Oracoli, santuari e altri prodigi
Oracoli, santuari e altri prodigi
Sopralluoghi in Grecia
 
Con 32 tavole a colori
 

 

Nella primavera del 2012, mentre una drammatica crisi economica e finanziaria investe il paese, Giuseppe Dino Baldi, filologo classico, e Marina Ballo Charmet, fotografa di fama internazionale, compiono una ricognizione dei luoghi sacri della Grecia continentale. Il loro viaggio li porta dal Peloponneso alla Macedonia, da Olimpia al Monte Olimpo, passando attraverso Epidauro, Eleusi, Delfi, Dodona e altri siti meno battuti dal turismo: più o meno 4.000 chilometri, fitti di strade, luoghi e paesaggi dove passato e presente s’intrecciano, si sovrappongono e a volte combattono fra loro.
Cosa cercano? Prima di tutto gli oracoli, porte di comunicazione fra dèi e uomini; ma anche i luoghi che i greci, senza distinzione di etnia, riconoscevano come patrimonio identitario, e che spingevano già loro a viaggiare: i santuari e le sedi di giochi panellenici. Con prosa limpida, Dino Baldi traduce in un nuovo racconto storie, leggende, luoghi, sottraendoli ai cliché dei banchi di scuola e agli incantamenti della retorica di genere. Marina Ballo si perde e si ritrova fra le pietre, consegnando a chi legge un filo d’Arianna estraneo ad ogni luogo comune iconografico. Insieme, riconoscono le sconfitte e gli splendori di una terra succube di un passato talvolta mai accaduto, una Grecia che è meno culla della civiltà occidentale e più fucina di contraddizioni antiche e mai sanate. Un osservatorio privilegiato, insomma, sulla fine, sulla trasformazione e sulla strana sopravvivenza delle cose.

 

Ascolta qui l'intervista di Radio Popolare agli autori.

 

Recensioni 
Alberto Pezzotta «Corriere della Sera - Milano» 15-07-2013
Elio Grazioli «Doppiozero.com» 17-07-2013
Pietrangelo Buttafuoco «La Repubblica» 21-07-2013
Alessandra Iadicicco «La Stampa» 04-08-2013
Tino Mantarro «Touring» 01-10-2013
Andrea Cortellessa «Alfabeta2» 27-10-2013
Anna Ferrari «L'indice dei libri del mese» 01-05-2014
 
In Grecia seguendo gli oracoli
Alberto Pezzotta «Corriere della Sera - Milano» 15-07-2013
A Milano c'è una nuova casa editrice: si chiama Humboldt (dal cognome di un esploratore dell'Ottocento) e pubblica libri di viaggio. Associandosi alla maceratese Quodlibet, ben nota ai lettori più raffinati, ha dato inizio a una collana inedita: ciascuno degli elegantissimi volumi è commissionato a una coppia di autori, uno scrittore e un artista-fotografo. Dopo «Narciso nelle colonie/Un altro viaggio in Etiopia» di Vincenzo Latronico e Armin Linke, esce «Oracoli, santuari e altri prodigi. Sopralluoghi in Grecia», dove il filologo Dino Baldi è affiancato da Marina Ballo Charmet. Il libro (pp, 200, ? 19) viene presentato domani alle ore 19 a The Standard-Isbn, in via Conca del Naviglio 10.È una Grecia insolita quella percorsa dai due autori nel corso di dieci giorni nel 2012. Una Grecia tra passato e presente, fatta di rovine, ma non di cartoline. Punto di parenza: gli oracoli, da Delfi a Dodona. «La Grecia è talmente vasta e conosciuta che bisognava trovare in filo d'Arianna non scontato», spiega Baldi. «Gli oracoli sono scrigni che racchiudono storie e miti. E poi sono pertinenti col tema del viaggio: erano visitati da tutti i greci». Il libro si apre con una citazione di Ovidio («Nulla muore nell'infinito mondo, ma cambia faccia»), e si chiude col racconto della morte di Pan. «C'è una contraddizione tra il fascino e la presenza del mito, e la sensazione netta che questo mondo non esiste più. Ho cercato di capire se in questi luoghi ci fosse ancora qualcosa di vivo, ma volevo anche trasmettere il fascino per la fine delle cose. Tutte le catastrofi hanno una loro bellezza». Spesso, nel libro, il contrasto tra passato e presente è violento e paradossale. Ma proprio nella degradata Eleusi Baldi avverte ancora la presenza dei Misteri. «Eleusi non ha il mantello della retorica addosso. Il mito risuona per contrasto con le ciminiere e l'aria inquinata. Dà più rilievo a quello che è rimasto: è il contrario dei siti archeologici per turisti che si somigliano tutti, coi loro percorsi obbligati».Nel libro, ovviamente, si parla anche della crisi e del presente: sempre in obliquo, evitando i luoghi comuni e lasciando parlare i dettagli. La stessa assenza di retorica si trova nelle foto di Marina Ballo Charmet. Ma conciliando ricerca rigorosa e pragmatismo, in appendice ci sono anche informazioni pratiche, piantine e un'impagabile guida culinaria di Alberto Saibene.
Oracoli, santuari e altri prodigi
Elio Grazioli «Doppiozero.com» 17-07-2013
Un libro davvero particolare (Dino Baldi, Marina Ballo Charmet, Oracoli, santuari e altri prodigi. Sopralluoghi in Grecia, Humboldt Books/Quodlibet), sia per il testo che per le immagini, e naturalmente per il loro rapporto, visto che i due autori, Dino Baldi per il testo e Marina Ballo Charmet per le fotografie, hanno fatto sì il viaggio insieme, ma la fotografa non si è data pena di accompagnare il testo e si è ritagliata uno spazio a sé. Due lavori autonomi dunque, quello di Baldi e di Ballo Charmet, anche se legati da una sicura sintonia.
Per il testo richiamiamo solo questa dichiarazione d’apertura perché ha a che fare con l’immagine: "Non credo serva a niente, oggi, andare in Grecia con gli occhi del vigoroso esploratore dell’Ottocento nutrito di buone letture, o dello stanco profugo del Novecento in cerca di una via di fuga dall’orrore. Sono tutte immagini che, decantate e addomesticate, sono scese sulla rètina del viaggiatore moderno a formare un velo opaco che rende ogni cosa immobile e uguale a sé stessa, e tutta la Grecia una lezione al mondo. Preferirei invece che questa, pur con tutti i suoi limiti (e i miei limiti), fosse un’occasione per fare esperienza diretta della fine delle cose”. Certo l’“esperienza diretta” è una grande scommessa, forse impossibile, ma si capisce che cosa ci si può aspettare alla lettura: una magnifica distesa di erudizione con belle descrizioni e picchi di riflessione che richiamano all’oggi, all’ora dell’“esperienza diretta”.
Quanto alle immagini di Ballo Charmet, riprendono le rovine dei luoghi sacri, santuari soprattutto, come stabilito dal titolo del libro. La prima però ritrae piuttosto un gruppo di alberi, con la loro magnifica ombra, che stanno davanti alle rovine, rovesciando il rapporto solito. Forse ci vuole suggerire che è dai tronchi degli alberi che nasce l’idea della colonna, dal loro riparo l’idea di architettura e di luogo sacro, e dall’ombra sia il mistero dell’oracolo che il prodigio della fotografia.
La seconda immagine poi è una delle cinque o sei senza rovine: è la fonte, l’origine, l’acqua che si fa strada. Quindi scorrono le immagine delle rovine, perlopiù fotografate con quello sguardo dal basso o “periferico” come Ballo Charmet ci ha abituato a riconoscere come il suo marchio d’artista. Chi fotograferebbe tante pietre in questo modo così attento ai dettagli, alle disposizioni, in cui il caso conta almeno altrettanto della volontà umana di ordine? Chi fotograferebbe lo stretto di Corinto in quel modo che lo lascia intravedere solo minimamente tra gli alberi abbarbicati alla roccia?
Le rovine, naturalmente, significano la memoria e anche il resto, il sedimento, la stratificazione, e il rimosso anche, in senso psicanalitico. In fondo lo stesso Freud ha usato la metafora dell’archeologia e dello scavo per l’inconscio e l’analisi. Ma l’autrice aggiunge a introduzione delle sue immagini: “ho cercato una relazione empatica con la terra, il resto, con una visione preconscia, non razionale, non di controllo, cercando di fare in modo che il luogo si presenti da sé”. Non documentazione dunque, né veduta, paesaggio. Ma che cosa significa una “visione preconscia”, qui? Empatia e lasciare che le cose si presentino da sé, specifica Ballo Charmet.
Da un lato, l’abbiamo detto, è questa attenzione fluttuante resa dallo sguardo che si lascia catturare da ciò che ha intorno, se ne sente come guardato a sua volta, e lo scruta. Dall’altro ci viene da cercarlo anche a livello tematico dentro le immagini, dove l’incontro tra sguardo e figura si compie e diventa senso più compiuto, metafora di ciò che accade e di ciò che vi si vede, e del medium, anche, cioè qui della fotografia.
Allora ci siamo interrogati sulla presenza, nella stragrande maggioranza delle immagini in realtà assenza – ma appunto! –, umana: dove sono le persone? Certo, prima di tutto Ballo Charmet ci vuole probabilmente dire che l’incontro con l’oracolo, così come con l’immagine, avviene in solitaria, a tu per tu; che l’oracolo, e l’immagine, arrivano ammantato di questo silenzio singolare che solo i luoghi archeologici sembrano possedere e trasmettere. (“Trasmettere” si dice anche del silenzio? John Cage docet.) Poi qualche presenza umana compare. La prima, ci si scuserà l’azzardo, non di una vera presenza umana si tratta, ma, significativamente, di una statua che la raffigura. Ebbene, questa statua è senza testa, acefala, come a indicare quell’assenza di controllo razionale a cui la fotografa si è richiamata e sottoposta e ci invita a fare a nostra volta.
La seconda è nel luogo più architettonico di quelli visitati, il teatro di Epidauro, soggetto di un magnifico gruppo di foto che accentuano tale aspetto architettonico, fatto di geometria, di percorsi rettilinei che segnano la via, la direzione, quasi il defluvio. Che cosa scorre infatti lungo questi passaggi? Il silenzio, e la voce. Il teatro di Epidauro è infatti arcinoto per la sua strabiliante acustica – e del resto la figura dell’anfiteatro è quella di un padiglione auricolare, di un recipiente, di un invaso – che Ballo Charmet sottolinea non esitando a riprendere, come qualsiasi turista, una persona proprio al centro dello spazio scenico. Il tema è dunque il rapporto tra il dire e l’ascolto, le vie che esso percorre, che dal centro e dal profondo (l’inquadratura è dall’alto) si spande e si fa sentire sui bordi, sulle periferie, sui margini.
Le vie tracciate sono in questo senso delle soglie, delle linee di separazione e al tempo stesso di unione tra due spazi, due stati, due mondi. Così le soglie sono il soggetto delle fotografie seguenti: tra piana e monti, tra terra e mare – sottolineata dalla disposizione dei resti proprio a segnare lo sguardo – e anche tra rovine e presente, nelle immagini di Eleusi, dove appare per la prima volta sullo sfondo la città moderna.
Infine le due ultime immagini: la penultima è un buco e nella sua semplicità disarmante è qui la metafora di tutto quanto siamo andati elencando, purché in questo modo, non genericamente (apriamo un’altra parentesi, nel caso non lo avessimo espresso con chiarezza: ci vuole uno sguardo come quello di Ballo Charmet per scattare una foto come questa, delle foto come queste, non lo si dimentichi, non fosse che con quel tocco di asimmetria e quel primo piano sfocato che ognuno di noi avrebbe cercato di evitare): è la bocca dell’oracolo e l’orecchio del richiedente. L’ultima foto ha di nuovo una presenza umana, due turiste che percorrono una via tra le rovine, parallela al piano dell’immagine, da cui fra un attimo usciranno, per entrare...
Viaggio splatter-archeologico nella Grecia degli dei
Pietrangelo Buttafuoco «La Repubblica» 21-07-2013
Nulla da vedere, molto da immaginare. Oracoli, santuarie altri prodigi. Sopralluoghi in Grecia: Dino Baldi e Marina Ballo Charmet hanno fissato il loro viaggio in un libro che smette di essere ciò che fu, ovvero la gita di un filologo e di un' artista, per diventare sotto i nostri occhi di lettori un' esperienza divinatoria. È un modo per leggere i pensieri di Zeus e predire il futuro. E l' Ellade di ieri, con la meraviglia di quei rocchi di colonna e le pietre sparse tra le frasche infestate di zecche, si restituisce al turista al modo di una rapinosa epidemia di bestie, uomini e dèi per tramite di una qualunque giornata di oggi. Zeus salvi i greci dal customer care. Altro che le discoteche. Ed è fondamentale stordirsi di caldo, pungersi con le spine e graffiarsi tra i rovi, perché se il turismo della gente minuta si riversa nelle isole dal pacchetto completo, non è certo da tutti venire a Corinto, il luogo dove sperperare tesori per godere l' amore delle più belle e sacre tra le prostitute. Tutto finisce con la morte di Eschilo e Pericle, poi fu solo oppressione e pochezza di pensiero (lo spiegò bene Nietzsche), mentre la vera Grecia, quella per la gente con un certo gusto per lo splatter storico-archeologico, è rude e sacra. E le cose - annota Baldi in questo suo diario di bordo - sono esattamente per «quello che si vede, niente di più e niente di meno». Come Delfi, che, scrive ancora il filologo non senza ironia, «dà il meglio di sé in quella perfezione portatile, da predella». L' Acheronte sarà pure un' attrazione naturalistica per i vivi, ma un occhio ben stordito - e il lettore di questo libro potrà farne vaticinio- vedrà sul ciglio del fiume la torma infinita dei fantasmi. All' ombra di villaggi dal gusto ordinario, stipati di antenne e parabole il viaggiatore può scrutare il rigo di mare lontano e scorgere Dioniso coronato d' edera, con il tirso in una mano e nell' altra il corno colmo di vino; e con lui immaginare la Grecia dei trifligi, degli ovoli, dei dentelli e delle spighe intrecciate, e perfino quella del serpente nobile, Asclepio, figlio di Apollo, bravo nel resuscitare i morti. Parlare di antichità e di natura è puro gioco. È questo di Baldi e Ballo Charmet (autrice dell' apparato iconografico) è il resoconto di un gioco di viaggio - gioco tanto serio da suonare tragedia - compiuto nella primavera del 2012. Proprio quando la crisi concentra sulla Grecia il rimprovero della finanza internazionale, i due pellegrini in quattromila chilometri mai battuti dal turismo svegliano un' Ellade dove c' è qualcosa di opposto alla spoliazione e «non rimane ancora molto che si lasci guardare senza inganni». Tutto, un tempo, doveva essere bellissimo. «Capitalismo», dice Baldi, «è una parola fuori moda e la scrivo quasi con vergogna». Perfino la natura, «con il mare opaco e scuro sullo sfondo», è perseguitata e vinta. Niente da vedere, tutto da immaginare.
Sopralluoghi in Grecia alla ricerca di oracoli
Alessandra Iadicicco «La Stampa» 04-08-2013
Nostalgia della Grecia. Ovvero – etimologicamente: grecamente – dolore di chi torna o vorrebbe ritornare. All’insegna di un simile sentimento si è compiuto il viaggio di Dino Baldi, filologo e grecista dalla grossa vena di scrittore e narratore, nella terra che non si potrà mai evitare di considerare la culla, il luogo della nascita, il teatro dell’origine della nostra cultura, civiltà e identità. Nemmeno oggi «che si sta discutendo se cacciare la Grecia dall’Europa per non farsi trascinare nella rovina finanziaria», nota Baldi, l’Europa può impedirsi di guardare all’Ellade come a uno specchio deformante dove consolarsi nei momenti in cui teme di perdere se stessa». Perduta invece è la Grecia? Non proprio. È cambiata, è diversa, è diventata un’altra. Perché tutto scorre, nulla si distrugge, tutto si trasforma, come l’autore ricorda nell’esergo al suo volume citando né Eraclito né Lamarck bensì le Metamorfosi di Ovidio: «Nulla muore nell’infinito mondo, credi a me, ma cambia faccia…». Il volume tuttavia, che Baldi avrebbe voluto intitolare con la formula certo nostalgica ma commercialmente poco accattivante di «Questa non è la Grecia» -, qualificato con la dicitura “Sopralluoghi in Grecia” e redatto come un diario di viaggio, registra, ripercorre e favorisce il compimento di un magico passaggio. Realizza, attraverso la rivisitazione di Oracoli, santuari e altri prodigi – cui alla fine è stato significativamente dedicato il titolo del libro, Quodlibet 200 pagg, 19 € - un salto, una trasformazione, una salvifica e liberatoria emancipazione dal culto di ciò che non c’è più.
Partito nella tarda primavera del 2012 in compagnia di un’artista contemporanea, Marina Ballo Charmet, l’autrice dei bellissimi scatti che illustrano il volume, e di un geografo antico, Pausania, di cui tiene in valigia la Descrizione della Grecia in un’impalpabile versione digitale, Baldi iniziò il suo percorso deciso a spogliarsi dell’atteggiamento di tutti coloro che inseguirono la grecità come un mito - Winckelmann, Hölderlin, Nietzsche, Goethe, che in Grecia guarda caso non misero mai piede – o di quelli che vi esperirono la cocente delusione di altrettanto ardenti aspettative: Virgilio, che appena sbarcato al Pireo non vedeva l’ora di ripartire, o Heidegger, che tra i pullman dei turisti ai piedi del Partenone non riuscì a scorgere neppure le tracce degli dei fuggiti… La nostalgia di Baldi – che per Atene non passa neanche: «non vi è nulla di importante», «Atene è un’invenzione romana e dei libri di scuola» - deriva piuttosto da una volontaria «esperienza diretta della fine delle cose», vissuta con intenzione «per curarsi dalla convinzione che in Grecia ci sia tutta la bellezza e la verità». Una bellezza, tuttavia, di commovente, straziante suggestione, si manifesta come un “altro prodigio” a chi ha gli occhi per scorgerla in quelle lande che furono popolate di dei e di eroi, abitate dalle ninfe e dalle muse, celebrate da poeti, sacerdoti e indovini. Proprio negli angoli più desolati, tra i ruderi meno monumentali, tra sassi mutili e degradati, rimangiati dalla natura e “disdegnati dai turisti come rovine abusive”, si rivelano spiriti giganteschi. Nel teatro ellenistico di Corinto ad esempio che, all’incrocio di due mari e di due terre, «è la chiave di volta di tutta la Grecia»; o sulla fonte di Glauce, dove la figlia di Creonte si tuffò per spegnere l’incendio della veste donatale da Medea. Sulla piana di Olimpia, distesa sotto i piedi indifferenti di pastori e greggi al pascolo dove «non saprei dire quello che vi ho riconosciuto, ma ogni volta che ci vado ci sto bene». Nell’antica officina di Fidia, dentro cui, implacabili, hanno fatto il nido i cristiani, consumandola piano come parassiti. O ai piedi dell’Elicona e del Citerone, i due monti fratelli che furono casa per le Muse leggiadre e per le terribili Erinni. Perfino nell’Arcadia celebrata come immagine di bucolica serenità dai poeti romani e in realtà locus horridus e selvaggio in cui pare verosimile che imperversasse Pan il fratellastro di Zeus mezzo uomo e mezzo caprone. La Grecia, mitizzata e vagheggiata da lontano, depredata in epoca di colonialismo archeologico - l’Ottocento in cui le grandi potenze del mondo si contesero le spoglie delle grandi civiltà del passato a colpi di concessioni di scavo” -, custodita in cattività nelle grandi collezioni d’arte e biblioteche europee, ha perso il suo mistero. Ma solo per chi resta aggrappato a “visioni dia catalogo” che non ci mettono più in grado di dire o pensare alcunché. Conserva però il suo profondo segreto agli occhi di chi, osservando il sobborgo industriale di Atene dalla spianata di Eleusi, scorge i segni «del divorzio dell’uomo dal suolo che l’ha generato» ma, sulla bocca della grotta di Ade, dove si perpetuava il sacrificio eterno di Persefone, ritrova il varco tra il sopra e i sotto, tra il dentro e il fuori, tra i divini e i mortali che ancora adesso “lega indissolubilmente la terra all’inferno».
Oracoli, santuari e altri prodigi
Tino Mantarro «Touring» 01-10-2013
Un filologo classico e una fotografa compiono una ricognizione attraverso i luoghi sacri della Grecia Antica, da Delfi al monte Olimpo, da Corinto a Eleusi un itinerario nella Grecia di oggi alla ricerca di oracoli, santuari e altri prodigi della Grecia di ieri.
Non è un pellegrinaggio, ma un vero, insolito, colto racconto di viaggio. Un libro assai elegante, come tutti i volumi di questa collana.
Defotografare il mondo
Andrea Cortellessa «Alfabeta2» 27-10-2013
Più o meno a metà del suo viaggio in Grecia, il filologo e narratore Dino Baldi giunge nell’ònfalos, il cuore di tenebra e di luce, di ogni idea di classicità. Eleusi, il luogo del Mistero. Il luogo dei riti tenuti più gelosamente segreti dell’antichità, il luogo che nei secoli ha attirato irresistibile tutti coloro che Sono Alla Ricerca Di Qualcosa (e, proprio perché non Sanno Bene Di Cosa Siano In Cerca, è qui che vengono). Un luogo che delude le attese, naturalmente.
Oggi Eleusi, infatti, è il sobborgo industriale di Atene. Cioè il posto più inquinato della Grecia: soffocato di cantieri, stabilimenti e, tutt’intorno, «case tutte uguali stipate di antenne e di parabole». Un luogo che – a differenza di tanti altri che, nello stesso paese, ammanniscono al turista di massa «visioni di maniera che inquinano più delle raffinerie» – neppure prova a fingere di aver restaurato la sua antica, forse immaginaria identità.
E allora, conclude paradossale Baldi, «si sta proprio bene a Eleusi»: perché «non c’è nessuno che ti dica come devi guardare le cose, e le cose non ammiccano a una loro bellezza perduta». Un luogo perfetto per Marina Ballo Charmet, insomma: «Quando vedo Marina che si muove fra le pietre senza fare obiezioni, senza cercare niente né aspettarsi niente, mi vengono in mente le foto di marciapiedi che mi ha fatto vedere prima di partire, e mi pare che per posti come questo non ci siano occhi migliori».
In generale la Grecia contemporanea, per la sproporzione fra il suo passato assoluto e il suo presente quanto mai relativo (con una certa cattiveria afferma Baldi che i greci di oggi «dovrebbero provare a cambiare nome, come i figli d’arte che vogliono smarcarsi dall’ombra sterile del padre»), è una perfetta macchina per disattendere le aspettative. Non è un caso che sia appunto un greco di oggi, Jannis Kounellis, l’artista ad aver dato l’interpretazione più spietata e meno estetizzante, di quel passato, all’interno di Post-classici (la mostra, a cura di Vincenzo Trione, chiusa il 29 settembre al Foro Romano): frammenti di colonne e altri elementi architettonici sono disposti sul terreno come a incorniciare un’immagine, un oggetto, un fuoco dell’attenzione. Che ovviamente manca.
Ballo Charmet è la fotografa che, come in tutti i libri della serie Humboldt ideata da Alberto Saibene e Giovanna Silva (Oracoli, santuari e altri prodigi è il secondo della serie, dopo Narciso nelle colonie di Vincenzo Latronico e Armin Linke), accompagna uno scrittore e compone, in parallelo al suo, un proprio viaggio per immagini (nel volume c’è anche un bel saggio di Marco Rinaldi, a ricordare il precedente di Gastone Novelli: che negli anni Sessanta si confrontò a sua volta con la Grecia contemporanea utilizzando entrambi i media, la parola e l’immagine). E le fotografie della Grecia riprodotte nel volume – Olimpia, Corinto, Epidauro, appunto Eleusi… – appaiono anche alla fine del percorso allestito da Stefano Chiodi, al museo MACRO, col titolo Sguardo terrestre.
Proprio Chiodi definisce «la città contemporanea», sin dai primi anni Novanta oggetto privilegiato di questa fotografia (i «marciapiedi» che ricorda Baldi), «una fabbrica di nulla»: «Cemento, granito, asfalto, intonaco, ferro, polvere, sabbia, legno, erbacce, detriti, segni labili, ottusi, uno sporco tenace». Sono questi gli elementi di una «strana tavola periodica» che (senza però le pretese classificatorie dei suoi grandi predecessori, Bernd e Hilla Becher) lo sguardo di Ballo Charmet mette a nudo, con un doppio movimento: ingrandendone i dettagli – come nell’apologo sulla fotografia di Michelangelo Antonioni, Blow-up – sino all’informe, all’infra-ordinario, alla disgregazione materica; e soprattutto abbassandosi, sin quasi al livello della superficie (con quello che Jean-François Chevrier chiama «sguardo del cane», e che l’artista preferisce definire infantile: in effetti la serie Primo campo, del 2001-03, è dedicata – dolce e inquietante insieme: senz’altro legata all’altro mestiere, di psicoterapeuta, di Ballo Charmet – ai dettagli della pelle umana nella piega fra spalla e collo, dove cioè riposa lo sguardo del bambino in braccio al genitore…).
Rispetto alla tradizione egemone della fotografia italiana – per esempio rispetto a Gabriele Basilico, un cui seminario frequentato nell’87 fu decisivo per la sua vocazione – il vettore di questa ricerca appare diametralmente opposto. Lo dimostra il suo stilema più evidente, la sfocatura: laddove in Basilico e dintorni il «tutto-a-fuoco» serve a rendere «il visibile […] leggibile nella profondità» il continuo ondeggiare del fuoco, nelle fotografie di Marina Ballo Charmet, suggerisce che già la superficie delle cose sia «cieca, impenetrabile, indecifrabile» (Chiodi). La stessa autrice dichiara che, nel fotografare, a interessarla «non è la messa a distanza, il punto di vista elevato, razionale, ma l’essere-nel-luogo, dove l’elemento del controllo si allenta, entra in crisi».
È quella che il lessico psicoanalitico a lei più caro (Anton Ehrenzweig, Salomon Resnik) definisce visione laterale, «periferica o distratta» (e infatti la prima serie matura, del ’93-94, s’intitola Con la coda dell’occhio; perfettamente in sintonia con lei, allora, è Dino Baldi quando, durante il viaggio in Grecia, deliberatamente omette di visitare il suo centro naturale, la capitale: «Ad Atene non c’è nulla d’importante, non ci voglio andare»).
Ma c’è un ulteriore spaesamento, più sottile ancora, che induce il lavoro di Marina Ballo Charmet. Me ne sono reso conto di fronte alla sua opera (per paradosso) più «spettacolare», collocata sulla parete di fondo della mostra al modo di un grande come-volevasi-dimostrare: il trittico a colori Paris, Les Buttes Chaumont, del 2006 (dalla serie Il parco, ambientata in altri spazi simili fra Parigi e Milano). Le tre immagini – che riprendono persone sdraiate nell’erba a prendere il sole o a leggere il giornale, più lontano dei bambini che giocano coi loro genitori – hanno in comune gli stilemi cui il linguaggio di Ballo Charmet ci ha abituato:
il piano della composizione è s-centrato dall’abbassamento della prospettiva (sicché al centro dell’immagine non si trova il suo presunto «soggetto», quello che ho appena descritto, bensì l’erba che si frappone fra esso e l’occhio della macchina) e la sua superficie è «macchiata» dal fuoco ondivago, che restituisce con precisione determinate parti del piano «allontanandone» altre in tratti più confusi. Ma a rendere totalmente s-paesante l’opera è soprattutto qualcosa che in prima battuta percepiamo, invece, solo per via subliminale. La successione delle tre immagini infatti (con un effetto che in catalogo si perde, purtroppo) sembra, ma a ben vedere non è, quella logico-spaziale rispondente alla nostra ipotetica percezione «reale». Dalla collocazione delle persone nelle tre fotografie, quella che si trova a sinistra (i bambini che giocano) in teoria dovrebbe invece – per riprodurre la «panoramica», diciamo, del nostro sguardo – stare a destra. Con questa semplice inversione dell’ordine spaziale, esplicitando un procedimento che è in realtà all’opera in ogni singola immagine, viene così messa in discussione l’implicita credenza «narrativa» che, volenti o nolenti, attribuiamo alla fotografia nei confronti della realtà.
Marina Ballo Charmet ha realizzato anche dei video, e parlando con Chiodi delle proprie immagini metropolitane definisce i suoi dei «fermo-immagine del nostro vivere e camminare nella città»: come se appunto ogni immagine servisse a «fermare» l’immaginario, interminabile film della nostra esistenza (secondo la stessa logica che induceva il Pasolini di Empirismo eretico, negli anni Sessanta, a definire il cinema la «lingua scritta della realtà»). Ma giustamente Chevrier ci mette in guardia dal confondere «immagine fissa e fermo-immagine». Le singole fotografie «con i procedimenti della ripresa cinematografica hanno in comune solo l’esperienza della mobilità dello sguardo in un campo dato».
Eppure la disposizione in serie (come, in questo caso, in trittico) delle immagini fisse, in una sorta di effetto Kuleshov della nostra attenzione, ci induce ogni volta a metonimicamente narrativizzarle, come appunto quando seguiamo un film. Così che l’infrazione di Ballo Charmet – nei confronti di questa sintassi, incongrua e implicita quanto, per lo più, strettamente vigente – ci turba in profondità. La sua non è un’antinarrazione ma, più radicalmente, una de-narrazione: come chiama, le sue, il poeta Mark Strand. L’illusione di coerenza lineare, decostruita al proprio interno, fa vacillare il nostro senso del tempo, la nostra collocazione nello spazio e dunque, in generale, il nostro rapporto con la realtà.
Io stesso ho citato prima un celebre film. Ma è a un altro grande maestro del cinema di quegli anni che mi fa pensare questo lavoro: all’Alain Resnais che una volta – per spiegare le infrazioni all’ordine diegetico di un film come L’année dernière à Marienbad – ricordò, o inventò, che quando era ragazzino riceveva i fumetti delle sue serie preferite direttamente dagli Stati Uniti. I fascicoli affrontavano un viaggio lungo e travagliato, sicché poteva capitare che gli arrivasse, prima del numero cui era giunta la sua lettura, quello ancora successivo; o che d’improvviso apparisse un numero precedente di cui s’erano nel frattempo perse le tracce.
Il viaggio dell’immagine – come quello nella terra che vive del proprio passato – è una macchina per disattendere le nostre aspettative. O, come definiva Borges il cinema quando è arte, un labirinto senza centro.
Tra digiuni, lavacri e abluzioni
Anna Ferrari «L'indice dei libri del mese» 01-05-2014
Prendete un filologo classico esperto e raffinato, che sia anche uno scrittore sobrio ed elegante. Mandatelo in Grecia per una vacanza non balneare, magari un po' fuori stagione, dandogli carta bianca sulla scelta dell'itinerario. Affiancategli una fotografa fuori dagli schemi, dotata del giusto grado di distacco dal fascino delle rovine e sufficientemente impermeabile alla seduzione dei paesaggi più carichi di storia al mondo. E metteteli nelle mani di uno degli editori più colti e innovativi che sia dato di trovare oggi in Italia. Avrete buone probabilità di ottenere da questi ingredienti uno dei libri più anticonvenzionali e rivelatori, erudito ma insieme piacevolmente leggibile per la notevolissima qualità della sua scrittura, che siano stati dedicati negli ultimi tempi alla Grecia antica.
Il libro in questione è Oracoli, santuari e altri prodigi. Sopralluoghi in Grecia, e i personaggi che hanno contribuito, ciascuno per le proprie competenze, alla sua nascita sono Dino Baldi, filologo classico e scrittore (tra l'altro ha tradotto l'Anabasi di Senofonte e pubblicato Morti favolose degli antichi sempre per Quodlibet) e Marina Ballo Charmet, artista di ricca e variegata esperienza che si occupa di fotografia e video, nonché psicoterapeuta.
Le 152 pagine che costituiscono il corpo principale dell'opera sono integrate da un Dossier Grecia che comprende un saggio di Marco Rinaldi dedicato a Il viaggio in Grecia di Gastone Novelli e uno di Maria Giovanna Cicciari su Hyperion. Appunti per un film sulla Grecia. Completa il volume la sezione Appunti locali, dove Alberto Saibene propone un'introduzione semiseria alla cucina greca seguita da alcune informazioni pratiche su come raggiungere i siti e che cosa ci si può aspettare (o non ci si deve aspettare) di trovarvi.
La scelta di ripercorrere il suolo greco seguendo il fil rouge dei santuari oracolari è un esplicito rifiuto della Grecia da cartolina, del candore abbacinante delle colonne di marmo, delle nudità alabastrine delle sculture esposte nei musei, del mare di cristallo delle isole degli dei, della collina gravida di storia del Partenone (Atene, tanto per dire, non c`è; se ne parla solo per precisare che da questo itinerario resta fuori, spiegandone le ragioni). Quella di cui l'autore-viaggiatore va qui alla ricerca, novello Pausania del XXI secolo, è un'altra Grecia,
quella nascosta e segreta, dove gli dei palesavano non il loro volto luminoso, bensì quello inquietante, rivelando agli uomini che si affannavano a interrogarli i disegni oscuri del fato. E la Grecia di quell'irrazionalità che per tanto tempo i classicisti si sono affannati a negare, innamorati dell'idea che della Grecia si erano fatti guardandone un aspetto soltanto, quello limpido e razionale che, da solo, non è probabilmente mai esistito.
La Grecia della quale Baldi va alla ricerca, pur se riemergente da un passato remoto, è in meravigliosa sintonia con la Grecia di oggi (si leggano per esempio le pagine dedicate a Dion, o quelle su Licosura). E non sarà un caso se con ostinata insistenza l'autore ci dice che arriva nei siti archeologici, quasi sempre, dopo l'ora di chiusura, o si spinge in luoghi recintati e apparentemente non aperti al pubblico, ai quali riesce ad accedere solo scavalcando fortunosamente steccati e recinzioni: come se solo da abusivo il visitatore del XXI secolo potesse avvicinarsi all'indole vera di quei luoghi dimenticati, alla natura profonda di una civiltà della quale tutto è stato detto ("Sulla Grecia è difficile dire qualcosa di nuovo, e le sciocchezze, in particolare, sono già state dette tutte"). Tutto è stato detto, fuorché probabilmente ciò che davvero essa è stata.
Non è consono a una visione solare, razionalizzante, di tipo tradizionale, per esempio, il racconto di Anfiarao che si legge nelle pagine dedicate a Oropo: di quell'Anfiarao indovino che regnava su Argo, che partecipò alla guerra dei Sette contro Tebe e che, sconfitto, "fuggiva sul suo carro lungo le rive del fiume Ismene inseguito dal tebano Periclimeno", quando, "proprio nel momento in cui stava per essere colpito alle spalle da una freccia, Zeus pietoso aprì con il suo fulmine una voragine davanti a lui, e Anfiarao ruzzolò dritto davanti a Minosse con tutto il carro, la corazza e l'auriga Batone al fianco", vivendo da quel momento come dio degli inferi. E ci schiude orizzonti di abissale oscurità la storia di Trofonio e del suo oracolo a Lebadea, dove gli interroganti si sottoponevano a un complesso rituale che costituiva "un percorso di conoscenza specularmente inverso a quello della nascita", tra digiuni, lavacri e abluzioni, sprofondamento nelle viscere della terra e soggiorno nelle tenebre di un oscuro antro sotterraneo per un tempo imprecisato, fino all'ottenimento, dopo un'esperienza sconvolgente, della risposta del dio.
Anche dei luoghi più noti, come Delfi o Olimpia, Baldi mette in risalto i risvolti meno conosciuti, più oscuri, che contribuiscono a rivelare sfaccettature segrete e oblique dello spirito greco; trovando in questo atteggiamento una perfetta corrispondenza nelle fotografie di Marina Ballo Charmet che, nei luoghi consacrati da secoli di incondizionata ammirazione degli occidentali, indugia con l'obiettivo non solo sui paesaggi e le rovine resi celebri dalla tradizione, ma soprattutto, con meticolosa precisione e sublime indifferenza verso il dato monumentale, su ciuffi d'erba secca che spuntano nella terra arida, su pietre dimenticate (forse neppure scolpite), su scenari naturali che potrebbero essere ovunque e in nessun luogo. Quasi a suggerire una forma impensata di universalità della Grecia, paese unico al mondo eppure uguale a qualsiasi altrove; e a ribadire anche con le immagini, e non solo attraverso le parole del testo, la volontà di scoprire l'altra Grecia. Quella vera.
Zygmunt Bauman ha suggerito che alla metafora delle radici andrebbe contrapposta quella dell'àncora: perché le radici, se pur forniscono linfa vitale, suggeriscono l'idea dell'impossibilità di ogni allontanamento, una sorta d'ineluttabilità che impedisce la scelta; mentre l'àncora uno la getta dove vuole fermarsi, legandosi così (e in modo che può essere solo provvisorio) a un punto scelto con consapevolezza, dal quale potrà comunque sempre ripartire. Il viaggio di Baldi è un gettare l'àncora: un tornare a porti conosciuti e cercarne aspetti nuovi e segreti. Non perché lì affondano le radici, ma perché (nel bene e nel male, tra le meraviglie dell'arte e la decadenza di pietre e paesaggi abbandonati) lì è bello fermarsi. E guardarsi intorno senza lasciarsi condizionare da ciò che si crede, in quei porti, di dover trovare.
2013
Humboldt
165x220
ISBN 9788874625307
pp. 240
€ 19,00 (sconto 15%)
€ 16,15 (prezzo online)