Africa. E poi c’è l’impatto con una popolazione sospesa tra il vitalissimo caos di Addis Abeba e il silenzio degli altipiani dove la natura sovrasta l’uomo. Ne viene fuori un diario di viaggio in cui scrittura e fotografia si completano, offrendo al lettore l’idea di un mondo forse non più esotico, tuttavia lontano dal nostro: un’esperienza che non si consuma facilmente, anzi destinata a perdurare.

 

Narciso nelle colonie


Altri contenuti:
Angelo Del Boca, Incontro con Hailé Selassié
Hailé Selessié. Un album
Simone Bertuzzi / Palm Wine, King of king, Lord of lords
Graziano Savà, Dizionarietto delle parole italiane in lingua amarica
Itinerario: informazioni pratiche

 

 

Recensioni 
Andrea Scarabelli «Pulp libri» 15-05-2013
Marco Belpoliti «Tuttolibri - La Stampa» 16-02-2013
Giuliano Milani «Internazionale» 04-03-2013
Davide Coppo «Rivista Studio» 07-03-2013
Fabrizio Scrivano «il manifesto» 29-03-2013
Giorgio Vasta «La Repubblica» 31-03-2013
Maria Perosino «Domenica da collezione - Il Sole 24 Ore» 03-03-2013
Miska Ruggeri «Libero» 31-03-2013
redazionale «Il Foglio» 12-04-2013
Giulio Passerini «Panorama.it» 03-05-2013
Federico Novaro «L'Indice dei libri del mese» 06-05-2013
Tino Mantarro «Touring» 06-05-2013
«» 27-06-2016
Andrea Cortellessa «Alfabeta2» 01-07-2013
Valeria Nicoletti «www.oggiviaggi.it» 16-04-2014
 
Narciso nelle colonie
Andrea Scarabelli «Pulp libri» 15-05-2013
Questo testo inaugura Quodlibet Humbolt, progetto editoriale dedicato alla letteratura di viaggio che affida la stesura di volumi atipici (non guide, non testi di finzione) a scrittori e artisti. Vincenzo Latronico (il suo ultimo romanzo è La cospirazione delle colombe) e Armin Linke (fotografo e artista) si sono recati in Etiopia a inizio 2012 con l'intenzione, rispettivamente, di cercare le tracce di parte della propria famiglia che lì aveva vissuto e dì documentare il rapporto (o meglio la sua mancartza) tra I'architettura razionalista europea portata dai coloni e lo spazio in cui è collocata. L'itinerario intende ricalcare quello dell'antica ferrovia che un antenato russo di Latronico aveva contribuito a costruire. Il racconto inizia con una falsa partenza, a dimostrare come sarebbe facile ricostruire il viaggio attraverso un'elernentare costruzione narrativa. e di come tuttavia questa sia una scelta impraticabile. Sarebbe come vestire gli anacronistici panni di uno scrittore di fine '8oo, gli unici che permettono di scrivere con arrogante quanto ingenua pretesa di autorevolezza di un paese sconosciuto, visitato per breve periodo. La via scelta da Latronico si fa quindi discontinua e puntellata di interrogativi. Man mano che fallisce nei tentativi.di ricostruire la propria stopia famigliare, I'autore corlprende che le precauzioni si sono rivelate inutili e Ie paure fondate: I'atteggiarrento del viaggiatore occidentale resta quello di un Narciso che cerca le tracce di un passato che sia riflesso della propria irnmagine; scontrandosi;contro la mentalità etiope che al contrario non concepisce il bisogno stesso di venerarne le reliquie, e anzi le riscrive di continuo rendendole parte del proprio presente. Fondamentale inoltre iI rapporto con la dominazione coloniale fascista. clamorosa rimozione nella nostra storia recente. Armin Linke, attraverso trentuno fotografie a colori, offre uno sguardo altrettanto laterale sul percorso da Gibuti fino a Addis Abeba.
Chiudono il testo un lucido profilo di Hailé Selassié firmato da Angelo Del Boca; un intervento piuttosto confuso di Sirnone Bertuzzi di Invernomuto; un interessante dizionarietto dei prestiti italiani rimasti nella lingua amarica curato da Graziano Savà; infine, mappe e indicazioni dei luoghi citati.
Viaggio in Etiopia sul binario abbandonato, con foto e parole
Marco Belpoliti «Tuttolibri - La Stampa» 16-02-2013
La prima cosa che colpisce nella copertina sono i tre filetti che separano i nomi degli autori (Vincenzo Latronico e Armin Linke) dal titolo (Narciso nelle colonie) e dal sottotitolo (Un altro viaggio in Etiopia). Sono queste linee orizzontali molto brevi a dare il ritmo: una copertina che ha il valore di un frontespizio. Su un cartoncino vegetale da legatoria, di colore grigio, le parole sono stampate a incavo, in celeste; più piccolo, in basso, il nome dell'editore: Quodlibet Humboldt. Il marchio è sul dorso; molto bello nella compenetrazione della H e della U. Proprio il dorso è la cosa più originale di questo progetto grafico: i filetti sono posti in verticale, a separare titolo e autori, stampigliati in nero, come la spiega editoriale e la biografia degli autori nelle due ampie alette interne.
Sulla quarta l'immagine a colori è stata incollata a mano, dentro un riquadro, anche questo a incavo, secondo un procedimento tradizionale.
Il carattere usato è Amalia, di derivazione bodoniana. Il progetto della copertina, come l'interno del libro, è di «Pupìlla grafik», uno studio di Milano. Il risultato è un libro elegante, unico nel suo genere, come il contenuto del libro. Uno scrittore, Vincenzo Latronico, e un fotografo, Armin Linke, hanno attraversato l'Etiopia sulle tracce di una linea ferroviaria dismessa. Ciascuno dei due registra con i propri strumenti il viaggio. Latronico ha motivi famigliari per visitare quel paese africano - la famiglia della madre, di origini russe, ha contribuito a costruire la ferrovia, e ci ha vissuto sino al 1969.
Il suo diario di viaggio è affascinante, con un inizio problematico; si chiede: come si scrive e perché un diario di viaggio? L'obiettivo di Linke esplora con disincanto e assoluta nitidezza ciò che vede. Nessuno dei due autori è preso dall'esotismo. Latronico perché coinvolto a ritrovare le tracce dei suoi predecessori, Linke perché il suo obiettivo è aperto sul mondo con assoluta disponibilità ad accogliere la forma delle cose, ma sempre a distanza. Immersione dello scrittore e distanziamento del fotografo. Questa copertina sobria, austera, secca nella sua raffinatezza, come i filetti, racchiude un piccolo tesoro: oltre alla narrazione, un dossier sull'Etiopia contemporanea, con interventi, interviste, cartine e informazioni pratiche su alberghi e ristoranti. Una rivista, e anche un nuovo modo di fare viaggi e di raccontarli. Non è poco.
Narciso nelle colonie
Giuliano Milani «Internazionale» 04-03-2013
Nell'ottocento, quando gli occidentali cominciarono a fare viaggi esotici di piacere e a scriverne resoconti, si basavano sul postulato che quello che percorrevano era un territorio inesplorato. I loro libri, come II milione di Marco Polo, avevano il fascino della rivelazione. Ancora oggi, quando andiamo lontano cerchiamo l'autenticità e, se non l'incontaminato, almeno il locale e il tipico. Ma oggi di ignoto c'è rimasto poco: invece è facile trovare mappe, foto e giudizi su quasi tutto quello che possiamo incontrare in quasi tutti i paesi. Quale spazio resta allora al racconto di viaggio e al viaggio stesso? Forse quello di una meditazione consapevole su cosa si sta cercando e su cosa si trova.
È quanto fanno emergere lo scrittore Vincenzo Latronico e il fotografo Armin Linke nel primo volume della collana Quodlib et Humboldt che ospita libri belli composti da un reportage originale, un portfolio fotografico prodotto nella stessa occasione e alcuni materiali di approfondimento, tra cui informazioni pratiche.
Seguendo le tracce della ferrovia Gibuti-Addis Abeba, parlano dell'Etiopia, banco di prova del colonialismo e dell'esotismo, meta di Rimbaud e Patti Smith, dei fascisti e dei rastafariani, punto di partenza cruciale, tra l'altro, per capire meglio la storia italiana e la relazione dell'ltalia con il resto del mondo.
Lo chiamavamo impero
Davide Coppo «Rivista Studio» 07-03-2013
Un viaggio in Etiopia, alla ricerca di radici personali e di un intero Paese. Intervista allo scrittore Vincenzo Latronico sul suo ultimo libro.

Andare in Etiopia, alla ricerca di una storia, della propria storia, del passaggio di una nazione, alla ricerca di qualcosa da raccontare. L’ha fatto nel 2012 Vincenzo Latronico, scrittore, autore dei romanzi Ginnastica e rivoluzione e La cospirazione delle colombe (entrambi Bompiani). L’ha accompagnato, per il corredo fotografico, Armin Linke, fotografo. Ne è uscito un libro, si chiama Narciso nelle colonie. Un altro viaggio in Etiopia, il primo prodotto della neonata casa editrice Humboldt Books, fondata a Milano da Giovanna Silva; Humboldt si propone di rispolverare la letteratura di viaggio, quella, per dirla con una frase che forse non è del tutto sincera, “come si faceva una volta”. Cosa hanno fatto Latronico e Linke, dunque? Semplice: un viaggio.

Qualche necessaria nota: questa è un’intervista, o un dialogo, con Vincenzo, che nel frattempo è tornato in Europa, ormai da più di un anno, e da più di un anno, mi ha detto, ancora pensa a quel viaggio di tre settimane in quello che abbiamo chiamato, per qualche anno nel ‘900, Impero. Il viaggio è partito dal Gibuti, è entrato in Etiopia passando per Dire Dawa, per Harar, per terminare poi ad Addis Abeba. In mezzo, il racconto e le fotografie: le strade di asfalto e quelle di terra rossa, le palme e i grattacieli, i mercati e i sassi, gli etiopi, i cinesi, gli italiani. E la storia dell’Italia certo, e ancora la storia stessa dello scrittore, alla ricerca di un pezzo di passato personale, sulle tracce dei nonni, russi fuggiti dal bolscevismo e rifugiatisi qui, prima che l’onda lunga (e distorta?) del comunismo arrivasse anche nel deserto africano per farli muovere finalmente in Italia, nel 1969. Per questo Narciso nelle colonie sconta una forte componente soggettiva, che arricchisce il racconto del viaggio, etnografico e storico, di una trama romanzesca che inganna il lettore (un inganno buono, si capisce) e si maschera da fiction, quando fiction, però, non è. Un’altra nota, non meno necessaria: il libro di Latronico/Linke è raro e importante, è una dei pochissimi tentativi italiani di ragionare su quella disgraziata anti-impresa coloniale fascista, è un “riportare a casa” qualcosa, un tirare – pur, inevitabilmente, parziale – delle somme, un confrontarci con un passato con cui questo paese, probabilmente, non si è mai confrontato affatto. Nel libro, infine, ci sono altri, più brevi, scritti: un capitolo di un libro mai pubblicato, Ethiopia Hoy!, scritto in francese dalla nonna di Latronico, ritrovato soltanto giorni dopo il ritorno in Italia, a Roma, in una casa di famiglia, sorta di strana conclusione di una ricerca, quella personale, che non si è affatto conclusa (o non si poteva concludere, più probabilmente); un Dizionarietto delle parole italiane in lingua amarica, firmato Graziano Savà; un racconto di Angelo Del Boca, scrittore e giornalista, dei suoi incontri con Hailé Selassié; dei brevi testi di Simone Bertuzzi ancora su Selassié, sul suo mito, sul suo culto. Ma queste sono tutte cose contenute nell’intervista, che inizia, in qualche modo, così:

VL: Una premessa, a cui tengo: la storia del romanzo non è un espediente narrativo. Io ho veramente ritrovato questo testo di mia nonna dopo che il libro era già finito, è stata una cosa veramente pazzesca. È veramente un espediente testuale perfetto. Io sapevo dell’esistenza di questo libro a Roma, pensavo si fosse smarrito in vari traslochi, e quando è saltato fuori…

DC: Io ho abboccato molto felicemente, non ho dubitato mai della veridicità.

VL: Ad esempio Armin [Linke], che aveva letto la bozza del testo quando ancora non esisteva l’appendice, quando ha letto il libro completo mi ha detto “Wow, sei stato geniale a far entrare questa informazione in questo modo!”. Ma è tutto vero. Comunque.

E continua, poi, così:

DC: Il libro si apre con un ragionamento sul pittoresco e sul fascino “facile”: ci sei tu che guardi, fresche di stampa, le fotografie di Linke e confessi di non saper scegliere, e un po’ ti imbarazzi, e dici: «Le foto che mi piacciono sono tutte di paesaggi drammatici, o donne che lavorano al mercato, insomma, cose così, un po’ pittoresche». E lui, con una frase che è una specie di epifania, ti risponde: «Sai, forse non mi interessava evitare il pittoresco». E la bellezza del libro è tutta qui: una scrittura che parla di panorami e montagne nere e deserti «crivellati di laghi» e tramonti, sfacciata e senza ironia e soprattutto senza paura di cadere nel cliché.

VL: Non mi interessava comportarmi come uno che cammina in un campo minato. Quello che cambia oggi rispetto a quando il genere “racconto di viaggio” era veramente in voga è la consapevolezza dell’esistenza di queste mine, però secondo me un testo che parte dicendo “devo evitare questo, evitare questo, evitare quest’altro” è un testo che nasce dalla paura. Penso che forse sia anche sbagliato caratterizzare certe cose in cliché e non-cliché, cioè: certe immagini, certi panorami, certe descrizioni, prima che pittoresche, sono belle, sono emozionanti, sono toccanti. Sono una delle ragioni profonde che spingono le persone a viaggiare. In fondo sarebbe stato profondamente castrante cercare di evitare o eliminare questa dimensione “pittoresca” dal viaggio, anche perché, in fondo, il senso del libro di viaggio è il senso del libro del dilettante. Se qualcuno avesse voluto fare un reportage sociologico, un’inchiesta sulle condizioni del paese africano schiacciato tra la globalizzazione da una parte e la tradizione dall’altra… io non sono la persona giusta per farlo. In fondo, se fai un viaggio come osservatore, come “guardatore”, cioè come persona che guarda, e racconta quello che ha visto, beh, è veramente limitante fare una selezione di quello che si è visto, decidendo a priori di eliminare quelle cose che sono le viste più spettacolari, più emozionanti, più uniche di quell’esperienza.

DC: Parlando della tua storia personale, e di quella tua familiare, fidandomi ciecamente del fatto che tu non abbia romanzato alcun fatto… beh, la storia sembra lo stesso uscita da un romanzo ottocentesco: c’è il nonno, con la sua uniforme dell’Armata Bianca che arriva ad Addis Abeba, c’è la fotografia di tua nonna «bellissima», la prigionia dello stesso nonno con la liberazione inglese nel ’41, la sua fuga in Italia. A tratti Narciso nelle colonie sembra quasi Ogni cosa è illuminata.

VL: La cosa strana è che anche io, facendo mente locale su questi ricordi, ho avuto paura che fossero romanzati. Forse in qualche misura lo sono. È strano, perché ieri ho ricevuto una mail da una zia, diceva “ho visto che è uscito questo libro, l’ho comprato”. E io lì ho avuto un po’ paura, e le ho risposto, le ho detto “so che tu non riconoscerai molte delle cose che scrivo. Perché queste sono le cose come io mi ricordo quello che mi ha raccontato mia nonna”, che già è diverso da quello che si ricorda mia mamma, ad esempio, che è diverso da quello che si ricorda la zia, che è diverso da come le cose sono andate davvero. Anche io mi sono reso conto che sembra esserci un grado di “romanzazione” abbastanza alto. Mi chiedo dove sia intervenuto, in che passaggio: nel viverlo di mia nonna? Nel raccontarlo a mia mamma? Nel raccontarlo di mia mamma a me? Nel mio ripensarci a posteriori, unendo tutti questi punti? Non lo so.

DC: Di grandi romanzi sul colonialismo italiano, a parte Tempo di uccidere di Flaiano, non c’è grossa traccia. Forse è perché abbiamo sempre demonizzato il colonialismo altrui ed esaltato le liberazioni altrui. Forse ci vergogniamo del nostro colonialismo, non perché crudele ma perché goffo, imbranato?

VL: Più che con la goffaggine, penso abbia a che fare con una sorta di immagine auto-indulgente che abbiamo di noi, in cui in fondo, come popolo, ci mascheriamo dietro questa nostra immagine un po’ cialtrona per discolparci collettivamente. Discolpiamo il fascismo e lo distinguiamo dal nazismo perché diciamo che era meno serio, che tutto era più disorganizzato, in guerra abbiamo sempre perso… E quest’immagine, che al contempo sembra molto autoironica, in realtà è un grande alibi, permette di non prendere sul serio le nostre colpe. Mi mette in difficoltà pensare alla frase “non ci sono romanzi sul colonialismo” perché mi riesce difficile pensare che la letteratura, intesa come disciplina, abbia un dovere. Il fatto che il colonialismo italiano non si studi a scuola, questo è un grosso problema.

DC: Cambia la parola “romanzi” con la parola “narrazioni”.

VL: La domanda vera è: perché questa esperienza non è entrata nel patrimonio di cose che sentiamo di dover sapere per costruire la nostra identità? Voglio dire, per costruire la nostra identità dobbiamo conoscere la Breccia di Porta Pia, e crediamo che conoscere la Breccia di Porta Pia sia più importante, per formare l’italiano di oggi, di conoscere il colonialismo in Etiopia. Perché? Probabilmente perché se lo conoscessimo saremmo costretti, sia da sinistra che da destra, a mettere in crisi un’immagine di italiani che seguivano Mussolini come si può seguire un pifferaio di Hamelin, in fondo non del tutto convinti, che è un’immagine che ci fa molto comodo.

E d’altro canto, ho pensato, e se questo libro dovesse uscire in lingua inglese, in un paese che ha sviluppato questa auto-analisi? Il libro sarebbe crivellato, massacrato in un contesto diverso da quello italiano. Sarebbe allora necessaria una nota, all’inizio e alla fine, che sarebbe un continuo cospargersi di cenere il capo. E non sono sicuro che questo sarebbe un bene. Sarebbe soltanto un pro forma, un’etichetta conversazionale. Forse in Italia se ne può ragionare più liberamente proprio in ragione di questo vuoto. Non credo che questo libro possa essere un’apologia, affatto. D’altro canto credo che secondo una mentalità anglosassone, questa presa di coscienza abbia creato un tabù. Sono argomenti che non si possono più trattare in modo “neutro”.

DC: E però noi siamo quelli che nel 2012 costruiamo un mausoleo a Graziani.

VL: [prima ride, poi torna serio]. Questa cosa di Graziani mi ha un po’ sconvolto: io stesso, che mi reputo una persona consapevole, non conoscevo… il fatto che una strage come quella di Addis Abeba sia un argomento quasi completamente sconosciuto… mi ha sconvolto. E la colpa credo che, più che ai fascisti, vada data ai democristiani. Qualcuno insomma ha riflettuto e ha deciso che la Breccia di Porta Pia era più importante.

DC: A un certo punto nel libro c’è la descrizione di una parte di deserto etiope, una sterminata distesa di sacchetti di plastica che un incrocio di venti ha depositato lì. È una cosa che in Africa si vede spesso. E mi ha colpito. Mi ha fatto quasi incazzare, la totale incuria del territorio naturale che trasmettevano quei sacchetti. E so che è profondamente sbagliato, il fatto che mi faccia incazzare, come se da europei ancora con un occhio colonico trattassimo l’Africa come il fratello a cui bisogna sempre dire tutto.

VL: Più che il fratello a cui bisogna dire tutto, secondo me è ancora peggio: anche a me ha fatto rabbia, frustrazione. Ma è come se giustificassimo i nostri grattacieli sulla spiaggia o le nostre colline distrutte da piloni dell’elettricità e pale eoliche con un “noi facciamo questo perché tanto c’è la natura dell’Africa”. È come se volessimo, in fondo, che questo posto, l’Africa, fosse sottomesso ai nostri bisogni. E i nostri bisogni in questo caso sono quelli di “grandi panorami di natura incontaminata”. E vogliamo che i nostri bisogni coincidano con quelli di chi abita davvero quelle zone.

DC: Un’ultima cosa: in questo libro si avverte, fortemente, il fascino dell’esotico. Ed è una sensazione quasi strana da provare in questa epoca.

VL: Forse questo è il risvolto più drammatico del post-moderno. Fino a un certo momento si pensava che il ripetere un’esperienza già fatta da altri fosse una cosa sostanzialmente formativa. E poi a un certo punto è stato visto come una prova di inautenticità. Per cui adesso, quando proviamo un fascino che ascriviamo a un’esperienza del passato, a un’esploratore, a un orientalista, invece di pensare “bello, ho trovato qualcosa di simile con un esploratore dell’Ottocento”, pensiamo “oddio, sarò sempre epigonale e derivativo”.

Certo che c’è ancora il fascino dell’esotico, e perderlo significa sostanzialmente perdere la capacità di stupirsi. Il problema non è farsi sedurre da questa sensazione, ma è non considerarla come un’esperienza conoscitiva di qualche cosa che sia altro da te. Il fascino dell’esotico non ha a che fare con la replicazione di un modello culturale, ma con la presa di coscienza della debolezza di questo modello: la consapevolezza che per quante cose tu abbia letto, quanti film abbia visto, quando sei lì c’è qualche cosa che esonda completamente da quello che avevi visto e letto.
Turisti non per caso in Africa. In bilico tra fotoreportage e pagine di diario
Fabrizio Scrivano «il manifesto» 29-03-2013

 Ecco un itinerario che sarebbe difficile trovare in trasmissioni televisive e in riviste di viaggio. E non tanto per quel migliaio di polverosi chilometri tra laghi salati, altopiani terrosi e montagne impervie che si attraversano viaggiando da Gibuti (capitale di uno stato che domina lo stretto tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden) verso Addis Abeba (una delle metropoli più elevate del mondo) passando per Harar (uno dei più antichi mercati del continente africano, quello dove Arthur Rimbaud cercò fortuna ma trovò malattia e morte). Fatto col fuoristrada, cercando di seguire il tracciato di una ferrovia che non esiste più, tra camion ruggenti in un calore che squaglia, e costellato di incontri strani e curiosi, il percorso ha un profilo abbastanza avventuroso che non sfigurerebbe in quelle situazioni di intrattenimento.
Il viaggio che si racconta e documenta in questo volume, Narciso nelle colonie. Un altro viaggio in Etiopia (Macerata-Milano, Quodlibet-Humboldt, 2013), può dirsi un ibrido, perché composto da materiale vario: un racconto di Vincenzo Latronico, che sta tra il saggio e il diario, da un reportage di belle foto a colori di Armin Linke, e da una lunga appendice di contenuti addizionali che contiene una memoria di Angelo Del Boca, celebre storico delle colonie, un album fotografico sulla mitologia di Hailé Selassié, una storia dell'icona del negus a cura di Simone Bertuzzi, e infine un dizionarietto sulla permanenza di parole italiane nella lingua amarica a cura di Graziano Savà.
Pur rappresentando bene la sua inevitabile e goduta dimensione chilometrica e paesaggistica ed esotica, questo insieme di contributi, quasi opera collettiva, ha un rapporto più diretto con il tema della memoria post coloniale. Non è sbagliato partire dal presupposto, come si legge in questo libro, che gli italiani abbiano, in genere, un difficile rapporto con il passato.
Si può anzi dire che dimenticano facile, se si muovono nelle scelte che riguardano l'attualità, e che rimuovono volentieri, se si tratta di seppellire qualche ricordo traumatico o magari anche vergognoso. È successo con la seconda guerra mondiale, con il fascismo, con gli anni di piombo; accadde con il colonialismo ed è accaduto con alcuni capitoli poco gloriosi della più recente missione in Somalia. Questo libro può almeno essere un esercizio per imparare a considerare questo genere di traumi.
Il turista post colonialista è stretto e quasi ossessionato da due paure. La prima è quella di guardare, capire, vivere e ricordare i luoghi che visita con i soli propri occhi, quelli del detestabile occidentale, che crede di capire, crede anche di sentire, ma applica metri e criteri che non hanno nessun preciso fondamento nelle culture e tanto meno nella vita materiale delle genti che incontra. Una condanna a essere testimone a senso unico, capace solo di sollecitare il proprio gruppo culturale, soprattutto incapace di comunicargli qualcosa di davvero nuovo. Questa paura è connessa all'idea che ogni elaborazione dell'esperienza diventi una semplice cronaca di ciò che l'uomo occidentale prova davanti al diverso e all'esotico.
La seconda paura è quella di non riuscire a raccontare la propria esperienza senza ricalcare le forme e gli stili della più tipica e trita letteratura di viaggio. Anche questa è una paura dell'identità, della propria. Non solo l'angoscia di appartenere a un gruppo che pensa e comunica secondo schemi e schermi resistenti e cocciuti; anche la delusione di rimanere chiuso nella banalità di un genere pesa sull'apertura dell'immaginazione. Nessuno vorrebbe diventare, desiderando in realtà l'opposto, il triste artefice di una scrittura che è per definizione ripetizione, recita, cliché. Questa è la paura del narratore che, per quanto si sforzi, teme di non riuscire a inventare nuovi lettori e teme ancor di più di rimanere contento d'essere riuscito a intercettare, almeno, quelli più facili da soddisfare.
Per più versi, la proposta narrativa che produce questa confezione di diversi contributi cerca di esorcizzare queste assennate paure. A volte, trattando con umorismo le motivazioni sentimentali di questo viaggio. È il caso delle pagine di Latronico, che intesse l'esperienza del viaggio con una personale indagine sulla sua famiglia e sulle memorie domestiche; la madre bambina che lascia l'Etiopia, la nonna materna che tramite le sue memorie romanzate è testimone del definitivo declino di quel colonialismo tradizionale; le tessere sparse e non sempre combacianti di quel passato, tra ferrovie sgangherate in disuso, architetture che ricordano l'Italia, luoghi e cose e persone ormai superstiti solo in polverosi archivi.
Dimensioni personalistiche che si intrecciano con obbiettivi politici e culturali, quali gli effetti della globalizzazione oltre la soglia delle culture post coloniali e il ruolo che la narrazione, qui un po' camuffata in quel genere non fiction che è il racconto di viaggio, svolge nella costruzione delle immagini collettive. Il tutto sembra riguardare, infine, l'interferenza tra storia, informazione e finzione, temi che qui riaffiorano in un vagheggiato contatto con le cose, con i luoghi, con il deserto, con il cielo. Tutte buone ragioni per mettersi in viaggio.
L'Etiopia vista dagli occidentali: diario di un viaggio esotico
Giorgio Vasta «La Repubblica» 31-03-2013
Il modo migliore affinché un viaggio non si concluda è raccontarlo. È una tecnica elementare e originaria, individuale e sociale, duttilissima. Raccontare un viaggio significa prolungarlo nel tempo, traslocarlo da uno spazio a un altro: far sì che quanto è stato cammino, lavorio del corpo, attraversamento di meridiani, attenzione precisa o blanda al macroe al micropaesaggio, si converta in un altro codice, per esempio in un serpente di frasi, in un pannello di scatti fotografici. Narciso nelle colonie. Un altro viaggio in Etiopia - di Vincenzo Latronico e Armin Linke, ma anche di Angelo Del Boca, Simone Bertuzzi e Graziano Savà - è il primo titolo di Humboldt, una nuova iniziativa editoriale realizzata in coedizione con Quodlibet. Un progetto che nel connettere narrazione, fotografia e documentazione legge il viaggio in una chiave letteraria e artistica. In una prospettiva simile l'itinerario geografico è prima di tutto l'occasione per mescolare autobiografia e sensorialità, memoria e imprevisto, così da trasformare spazio e tempo in visione.
Lo spunto da cui frasi e fotografie traggono origine è «un'eroica ferrovia iniziata a fine Ottocento e mai del tutto completata, sempre rammendata un attimo troppo tardi, sempre sull'orlo del malfunzionamento, e attualmente dismessa». Un antenato russo di Latronico ne aveva cofinanziato la prima costruzione; seguire quella linea ferroviaria vuol dire dunque muoversi lungo un ramo sensibile del proprio albero genealogico. Com'è inevitabile (se non indispensabile) accada, il viaggio programmato deve scendere a patti con tutti gli accidenti del caso e riconoscere che a dominare il percorso è la serendipità.
Tra un lago di latte e gli ennesimi masticatori di chat - l'oppiaceo più diffuso ed esportato del Corno d'Africa -, la striscia del binario si disperde nella polvere. Al suo posto appaiono percezioni e consapevolezze inedite: i babbuini e gli alberi viola lungo la strada per Harar, gli elefanti rintracciabili col GPS, le vestigia di Hailé Selassié, il microscopico re dei re (al quale, nella sezione dossier, Del Boca dedica un ricordo che ne restituisce la fragilità e la contraddittorietà);e ancora Enrico, una pasticceria italiana che espone un unico vassoio di pasticcini, la visita alla casa di Arthur Rimbaud, dove in realtà Rimbaud non visse mai, nonché l'intensità feroce con cui l'industria cinese si sta impossessando del mercato etiope.
Alla fine l'oggetto reale di un libro come questo è sì il viaggio, l'Etiopia, ma soprattutto il prendere coscienza del proprio sguardo occidentale, delle sue risorse e dei suoi limiti. Allora lo spazioe il tempo attraversati diventano dispositivi che nel sollecitare, di questo sguardo, il lavoro descrittivo lo inducono al contempo a riflettere autocriticamente su se stesso. Su ciò che vede, su come lo vede, sulla natura (e sulla cultura) delle sue diottrie; sulle sue paure ma anche sul coraggio di una percezione che non si presume neutrale.
Viaggio sul treno che non c'è
Maria Perosino «Domenica da collezione - Il Sole 24 Ore» 03-03-2013
Vincenzo Latronico e Armin Linke sono rispettivamente uno scrittore e un'artista. Nel febbraio 2012 sono partiti insieme per un viaggio in Etiopia che è durato tre settimane e diventato l'oggetto (anche per peso specifico) di Narciso nelle colonie. Un altro viaggio in Etiopia. Non so, loro non lo dicono, perché abbiano deciso di farlo insieme, questo viaggio, ma a ritroso, a lettura finita e ripassate le loro biografie, un paio di ipotesi mi sento di azzardarle. La prima è che sembrano condividere una passione per l'archeologia del presente. La seconda è che per quanto utilizzino strumenti diversi per raccontare il mondo, entrambi sono più che abili a manipolare il linguaggio dell'altro: Latronico sa come costruire immagini con le parole, e Linke come usare le immagini per narrare delle storie. Il risultato è un libro in cui il testo non è didascalia e le fotografie non sono illustrazioni.
Non sappiamo perché abbiano deciso di partire insieme ma sappiamo (questo lo
raccontano) perché, singolarmente, abbiano deciso di farlo. E a dirla tutta, le idee che avevano in testa erano un po' confuse. Saranno i primi ad ammetterlo, con un'onestà disarmante che è proprio bella. Ma andiamo con ordine. Latronico ha una complicata genealogia familiare, che fa scendere le sue origini dalla Russia fino appunto, all'Etiopia. Essendo uno scrittore (per qualche ragione gli scrittori hanno spesso questa necessità), vuole cercare le sue radici; o almeno, in subordine, dare una faccia ai luoghi che stanno dietro le quinte dei racconti di famiglia. Tanto per
non creare inutile suspence , dico subito che non troverà né i luoghi né le radici. Linke è appassionato di architettura. Non quella patinata delle archistar, quella fragile e sbilenca su cui si è costruito (o smantellato, dipende dai punti di vista) il paesaggio contemporaneo: casermoni, strade, palazzi corrosi ancor prima di essere terminati. E cosa c'è di meglio, per chi ha di queste passioni, che mettersi sulle tracce di fatiscenti costruzioni coloniali?
L'ipotesi è di partire da Gibuti e arrivare ad Addis Abeba utilizzando la ferrovia. Peccato che la ferrovia non ci sia. O meglio, non è che proprio non ci sia: ci sonoi treni, le stazioni, gli ingegneri, il personale. Quello che manca, il Godot della situazione, sono i binari. Tutti dicono che tra otto mesi la linea sarà ripristinata, tutti sanno che non è vero. Intanto aspettano. Per non rischiare di perdere il lavoro, gli operai si sono accampati addirittura lì, intorno alle stazioni: mangiano, dormono e aspettano. Questa non è l'unica cosa a spiazzare i nostri viaggiatori. La seconda è che fanno in fretta a rendersi como che i loro sguardi hanno sbagliato allenamento (tutti prima di partire alleniamo i nostri occhi a vedere cose che non conosciamo). Non che fossero stati ingenui: sapevano di non dover cadere nella trappola del pittoresco, così come si erano preparati all'imbarazzo implicito di fare turismo in un luogo che era stato colonia del paese da cui venivano.
A conti fatti, non gli resta che adeguarsi al ritmo del nuovo viaggio, che a questo punto è davvero un viaggio nell'ignoto. Lo fanno, con l'eleganza e la maestria che può avere solo chi decide di mettersi al servizio deill'altrove: guardarlo, e raccontarlo, sapendo che comunque vada finiranno per raccontare se stessi. Ma sapendo anche che quel "se stessi" è destinato a cambiare un tanto al chilometro.
Cosa vedono? Un sacco di cose che non sono quelle che sembrano. Per esempio, il deserto non è mai deserto. Per esempio, la casa di Rimbaud (ragione per la quale hanno fatto una deviazione fino ad Harar), non è la casa di Rimbaud. Per esempio, il buffet della stazione esiste e si mangia pure bene, sebbene non ci sia più la stazione. Per esempio, Faccetta nera è una canzonetta che gli anziani intonano con allegria. E soprattutto vedono un paese imprigionato in una sorta di eterna attesa del progresso, in cui l'occidente, come il treno, sta sempre per arrivare, ma intanto è latente.
L’Etiopia che fu (fascista) e che sarà (cinese)
Miska Ruggeri «Libero» 31-03-2013

Un viaggio dal porto di Gibuti City fino ad Addis Abeba, dal mare a quota 2.350, attraverso il deserto arroventato, distese di polvere e sassi senza alcuna forma di vita, neppure gli insetti, laghi vulcanici e svariati gruppi etnici, sulle labili tracce di una ferrovia iniziata a fine Ottocento dai primi colonizzatori, mai del tutto completata e ora in disuso nonostante i tentativi dell’Unione europea. Ma anche un viaggio nel passato dell’Africa Orientale Italiana, quello compiuto nel febbraio 2012 dallo scrittore e traduttore Vincenzo Latronico e dal fotografo e filmaker Armin Linke e raccontato nel composito volume Narciso nelle colonie. Un altro viaggio in Etiopia (Quodlibet Humboldt, pp. 168, euro 18), con un dossier (quasi agiografico) dello storico Angelo Del Boca sui suoi sette-otto incontri con Hailé Selassié (alla fine narcotizzato e soffocato da Menghistu in persona), un album fotografico e una breve cronologia dedicati al Negus Neghesti (Re dei Re), spunti rastafariani dell’artista Simone Bertuzzi, un dizionarietto delle parole italiane in lingua amarica, legate soprattutto a motori, strumenti, cibo, giochi e abbigliamento, a cura di Graziano Savà, informazioni pratiche su alberghi, ristoranti, musei, negozi ecc., e tre utili mappe.

 

Memorie familiari
Latronico, giovane romanziere (1984) molto apprezzato dalla critica per La cospirazione delle colombe, ha un legame particolare con l’Etiopia: la madre ci è nata, il nonno ci ha lavorato come avvocato, la nonna Marina, autrice anche di un romanzo autobiografico inedito (scritto in francese) dal titolo Ethiopia Hoy!, ci ha vissuto dai 3 ai 50 anni, il bisnonno ci è stato spedito da Mussolini come procuratore del re e non andava certo per il sottile (se in un villaggio aveva luogo un reato e i testimoni non collaboravano con l’amministrazione fascista, allora bisogna punire in blocco l’intera comunità). Eppure, nonostante i tanti racconti di una famiglia multietnica e decisamente anticomunista per sofferenze dirette, si porta dietro i pregiudizi e i sensi di colpa tipici del politicamente corretto. Tanto che non manca mai, appena possibile, di ricordare le malefatte dell’occupazione italiana, incluso l’impiego dei gas e le ritorsioni per il fallito attentato al viceré Rodolfo Graziani, ed esaltare il grand papa Hailé Selassié. Peccato, però, che sia regolarmente deluso dalla popolazione etiope, con gli anziani fieri e felici di poter parlare italiano e di ricordare con nostalgia il nostro operato, definito una «colonizzazione degli ingegneri». Fino al colpo di grazia: un vecchietto che gli canta, due volte, parola per parola, «Faccetta nera». Piuttosto, l’odio viene riservato al Derg, al crudele Menghistu, il negus rosso, e all’ideologia comunista che pretendeva di sradicare ogni tradizione. Ben più interessanti quindi le parti del libro dedicate al contrabbando e alla masticazione delle foglie di khat, capace di regalare una sorta di euforia energica agli uomini seduti all’ombra, mentre le donne, infibulate per il 97%, lavorano (e non a caso il commercio di questa droga naturale è nelle mani della ricchissima Suhura Ismail, proprietaria di una linea aerea privata con velivoli dell’era sovietica); alle vestigia lasciate nella ventosa Harar, dove oggi l’aspettati va di vita, 43 anni, è persino più bassa della media nazionale, da Arthur Rimbaud, che ne giudicava gli abitanti come «meno imbecilli e meno canaglie degli altri negri»; alla fauna (babbuini, iene, antilopi, gazzelle, cammelli, elefanti, struzzi, nibbi ecc.); al cibo locale, dal kifto (carne cruda) all’injera (sorta di focaccia spugnosa), dal berberé (piccante misto di spezie) al tegabino (misto di verdure piccanti servite, appunto, in un tegamino), dal wat (piatto a base di carne) al quasi inevitabile kossò (bevanda a base di benzina presa come rimedio contro i parassiti dello stomaco).

 

Rischio giallo
Ma soprattutto fanno pensare le riflessioni riservate all’invasione delle imprese cinesi, sparse ovunque in tutto il Corno d’Africa, con l’industria di Pechino impegnata a fagocitare il mercato locale utilizzando braccianti in gran parte criminali che scontano in questo modo, con i lavori forzati all’estero, la loro pena, mentre un giornale di Addis Abeba, proprio durante il soggiorno di Latronico e Linke, si prendeva la briga di dedicare un’intera pagina di lamentazioni alla morte di «uno dei migliori esseri umani che siano mai vissuti», cioè il tiranno nordcoreano Kim Jong-il. La nuova, vera, minaccia per l’Africa Orientale, insomma, arriva da est. E invece di preoccuparsi del passato sarebbe il caso di scrutare il futuro, un futuro, per usare le parole di Latronico, di «grattacieli cinesi ottusi e smaglianti, spesso mezzo inincompiuti, sotto ai quali si stendono sconfinate baraccopoli».

Narciso nelle colonie
redazionale «Il Foglio» 12-04-2013
Il ventinovenne milanese Vincenzo Latronico decide, all'inizio del 2012, di fare un viaggio in Etiopia, assieme al fotografo milanese-berlinese Armin Linke,
sotto l'impulso del progetto editoriale “Humboldt" della Quodlibet, “che voleva saggiare la percorribilità del racconto di viaggio come genere letterario, a più di un secolo dal suo momento di gloria". In Etiopia, perché sua madre è nata lì, e lì sua nonna era arrivata a cinque anni, con i genitori esuli dalla Russia dopo la rivoluzione bolscevica. Un loro avo aveva già partecipato alla costruzione di quella ferrovia Addis Abeba-Gibuti con cui l'Etiopia imperiale aveva cercato uno sbocco al mare legandosi all'influenza della Francia, di cui proprio la Russia zarista era alleata di ferro. Il nonno dell'autore vi aveva esercitato la professione di avvocato, ed era poi morto in un campo di prigionia inglese durante la Seconda guerra mondiale. Il suo bisnonno, invece, “ci è
stato spedito da Mussolini con il procuratore del re per l'Africa orientale italiana, distinguendosi in quanto autore della teoria secondo cui, piuttosto che affidare alla giustizia etiope le indagini giudiziarie, se i testimoni si rifiutavano di collaborare con l'amministrazione fascista conveniva punire in blocco l'intero villaggio in cui un reato aveva avuto luogo”. Latronico ritrova in Etiopia quei piatti piccantissimi che in famiglia talvolta si preparavano ancora. E scopre che gli etiopi di oggi chiamano “stekkino” lo stuzzicadenti, “sbirito" l'alcol e “araçata" l'aranciata. Scopre anche che ad Addis Abeba ci sono il Markato, il quartiere di Piassa e quello di Kazanç'is: quest'ultimo, sorge dove erano state costruite le case dell'Incis. Incontra vecchi ancora capaci di cantare a memoria “Faccetta Nera”. E capisce che il famoso circolo ricreativo Giùventuz, di cui sua madre tanto gli aveva parlato, in realtà era dedicato alla Juventus. Il suo compagno di viaggio, Armin
Linke, può fotografare anche il metafisico monumento fascista costituito da una scala con tanti gradini quanti erano all'epoca dell'edificazione gli anni della Marcia su Roma. In cima, dopo la presa del potere da parte di Hailé Selassié, è stata messa la statua del Leone di Giuda, simbolo del sovrano. La ferrovia di Gibuti non funziona più, anche se i dipendenti sono ancora lì, in attesa di misteriose ristrutturazioni. I documenti di famiglia che Latronico cerca non saltano fuori. Nel frattempo capisce che nella casa di Arthur Rimbaud a Harar, aperta ai visitatori, in realtà lo scrittore non aveva mai vissuto. Quella vera era stata demolita, ora c'è un manufatto moderno le cui mura Rimbaud non vide mai. “Dall'alto di Addis Abeba si percepisce solo lo strato superiore, grattacieli e alberi, e pare di essere in Canada; e dal basso a tratti non si vedono che bidonville e rigagnoli nello sterrato, e pare di essere in Africa, dove in effetti si è”.
Si mescolano il razionalismo architettonico del fascismo italiano e quello del comunismo del Derg. Insomma, il narratore e il fotografo si accorgono che, partiti “con il più coloniale degli spiriti”, come “Narciso nelle colonie, convinti di avere a che fare in buona sostanza con uno specchio, e di sapere già che immagine avrebbe restituito”, si ritrovano di fronte a “un prisma": “Non so con cosa sono tornato in mano. Non è un esemplare di "racconto di viaggio", però". E' comunque un racconto. Completato, oltre che dalle foto, da un dossier sull'Etiopia comprensivo di alcuni scritti di Angelo Del Boca su Hailé Selassié, di un album fotografico sullo stesso Negus, di un saggio di Simone Bertuzzi sul rastafarismo, di un dizionarietto della parole italiane in lingua amarica. E di molte informazioni pratiche: utili per chi, comunque, quel viaggio in Etiopia volesse provare a rifarlo.
Latronico e Linke ci portano alla scoperta dell'Etiopia
Giulio Passerini «Panorama.it» 03-05-2013
Comincia come un libro di avventure Narciso nelle colonie , il racconto (per immagini e parole) del viaggio in Etiopia dello scrittore Vincenzo Latronico e del fotografo Armin Linke. Comincia nel deserto arroventato a bordo di una Toyota sgangherata, con i nostri eroi persi da ore alla ricerca di un lago che sembra spostarsi sempre più in là per sottrarsi ai loro sforzi.
Un deserto di pietre, di capre e di persone (soprattutto di persone, come Latronico sottolineerà più volte), di parole incomprensibili e di calore ottundente. Un deserto in cui il tremolio dell’orizzonte si mescola alle indicazioni di uomini della stessa sostanza del vapore, ugualmente misteriosi e incomprensibili.
Ma in questo deserto hanno anche girato alcune scene di 2001 Odissea nello spazio e i nostri bravi occidentali lo sanno. Al silenzio delle mappe e della desolazione che li circonda cercano allora rimedio rintracciando nel paesaggio riferimenti alle scene sbiadite della loro memoria mentre le rocce e i promontori mostrano un’eloquenza ingannevole e pericolosa.
Alla fine troveranno il lago e il loro viaggio proseguirà. E incontreranno ancora luoghi e persone e cose che Latronico racconterà e Linke ritrarrà con la sua macchina fotografica. Ma è in queste prime righe che viene dichiarata ogni cosa.
L’Etiopia che li accoglie non è un territorio vergine né ingenuo. L’epoca del colonialismo italiano ha lasciato di sé una memoria incancellabile e le tracce sono dappertutto: dalle infrastrutture all’organizzazione del lavoro, dalla lingua all’economia. Ma di tutto questo all’Italia e agli italiani non resta che il vago ricordo di un senso di colpa non ancora elaborato. Troppo poco.
Vincenzo Latronico fa i conti con tutto questo: col suo immaginario filmico e culturale di giovane occidentale colto, con l’indefinibile senso di colpa di chi appartiene al popolo che è stato oppressore, con la vergogna che gli viene dalla nostalgia e dall’odio con cui gli Etiopi ricordano l’occupazione italiana. Soprattutto fa i conti con la storia della sua famiglia di cui in Etiopia è stato scritto un capitolo importante, all’ombra delle traversine della prima ferrovia del paese.
La sua storia, i ricordi, le colpe, i pranzi, il caldo, il tempo immobile e gli incontri sono gli ingredienti di un libro bello e profondo che ci porta alla scoperta di un paese e di un confine, un confine oltre il quale la coscienza di un occidente tecnologico, informato e iperconnesso è costretto ad ammettere la parzialità della propria visione di un mondo che conosce altre regole. Non è più il tempo dei viaggi dove Phileas Fogg poteva consultare il suo orologio da taschino a dorso d’elefante sicuro della superiorità della cultura britannica su quella indigena: due secoli dopo chi si mette in viaggio è costretto a mediare continuamente fra la propria cultura e quella dell’altro, fra la consapevolezza di un’alterità ineliminabile e l’impossibilità di godere dell’esotico senza venire a patti col proprio senso di colpa.   
Di tutto ciò un secolo di cultura visiva ha scolpito immaginari di granito, e in questo senso non potrebbe essere più adatto il progetto che Latronico e Linke firmano per Humboldt: un libro fatto di immagini (letterarie e fotografiche) che infrangono il confine fra il documentario e la storia, fra colpa e gratitudine, fra la precisione della scienza geografica e lessicale (molti i glossari e le cartine nella seconda parte del libro) e l’ambiguità di un’esplorazione sentimentale che non conosce requie. Vengono a patti insomma con l’immaginario costituito per trovare se stessi e l’altro fuori dalla palude dei cliché.
Ci sono riusciti? Nelle ultime pagine Latronico sembra nutrire qualche dubbio (da cui anche il titolo, Narciso nelle colonie): troppo sfocata ancora la nostra storia coloniale, troppo sfocati i nostri pensieri e le nostre identità oggi, troppo sfocati i progetti e il futuro di un paese come l'Etiopia che ha imparato a dimenticare il proprio passato (quando non a riscriverlo).
La memoria storica, il ricordo, la conservazione delle testimonianze, la loro valorizzazione, sono questi i processi che ci permetteranno di strutturare un immaginario e una cultura visiva storicizzati, in grado di riconoscere giudizi, condanne e assoluzioni.  Ma il cambiamento è lento come un viaggio, come questo viaggio, anche se come ogni viaggio, prima o poi, conoscerà una fine.
Appunti
Federico Novaro «L'Indice dei libri del mese» 06-05-2013
II Salone del Libro di quest’anno porterà forse nuove indicazioni su che ne sarà dei libri e di tutto ciò che li produce, o forse si limiterà a essere il grande assembramento dove tutto si mescola indistinto. Resta un luogo utile per un colpo d’occhio, reso forse più attendibile proprio dal caos che vi regna. In un’attesa della fine della Crisi che viene posticipata di mese in mese, il reparto librario soffre particolarmente. La divisione che si fa, fra grandi case editrici e medie e piccole, se resta valida, discrimina sempre più fra realtà profondamente diverse. Le grandi sembrano avere definitivamente preso coscienza di essere finite. Non certo come imprese, ma come centri di produzione, divulgazione e conservazione del sapere. La mutazione, resa più lenta dalla penuria di soldi, in grandi imprese dell’entertainment, sarà lampante, fulminea e radicale non appena qualche soldo di più comincerà di nuovo a girare. Feltrinelli, intanto, ha acquisito l’Antica Focacceria. Si licenzia a più non posso, non soltanto, verrebbe da pensare, perché non ci siano più i soldi per pagare gli stipendi, quanto per una sorta di sopravvenuta vetustà delle competenze. Quando il buio sarà passato serviranno altre persone, con altri profili. Le medie e le piccole imprese, grazie a fatturati infinitamente minori, possono invece continuare a fare il loro mestiere.
Humboldt Books nasce con l’idea di poter rispondere al nuovo consumo di libri. Una casa editrice di libri di viaggio. Un’altra? Dirà la vocina cattiva, ma dovrà tacersi. Intanto è una casa editrice che si immagina internazionale. In Italia coedita con uno dei marchi più interessanti: Quodlibet. Già solo questo: non pensare di inventarsi competenze che non si hanno, pensare di saper far tutto. Si cerca chi abbia le competenze editoriali giuste per il proprio progetto, e si fa un accordo. Indipendenza e condivisione. Tre linee direttrici, sintomatiche: “Libri di viaggio”, serie di libri commissionati dalla casa editrice a uno scrittore e un fotografo e dotati di ricchi e vari apparati (il primo, Narciso nelle colonie. Un altro viaggio in Etiopia, testo di Vincenzo Latronico e fotografie di Armin Linke, presenta interviste, un breve dizionario di parole utili, mappe, appunti e informazioni pratiche; un volume illustrato, progettato dallo studio “pupilla grafik” – responsabile anche della collana seguente – elegante nell’illustrazione a colori in quarta incollata al cartoncino della copertina, a 18 euro); la seconda linea è quella di “Viaggi nel tempo”, ristampe di testi smarriti nei cataloghi da troppo tempo ai quali viene affiancato un nuovo programma iconografico, e la terza è “Libri d’artista”, in inglese, coediti con Koenig, a responsabilità grafica dell’artista coinvolto. Libri (sei-otto uscite all’anno) complessi da produrre, densi, quasi saturi di attenzione a ogni fase del progetto che risponde efficacemente, separatamente e nel prodotto finale, a un modo contemporaneo di fare editoria di libri cartacei.
Narciso nelle colonie
Tino Mantarro «Touring» 06-05-2013
Uno scrittore, Vincenzo Latronico, e un fotografo, Armin Linke, attraversano il Corno d’Africa da Gibuti ad Addis Abeba sulle tracce di una vecchia linea ferroviaria coloniale non più attiva. Ognuno con il suo registro e il suo modo di guardare, raccontano questa esplorazione in Etiopia reinterpretando il concetto di «diario di viaggio». L’esordio felice di una nuova collana, un libro bello anche come oggetto, che alla fine ha anche un utile apparato di contenuti aggiuntivi (interviste, indirizzi, glossario)
«» 27-06-2016
Fantasmi del luogo
Andrea Cortellessa «Alfabeta2» 01-07-2013
La figura di Alexander von Humboldt (1769-1859) è stata decisiva nel passaggio da una concezione «cosmologica» del mondo, ancora rinascimentale, a una modernamente «cartografica». Il fondatore della geografia moderna, insomma: che peraltro intitolò proprio Kosmos il suo Progetto di una descrizione fisica del mondo. Una descrizione che non prescindeva dall'esplorazione in prima persona affrontata in due grandi spedizioni, in Sud America dal 1799 al 1804 e in Asia centrale nel 1829.
«ln prima persona» sono sempre, altresì, i libri della nuova casa editrice che porta il suo nome, animata dall'editor Alberto Saibene e dalla fotografa Giovanna Silva e pubblicati in (graficamente scintillante) coedizione con Quodlibet. (Non è un caso che, trai succulenti progetti annunciati, vi sia la riedizione del libro-svolta dellantropologia moderna, L'Africa fantasma di Michel Leiris, monstre del 1934 tradotto cinquant'anni dopo da Rizzoli e oggi introvabile.) L'intento è quello di aprire uno spazio non solo editorialmente nuovo, ma di nuova concezione, per quella che si potrebbe definire una «letteratura di viaggio del terzo tipo»: che non si illuda cioè di restaurare il meraviglioso, l'esperienza diretta dei viaggi d'un tempo, ma che nemmeno si accontenti della malinconica conferma postmodernista di una condizione descritta già nel 1955 da Claude Lévi-Strauss, in Tristi tropici, come «fine dei viaggi» (Tutto è stato Già Visto, Tutto è stato Già Conosciuto, Nulla può intervenire a modificare - nel viaggiare - la nostra identità).
È significativo, intanto, che le «prime persone», nei libri Humboldt, siano (almeno) due. Il progetto prevede infatti che uno scrittore scelga un luogo da descrivere e porti con sé, a tal fine, anche un fotografo. I due testi, scritto e iconografico, procedono poi in parallelo: nella fattispecie, al récit del giovane Vincenzo Latronico (narratore fra i più interessanti della sua generazione, nato nel 1984) seguono trenta scatti a colori di Armin Linke (tedesco del 1966, nato a Milano, ora di nuovo a Berlino).
La «tratta» percorsa è la medesima, dalla «Svizzera d'Africa», Gibuti, ad Addis Abeba; ma si vede come il sistema delle aspettative, assai diverso nei due interpreti, non possa non orientare i rispettivi «testi» - al di là delle ovvie differenze di medium. Se Linke documenta la continuità che certi dispositivi di controllo e mediazione mostrano, nel Nord del mondo come nel supposto Altrove africano (ci si ricorda di un suo notevole lavoro precedente, Il corpo dello Stato, dedicato ai luoghi del potere a Roma, fra Parlamento e Vaticano, e accompagnato da un testo di Giorgio Agamben) - e dunque più che le foto en plein air a colpire sono gli intérieurs di uffici e luoghi di rappresentanza - Latronico insegue un fantasma biografico che non è solo una sua questione privata. Bensì una sineddoche della nostra memoria collettiva coi suoi offuscamenti e i suoi (troppo rari) soprassalti: dal passaggio «coloniale» in Etiopia la sua famiglia è stata infatti segnata in profondità (un nonno al seguito delle truppe imperialiste, una madre nata ad Addis Abeba) proprio come - anche se con troppa facilità ce lo si dimentica - la storia del nostro paese. ll fantasma coloniale - la vera e propria Africa fantasma che Latronico si porta dietro, filogenetica, nel sangue - ha un'allusiva traccia testuale: le pagine scritte sono infatti punteggiate, alla maniera di Sebald, da un'ulteriore serie di immagini (queste in bianco e nero) dovute alla presenza silenziosa (e sottaciuta) sulla scena, di un secondo fotografo. L'ombra che cammina accanto è, qui come sempre nei libri Humboldt, quella di Giovanna Silva.
Un viaggio in Etiopia
Valeria Nicoletti «www.oggiviaggi.it» 16-04-2014
“Ricognizioni approfondite in territori poco battuti”, racconti per testo e immagini di viaggi personali, che mescolino l’arte alla scoperta, la letteratura alla geografia, la ricerca dell’inquadratura con quella del semplice indirizzo. È quanto si propone di fare Humboldt Books, giovanissima casa editrice, nata il 14 febbraio del 2012, da un’idea di Giovanna Silva, fotografa e photo-editor, iniziativa fresca e raffinata, in un panorama editoriale difficile e settario come quello italiano, così battezzata in onore di Alexander von Humboldt, avventuroso esploratore ottocentesco. L’idea è quella di situarsi a metà tra la praticità della guida e lo stile lirico della narrativa, una sorta di non-fiction con variazioni, più o meno romanzate, sul tema del viaggio.
IN VIAGGIO NEL CORNO D’AFRICA. Così è per “Narciso nelle colonie. Un altro viaggio in Etiopia”, il primo tra i libri di viaggio della Humboldt (in coedizione con Quodlibet), la cronaca di una traversata nel Corno d’Africa con i testi di Vincenzo Latronico, giovane penna italiana, e le immagini di Armin Linke, fotografo italo-tedesco. “Ciò che racconta è accaduto davvero”, scrive Vincenzo Latronico in apertura, “scontato di una scusabile misura di epica”. “I luoghi sono abbastanza esotici da evitare il déjà-vu”, continua, “il tutto, nonostante la drammaticità un po’ forzata, rispetta il carattere essenziale del racconto di viaggio, il suo essere portatore sano di panorami”. Una dichiarazione di poetica che si promette di evitare i cliché, il troppo facile, lo strettamente personale e tutti i facili trabocchetti del racconto di viaggio e che fa da preludio a una straordinaria esperienza a ritroso nel tempo.
LE TRACCE DELLA NOSTRA LINGUA. Il viaggio comincia durante i primi mesi del 2012, in Gibuti, sulle tracce di una leggendaria ferrovia, fatta costruire dai colonizzatori italiani. Passata la “Svizzera d’Africa”, Linke e Latronico si addentrano in Etiopia, passando per Dire Dawa, un tempo centro di snodo e manutenzione di treni, e arrivano ad Harar, “antica metropoli di temibili genti”, città di mercati e compravendite sin dall’Ottocento, dove un certo agente commerciale mise radici nella speranza di trovarvi una vita borghese, ma forse il vento, la polvere depositata nei polmoni, lo uccise, facendone un mito chiamato Arthur Rimbaud. Il viaggio abbandona la ferrovia, utopia incompiuta del sogno coloniale italiano, per seguire imprese cinesi alla testa di autostrade giganti, aerei privati gestiti da una misteriosa commerciante di oppiacei, e continua, destinazione Addis Abeba, con la storia di Hailé Selassié, la lingua italiana che fa capolino in quella amarica, le vestigia del nostro colonialismo, di cui nessuno parla più. “In Italia non parliamo di colonialismo”, scrive Latronico, “perché, in fondo, non ci riteniamo dei veri colonizzatori: sarà la convinzione, consolatoria e falsa, che sia stato in fondo poca cosa rispetto a quello di altri paesi europei; sarà l’illusione, comoda e falsa, che la nostra inettitudine bellica ci abbia impedito di commettere atti poi così gravi; sarà la coda lunga dell’apparato fascista che ha impedito elaborazioni collettive delle colpe”.
LA MAPPA INTERATTIVA. Come ogni libro di viaggio che si rispetti, “Narciso nelle colonie” riserva in coda una serie di appendici: un approfondimento sulla figura storica di Hailé Selassié con un’intervista al giornalista e storico Angelo Del Boca, che lo ha incontrato di persona, un excursus sul ruolo del negus nella musica giamaicana, un dizionario dei lasciti italiani nella lingua amarica e un prontuario di indirizzi. E per seguire il viaggio, su Google Maps c’è anche una mappa interattiva, tappa dopo tappa. Alla fine, resta un’ammissione di colpe. “Sono partito cercando una cosa, e non l’ho trovata”, ammette Latronico, perso davanti a quel “collasso della cronologia” che sono gli archivi del Corno d’Africa. E, tra le righe, la consapevolezza che, inevitabilmente, pur sfuggendo al soggetto imperante, si è finiti per parlare di se stessi, tra le polveri rosse delle autostrade, le sagome delle gazzelle e il retrogusto piccante delle cene etiopi. Sarà perché “siamo andati in Etiopia, da europei, cercando un’immagine di noi”, o “come Narciso nelle colonie, convinti di avere a che fare, in buona sostanza, con uno specchio, e di sapere già che immagine avrebbe restituito”.
2013
Humboldt
165x220
ISBN 9788874624713
pp. 168, 32 tavole a colori
€ 18,00 (sconto 15%)
€ 15,30 (prezzo online)