Ufficio proiezioni luminose
Ufficio proiezioni luminose

 

Ogni giorno una moltitudine di immagini ci viene incontro e si perde alle nostre spalle. Ma tra le tante che sciamano via, alcune restano impigliate nella nostra immaginazione: una nuvola di vapore, un bolide in corsa, due ruote di bicicletta senza bicicletta, una donna con un sacchetto in testa, un masso erratico, il presidente americano che si scansa per non essere colpito da una scarpa.
Queste e altre fotografie, rimaste impresse nella memoria dell’autore, portano con sé le storie che qui vengono raccontate. In modo sempre imprevedibile tutte illuminano il senso di un’esperienza o al contrario lo avvolgono definitivamente nel mistero.

 

 

Recensioni 
Giorgio Vasta «La Repubblica» 28-07-2013
Marco Belpoliti «L'Espresso» 02-08-2013
Anna Banfi «"L'Indice dei libri del mese", novembre 2013» 22-11-2013
Matteo Ferrari «Il Giornale del Popolo» 14-09-2013
 
Quando la fotografia diventa il racconto di una vita
Giorgio Vasta «La Repubblica» 28-07-2013

Leggendo un libro ci si può ritrovare a individuare una sua somiglianza con oggetti fisici diversi. Alcuni somigliano a rastrelli, altri a grandi cassettiere, altri ancora a cucchiai. Scorgerne - o pretendere di scorgerne - struttura e funzione oggettuale può servire a comprenderne meglio il senso. Ufficio proiezioni luminose di Matteo Terzaghi (Quodlibet) somiglia a una macchina fotografica. Non semplicemente perché attraverso una serie di frammenti riflessivi, spesso accompagnati da piccole immagini, la fotografia è la scaturigine della scrittura; soprattutto perché questo libro sembra una macchina fotografica a pozzetto, una di quelle scatole nerissime (a fronte del bianco prepotente della copertina) che avendo il mirino collocato in alto inducono il corpo a un movimento in avanti, a quel chinarsi del capo su qualcosa (o qualcuno) che è la postura dell'affetto e dell' attenzione. Se la fotografia è istante in tensione, aprendosi e chiudendosi "come una forbice" il diaframma della macchina ritaglia lo spazio e reseca il tempo: «ritarda di alcuni minuti il distacco da un oggetto, un luogo o una persona con cui intratteniamo un certo legame affettivo ma che probabilmente non rivedremo più» (di una foto, dunque, dovremmo osservare - e temere- la dimensione minore: il taglio, la lama).

Nel libro di Terzaghi le fotografie sono, in senso joyciano, epifanie. Andare a ritirare le foto della propria bambina e trovarsi per errore tra le mani il volto di una donna anziana che indossa una mascherina innesca uno scompaginamento temporale, l'irruzione improvvisa della caducità senile nel tempo dei figli. Dalle foto di montagna si deduce invece che fotografare è doloroso. Giunto il vetta il nonno dell' autore aveva infatti bisogno di due scatti: il primo lo realizzava lui, per il secondo domandava a qualcuno di sostituirlo dietro il mirino in modo da prendere posto tra gli amici (così manifestando una tenerissima nostalgia dell' inclusione). Tra immagini di Hugo Ball in maschera cubista al Cabaret Voltaire, pulcini sperimentali, l'intuizione che le foto della morte di Clay Ragazzoni e di Robert Walser sono una il negativo dell' altra e la scoperta del "vero" finale dell' Avventura di un fotografo di Calvino, il libro di Terzaghi chiarisce due cose: la fotografia- l'insieme delle azioni concrete che la determinano - è un punto di vista sul mondo, un metodo per connettere percezione, tecnologia e pensiero (un chinarsi del capo affettuoso e attento); che ogni individuo è un proiettore naturale. L' "ufficio" - da intendere sia come luogo sia come compito - "proiezioni luminose" siamo noi.

Dalla Svizzera con pudore
Marco Belpoliti «L'Espresso» 02-08-2013
Tutti noi abbiamo nella nostra testa, senza saperlo, un Ufficio Proiezioni Luminose. Sono le immagini che restano impigliate nella rete della nostra memoria e s'alimentano di almeno due facoltà della nostra mente: immaginazione e fantasia. Due ruote di bicicletta sovrapposte, una nuvola, la foto di Bush jr. che scansa una scarpa lanciata, un masso erratico, un fotografo sconosciuto, un ritaglio di giornale, una immagine di Lartigue: Matteo Terzaghi, l'autore, lavora su immagini occasionali, sino a produrre qualcosa di permanente, d'esemplare, utilizzando una lingua essenziale, eppure suadente. Il suo libro s'intitola "Ufficio proiezioni luminose" (Quodlibet, pp.96, euro 13,50) ed è composto di brevi prose, secondo uno stile che risale a Robert Walser e a Walter Benjamin, genere in bilico tra letteratura e riflessione filosofica, che Terzaghi reinterpreta con bravura e pudore.
Sono prose che raccontano di fatti minimi, incontri, visioni, memorie, un esempio perfetto di scrittura che, senza mai strafare, muove verso la filosofia, e tuttavia non abbandona mai la sponda della letteratura. In ogni tassello narrativo c'è imprigionato un piccolo mistero, un pezzo di luce oscura, che neppure la tersa prosa di Terzaghi riesce, o vuole, illuminare, e quindi galleggia nella memoria del lettore a pagina chiusa, tanto da indurlo a guardare in modo differente le cose intorno, il mistero che ci circonda fatto di minuzie incomprensibili. Terzaghi abita in Canton Ticino, traduce ed è redattore da Casagrande, appartiene perciò alla letteratura della Svizzera italiana che ha dato in questi ultimi decenni un contributo importante alla nostra cultura, elaborando una propria strategia narrativa e poetica solo in apparenza eccentrica.
Atlante minimalista
Anna Banfi «"L'Indice dei libri del mese", novembre 2013» 22-11-2013

 

Si dibatte da tempo sui guasti della società dell'immagine e sull’accecamento che un eccesso di visioni provocherebbe ai nostri occhi. Eppure, esse ci continuano a sedurre. L’Ufficio proiezioni luminose di Matteo Terzaghi è una bella passeggiata nei meandri di questa seduzione, tra fotografie che qualche volta «colmano o ci illudono di saper colmare le distanze». Mai ornamentali, le immagini che si susseguono nelle pagine di questo libro sono il centro intorno al quale l’autore ragiona con garbo e profondità di sguardo. Parole e immagini vanno a braccetto, fondendosi così in un’efficace armonia che ha in Sebald uno dei maestri più grandi.

Matteo Terzaghi ha lo sguardo indolente del flâneur, il suo occhio si posa su immagini apparentemente senza importanza, sui dettagli minimi, sull'ordinario che, freudianamente, può apparire inquietante o sconosciuto.  Esemplare in tal senso la pagina che dà il titolo al libro, la targhetta con la strana dicitura che allude a pratiche tanto inesplicabili quanto affascinanti, una rêverie platonica che attiva l'immaginazione dello svogliato scrittore in cerca di stimoli visivi: «… mi abbandonai sulla poltrona e cominciai a fantasticare. Sedevo a una scrivania nel retro di un grande ufficio. Persone di ogni età, anche bambini, consegnavano le loro immagini a uno sportello, oppure ne chiedevano in prestito. I miei colleghi andavano e venivano e si adoperavano per soddisfare tutti; erano gentili senza mai essere troppo cerimoniosi. L’atmosfera era nello stesso tempo seria e allegra. Io dovevo corredare quelle immagini di una didascalia. “Scriva pure quello che vuole e come vuole”, mi diceva qualcuno. “L’unica raccomandazione è di rispettare sempre la verità”».

Il fascino di un libro o di un’immagine aumenta esponenzialmente con il numero di strade che apre al fruitore: il punto di partenza è noto, ma il punto d’arrivo e il percorso che vi conduce sono ammantati di un’oscurità che si rischiara solo cammin facendo. Suggestiva,  a questo proposito, l’immagine che di certi libri dà Matteo Terzaghi: «Sono come i massi erratici, li incontri durante una passeggiata e ti chiedi come hanno fatto a finire lì, su quella bancarella o nella bottega di quel rigattiere». Massi erratici che sembrano precipitati per caso sul percorso di chi lascia che siano curiosità e fantasia a guidare i suoi passi: una fotografia di famiglia, un vecchio volume sepolto tra mille altri, un’immagine che se scrutata con attenzione non smette mai di rivelare qualcosa di nuovo: tanti tasselli, insomma, a comporre un atlante della memoria, fatto di immagini da contemplare, da interpretare e da collegare tra loro. Un atlante senza un apparente filo conduttore, il cui minimalismo si apre a riflessioni capitali sulla natura e sulla funzione delle immagini, tra Benjamin, Barthes e la memoria di Warburg, senza la pretesa di cercare risposte o definizioni, accogliendo semmai tutte le possibilità che questa passeggiata (in senso walseriano) tra le immagini offre, dalla nostalgia al divertissement, dall'iconologia all'iconoclastia, per chiudere il cerchio sul lato estremo del visibile, con la foto che congela l'attimo in cui un killer sta sparando al fotografo mentre questi immortala i propri cari in una foto ricordo, un involontario ribaltamento del dispositivo di “Las Meninas”, dove lo strumento di riproduzione cattura il doppio del fotografo un attimo prima che cancelli definitivamente ogni possibilità di guardare.

Proiezioni luminose
Matteo Ferrari «Il Giornale del Popolo» 14-09-2013
L’autore, pur partendo dal suo vissuto e dalle sua esperienza, sa quand’è il momento di ritirarsi, con pudore, e lasciar parlare l’immagine. Ufficio proiezioni luminose non è dunque un libro di memorie o di aneddoti personali, ma piuttosto una raccolta di riflessioni, a metà strada tra arte e filosofia, tra immagine propriamente detta e pensiero. Anche la forma si colloca tra questi due poli, alternando la scrittura, intesa come descrizione (didascalia) dell’immagine ma anche come espressione di un pensiero (riflessione), all’immagine vera e propria, che pure a volte parla da sé.
2013
In ottavo
145x210
ISBN 9788874625369
pp. 96
€ 13,50 (sconto 15%)
€ 11,48 (prezzo online)