Cosmologia portatile
Cosmologia portatile
Scritti, disegni, mappe, visioni
 
Con illustrazioni in b/n
A cura di Francesca La Rocca
 
 

 

 

L’utopia da sempre accarezzata da Italo Rota è quella condivisa da larga parte dell’architettura radicale italiana (Superstudio e Archizoom su tutti): quella cioè di fare architettura senza costruzione, bensì attraverso l’inserimento di oggetti, che siano di nuova concezione od objet trouvé poco importa.
Non a caso la maggior parte dei suoi lavori realizzati in oltre trent’anni di carriera sono soprattutto progetti di interni e allestimenti. Ne deriva una rivoluzione, in senso letterale, del modo in cui il design e l’architettura possono essere pensati specie in termini spaziali. O forse si tratta solo di un modo in cui l’autore c’invita a reinterpretare un’antica profezia contenuta in L’arte decorativa (1925) di Le Corbusier: «al vuoto del secolo della macchina bisogna reagire con l’effusione ineffabile di un ambiente che culli e inebri con dolcezza». Gli scritti qui raccolti per la prima volta descrivono appunto le profonde conseguenze di questo punto di vista sovversivo che prosegue nella seconda parte in parallelo attraverso i disegni al tratto, in massima parte inediti, che l’autore ha realizzato con un semplice mouse: disegni, mappe e visioni partorite o saccheggiate dalla smisurata cultura bibliografica dell’autore, atte più a smarrirsi che a orientarsi.

 

Recensioni 
Fulvio Abbate «Teledurruti» 02-09-2013
Luigi Prestinenza Puglisi «PressTletter» 13-09-2013
Mario Gerosa «AD Today» 25-09-2013
Valia Barriello e Giulia Mura «Artribune.it» 30-09-2013
Valentina Ciuffi «Abitare» 01-10-2013
Luca Galofaro «Domus» 04-10-2013
Pierluigi Panza «Corriere della Sera» 09-10-2013
Paolo Cremisini «Il Segnalibro» 01-12-2013
Stefano Ciavatta «Rivista Studio» 17-12-2013
Federico Vercellone «Tuttolibri - La Stampa» 21-12-2013
Chiara Alessi «Il Fatto Quotidiano» 23-12-2013
Francesco Merlo «GQ» 01-12-2014
 
Fulvio Abbate ti spiega cos'č mai il design con Italo Rota
Fulvio Abbate «Teledurruti» 02-09-2013
Ecco la videorecensione di Fulvio Abbate al libro di Italo Rota, visibile cliccando qui.
LPP recensisce Cosmologia portatile di Italo Rota
Luigi Prestinenza Puglisi «PressTletter» 13-09-2013
Ecco la viderecensione visibile cliccando qui
Cosmologia portatile
Mario Gerosa «AD Today» 25-09-2013
Cosmologia portatile, il libro in cui Italo Rota, maestro dell’architettura e teorico, presenta la sua visione sull’arte di costruire, è interessante per due ragioni: da un lato rappresenta una sintesi del suo pensiero, prospettato nei singoli capitoli, e dall’altro è un ottimo strumento per muoversi attraverso le varie diramazioni della sua idea di architettura, spostandosi da un capitolo all’altro (Atlante dei disegni compreso), seguendo le proprie curiosità. In tal senso è un libro dinamico, che non si limita a suscitare dubbi o quesiti o a dare risposte, ma che aiuta il lettore a trovare delle strade possibili, spingendolo ad avventurarsi in un territorio complesso e affascinante.
Cosmologia portatile è un libro utile a chi si interroga su alcune questioni cruciali del dibattito sul progetto. Uno di quei libri che non si abbandonano mai, come L’architettura della città di Aldo Rossi o Delirious New York di Rem Koolhaas. In ogni capitolo Rota mette sul tavolo tutta una serie di questioni e propone le sue idee, sempre originali e non di rado provocatorie, parlando di architettura anche indirettamente, evocandola, facendo riferimento a temi apparentemente lontani. Ed ecco allora che il filo conduttore si snoda dagli “Interni informi” alla “Rimagicizzazione del mondo”, passando per un appassionante excursus su “Sarcofagi e astronavi”, delineando una teoria da opera aperta, con vari finali possibili. Completa il volume, curato da Francesca La Rocca, autrice di un bel saggio introduttivo, l’“Atlante dei disegni”, dove le immagini realizzate da Rota con il mouse offrono altri spunti per perdersi nei territori del progetto contemporaneo.

Tra le pagine del libro affiora a intermittenza il concetto di “casa” secondo Italo Rota. E a un certo punto la casa viene definita “un garage-palcoscenico”. Lo spazio domestico è quindi uno spazio in cui rappresentarsi o uno spazio più intimo da vivere da soli?
E’ entrambe le cose. Con le varie libertà che stiamo conquistando, vivere da soli non vuol più dire stare in solitudine. Per questo è importante avere una parte tutta per sé nella casa, che resta un palcoscenico per confrontarsi con gli altri ma che è rappresenta anche un luogo in cui lavorare e pensare. Quest’ultima accezione è significativa in un periodo in cui il “tempo libero” di una volta è stato soppiantato dal “total time”, che tra l’altro ha comportato la sparizione degli “hobby”.

Lei dice che “l’assenza di progetto è forse il peggiore di tutti i progetti”. Ma oggi la città può essere ancora disegnata?
L’assenza del progetto è dovuta al fatto che non si riesce più a progettare: ci sono una serie di regole che configurano la città. Non c’è più spazio per il progetto. Questa summa di regole sparisce soltanto nella grandissima scala, nella “Bigness” di cui parla Koolhaas.

I musei e le opere che contengono sono uno dei temi trattati nel libro. Si dice che non è più necessario esporre gli originali. Perché?
Col passar del tempo siamo arrivati a compiere delle visite rituali svuotate di ogni significato. Basta pensare alla sala della Gioconda al Louvre: il vetro che protegge l’opera diventa una barriera per lo spettatore, che ha pochissimo tempo per ammirare il dipinto e vede una moltitudine di persone riflesse nel vetro protettivo. Allora, per conoscere veramente un’opera, o si punta sui quadri che non vengono presi d’assalto dal grande pubblico, oppure si espongono riproduzioni digitali ad altissima definizione che permettano di cogliere ogni minimo dettaglio. In definitiva, in questo modo si realizza in positivo l’idea di Walter Benjamin sulla riproducibilità dell’opera d’arte.

E’ una delle applicazioni della tecnologia a favore dell’arte, un discorso che riserva ancora molte sorprese…
Qualche esempio interessante c’è già stato: penso all’interpretazione di Greenaway dell’Ultima cena di Leonardo.

Nel libro si dice che presto potremo vivere in luoghi pienamente condivisi. Che cosa intende?

Mi riferisco più che altro a luoghi riconosciuti come punti di incontro da collettività trasversali. Comunità che fanno esistere quel luogo – che magari non c’è fisicamente- grazie alla diffusione di immagini che documentano un incontro o un evento.

In Cosmologia portatile si dice che l’architettura si deve adeguare a nuovi tipi di corpi e a una nuova corporeità. Che cosa significa?
Intendo dire che si comincia a pensare l’architettura facendo riferimento a persone molto diverse le une dalle altre, che non sono necessariamente simili all’uomo leonardesco o a quello del Modulor di Le Corbusier. Perché tutti i fruitori dell’architettura dovrebbero avere lo stesso corpo muscoloso e lo stesso sorriso ebete dei modelli usati per i trattati dell’arte del costruire? Di tutte le persone più interessanti della storia dell’umanità, nessuno rientra in quei canoni.
Design lieve. Intervista con Italo Rota
Valia Barriello e Giulia Mura «Artribune.it» 30-09-2013

Una sorta di teoria della decrescita dell’edificare è quella contenuta negli scritti di Italo Rota raccolti in questo volume edito da Quodlibet con Abitare. Saggi accompagnati da molti disegni, spesso inediti, realizzati col mouse. Del libro e di altre questioni abbiamo parlato con l’autore. 

La sua grande attenzione al tema del disegno come espediente narrativo come influisce sulla creazione nelle diverse scale, dal design all’architettura? 
Ho sempre usato il disegno come uno strumento per comunicare il pensiero, ma quelli contenuti nel libro sono disegni dal carattere diverso, privati, direi quasi notturni. Tutti coloro che fanno mestieri legati alla creatività disegnano, l’immaginazione stessa è un disegno. Dopotutto, in passato alcuni galleristi e poi i musei hanno presentato i disegni di architettura come un’attività autonoma dalla costruzione, come un problema narrativo che va da Le Corbusier a Léon Krier fino ai renderesti odierni.
 
I segreti per un allestimento “perfetto”: sostanza o apparenza?
Un allestimento è perfetto solo quando si crea un’alchimia perfetta fra contenuto, contenitore e storia da raccontare, ma questo accade solo per chi ha la fortuna di potersi occupare di tutti e tre questi aspetti, cosa assai rara in verità, mentre l’allestimento in sé è poco interessante.
 
A partire dalla sua concezione erudita dell’architettura, scritta e disegnata ancor prima che costruita, quali sono le differenze riscontrabili tra la visione italiana e quella all’estero? Al di là dell’indolenza burocratica del nostro Paese e del suo continuo ritardo nell’avvicinarsi al contemporaneo, esistono ancora differenze sostanziali nell’approccio concettuale al fare architettura?
Penso che oggi ci sia una grande differenza tra chi si diverte, da noi o all’estero, e chi ha paura, come molti in Italia… La paura più grande è quella di trovare lavoro, una paura così forte che spesso è difficile persino parlarne.
 
Nella sua carriera è stato insegnante prima e direttore ora (NABA e Domus Academy). Quanto considera importante per gli studenti una formazione mirata, considerando che i grandi maestri del design erano architetti o non erano laureati? Quanto è importante per lei “insegnare il design”? È come tramandare di padre in figlio un antico mestiere?
Oggi insegnare design significa occuparsi di una serie di verbi coniugati al futuro su tematiche fondamentali: come mangeremo, come ci muoveremo, lavoreremo ecc. Tutto questo è molto diverso, mi pare, dal tradizionale passaggio di consegne padre-figlio proprio dell’artigianato.
 
Naba e Domus Academy sono dotate di laboratori attrezzati che consentono agli studenti di realizzare ogni tipo di prototipo e di stare al passo con il proliferare dei fablab. Tra autoproduttori/makers e designer vede una grande differenza o sono tutti una grande famiglia?
Più che questa differenza credo occorra capire se quello che facciamo serva agli altri umani, se i manufatti che produciamo servano o meno a sviluppare nuove economie e se tutto questo generi nuove ricerche secondo un circolo virtuoso, tutto qua.
 
Un bilancio dell’esperimento della scuola gratuita Tam-Tam?
Tam Tam [la scuola nata da un’idea di Alessandro Guerriero, Riccardo Dalisi e Alessandro Mendini ospitata alla NABA, N.d.R.] è un esperimento interessante supportato dall’esperienza di persone diverse che producono oggetti eterogenei a cui guardiamo con grande curiosità, ma sono in una fase iniziale e dagli esiti ancora imprevedibili.
Cosmologia portatile
Valentina Ciuffi «Abitare» 01-10-2013

Avere una conversazione con Italo Rota sul suo libro è un po’ come stare dentro al suo libro. La voce, bassa, ti conduce lentamente dentro un flusso di cose e parole che può prendere direzioni inaspettate, potrebbe non finire, ha un insolito e felice rapporto con la pertinenza e la consequenzialità. È, felicemente, molto oltre.

Non era detto che questo flusso orale riuscisse a tradursi in pagine da incontrare come si incontra il loro autore: all’inizio, ma anche nel bel mezzo, o addirittura alla fine di una concatenazione di pensieri. Ci si trova, in ogni caso, circondati da un buon gruppo di parole, di fronte a un’immagine poco probabile o una nozione fuori dall’ordinario, dentro o fuori dal mondo dell’architettura (a tratti davvero lontani), comunque armati (dallo stesso autore) di strumenti che rendono l’orientamento facile e personalissimo.

 

In uno degli scritti raccolti nel libro racconta l’installazione artistica, la sua materialità e il suo esploratore: un viewer, un occhio con un corpo. Anche il suo libro sembra un’installazione, un mondo a sé in cui le regole, se si scoprono, si scoprono strada facendo, tra materia di immagini e materia di parole… lei come lo ha concepito, come pensa il suo lettore lo attraversi?

L’installazione va attraversata, usata dal corpo del visitatore, prima è un accumulo abbastanza organizzato di cose, ma la sua vita inizia quando il viewer la attiva, entrandoci. In questo senso è diversa dall’opera d’arte classica, autonoma, indipendente. L’installazione non può essere utilizzata in maniera impropria, come non può esserlo questo libro. La sua scrittura collagistica fa sì che ognuno degli scritti (qui pubblicati integralmente) sia smembrabile in parti che funzionano anche da sole. Ciascuno può tagliarle e rincollarle a modo suo.

L’altra cosa che lo rende vicino a un’installazione è che è fatto di ingredienti, materie, molto diverse. I testi hanno a che fare con l’architettura, ma anche no. Ho sempre considerato il mio lavoro di architetto come un lavoro da dilettante, ho realizzato tanti progetti è vero, ma l’architettura non è mai stata un’ossessione. Conosco la sua natura feroce, so il male che può fare, e che ha fatto, quella moderna in particolare. Nel dopoguerra, dall’università della Calabria a quella di Barcellona è stata coltivata un’architettura ripetitiva e auto-referenziale che ha asciugato ogni slancio creativo: la creatività si è spostata prima verso la moda e il design, poi verso nuove tecnologie e l’architettura se n’è rimasta lì come una cretina, tutta cemento e ferro, chi va fuori qualche metro in più, chi torna endré…poca roba. Mentre quelli, tra gli architetti, che credono di aver instaurato una relazione proficua con la tecnologia, sono ancora lì a pensare che una stampante 3D possa cambiare il mondo… È, da tempo, un problema di super intelligenza, di persone sprovviste di talento creativo ma dotate di una notevole intelligenza speculativa, organizzativa, accademica che dovrebbero impiegare diversamente invece di ossessionarsi a costruire – un nome per tutti: Gregotti. Un altro problema dell’architettura è che gli storici, da tempo, non studiano più i documenti originali dell’architettura del XX secolo, continuano invece a lavorare solo sui testi di critica…e questo è quantomeno riduttivo.

Un’altra sensazione che viene dallo stare tra le sue pagine è quella di sentirsi sopraffatti, un po’ come in India: quantità di colori, odori, di informazioni e di impressioni. Poi il flusso è ben diretto dunque non c’è la sensazione di perdersi… ma, ugualmente, ci si ritrova a chiedersi, come accade che qualcuno arrivi ad accumulare nozioni così diverse, in direzioni così diverse, nel dettaglio. Dalla casa di Freud alle montagne del Tibet, dai riti di fondazione romani o indiani ai silex (primi coltelli di pietra) ai videogame… Da quale angolazione si mette a guardare il mondo e tutte le porzioni insolite che ne via via va inquadrando?
L’India è la moltitudine degli umani, è quando un’enorme quantità di umani costituisce il paesaggio, non c’è l’orizzonte che troviamo nel mondo latino…
Perché conosco, incontro, tante cose in direzioni così diverse? Forse perché non ho obblighi di sorta, non sono uno storico, non sono un docente e sono in linea la nostra epoca: prima c’è stato l’affastellarsi delle immagini, poi delle suggestioni, ora c’è l’affastellarsi delle sources (“sorgenti” o “fonti”, non so neanche se c’è una traduzione corretta in italiano). Le espressioni più compiute di un buon rapporto con la conoscenza oggi mi sembrano certi documentari, come quello bellissimo di Herzog sulle Grotte di Chauvet (vedi A531, ndr), che hanno un filo molto più forte di ogni possibile coerenza narrativa. Nel film si arriva alla conclusione che non ci sono rappresentazioni di uomini e di donne nelle grotte perché, avendo bisogno di luce per lavorare, gli uomini vedevano già le proprie figure proiettate come ombre sulle pareti di pietra, c’erano già, in qualche modo… Ecco, invece di stare a dannarsi l’anima nel tentativo di scoprire se fossero religiosi o meno, o altre inutilità del genere, questo dettaglio pratico, questa piccola scoperta, può aprire tutto un mondo di riflessioni…

A partire dal titolo – cosmologia portatile – passando per espressioni insolite ed efficaci, come “sottomondo della coscienza” o rimagicizzazione, il libro vive di una scrittura sempre accesa, puntuale, mai affettata… Qual è il suo rapporto con la scrittura, con le parole, come lavora per combinarle? A volte sembrano disegni…
Scrivo in economia, non è il mio mestiere. La mia non è una scrittura descrittiva, dico in poche parole cose che potrebbero riempire pagine, è una scrittura che sottintende, condensa. Sulla storia della nascita di Roma, ad esempio, potresti scrivere dei tomi, ma non sono un archeologo, non uno storico, non sono un pettegolo della storia, né uno scrittore, appunto. Ma penso che oggi possiamo imparare molto della letteratura, credo che ci siano molti nuovi, giovani e bravi scrittori negli ultimi anni in Italia. E la gente, magari non su carta, ma non smette di leggere. Mi piace immaginare le immagini generate dalla scrittura.

E i disegni? Tra i testi della prima parte e l’atlante dei disegni ci sono corrispondenze continue…
I disegni me li hanno chiesti per il libro, li ho fatti tutti di notte, dopo le undici. Sono disegnati con il mouse, con una sorta di distanza clinica. Ci sono ritratti di persone che ho incontrato, che poi si sono trasformati in personaggi o semplicemente personaggi come quelli della storia di Roma che sono costruiti in corrispondenza dei testi.

Può farmi la parafrasi di questo, al di là del fatto che rappresenta i tre nomi – Amor (nome segreto), Flora (nome sacrale), Roma (nome pubblico) – della città di Roma?
Roma è una maschera, è quello che vedi. Ne ho disegnate tre per i suoi tre nomi, ognuno scelga quella che vuole. La terza è la più esplicita: è come Roma appunto, è un gran troiano. È la sede del Vaticano. L’Italia è così com’è perché è il dominio fisico, l’estensione di uno dei più grandi poteri del pianeta. Persino il design italiano degli anni ‘50 e ‘60 non è spiegabile se non come produzione strettamente legata al lusso della chiesa, poltrone rosse, gioielli… Poi c’è stato il cinema, Fellini e le sue sfilate per i vestiti dei cardinali. E questo stesso lusso è all’origine di molte delle cose belle che facciamo oggi. Tutto sommato preferisco queste influenze a quelle rinascimentali: il Rinascimento era un’epoca noiosa, ininteressante, in cui un signore muscoloso non smetteva di agitarsi tra la forma di un quadrato e quella di un cerchio…

 

“La casa è una protesi. A volte la metti, a volte la togli”. Oppure, altrove nel libro: ” La casa è il nostro angolo di mondo”…
Io non ho casa, o meglio, non mi sento mai a casa, giro per il mondo, libero di vederlo ogni volta in maniera diversa. L’idea della protesi nasce dall’amore che avevo, fin da ragazzo, per l’astronautica, mi ha sempre intrigato il fatto che si vada nello spazio dentro questi portentosi rivestimenti…
Ho progettato una sola casa in tutta la mia vita, quella di Cavalli, perché era l’unica che mi sentivo di poter cucire letteralmente addosso a coloro che l’avrebbero abitata. Per il resto bisogna spingere le persone a farsi le proprie case da sé, a riempirle delle loro perversioni. Le case disegnate dagli architetti non hanno più senso. Con quei loro patetici intenti “curativi”, che proprio non mi interessano…

Il suo rapporto con il tempo? Dai sarcofagi (vedi A527) a quel corpo che nei tanti viaggi del suo libro non perde mai centralità…
Il tempo è semplicemente il fatto che non posso più permettermi di fare una cosa e, d’altro canto, mi si aprono possibilità di farne altre. È quando il corpo non ti sta più dietro… ho sempre arrampicato, ad esempio, poi un giorno sono sceso, mi sono messo a ridere e ho capito che quella storia era finita, semplicemente.

Scrive: “L’architettura è la piu libera delle arti, liberiamola!”. E ancora: “L’architettura è una strana bestia, non si adatta mai alla vita”. Che bestia è se può descriverla, e da quali gabbie è più urgente tirarla fuori?
L’architettura è feroce, l’architettura incombe, suscita il gesto primario di schermarsi, di opporre le mani, di proteggersi. Poi magari ci entri, riesci ad abbassare la guardia, ma l’architettura resta incombente, il tetto è il vero problema. Lo spazio chiuso ti tira fuori tutto dalla mente, il disagio, il disagio ambientale avviene sempre in ambito costruito, non può mai avvenire all’esterno. Muri e spigoli, le persone anoressiche, ad esempio, possono parlare dei loro problemi solo quando sono incastrate nello spazio costruito. È il destino dell’animale umano.
Un’altra caratteristica inquietante dell’architettura è il suo essere astratta, ma non come lo è la musica, che puoi interiorizzare e fare tua, l’architettura è fatta da poche persone, ci sono meno architetti che artisti.
Come liberarla? Le nuove tecnologie forse, non è necessario costruire per creare spazio, e del resto non possiamo più permettercelo. Oggi, i giovani che studiano architettura devono costruirsi una libido che non ha niente a che fare con lo scavare un buco e costruire le fondamenta. Lo spazio è chiuso bisogna liberarlo.

Si può insegnare questo nuovo approccio all’architettura? Come?
Ci sono dei momenti in cui insegnare è come leccare un lecca-lecca, era così negli anni ‘70 e ‘80 perché non potevi, non avevi nessuno strumento, per detenere le responsabilità reali che erano in mano alla politica, al mondo degli affari. Oggi il singolo è pienamente responsabile.
Io non insegno ma tengo workshop, una cosa che dico sempre agli studenti è di provare a stare un anno senza un’automobile, tentare di risolvere tutti i loro problemi senza un’auto di proprietà. È un modo per verificare il livello di efficienza del territorio, ma soprattutto, se non utilizzi la macchina ti si apre un mondo di creatività. È un esempio come un altro. Smettere di usare una cosa vuol dire usarne altre, magari inventarne altre. Le vecchie ricette non servono per le nuove malattie, e questo è molto liberatorio.
Poi ci son cose preziose che riconosco solo nelle nuove generazioni e in un certo senso mi fanno ben sperare per la loro formazione: non aver conosciuto Botta, non sapere bene cos’è il post-modernismo, o anche essersi dimenticati di Rem Koolhaas: tutto ciò può essere sano. Se hai vissuto intensamente di queste cose spesso non riesci a cogliere nuove idee, anche sensate, intriganti, che nascono ora, ben lontane da quei mondi…

Riemergendo dalla lettura del suo libro ci si potrebbe riscoprire più attenti all’intorno, passeggiare in un mondo ancora più pieno di oggetti, vivi, cui, come scrive, si infliggono costantemente, inconsapevolmente, umiliazioni… Come si muove tra le cose? Non sente un irresistibile bisogno di rimetterle al loro posto, lasciarle lì, inermi, silenziose?
Faccio un esempio: quando ero ragazzo ho ereditato un servizio di Sevres napoleonico, di quelli che potrebbero stare in un museo. L’ho sempre usato e oggi me ne rimane solo una tazzina, credo di aver buttato un sacco di soldi, ma ho sempre cercato di trasferire la qualità particolare del caffé bevuto da quell’oggetto prezioso nelle cose che ho progettato, anche se non ho mai tentato di riprodurre una tazza neoclassica! Gli oggetti vanno consumati, la vera umiliazione è mortificarli chiudendoli in una vetrinetta. Perdere qualcosa apre alla possibilità di trovarne un’altra. Non vale solo per le cose, vale anche per la natura. Non capisco tutto questo ossessionarsi a cercare di conservare le specie in via d’estinzione. È la tragedia del giardinaggio, e dell’agricoltura. L’estinzione di una specie può essere il trionfo della vita. Ci occupiamo solo di chi va scomparendo e non degniamo di uno sguardo tutti i nuovi biotipi che stanno emergendo. Oggi la natura si esprime soprattutto in miscrocosmi, unità potentissime di insetti e vegetali, biotipi che snobbiamo perché non hanno ancora quell’estetica classica diffusa e apprezzata nelle nostre visioni e nella nostra cultura.
Trovo miserabili gli argomenti del giardino e dell’agricoltura, attività umane e industriali in cui hai dei nemici, in cui giochi sempre sulla difensiva – i giardini nascono con delle recinzioni. La gente nelle metropoli invece, osservando le erbacce cresciute per caso nelle intercapedini dei marciapiedi, sta iniziando a coltivare un po’ ovunque per procurarsi qualcosa da mangiare, ecco la via di una possibile trasformazione per la città contemporanea

 

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Cosmologia portatile
Luca Galofaro «Domus» 04-10-2013
Cosmologia portatile di Italo Rota (accompagnato da un saggio critico di Francesca la Rocca) è un libro interessante perché non parla di architettura, è un libro intelligente perché è capace di chiudere in 128 pagine dattiloscritte molte cose essenziali, è un libro ricco perché in realtà è composto da due libri: l’Atlante dei disegni, che è di altre 100 pagine.
Io Italo Rota confesso di conoscerlo poco, o meglio conosco i suoi progetti, ma non l’ho mai seguito più di tanto. Beh ora che mi sono immerso nel suo immaginario penso che dovrò ricredermi e colmare le mie lacune. I libri se ben fatti servono proprio a questo.
Cominciando a leggere il saggio introduttivo mi sono accorto subito che facevo bene a non seguire troppo la sua architettura perché in effetti appare subito chiaro che l’architettura nel suo significato più consueto non interessa a Rota.
Dai suoi scritti emergono invece idee che configurano nuovi fulcri di riflessione per il progetto, non principi da seguire, ma riferimenti influenti come attrattori.
Rota prima di tutto cerca di immaginare mondi diversi in cui inserire architetture, che sempre crescono e si sviluppano dall’interno, che sempre indagano prima l’uomo e poi il sistema di relazioni che quest’uomo instaura con il mondo. Sono pochi i momenti della modernità che gli interessano, molti episodi e spazi si trovano descritti nei suoi testi, e poi subito trascritti sotto forma di disegno al tratto, che ancora non disegna lo spazio ma l'uomo che abiterà quello spazio, se mettiamo assieme tutti i personaggi del suo Atlante, ecco che abbiamo la descrizione della sua idea di architettura.
Il corpo è il punto focale di ogni sua riflessione. Il corpo come universo in miniatura.
Al corpo si alternano i collegamenti insoliti con le discipline più diverse, attraverso immagini, spesso solo descritte a parole (è qui che la scrittura come pura forma di rappresentazione si fa ricerca), prese da universi scientifici molto lontani dall'architettura. Tutte i suoi sconfinamenti poi convergono in un progetto o meglio in un idea molto precisa di progetto. Un’idea che scorre veloce sulla linea di confine, tra le discipline, design, arte, architettura, comunicazione visiva, cinema.
Questo limite leggero Rota ha la capacità di evidenziarlo renderlo vivo senza mai romperlo. Perché ogni volta che lo supera è già passato al progetto successivo.
Il lungo saggio introduttivo è una guida essenziale alla lettura di questo libro, dispiega pagina dopo pagina tutto il lavoro di Rota mettendo a sistema, scritture, letture, disegno e architettura. Volendo tracciare una biografia da questo libro (ecco questo libro dev’essere considerato come una biografia atipica) tutto comincia da tre libri (questo è importante perché ogni mappa dell'anima comincia dai libri). Tre libri che parlano di abitazioni molto particolari, dove lo spazio è uno spazio della mente prima di essere uno spazio fisico: Maison de Verre (K. Frampton), The Architecture of Ludwing Wittgestein (B. Leitner) Berggasse 19: Sigmund Freud’s Home and Offices (E. Engelman). Queste tre dimore, Rota lo spiega molto bene in Interni della Mente, hanno tracciato una mappa della sua immaginazione.
E gli architetti lo sanno, lo spazio del progetto è prima di tutto immaginazione, lo spazio si confronta con il vuoto attorno al quale si addensano oggetti e movimenti, il vuoto ospita tutto questo ed è per Rota una primitiva visione di un’estensione più o meno vuota all’esterno dell’uomo. Qui prende forma l’architettura o meglio la performance che Rota mette in scena.
Pensando alla città, Rota sembra descrivere le due città parallele che China Miéville descrive nel suo romanzo La città & la città.
Dove in ogni città esistono due città, separate e unite allo stesso tempo. Due città sovrapposte, che condividono lo stesso spazio, ognuna con le proprie strade, i propri palazzi, i propri cittadini, la propria storia, la propria identità.
Un’anomalia spazio temporale, un capriccio tecnologico, un errore nella creazione, una scissione a un certo punto della storia? Tutto questo, o forse no.
Per un abitante di una città, il più grave reato è quello di vedere un abitante dell’altra: sono due mondi vicinissimi, eppure incomunicabili, e la punizione per chi trasgredisce è certa e impietosa. Così tutti si sono abituati fin dalla nascita a non-vedere, a sfuggire ogni forma di contatto con gli altri che pure sono lì, sotto i loro occhi e a portata di mano.
Ma Rota vuole vedere non si capacità che l’essere orfani delle utopie ci ha portato a non guardare. Il guardare, il sentire il perdersi è lo strumento per costruire lo spazio della città dall’interno. Allora è il momento di entrare nell’Atlante dei disegni per disegnare l’uomo che abiterà queste città.
Un ultimo elemento fondamentale di questo libro, una vera invenzione narrativa è quella di aver creato un testo parallelo che riassume tutti i concetti espressi, all’inizio di ogni capitolo si trovano poche righe, un numero limitato di caratteri che ne riassume il tema centrale. Una doppia lettura e un modo che ti garantisce di poter sempre tornare indietro per capire meglio. Anche quando il tratto delle sue mappe sembra consumarsi.
Il mondo in una stanza, ovvero la cosmografia dell'architetto Italo Rota
Pierluigi Panza «Corriere della Sera» 09-10-2013

 

Il progettista del Museo del Novecento traccia una mappa teorica e illustrata sulla contemporaneità

Difficile parlare, anche in modo autoironico, di utopie architettoniche e significati simbolici degli spazi in un momento in cui la «res aedificatoria» è ridotta a una questione di finanziamenti, metri quadrati e piani urbani. Eppure, con sguardo da flaneur neo orientalista, l'architetto e designer Italo Rota ci prova passando in rassegna i suoi Passages di una vita tra città, libri, musei e interni d'autore per ricavarne una visione sul futuro sintetizzata in scritti, disegni, mappe e visioni. Il libro Cosmologia portatile (Quodlibet/Abitare, pp.258, e 23) del progettista del Museo del Novecento di Milano esce nella collana che annovera gli scritti di altri grandi protagonisti dell'architettura degli ultimi decenni, tra i quali Robert Venturi, Giancarlo De Carlo, Yona Friedman e Aldo Rossi. È un viaggio tra i boschi del pensiero sintetizzata in una cosmologia immaginaria che ricorda, nello zodiaco finale, le tavole dell'Anfiteatro della saggezza eterna dell'ermetista-rosacrociano Heinrich Khunrath (1560-1605). In fondo, come quello di Khunrath, anche quello di Rota è un libro di arte della memoria, personale e bizzarra, fatta di accostamenti per similitudine, rimando, profondità, interiorizzazione come se fossimo ancora (o di nuovo) in quella che Michel Foucault chiamava «l'età classica». Dico di nuovo perché il libro si apre con un capitolo dedicato al Big Bang della modernità dopo la quale si colloca la visione pop pansofica di Rota che, se vogliamo collegarla a un'altra recente ricerca, possiamo farlo con la Biennale d'arte 2013 curata da Massimiliano Gioni intitolata Il Palazzo enciclopedico . Anche qui domina la ricerca di un nuovo enciclopedismo fondato sulle incompletezze e sulle lontananze.La cosmogonia di Italo Rota si fonda su presupposti quali il rapporto con il cosmo e con il corpo e sviluppa una cultura dell'interieur inteso sia come propria interiorità che come spazi interni. Il mondo finisce così in una stanza, anzi, in stanze molto particolari come quelle dove vissero Freud, Wittgenstein e Perec, ovvero in interni che sono spazi della mente prima ancora che luoghi fisici. A partire da queste ricognizioni Rota deduce modalità quasi operative per la progettazione, in particolare per l'allestimento dei musei e di interni d'abitazione, secondo le quali ogni installazione deve essere un processo empatico, non un cubo vuoto o bianco: «Nell'installazione si penetra con il proprio corpo e lo spettatore si trasforma in viewer». La casa, per Rota, non è mai solo dimora: è zaino, o albergo (questa casa è un albergo) o garage palcoscenico, mai casa museo costruita una volta per tutte intorno a se stessi sul modello della Glass House di Philip Johnson a New Haven. I suoi non modelli sono altri: il Merzbau dove Kurt Schwitters radunava gli objet trouvé , oppure quella specie di dollhouse che è Etant Donnés di Marcel Duchamp, la casa disposofobica dei fratelli Collyer che accumularono 130 tonnellate di giornali, oggetti e memorie all'interno come magistralmente descritto nel romanzo di Doctorow? Insomma, anche nel pensiero di Rota il mondo circostante influisce in maniera determinante nella conoscenza e nella formazione di un individuo proprio come, sin dal XVII e XVIII secolo, l'empirismo di John Locke e David Hume aveva posto in luce. Ma Rota offre un'indagine personale di questo rapporto nella quale tutti gli elementi del cosmo sono legati e interagenti l'uno con l'altro come nel Seicento. Una prospettiva, questa, alternativa agli studi psicologici, quantistici e statistici e a quelli di neuroestetica, che esaminano oggi il rapporto uomo mondo in prospettive oggettivistiche.

Cosmologia portatile
Paolo Cremisini «Il Segnalibro» 01-12-2013
L'utopia da sempre accarezzata da Italo Rota è quella condivisa da larga parte dell'architettura radicale italiana (Super studio e Archizoom su tutti): quella cioè di fare architettura senza costruzione, attraverso l'inserimento di oggetti, che sia no di nuova concezione o objet trouvé poco importa. Non a caso la maggior parte dei suoi lavori realizzati in oltre trent'anni di carriera sono soprattutto progetti di interni e allestimenti. Ne deriva una rivoluzione, in senso letterale, del modo in cui il design e l'architettura possono essere pensati specie in termini spaziali. O forse si tratta solo di un modo in cui l'autore c'invita a reinterpretare un'antica profezia contenuta in L'arte decorativa (1925) di Le Corbusier: «al vuoto del secolo della macchina bisogna reagire con l'effusione ineffabile di un ambiente che culli e inebri con dolcezza». Gli scritti qui raccolti per la prima volta descrivono le profonde conseguenze di questo punto di vista sovversivo che prosegue in parallelo nella seconda parte con i disegni al tratto, in massima parte inediti, che l'autore ha realizzato con un semplice mouse: disegni, mappe e visioni partoriti o saccheggiati dalla smisurata cultura bibliografica dell'autore, atti più a smarrirsi che a orientarsi.
I libri del 2013
Stefano Ciavatta «Rivista Studio» 17-12-2013
Meglio perdersi tra autentici visionari che trovare la strada tra neorealisti di maniera. Impossibile recensirlo, gli si farebbe un torto.
Cosmologia portatile
Federico Vercellone «Tuttolibri - La Stampa» 21-12-2013
Questo mondo ha per lungo tempo dimenticato che cosa significhi abitare. Il razionalismo architettonico ha sradicato per decenni la vita degli uomini da ogni memoria dei luoghi. Eravamo noi Il ragazzo della via Gluck. Per creare un luogo bisogna in realtà abitare l'universo. E rammentare che a farlo non sono creature eteree, ma corpi eloquenti che interferiscono con il sistema simbolico del cosmo. Ce lo ricorda un grande architetto e designer come Italo Rota in questa Cosmologia portatile.
Natale, 10 libri da regalare. Tema: il design
Chiara Alessi «Il Fatto Quotidiano» 23-12-2013

Dicembre. Tempo di bilanci, regali e… detrazioni fiscali. L’ultima investe i libri. Perciò, per chi vuole, proviamo a stilare un elenco di 10 titoli sul design tra i più interessanti tra quelli pubblicati nel 2013 in Italia...

E chiudo col botto, con Cosmologia portatile (Quodlibet), che in realtà è un bel tomo di quasi 300 pagine di “scritti, mappe, disegni, visioni” in cui Italo Rota saccheggia e restituisce frammenti della sua sregolata biblioteca immaginaria e fisica e disegna un Atlante warburgiano, molto mentale, intimamente carnale. Da maneggiare con cautela e in questo caso, mai e poi mai, riciclare a casaccio.

Il futuro č in una grotta
Francesco Merlo «GQ» 01-12-2014

 A pranzo con l'architetto Italo Rota: «Vorrei fare l'eremita urbano. Il mondo è già troppo costruito»

 

Di notte, «quando è chiuso e tuttavia aperto», il Museo del Novecento arreda la piazza del Duomo di Milano più che di giorno. La luce di Fontana, che in sé non è bellissima, pare sia stata sempre lì, come le guglie, come la Madonnina.

«Ho messo in cima all’Arengario quella lampada al neon sempre accesa per stimolare il ricordo», spiega Italo Rota. «Provi un attimo a pensare a cosa c’era in quella piazza sino alla fine degli Anni 90». È vero, c’erano le luci al neon delle pubblicità che ricoprivano il palazzone di fronte al Duomo: Cimano, Brill, Matta. «Dunque, la luce di Fontana non arreda la piazza, ma la psiche». Secondo Italo Rota, «non bisogna essere architetti per fare un pezzo di città. Ne siamo tutti coautori. In fondo lo scopo dell’architetto è proprio quello di rivelare lo spazio della mente umana». Nostalgia? «No. Territorio di cose disseppellite, stanze della mente, arte. Guardi che il centro delle città è sempre più un luogo d’arte. A Milano anche il viale della stazione lo è».

E le auto? «Parlando sempre di Milano: centomila persone ci hanno rinunciato. È una comunità. Così si produce meno inquinamento, e gli uomini diventano sempre più paesaggio urbano: vestiti, colori, trame. La moda è la forma della città». Merito di Pisapia e della sua Area C? «È un cambio di tempi. Pisapia è una brava persona di passaggio, la guida alla transizione tra vecchia e nuova Milano». Per l’Expo curerà la mostra sul cibo: «In casa cucino io». Anche lei aspetta l’Expo come il nuovo Natale? «Non solo l’Expo avvicina Milano al mondo, ma già disegna una nuova città, l’asse urbano Milano-Torino-Venezia».

Durante l’Expo, Rota curerà il padiglione del Kuwait e la mostra su cibo e arte alla Triennale... «Mio padre era un cuoco internazionale, lavorava sulle navi. E in casa cucino io».

Bruno Zevi diceva: «La simmetria è fascista»; Italo Rota è asimmetrico anche nell’abbigliamento, nelle abitudini, nell’arredamento del famoso loft che abita con la moglie, Margherita Palli, scenografa di Ronconi, tra oggetti «da toccare con gli occhi e guardare con le mani». È l’architetto che rimescola gli oggetti, cambia posizione alle cose: «Il mondo è già troppo costruito. E dei palazzi moderni la sola cosa che mi interessa è come uscirne».

E così il Museo di Reggio Emilia, un boom di visitatori edi polemiche, è «uno sportello delle idee», il museo delle meraviglie: la Tazza d’oro dell’età del bronzo, la Venere di Chiazza, Melotti e Parmiggiani, ma anche la Lettera 22 che fu inventata da un reggino sino ai Mac di Steve Jobs. E, ancora, la camicia rossa di Garibaldi e quella di Toro Seduto, una testa del Canova e un’altra africana..

«A volte gli oggetti non si mostrano, vengono fuori come marmotte dalle tane. E bisogna chiedersi cosa pensano gli oggetti dei loro proprietari».

Anche Rota è un oggetto di Rota: lane tibetane, pantaloni a righe, scarpe di plastica colorate. «Bisogna usare il proprio corpo come primo territorio dell’architettura». Forse è per questo che, quando cammina, avanza per linee curve, come la Mediateca tutta storta che ha costruito a Perugia («In natura non esistono linee dritte»).

È firmato Rota anche l’eccesso esibito dello stilista Cavalli. Gli ha costruito la casa, che è tutta scala, ingabbiata in un pizzo di metallo. E poi le boutique e i "club Cavalli" sparsi nel mondo, da Miami a Dubai: «Non c’è bellezza senza qualche goccia di cattivo gusto. Anche la genialità di Prada si gioca su questo delicato equilibrio».

Si sente milanese? «Qui ci sono le mie cose». Rota è nato sul lago d’Orta e racconta di una nonna satanasso e soprattutto d’uno zio: «Fuggito dal campo di concentramento, non voleva più lavorare. E ritagliava le foto: i Kennedy, la Bardot, gli Sputnik, l’arrivo sulla Luna... Mi ha insegnato ad amare le immagini, a capire l’importanza dei simboli, dei riti senza i quali non si costruisce perché l’atto dell’edificare è innaturale».

Lui è l’unico architetto italiano che edifica templi in India. «Una sera, all’aeroporto di Mumbai, un signore mi consegnò una busta gialla dicendomi: "Se le può interessare, la apra quando arriverà a Milano". E così feci. Nella lettera c’era scritto: "Vuole costruire un tempio?". Ed era già cerimonia, rito, che poi divenne scelta del luogo, inseminazione, e i vasi di senape, la creazione dei 64 quadrati, l’orientamento del primo mattone...».

Lei è credente? «No. Ma ero in piena sintonia con quelle divinità e con i loro riti di fondazione, ma lo sono pure con Romolo e Remo e con gli Etruschi». A Roma, però, contro la chiesa che realizzò a Tor Vergata, intervenne addirittura papa Ratzinger in persona: «Non gli piacquero la grande croce rossa, le sedie di plastica».

Mangiamo pollo al Brutto Anatroccolo («Una trattoria che mi piace perché è sopravvissuta agli Anni 70»), ma forse è solo un’altra installazione di Rota, a due passi dalla Naba, l’università privata di cui è direttore scientifico. Rota parla a bassa voce e dunque fatico a sentirlo, qualche volta anche a capirlo: «Lo spazio interno non ha più bisogno di un esterno»; «L’unico oggetto da cui non mi separerei mai è il mio corpo, tutto il resto va e viene»; «C’è stato un tempo in cui mi sono sentito molto architetto e un altro in cui mi sono sentito molto collezionista, ora mi piacerebbe accamparmi in una grotta tibetana da eremita urbano, un posto dove parlare agli oggetti non sia un problema e dove spostarsi significhi fare una passeggiata fitta nel bosco».

Mentre mi racconta di quando ha cominciato con Gregotti («Di cui oggi non mi piace nulla») e della cattiveria umana di Albini («Un grandissimo maestro»), del Museo d’Orsay con Gae Aulenti e delle scenografie a Parigi, insomma, mentre mi illustra il suo ricchissimo catalogo di archistar eccentrico, mi accorgo che è un brevilineo come tutti gli italiani di genio. Ma atipico, non ipercinetico come vuole il modello Longanesi o Fanfani, ma al contrario lento: non corre, caracolla, e gira intorno agli argomenti senza un ordine apparente: «A Parigi, a un amico libanese, in rue de Varenne ho realizzato una casa di tre piani senza finestre».

Ecco, ora so perché il suo libro-manifesto, Cosmologia portatile (Quodlibet), di cui mi sono piaciuti molto i disegni, mi ha inquietato. Perché sono affezionato agli uomini e alle case che abitano, mentre lui da due ore mi sta spiegando che «la fine dell’uomo è il fondamento di qualsiasi progetto».

2013
Quodlibet Abitare
160x225
ISBN 9788874624850
pp. 264
€ 23,00 (sconto 15%)
€ 19,55 (prezzo online)