L’architettura della partecipazione
L’architettura della partecipazione
 
A cura di Sara Marini
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Il percorso accademico e professionale di Giancarlo De Carlo congiunge in un’unica vocazione due termini etimologicamente contrapposti: architettura e anarchia, tenendosi sempre al riparo dalle allucinazioni utopistiche tipiche, ad esempio, degli anni Sessanta e Settanta, e anzi mantenendo sempre dritta la barra della «ricerca di un metodo e, soprattutto, di un rigore capaci di restituire credibilità all’approccio disciplinare (Tafuri)».

Nello scritto qui pubblicato per la prima volta in maniera autonoma egli tenta di dimostrare in forma lineare e lucida come l’idea di una architettura partecipata – «quando tutti intervengono in egual misura nella gestione del potere, oppure – forse così è più chiaro – quando non esiste più il potere perché tutti sono direttamente ed egualmente coinvolti nel processo delle decisioni» – possa costituire un’utopia realistica, cioè compiutamente realizzabile. Le distinzioni teoriche messe in campo a tale scopo: progetto vs processo, funzione vs uso, ordine vs disordine e così via, forniscono un armamentario utile ancora oggi per chi tenti di mettere in moto nuove pratiche di partecipazione non solo in campo architettonico (si pensi a ciò che avviene oggi in Italia nel terreno della politica o a idee come l’open source e wikipedia).

A chiudere il quadro due testi relativi alle due principali esperienze realizzate sul piano urbanistico (il piano di Rimini) e architettonico (il villaggio Matteotti di Terni) a dimostrazione della lunga, seppur conflittuale, fedeltà decarliana verso Le Corbusier, nonostante tutto suo modello costante perché «non si rivoluziona facendo le rivoluzioni, si rivoluziona presentando soluzioni».

 

Recensioni 
Francesco Erbani «La Repubblica» 13-10-2013
Massimo Locci «Presstletter» 29-10-2013
Mario Gerosa «AD Today» 19-11-2013
Lucia Tozzi «Alfabeta2» 20-11-2013
Maurizio Giufrè «Il Manifesto» 27-11-2013
Zaira Magliozzi «Artribune» 04-12-2013
Campomarzio «Doppiozero» 09-01-2014
Diana Barbetta «Design Illustrated» 01-10-2013
Chiara Maranzana «Abitare» 24-01-2014
Mario Piazza «L'Architetto» 20-01-2014
Federica Doglio «L'indice dei libri del mese» 01-03-2014
 
L'architettura secondo chi la usa
Francesco Erbani «La Repubblica» 13-10-2013
Giancarlo De Carlo ha raccontato più volte che, giovane architetto, trascorreva alcune ore la domenica pomeriggio in un bar di fronte alle palazzine che aveva costruitoa Sesto San Giovanni. Erano palazzine dell'Ina Casa, correvano i primi anni Cinquanta. Si sedeva e osservava come quegli appartamenti venivano vissuti. E le sue conclusioni erano drastiche: «Ho verificato l'inesattezza dei miei calcoli». I ballatoi erano troppo stretti, incapaci di accogliere le sedie e le sdraio e inadatti a soddisfare una delle esigenze primarie degli abitanti, per i quali «più di tutto conta vedersi, parlare, stare insieme. Più di tutto conta comunicare». L'architettura della partecipazione risale a una ventina d'anni dopo, al 1972, gli anni in cui De Carlo sta realizzando due fra i suoi progetti più legati all'esperienza, appunto, di una partecipazione di chi avrebbe poi vissuto le sue opere d'architettura e d'urbanistica: il villaggio Matteotti a Terni (1969-1975) e il Piano particolareggiato per il centro storico di Rimini (1970-1972). Il saggio di De Carlo riprende una conferenza tenuta a Melbourne. Il progettista genovese matura le proprie riflessioni sulla base dei lavori che sta conducendo e, forse spiazzando l'uditorio, afferma con generosa perentorietà che «l'architettura del futuro sarà caratterizzata da una partecipazione sempre maggiore dell' utente alla sua definizione organizzativa e formale». In che misura, poi, ciò avverrà, saranno purtroppo i decenni successivi a dirlo, consegnando questa affermazione al contesto politico e culturale di quei primi anni Settanta. Il ragionamento di De Carlo trae spunto anche dai limiti del Movimento moderno che avrebbe afferrato l'importanza del destinatario di un'architettura, ma che si sarebbe limitato, a suo avviso, a immaginarlo appartenente a categorie tipiche e dunque astratte, poco aderenti alle realtà storiche e sociali. Nelle parole di De Carlo vibra la cultura antiautoritaria della sua formazione politica. Chi usa l'architettura - questo il suo precetto - deve partecipare a tutte le fasi della sua realizzazione, dalla progettazione all' esecuzione. E la partecipazione dev'essere reale, non un simulacro retorico. De Carlo parla di "utopia realistica". Ma l'ultimo saggio raccolto in questo volume racconta l'esito contraddittorio della vicenda ternana. Nella città umbra occorreva intervenire in un quartiere operaio già avviato durante il fascismo (era intitolato a Italo Balbo) e proseguito nel dopoguerra con la dedica a Matteotti. De Carlo propose al gruppo industriale proprietario delle acciaierie e al Comune cinque ipotesi, dicendosi però disponibile solo alle ultime due. Ed entrambe, senza che i committenti ne afferrassero l'importanza, prevedevano la partecipazione dei futuri residenti. Il processo fu avviato e chi avrebbe abitato gli appartamenti intervenne agli incontri visionando modelli alternativi sia sul piano urbanistico che sugli edifici veri e propri. De Carlo si riservava la scelta degli elementi linguistici, ma per il resto tutto era in discussione, dai percorsi pedonali all'ampiezza dei terrazzi giardino. Il cammino fu accidentato. Favorevoli all'esperimento i consigli di fabbrica, meno i sindacati, che alzarono il vessillo della casa di proprietà per gli operai. Convinti due dirigenti dell' acciaieria, presto rimossi, più freddo il Comune di sinistra, timoroso che dei risultati positivi beneficiasse la proprietà aziendale. In realtà una volta terminata la fase progettuale, durante l' esecuzione dei lavori la partecipazione fu esclusa (venni escluso anch'io, sottolinea De Carlo). L'esperimento riuscì dunque in parte. Ora il Villaggio Matteotti è meta di visite da parte di giovani progettisti e di studenti. E la discussione su come vivere un'architettura prosegue fra entusiasmi e depressioni.
L'architettura della partecipazione
Massimo Locci «Presstletter» 29-10-2013
“L‘architettura è troppo importante per essere lasciata agli architetti” è l’aforisma più noto di Giancarlo De Carlo, che negli anni ’60 con questo assioma voleva mettere in discussione le prassi progettuali consolidate in urbanistica e in architettura. Intendeva ribaltare, fin dall’impostazione, la metodologia di chi sostiene l’autonomia disciplinare e il primato del linguaggio; una logica autoreferenziale che, spesso, tiene poco conto dei bisogni reali dei fruitori e che porta a una trasformazione urbana poco condivisa. De Carlo proponeva la Progettazione Partecipata, spesso attraverso la metodologia del workshop, in cui l’utente è da subito coinvolto nel processo decisionale, dando rilievo e sostanza alle sue aspettative. Poneva a se stesso precisi confini operativi: come tecnico si limitava a far convergere i singoli ‘desiderata’ verso un comune interesse per la qualità complessiva, funzionale, tecnico-economica ed estetica.  

Ribadiva che, solo il “dialogo orizzontale” tra amministrazioni, progettisti e cittadini consente di ridurre le possibilità di errore nell’operare, in particolare nei processi di trasformazione urbana. “L’architettura del futuro –affermava – sarà caratterizzata da una partecipazione sempre maggiore dell’utente alla sua definizione organizzativa e formale”, determinando una confluenza d’intenti tra la committenza, i progettisti e i realizzatori.

Nel saggio Giancarlo De Carlo, L’architettura della partecipazione (Quodlibet, 2013) la curatrice Sara Marini ripubblica alcuni importanti scritti di De Carlo, tra cui  appunto L’architettura della partecipazione  del 1972,  in cui l’architetto sulla scorta di quanto stava verificando a Terni aveva sistematizzato/corretto l’approccio teorico di una precedente conferenza tenuta a Melbourne.  Il villaggio Matteotti e il Piano particolareggiato per il centro storico di Rimini sono occasioni di sperimentazione concreta che Giancarlo De Carlo mette in piedi con un team multidisciplinare, cui faceva parte anche Franco Berlanda, Bruno Gabrielli e il sociologo Domenico De Masi.

Rifiutando l’idea dell’architettura come pura astrazione, De Carlo ha indirizzato la sua ricerca verso un paziente lavoro di relazione tra approccio teorico e concretezza del fare, verso una semplificazione che conservava i valori della complessità, coniugando razionalmente e poeticamente il concetto di ‘forma aperta’.

 “Quando tutti intervengono in egual misura nella gestione del potere, oppure – forse così è più chiaro – quando non esiste più il potere perché tutti sono direttamente ed egualmente coinvolti nel processo delle decisioni” l’utopia diventa realtà e l’architettura si pone al centro tra l’uomo e l’ambiente, con il solo obiettivo di definire un grado di trasformabilità compatibile.
Saggio premonitore
Mario Gerosa «AD Today» 19-11-2013
E’ interessante che Quodlibet riproponga oggi il saggio L’architettura della partecipazione di Giancarlo De Carlo. Quel testo di riferimento, pubblicato nel 1972, appare quanto mai attuale e oggi, a distanza di più di 40 anni, si presta a nuove interpretazioni.
Già allora De Carlo guardava molto avanti e appariva profetico quando scriveva che “l’architettura del futuro sarà caratterizzata da una partecipazione sempre maggiore dell’utente alla sua definizione organizzativa e formale”. Quell’affermazione, che allora poteva parere un azzardo, oggi funziona perfettamente e si attaglia a un mondo che è molto cambiato grazie alla Rete, con l’introduzione di blog e social network.
In questi anni infatti la cultura della condivisione è protagonista, e il saggio di De Carlo potrebbe essere un interessante punto di partenza per un dibattito sull’architettura della partecipazione al tempo di Internet.
L'architettura della partecipazione
Lucia Tozzi «Alfabeta2» 20-11-2013
Nessun architetto ha mai scritto come Giancarlo De Carlo. Per la verità anche molti scrittori riconosciuti non reggono il confronto con lo stile superbo delle sue argomentazioni. «Da quando ho cominciato a praticare l’architettura mi sono sentito assediato dagli aforismi che gli architetti – soprattutto quelli mediocri – continuavano a recitare e così mi sono affezionato ai ragionamenti limpidi che richiedono paziente lavoro e fervida immaginazione», dichiarò De Carlo su Domus nel 1995.
Il suo capolavoro è L’architettura della partecipazione, il testo di una conferenza tenuta a Melbourne nel 1971 nell’ambito di un ciclo sui futuri scenari dell’architettura e dell’urbanistica al Royal Australian Institute of Architects. Quodlibet l’ha appena pubblicato nella collana Abitare insieme a due testi sui casi di progettazione partecipata del piano di Rimini e del Villaggio Matteotti a Terni, una scelta intelligentissima che permette di cogliere la misura radicale del discorso politico di De Carlo.
Nell’edizione classica del Saggiatore, all’interno del volume L’architettura degli anni Settanta, la conferenza era posta dopo due interventi di Jim M. Richards e Peter Blake di argomento puramente architettonico, e questo contesto autorizzava il lettore a interpretare L’architettura della partecipazione soprattutto come una critica al modernismo. E in effetti è innegabile che lo sia, ma non nel senso generale e assoluto che gli viene attribuito. Il vero obbiettivo di De Carlo non è il Movimento Moderno in quanto tale, ma l’architettura al servizio dell’autorità, e in quegli anni teoria e pratica moderniste avevano stretto legami sempre più forti con le ideologie reazionarie del controllo e dell’efficienza produttiva.
La sua tesi è che «la consonanza tra Movimento Moderno e “zoning” nasceva da un equivoco sul principio di “chiarezza”»: la divisione netta delle funzioni sembrava ai modernisti il mezzo migliore per ottenere la massima chiarezza delle forme urbane, da cui, in ottemperanza al dogma, sarebbe scaturito l’equilibrio sociale. Ma «la “chiarezza” non è in se stessa una virtù e tanto meno ha capacità esorcizzanti nei confronti dei contenuti che esprime. Non c’è nulla di più chiaro di una catena di montaggio, di un’ordinanza di polizia e di una dichiarazione di guerra».
Applicata a una cosa complessa come il sistema di relazioni e di conflitti della vita urbana, la chiarezza non può che diventare un elemento repressivo. L’architettura della partecipazione secondo De Carlo è quella che consente di recuperare la critica e il dissenso, il disordine e i conflitti che inevitabilmente l’uso della città impone. Il suo discorso però non ha nulla a che vedere con la dimensione estetica o con le fregole spontaneiste che cominciavano a fiorire in quegli anni, ma riguarda esclusivamente il potere. La Las Vegas di Venturi, Scott Brown e Izenour non gli interessa, lui vuole spostare l’ego smisurato dell’architetto dal centro della scena per coinvolgere nel processo decisionale chi da sempre ne è stato escluso.
Nel raccontare le esperienze di Rimini e di Terni, tra entusiasmi e fallimenti, De Carlo descrive con grande lucidità le trappole che un processo così ambizioso comporta, e la peggiore è quella che definisce «la rapina del consenso»: nulla gli repelleva di più che una partecipazione intesa come mediazione tendenziosa, come cattura delle energie positive per sedare i conflitti reali e potenziali. E pensare che i suoi eredi diretti, i professionisti della partecipazione, si chiamano oggi “facilitatori”.
Un buon uso dell'urbanistica
Maurizio Giufrè «Il Manifesto» 27-11-2013
Non c'è parola più abusata e tradita riferita all'urbanistica e all'architettura che «partecipazione». Accade, infatti, che quanto più urgenti siano le risposte che i cittadini chiedono alle istituzioni perché vengano soddisfatti i loro bisogni, altrettanto deludente si dimostri il loro coinvolgimento nei programmi delle amministrazioni pubbliche. Gli esempi sarebbero infiniti e ormai è una costante il ripetersi del conflitto tra abitanti di una città o di un territorio e i loro rappresentanti istituzionali.
Dal nord al sud dell'Italia sono innumerevoli i casi nei quali l'assenza di politiche ambientali, industriali e sociali esasperano la soluzione dei problemi anche i più semplici: i processi inclusivi sembrano estranei alla cultura di qualsiasi soggetto decisionale, inoltre l'eccesso di burocrazia non ne agevola le soluzioni. In modo confuso si fa riferimento alle politiche di coesione europee, alle «buone pratiche» messe in atto in molte nazioni per agevolare la partecipazione dei cittadini al governo della città, ma è frustante vedere come da noi accade il contrario.
Temi quali quelli di sostenibilità o di recupero urbano che ovunque contemplano processi partecipativi, nella maggioranza dei nostri comuni si disperdono in lunghissimi iter procedurali tra il cattivo uso delle risorse finanziarie e l'obsolescenza dei progetti. Così non si fa che riprodurre altra «ingiustizia spaziale» oltre a quella già esistente. Riflettere sull'importanza della partecipazione implica però, come ben sappiamo, esaminare il rapporto della gente con la classe politica e verificarne la loro capacità di attuare programmi efficaci rispetto la questione urbana.

Soggetti autoreferenziali
Il saggio Competenza e rappresentanza (Donzelli, pp.VI-108, euro 24) a cura di Cristina Bianchetti e Alessandro Balducci, affronta l'argomento della partecipazione all'interno delle più vaste problematiche che hanno riguardato negli ultimi vent'anni le trasformazioni delle competenze tecniche, quindi il ruolo degli intellettuali o degli «esperti», nel loro difficile confronto con le istituzioni della politica e i cittadini. Il saggio prende spunto dalla lectio magistralis che Alessandro Pizzorno fece a Torino nel 2011 in occasione della XIV Conferenza della Società italiana degli urbanisti. Scrive Pizzorno che tre sono le vie che conducono i cittadini al potere politico: «una è fondata sul principio di proprietà, una sul principio di competenza, una sul principio di maggioranza».
La democrazia rappresentativa che si fonda sul principio di maggioranza numerica deve fare innanzitutto i conti con l'insoluta questione dell'uguaglianza economica tra gli individui. Questo è il primo «fraintendimento» di qualsiasi sistema politico perché non può mai rappresentare gli interessi «diversissimi da elettore a elettore». Poiché sono i membri del parlamento - gli «eletti del popolo» - a rappresentarli succede, come scrive Pizzorno, che le differenti domande dei cittadini «non possono presentarsi altro che come indeterminate e non sintetizzabili».
La nascita dei partiti politici se è vero che ha permesso di «socializzare alla vita politica una popolazione» d'altra parte ha fatto sì che la fedeltà ideologica invece della competenza li trasformasse in soggetti autoreferenziali diffidenti verso i tecnici. Oggi i politici di professione compongono per Pizzorno un «sistema rappresentativo per campioni» e l'istituzione elettorale è diventata una gara sportiva. «Il richiamo alla sovranità popolare - scrive il sociologo triestino - si presenta semplicemente come sotterfugio concettuale per giustificare la classe politica stessa».
È difficile stabilire quali spazi possano ancora esserci per «raddrizzare» il sistema della nostra democrazia rappresentativa che, in ogni caso si disegni, «esce storta» alla prova dell'incapacità dei governi di decidere sul futuro dei cittadini. Un'astratta concezione riformista della politica pensò che il principio di maggioranza potesse garantire sulla qualità delle competenze, quindi dei programmi e delle scelte, ma così purtroppo non è successo. A partire dalle vicende di Tangentopoli, con la crisi dei partiti e la «disarticolazione» della politica, si sono prodotte le più devastanti modificazioni della città che hanno visto gli urbanisti assecondare le richieste dei politici che dal dopoguerra sono spesso stati scelti in base al criterio di «premiare coloro che avevano portato maggiore aiuto al partito» (Pizzorno). Purtroppo come scrive Alessandro Balducci nella sua incisiva postfazione: «una parte non irrilevante della produzione mediocre dell'urbanistica italiana dagli anni sessanta fino a tutti gli anni ottanta si spiega anche così».
In quella stagione della storia recente del nostro paese poche sono state le esperienze di coinvolgimento dei cittadini nella progettazione urbanistica. In assoluto, tra le più rilevanti, dobbiamo ricordare quelle di Giancarlo de Carlo a Rimini e a Terni. Gli scritti dell'architetto genovese su quelle esperienze sono ora riproposti nel saggio L'architettura della partecipazione (Quodlibet, pp.144, euro 14). Il titolo riprende quello della conferenza che De Carlo tenne nel 1971 al Royal Australian Institute of Architects di Melbourne, chiamato per ultimo dopo Jim M. Richards e Peter Blake a rispondere alla domanda su come si sarebbe contrassegnata l'architettura degli anni '70. Per scoprirne la straordinaria attualità, sebbene siano trascorsi molti anni, sarebbe utile partire proprio da questo intervento per riprendere un discorso interrotto e spesso travisato sul tema della partecipazione. Scrive Sara Marini nell'introduzione che De Carlo «disegna una visione sfaccettata della partecipazione, caratterizzata da un marcato astio verso ambigue utilizzazioni e facili strumentalizzazioni della stessa».
È assodato, infatti, che i «conformismi» e le «retoriche salvifiche» (Bianchetti) furono anche una sua preoccupazione. Il dato certo è che De Carlo è stato il solo a verificare sul campo la complessità dell'architettura della partecipazione che in molti casi lo ha visto perdente com'è successo a Rimini quando, incaricato di intervenire nel centro storico della città romagnola i suoi contributi - «concreti, realistici, strutturalmente eversivi» (Zevi) - finirono in un nulla di fatto. Sarà così ad Ameglia, come ricorda Pizzorno nel saggio precedente, dove De Carlo sarà «messo in minoranza da una maggioranza». Negli anni settanta, però, le competenze di un urbanista si collegavano alle politiche riformiste di partiti interessati a trasmetterle nelle istituzioni oltre che a impossessarsene essi stessi.
Tutto il contrario di quanto accade oggi: il «gioco della deliberazione» esclude qualsiasi dialettica tra tecnici e politici. «La differenza tra deliberazione e rappresentanza - ci ricorda Pizzorno - è che nella prima la discussione mira a far tacere gli interessi dei partecipanti; nella seconda è il contrario». In merito a queste differenze, De Carlo è stato ancor più esplicito. Egli comprese che nell'epoca postindustriale è il processo della cooptazione dei saperi da parte dell'architetto-urbanista a causare il «disastro sociale e politico» perché «divide gli esperti, quelli che 'sanno' e 'sanno fare' da quelli che non sanno neppure 'perché' si fa».

Nessun maquillage
A Terni, con il Villaggio Matteotti progettato per gli operai delle Acciaierie, l'architetto genovese trasforma un agglomerato di case malsane in un esemplare progetto di riqualificazione urbana. Sottopone al giudizio della direzione aziendale e del consiglio di fabbrica cinque ipotesi di intervento. Tra queste esclude sia quella di incremento speculativo delle cubature sia quella di un inutile maquillage dell'esistente, per scegliere quella che consisteva nell'edificare tre piastre sovrapposte entro le quali inserire le abitazioni, i servizi con i loro collegamenti pedonali. La cronaca narrata da De Carlo conserva ancora la sua carica di suggestione nella spiegazione di come la tipologia delle abitazioni, così come la nuova configurazione del quartiere, si definiscono solo chiarendo prima i bisogni reali «complessivi» e poi quelli «specifici» dei 1800 operai che avevano bisogno di una casa.
Se è stata la «tensione rinnovatrice» a produrre quell'esperienza, è la «chiarezza» della lezione decarliana l'elemento più importante che l'ha sottesa. Senza la chiarezza non c'è comunicazione tra gli individui, quindi è impossibile finalizzare il risultato di una buona «organizzazione urbana».
Imporla non è compito delle istituzioni che non sono di loro «sagge, giuste, sane». Inoltre, anche le tecniche, le regole e le poetiche messe a punto nel secolo scorso dalla modernità architettonica hanno mostrato tutti i loro limiti pretendendo di modificare in modo assoluto comportamenti e abitudini. In questa fase esasperata dell'«idolatria della tecnologia alta» (smart grid city), l'urbanistica che nella città delle reti svilupperà forme e spazialità sempre più innovative e complesse, dovrà essere valutata nelle sue capacità di socializzazione, altrimenti per il prossimo futuro non si vedranno che crescere disagio e disuguaglianze.
La partecipazione in architettura. Da Giancarlo De Carlo a Sara Marini
Zaira Magliozzi «Artribune» 04-12-2013
L'editore Quodilbet, a otto anni dalla scomparsa di Giancarlo De Carlo, gli dedica un volume. Che, oltre a riproporre il celebre saggio sull'architettura della partecipazione pubblicato quarantun anni fa, racconta due progetti emblematici: il piano per il nuovo centro di Rimini e il Villaggio Matteotti. Ne abbiamo parlato con la curatrice del volume Sara Marini, architetto e dottore di ricerca allo Iuav di Venezia.

Giancarlo De Carlo è stato uno dei primi architetti italiani a teorizzare e sperimentare la partecipazione nell’ambito della progettazione. Classe 1919, genovese di nascita, a lui si devono progetti come il campus dell’Università di Urbino e il Villaggio Matteotti, quartiere residenziale per gli operai delle Acciaierie di Terni. Fondatore del Team X – un gruppo di giovani architetti attivo tra gli Anni Cinquanta e Settanta – curò numerose pubblicazioni e fondò nel 1978 la rivista “Spazio e società”. Abbiamo intervistato al proposito la curatrice del libro, Sara Marini.

Il saggio di Giancarlo De Carlo “An Architecture of Participation” è stato pubblicato nel 1972 dal Royal Australian Institute of Architects nella serie Melbourne Architectural Papers, che raccoglie le riflessioni esposte da De Carlo durante una conferenza. Quali sono i motivi che vi hanno spinto a riproporre queste tesi oggi?
L’architettura della partecipazione è oggi, nel mondo occidentale, una questione dibattuta, frammentaria e contraddittoria. Forse è con il progetto di trasformazione della West Side Line a Manhattan, linea ferroviaria dismessa, in High Line, parco lineare, chiesto e ottenuto dai friends dell’infrastruttura sopraelevata (il primo tratto è stato inaugurato nel 2009), che il ritorno di quello che De Carlo definisce il pubblico dell’architettura si fa “manifesto”. Già in questo progetto è possibile rintracciare i caratteri della partecipazione nel contemporaneo: chi partecipa lo fa per ribaltare un punto di vista, la linea ferroviaria in questione doveva essere abbattuta; spesso oggi partecipazione è sinonimo di protesta, non è una fase a monte del processo decisionale ma viene dopo, è una reazione; l’architettura dell’High Line, pur essendo molto sofisticata, sia tecnicamente che linguisticamente, cerca di apparire quale accettazione dello status quo, quasi a sostenere il senso di uno spazio che è stato “trovato”, e non progettato, quasi a marcare una non necessaria associazione della partecipazione alla rinuncia dell’architettura.
Nel saggio di De Carlo alcune tematiche sono proprie degli Anni Settanta, ma l’atteggiamento con cui architettura e partecipazione sono lette, con chiara tensione verso sfaccettature, trappole e possibilità, è ancora oggi attuale. La lucidità e la decisione con cui De Carlo incede a cercare le ragioni, il senso dell’architettura stessa, ponevano allora chi ascoltava e pongono oggi chi legge oltre la condizione del mero ascolto, muovono a una presa di posizione, a scegliere una parte nel processo progettuale, o forse più genericamente nel paesaggio culturale della società.

La partecipazione, soprattutto in architettura, è certamente ancora un tema attuale. Secondo lei per quale motivo questo avviene e quali sono i margini entro cui si muove oggi?
La centralità oggi di alcune accezioni del rapporto fra partecipazione e progetto ne restituiscono solo una visione parziale: intesa quale espressione di protesta, anticamera dell’autocostruzione o procedura normata politicamente, la partecipazione sembra essere comunque “anormale”, eccezione al regolare procedere. Recuperata quale diritto ma solo a giochi fatti, tollerata per realizzazioni economicamente deboli e temporaneee, dettata per legge e spesso praticata in forma di burocrazia, il senso della partecipazione sembra essere ancora distante da quello descritto da De Carlo. In sostanza, la società non si è appropriata dell’architettura, come invece dovrebbe. Non perché tutti debbano essere tecnicamente architetti, ma culturalmente tesi verso l’arte dello spazio, questo sì. Mentre la tecnologia, i trasporti, alcuni servizi sembrano indispensabili, l’architettura non è necessaria: è qualcosa a cui si può rinunciare. Quindi, paradossalmente il fatto di parlare oggi con vivo interesse dell’architettura della partecipazione, a distanza di quarant’anni dal momento in cui questa questione era centrale nel dibattito disciplinare e nell’opinione pubblica, coincide con l’ammissione della non completa attuazione di un processo culturale necessario.

Parlando del lavoro di De Carlo lei porta come esempio le due mostre tenute nel ’72 e nel ’73 alla Galleria Politeana di Terni, in cui “l’architettura della partecipazione è raccontata e vissuta come utopia realistica”. Cosa intende con questo ossimoro?
De Carlo cita Le Corbusier e il suo inneggiare a utopie realistiche. Le due mostre ternane rappresentano due passaggi fondamentali del processo di partecipazione con cui l’architetto e il sociologo Domenico De Masi arrivano a definire il progetto: in particolare, nella prima vengono esposte alcune architetture quali esempi per abbattere il muro di richieste inferiori a quelle effettivamente realizzabili, per suggerire possibilità. In un’intervista De Carlo ricorderà, ancora con stupore, quanto poco chiedessero le persone rispetto a quello che potevano ottenere. Da qui il rimando alla battuta di Le Corbusier, sempre presente come riferimento nel lavoro di De Carlo, all’associazione, solo apparentemente paradossale, fra utopia e realtà. Credo che tutto questo sia ancora decisamente attuale, se non più di allora: la realtà, oggi, sembra ancora più pesante, limitante, e una certa aura di immutabilità decreta e sostiene la debolezza del progetto. “Realisticamente” potremmo imputare questa debolezza alla condizione economica, anche se guardando con attenzione ci si potrebbe accorgere che la crisi non ha prodotto quel “subitaneo cangiamento” che le è proprio per definizione, proprio perché non ci sono tensioni oltre la contingenza e l’accettazione della stessa.

Nell’introduzione indica due direzioni secondo le quali il testo di De Carlo si muove. La prima è che “non serve una teoria della partecipazione ma occorre l’energia per uscire dall’autonomia”, la seconda è che “le risposte di un bravo architetto alla partecipazione sono sicuramente di tipo personale”. Ci spieghi meglio questi due suggerimenti indicati da De Carlo.
De Carlo considera l’architettura un’attività eteronoma e non autonoma, un’attività che deve dialogare con altre discipline e altre realtà: quella frase si riferisce a un momento del dibattito architettonico in cui le due posizioni erano molto nette e disegnavano due modi diametralmente antitetici d’intendere la disciplina. La seconda frase è stata inserita come necessaria integrazione della prima e a corollario di un testo come L’architettura della partecipazione per fugare il dubbio o il pregiudizio che le posizioni di De Carlo conducessero o conducano oggi a una richiesta di annullamento della figura del progettista. L’architetto c’è, e fa scelte personali anche quando orchestra un processo o un dialogo partecipativo; l’autore non scompare, ma anzi dilata il proprio ruolo, partecipa egli stesso a tutte le fasi della progettazione, all’impostazione, alla definizione, alla redazione e infine alla valutazione dell’opera dopo che questa è stata consegnata al committente. Delle due, la seconda è una frase assolutamente necessaria a fissare quanto l’autore sia il perno del processo di definizione dell’architettura, non nel mettere in campo la propria creatività quanto la propria idea di spazio.

Quali gli esempi che si possono annoverare oggi tra quelli di “architettura partecipata”?

Ci sono casi interessanti quali la biblioteca all’aperto progettata dai Karo a Magdeburgo, realizzata con un processo partecipativo in cui abitanti e progettisti hanno simulato l’architettura alla scala reale, ma se ci si attiene al senso al fondo del testo di De Carlo, quel senso che andrebbe discusso oggi, i casi effettivi di architettura partecipata sono poco noti perché non sbandierati. Si tratta di casi in cui committente, progettista e utente condividono un progetto culturale e non solamente o precisamente scelte progettuali così come è stato a Terni (dove però il processo partecipativo è stato palese). Oggi rientrano in quest’idea di progettazione forse più alcuni spazi del lavoro che strutture residenziali o spazi pubblici, perché la committenza è nello spazio del lavoro che tende a voler coinvolgere, per far partecipare a un’idea di progetto comune, come ad esempio succede nel centro di formazione professionale progettato da Durisch e Nolli a Gordola in Svizzera, voluto da una società di costruttori e realizzato con una chiara presa di posizione verso la questione ambientale. Oltre a possibili committenze illuminate, è nello spazio del lavoro che si assiste a processi di auto-organizzazione in cui il valore dello spazio è centrale perché a questo è demandato il senso e la dignità del proprio fare e del fare collettivo. In questo caso si assiste più a riutilizzi di spazi esistenti, come nel caso di Toolbox a Torino, che alla realizzazione di nuove costruzioni, sia per un’idea di investimento “temporaneo”, sia per la necessità che tutto questo avvenga ora e nel centro delle città.

Quali sono i punti di contatto tra l’idea di architettura partecipata espressa da De Carlo negli Anni Settanta e quella praticata oggi da architetti come Alejandro Aravena?
Sinceramente preferisco il Villaggio Matteotti di De Carlo all’operazione Elemental di Aravena, osservati ora. Del caso cileno è interessante la struttura economica progettata, che si traduce anche in spazio non finito, in attesa di essere occupato in base alle possibilità e alle necessità. Si tratta di un caso importante di riscoperta di alcune operazioni degli Anni Cinquanta del secolo precedente, ancora rivolto a una precisa fascia sociale. Il Villaggio Matteotti, costruito allora per operai non certo abbienti, è invece oggi una struttura senza etichetta sociale. Potrebbe abitarci chiunque: è un’architettura della partecipazione.
Giancarlo De Carlo. L’architettura della partecipazione
Campomarzio «Doppiozero» 09-01-2014
«L’utopie c’est la réalité de demain». L’affermazione di Le Corbusier è ben chiara a Giancarlo De Carlo quando, nel ’72, viene invitato a relazionare circa “il futuro dell’architettura” al Royal Australian Institute of Architects. Quella conferenza diverrà, per l’architetto genovese, lo spunto per approfondire una sua personale visione dell’architettura che si fonda sulla necessità di tradurre costantemente il progetto in processo, in opera aperta capace di accogliere la forza biografica e narrativa prima che teorica.
Con una precisa urgenza rispetto alle piccole e grandi miserie in cui versa buona parte del paesaggio costruito italiano e ad una certa apatia critica che sta attanagliando le facoltà di architettura, Quodlibet ripubblica l’intervento di De Carlo in questa conferenza arricchendola con due saggi dello stesso autore, il primo sul Piano per il centro di Rimini e l’altro sul famoso progetto del villaggio Matteotti di Terni. Ne risulta un agile pamphlet  - L'architettura della partecipazione - spunto da cui ripartire col dibattito sul futuro delle nostre città.
La forza che traspare da questo saggio è quella di un progettista che si interroga criticamente sulla sua disciplina, ne cerca il senso profondo, ne giudica i fallimenti ed i successi portando alla luce quella che in definitiva è un’idea militante dell’architettura, liberata dal luogo comune e dal dato di fatto. Un’architettura “narrativa”, capace di ascoltare, accogliere, annettere quelle che sono le tensioni della città e dei suoi abitanti. Un’architettura che deve farsi “processo”, scardinando la visione consolidata dell’edificio come un unicum perfetto e concluso.
Per fare ciò De Carlo utilizza l’arma della partecipazione, permeando il processo progettuale con la vita e le istanze dei suoi utenti futuri, impegnandosi su un piano più profondo e superando la concezione dell’architettura come fatto meramente creativo. In questo senso «non serve una teoria della partecipazione ma [...] l’energia per uscire dall’autonomia», per “sporcarsi le mani” per “contaminarsi” con il luogo. Solo mettendo costantemente in crisi i principi di «incontaminazione, autonomia, autosufficienza» che hanno lentamente appesantito l’architettura moderna rendendola impermeabile al suo pubblico, per De Carlo, l’architettura diventa «utopia realistica», costruttrice di un’idea di comunità.
L’architettura si può dunque salvare se diventa parte integrante del processo culturale di una comunità, se la partecipazione diventa il mezzo con il quale la società costruisce il suo orizzonte di esistenza, il suo “spazio”.
E ciò è valido ancora oggi, nonostante la pratica della partecipazione rischi di diventare abusata anche perché molto spesso utilizzata dalla politica per ammantare di falsa trasparenza attività più o meno speculative. La partecipazione infatti, pionieristica negli anni in cui scriveva De Carlo, è diventata sempre più un’arma nelle mani delle amministrazioni per allargare indiscriminatamente la rosa degli attori potenzialmente coinvolgibili in un processo urbano, dilatando sensibilmente i tempi della decisione ma costruendo una forte base di consenso.
Questa “istituzionalizzazione” della partecipazione, in contrasto con la sua originale componente “anarchica”, l’ha resa parte integrante del processo economico contemporaneo costringendola in una “gabbia” normalizzante e accettabile che in ultima analisi è servita più alla preservazione di un sistema che al suo scardinamento, facendo entrare in crisi la nozione romantica di partecipazione e rendendola un processo fortemente verticale.
La disillusione con cui oggi sono percepite le scelte politiche, il senso di subalternità con il quale si confrontano i cittadini di fronte alle modificazioni della città porta con sé la necessità di rivedere drasticamente il concetto di partecipazione, a favore di un ritorno alla sua componente conflittuale, militante, originale. Una ricerca che liberandosi dell’istituzionalizzazione della partecipazione, la riporti nelle strade attraverso le nuove pratiche della collaborazione e della mixité disciplinare e professionale, costruendo un ulteriore strato critico tra il luogo della politica e i cittadini, ristabilendone così l’orizzontalità.
In quest’ottica il libro di De Carlo diventa una piattaforma da cui partire alla ricerca di un nuova prospettiva, un invito alla “rivolta”, a superare l’assuefazione ai luoghi comuni, un inno alla contaminazione. Solo così l’architettura sarà «sempre meno la rappresentazione di chi la progetta e sempre più la rappresentazione di chi la usa».
L'architettura della partecipazione
Diana Barbetta «Design Illustrated» 01-10-2013
«L'utopie c'est la réalité de demain» sosteneva Le Corbusier. Affermazione che incontra il consenso di Giancarlo De Carlo, architetto genovese attivo nel secondo Novecento. Noto internazionalmente per esser stato tra i fondatori del movimento Team X, docente presso lo IUAV di Venezia, fondatore di Spazio & Società» nonché dell’ILAUD, International Laboratory of Architecture and Urban Design. “An Architecture of Participation” è un saggio edito nel 1972, in cui confluiscono riflessioni esposte in una conferenza con Jim M. Richards e Peter Blake. Ai relatori vien chiesto di esprimersi sull’architettura degli anni Settanta, di dare pareri sulle problematiche e questioni del periodo, e De Carlo esordisce così: « […] gli architetti contemporanei dovrebbero fare di tutto perché l’architettura dei prossimi anni sia sempre meno la rappresentazione di chi la progetta e sempre più la rappresentazione di chi la usa». In netta contrapposizione col principio della specializzazione della città e con la «tipizzazione delle attività umane, elabora un’utopia ma realistica in ogni sua parte. L’uomo, da tempo estromesso dal processo creativo, diviene co-attore in quella che viene definita l’architettura della partecipazione.
L'utopia realistica di De Carlo
Chiara Maranzana «Abitare» 24-01-2014
La collana Quodlibet Abitare ha pubblicato “L’architettura della partecipazione”, di Giancarlo De Carlo. Si tratta una riflessione espressa nella conferenza che l’architetto tenne a Melbourne nel 1971 nell’ambito di  un ciclo organizzato dal Royal Australian Institute of Architects (prima di quello di De Carlo, ci furono i talks di Jim M. Richards e Peter Blake). Gli incontri miravano a mettere a fuoco temi e questioni che avrebbero caratterizzato gli anni Settanta. “De Carlo – scrive Sara Marini nell’introduzione al volume – chiarisce all’inizio della sua relazione che non risponderà alla domanda che gli è stata posta: parlerà delle proprie proiezioni, delle proprie aspettative e non di quello che ritiene prenderà corpo nel nuovo tempo; il suo auspicio è che l’architettura degli anni Settanta sia caratterizzata dalla partecipazione”. L’intervento si trasforma quindi in una sorta di primo “manifesto” dell’architettura partecipata, nel quale De Carlo  “solleva — scrive sempre Marini – la necessità, forse continua, di una riflessione sul ruolo del progettista o comunque chiede che lo stesso ruolo non sia scontato e che alla sua assunzione conseguano una serie di domande, richiesta che suona oggi particolarmente attuale”. Ad arricchire il testo, due scritti che ripercorrono in prima persona due delle principali opere di De Carlo, la prima di stampo urbanistico (il Piano particolareggiato del nuovo centro di Rimini, 1965-1971), l’altra architettonico (il Villaggio Matteotti a Terni, 1969-1975).
Le insidie delle parole. Rileggere le riflessioni di Giancarlo De Carlo di oltre quarant'anni fa offre la possibilità di credere ancora a un futuro no
Mario Piazza «L'Architetto» 20-01-2014
Sessant'anni fa un architetto che avesse visitato la X Triennale di Milano, quella del 1954 dedicata alla unità delle arti e diretta dagli architetti Carlo De Carli e Marco Zanuso e dagli artisti Lucio Fontana, Mario Radice e Attilio Rossi, avrebbe potuto leggere a fianco di plastici, progetti e filmati la seguente didascalia:  “Avete mai pensato che siamo noi, giorno per giorno e tutti insieme, che diamo forma a questo spazio?”
In forma apparentemente ingenua, diretta e forse allora provocatoria, la domanda poneva una questione centrale per la prassi e l'etica professionale. A scriverla era Giancarlo De Carlo, incaricato di curare con Carlo Doglio e Ludovico Quaroni la Mostra sull'Urbanistica.
Ora a distanza di oltre quarant'anni viene riproposto dalla casa editrice Quodlibet L'architettura della partecipazione, saggio premonitore che De Carlo scrisse per una conferenza a Melbourne nel 1971 sul futuro dell'architettura e dell'urbanistica. Il testo è accompagnato, con una scelta molto pertinente ed efficace, dagli scritti-riflessioni di De Carlo su due suoi progetti "partecipati": il Piano Regolatore per la città di Rimini e il Villaggio Matteotti a Terni.
In una stagione in cui le parole scemano e anche quelle indispensabili per una riflessione contemporanea sulla missione dell'architettura risultano ambigue e ambivalenti, rileggere questo testo offre la possibilità di credere ancora a un futuro nobile per la disciplina.
È una scommessa per la ragione di fronte a una società più complessa e articolata. Allora l'ingenuo monito del "fare insieme giorno per giorno" appare una lingua franca, onesta e concreta, lontana mille miglia dall'uso distorto e come scudo mediatico di parole (ovviamente) condivisibili come "sostenibilità", "verde", "recupero" o anche "partecipazione", ma che sono usate solo al fine di tutelare una concezione dell'architettura e della professione come atto d'imperio, espressione di una sfera di potere separato, inviolabile e solipsistico.
“In realtà - scrive De Carlo - la partecipazione trasforma la progettazione architettonica da quell’atto imperativo, che finora è stata, in un processo. Un processo che prende avvio dallo svelamento dei bisogni degli utenti, passa attraverso la formulazione di ipotesi organizzative e formali, approda a una fase di gestione dove, anziché concludersi, si riapre in una ininterrotta alternanza di verifiche e rimodellazioni che retroagiscono sui bisogni e sulle ipotesi, sollecitando la loro continua riproposizione”.
Questo flusso impone all'architetto di farsi attore competente e rappresentativo non di un'afona idea di bellezza, ma di propositi inclusivi e buone pratiche che mai come ora (in una fase di decadimento della sfera politica) appaiono estranei alla cultura di qualsiasi soggetto decisionale. Abbandonare il desiderio egotico di autoreferenzialità vuol dire abbracciare un  processo profondo, che ridona valore e riconoscimento alle competenze e alle abilità tecniche. Allora l'architettura della partecipazione non è un escamotage facilitante, ma un processo di interpretazione, ascolto, progetto, sperimentazione, conflitto, discussione, gestione e arricchimento collettivo. È crescita per il tecnico e per l'individuo. E magari capiterà ancora di vedere, una volta completata l'opera, qualche progettista osservare la vita della "sua" creatura e misurarne i limiti e le inadeguatezze.
Ecco un'esemplare testimonianza di De Carlo sulle case a ballatoio che aveva realizzato nel 1950 a Sesto San Giovanni (la città operaia alle porte di Milano):
“Il progetto si articolava su un cardine che mi pareva sicuro: fornire ad ogni alloggio le migliori condizioni obbiettive di abitabilità e assicurare ad ogni nucleo famigliare, malgrado il forte addensamento, la più grande possibilità di isolamento. Per questo le stanze di soggiorno e da letto e le logge erano state portate verso il sole e il verde, i servizi e i ballatoi a nord sulla strada. I ballatoi stessi, perché fosse sgradevole sostarvi e perché il passaggio della gente non disturbasse gli alloggi, erano stati ridotti a nastri distaccati dalla facciata. Ho passato qualche ora di domenica, in primavera, ad osservare da un caffè di fronte il moto degli abitanti della mia casa; ho subito la violenza che mettevano nell’aggredirla per farla diventare la loro casa; ho verificato l’inesattezza dei miei calcoli. Le logge al sole erano colme di panni stesi e la gente era a nord, tutta sui ballatoi. Davanti ad ogni porta, con sedie a sdraio e sgabelli, per partecipare da attori e spettatori al teatro di loro stessi e della strada. (...) Ho capito allora quanto poco sicuro era stato il mio cardine, malgrado l’apparenza razionale. Conta l’orientamento e conta il verde e la luce e potersi isolare, ma più di tutto conta vedersi, parlare, stare insieme. Più di tutto conta comunicare”.
Si rivoluziona presentando soluzioni
Federica Doglio «L'indice dei libri del mese» 01-03-2014
Chiamato come relatore a Melbourne nel 1971, in occasione di un ciclo di conferenze al Royal Australian Institute of Architects per esporre la propria visione sull'architettura degli anni settanta, Giancarlo De Carlo ribalta la questione, affermando di poter soltanto pronunciare il suo auspicio ("la proiezione delle mie speranze") che l'architettura del decennio che sta per iniziare sia un'architettura di partecipazione.
Il merito di Sara Marini è quello di aver riportato l'attenzione su questo testo pubblicato in Italia nel 1973 dal Saggiatore, casa editrice legata a Giuliana, moglie di Giancarlo, che traduce in italiano numerosi testi di studiosi (Kevin Lynch, Serge Chermayeff, Alexander Tzonis, Robert Godman, Christopher Alexander, Clearence S. Stein) e per la quale De Carlo stesso dirige la collana "Struttura e forma urbana". Le tre conferenze di Melbourne sono pubblicate in un volume intitolato L'architettura degli Anni Settanta. Una pubblicazione, quella del Saggiatore, da tempo irreperibile. Il merito di questa ristampa è quello di scorporare il contributo di De Carlo da quelli di ambito prettamente architettonico che lo affiancavano (Le nuove forze di Peter Blake e L'opinione di un critico di James M. Richards) e di ricollocarlo accanto a due saggi, sempre dello stesso autore, nei quali sono presentate le esperienze di partecipazioni più significative su scala urbanistica, per il centro storico di Rimini, e su scala architettonica, per il quartiere Matteotti di Terni. Si ricompone così un diverso testo, entro un'operazione il cui obiettivo esplicito è quello di riportare attenzione sul tema della partecipazione nei processi di progettazione. Tema che, come tutti sanno, è stato molto caro a De Carlo e per il quale egli è oggi riconosciuto come riferimento ineludibile.
"Oggi la partecipazione è tornata ad essere una delle questioni nodali del variegato scenario architettonico", afferma Marini. Ma che cosa vuol dire questo ritorno? Come le mutate condizioni socio-culturali ed economiche possono influire in processi complessi e largamente istituzionalizzati di progettazione partecipata? La curatrice, dopo una breve presentazione di alcuni esempi di processi partecipativi a livello internazionale, risponde a questi quesiti con un'ipotesi impegnativa: la partecipazione oggi affonda le proprie radici nell'architettura degli anni settanta. È allora lì che bisogna tornare. Ma la questione è forse più ampia. Per De Carlo il fuoco del ragionamento è sempre stato "l'architettura come questione culturale". L'architettura della partecipazione è un'utopia realistica", e questa importante tesi si collega alla sua fedeltà, seppur conflittuale, verso Le Corbusier, da cui trae una posizione che non abbandonerà: "Non si rivoluziona facendo le rivoluzioni, si rivoluziona presentando soluzioni".
Quelle convinzioni, quel clima che per Marini ridefiniscono un orizzonte di riferimento importante per il contemporaneo, sono anche quelli del Team X, eterogeneo gruppo internazionale di architetti attivo tra gli anni cinquanta e settanta del secolo scorso, del quale De Carlo era un assiduo frequentatore e con il quale condivideva gli stessi intenti e le stesse motivazioni. Nel 1962 Van Eyck, Bakema, De Carlo, Woods, Candilis e i coniugi Smithson pubblicano su "Architectural Design" il loro Team X Primer in cui dichiarano di volersi occupare non soltanto di teoria, ma di prassi, e in particolare, dell'utopia del presente", proprio per costruire l'utopia. La definizione di partecipazione di De Carlo come "utopia realistica" (a cui aggiunge "e questo fa una grande differenza") deve essere ascritta a quella atmosfera, alla forza di quegli intenti.
C'è un ulteriore tema che il libro solleva: nella sua introduzione Marini lega iI processo partecipativo alla capacità di saper spiegare l'architettura. Una capacità che De Carlo ha dimostrato di possedere e alla quale ha accompagnato quella di "saper vedere l'architettura". Tema su cui ha molto insistito con i suoi studenti negli incontri dell'Ilaud (International Laboratory of Architecture and Urban Design).
Saper spiegare e saper vedere rimandano all'inserto di immagini a colori, che documenta gli incontri a Rimini e a Terni del progettista con gli abitanti (cui segue una narrazione degli spazi del Quartiere Matteotti di Terni, realizzata da Fabio Mantovani nel 2013).
Un appunto interessante fatto da De Carlo, e qui ricordato, riguarda la presenza, il peso delle persone nei progetti di architettura, partendo dalla presentazione dei progetti stessi (tornando cioè ai momenti cruciali della partecipazione). Egli si chiede come mai troppo spesso nelle fotografie di architettura che vengono pubblicate sulle riviste non compaiono le persone. Come possiamo considerare un progetto senza coloro che lo abitano? Quarant'anni dopo la pubblicazione di questo saggio il problema rimane. De Carlo oggi ci inviterebbe a riconsiderare la presenza delle persone in tutte le fasi del progetto, fino alla sua pubblicazione.
2013
Quodlibet Abitare
120x180
ISBN 9788874624041
pp. 144
€ 14,00 (sconto 15%)
€ 11,90 (prezzo online)
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