La bella Milano
La bella Milano
 
A cura e con un testo di Paolo Mauri

 

A Milano c’è ancora un tram che costa dieci centesimi… ma così a buon mercato che non viene mai.

 

 

Piccoli, meravigliosi, delicati e sorridenti pezzetti sulla Milano del tempo andato! È la Milano tra le due guerre, è ancora la cittadina limitata entro le mura o poco oltre, ci sono le famiglie conosciute da sempre, i vicini, i colleghi e i personaggi di cui si racconta qualche aneddoto che ne riassume la vita; è una città stabile, e gli abitanti, le vie, i numeri civici sono in una loro eternità della mente. Sullo sfondo il fascismo, come una novità di passaggio abbastanza ignorata. È una Milano che rappresenta tutta un’Italia ottocentesca che si prolunga dentro al Novecento; con le sue stagioni, le vecchie piazze, le vie coi postriboli, i caffè provinciali, la nevicata dell’anno tale, le domeniche estive, tutti gli anni che si assomigliano, i tramvai, i notai, gli avvocati, i bottegai lì nati vissuti e defunti, i legatori di libri, le vetuste librerie, le feste comandate, i portinai che s’affacciano sulla strada, e sui tetti i merli spensierati che cantano. In mezzo a questo tempo fermo le prime intrusioni dell’epoca moderna e la diffusa malinconia di un’età che, noi sappiamo, sta per finire; lo sa anche Tessa. Sono prose scritte per vari giornali, circa tra il 1936 e il 1939, soprattutto per «Il Corriere del Ticino», con molta modestia e un grande affetto per le piccole cose quotidiane che passano.

Recensioni 
Antonio Bozzo «Corriere della Sera » 17-11-2013
Paolo Di Stefano «Sette - Corriere della Sera» 13-12-2013
Alessandro Beretta «Corriere della Sera - Milano» 13-12-2013
Simone Mosca «La Repubblica - Milano» 19-12-2013
Mario Chiodetti «La Provincia» 07-01-2014
Camillo Langone «Il Giornale» 10-01-2014
Mario Chiodetti «Corriere del Ticino» 15-01-2014
Alberto Saibene «Doppiozero» 31-01-2014
Giuseppe Leonelli «La Repubblica» 15-02-2014
Enzo Di Mauro «Alias» 09-03-2014
Giulia Borgese «Corriere della sera - Milano» 24-04-2014
Antonio Calabrò «Il Giorno - Milano» 30-08-2014
 
Ma se anche Charlot copia Tecoppa
Antonio Bozzo «Corriere della Sera » 17-11-2013
Con quella faccia un po' così, che abbiamo noi che abbiamo visto... No, quella è Genova, che c'entra Milano? Nel nost Milan i gamberoni rossi non sono un sogno (con il mercato ittico fornitissimo che abbiamo), come non è un sogno che la comicità, la canzone, per non parlare di sport e altre amenità, non sono seconde a nessun altra città d'Italia. Ahi, parla l'orgoglio meneghino, direte, e sia, pur scrivendo queste righe un ligure. I primati milanesi vengono celebrati dai tempi di Bonvesin: qui ci si vanta persino del peggio; anche la pessima qualità dell'aria è motivo di perversa soddisfazione: bisogna essere primi in tutto, non siamo mica in fondo al mondo! Delio Tessa - consigliamo l'ottima raccolta di suoi bozzetti e articoli degli anni Trenta, appena uscita per Quodlibet - scriveva che Charlot, bravo sì, era una replica del Tecoppa di Ferravilla, snodato e malinconico quanto e prima di Chaplin. La Scuola Milanese è fatta di primi della classe. Ma in fondo senza boria: questa è pur sempre la città più accogliente del regno, dove il campanile (la patria di provenienza) conta meno che altrove. Le eccezioni, pur frequenti, a volte tragiche, confermano la regola.
Il poeta che in rima si oppose allo scempio urbanistico di Milano
Paolo Di Stefano «Sette - Corriere della Sera» 13-12-2013
È il giorno dei morti, allegri! «L'è el dì di mort, alegherl» è il titolo sotto cui si raccolgono i versi in milanese di Delio Tessa, un poeta che senza esagerare va considerato uno dei maggiori
del Novecento. Dante Isella, nella sua lunga ricognizione della letteratura lombarda, ha connibuito alla sua riscoperta. Nato a Milano nel 1886 e morto poco più che cinquantenne nel 1939 per le complicazioni di un ascesso ai denti, Tessa divise in tre la sua vita: tra la professione di avvocato, la poesia e, più tardi, la collaborazione ai giornali. Si laureò a Pavia in giurisprudenza e praticò senza entusiasmo la professione nella sua città, dove visse sempre con la madre. Assecondato e sostenuto da alcuni amici fedeli, scrisse versi dialettali sublimi e allucinati, per non dire disperati, che raccontavano, deformandola, la realtà cittadina. Non negò mai Tessa di soffrire per lo scarso successo ottenuto in vita, ben consapevole però che il pubblico «desidera ed ama chi gli dà la pace di un'ora, chi lo illumina col raggio della speranza». Non era il caso del suo amaro pessimismo sarcastico sempre più radicale e tendente al macabro.
C'è anche lo scrittore in prosa, come ci ricorda La bella Milano, una raccolta di pezzi di costume, critiche cinematografiche, elzeviri usciti sull'Ambrosiano e soprattutto sul Corriere del Ticino, dove Tessa preferiva scrivere vista la sua dichiarata avversione al fascismo. Il libro, pubblicato dall'editore Quodlibet, è curato da Paolo Mauri, che di cultura lombarda se ne intende: «Se Milano è la protagonista indiscussa di queste prose», scrive, «bisogna aggiungere che la Milano del Tessa è ormai molto diversa da quella del Porta e del Manzoni: si è fatta più grande con tutte le nuove periferie dove le case vengono su come funghi e magari restano per un pezzo vuote». Nella metropoli restituita dallo spleen di Tessa, quasi un flâneur alla Robert Walser, c'è
un'eco dell'espressionismo tedesco (parola di Pasolini) e c'è qualcosa del futurismo di Boccioni e dello sguardo cupo di Sironi.
Tra l'amarezza e una rabbia malcelata, afferma: «Sono nato a Milano in via del Fieno e venuto grande invia Olmetto e se stesse a me me ne andrei ormai definitivamente dalla mia città per non assistere allo scempio sistematico a cui la sottopongono le Competenze col C maiuscolo». Tessa se la prende con il Piccone Risanatore che demolisce mura e chiese antiche in nome di un Piano Regolatore senza idee davvero innovatrici. C'è molta pmtecipazione alle sorti della città, mescolata con un velo di raccapriccio dell'uomo che lsella definiva «orgogliosamente schivo, bizzarro, umbratile», un specie di «Charlot in precario equilibrio». Carlo Linati, che procurò a Tessa la collaborazione all'Ambrosiano, sottolinea la «bellezza dimessa» dei suoi interventi, il suo «malinconico umorismo in punta di pennino», la sua realtà di «polvere, odori, vecchie tinte, rimasugli e vecchiumi» che non diventano mai bozzetto.
Una sera Tessa si dilunga a leggere poesie in pubblico (era anche un gran lettore di Carlo Porta) e perde il tram: si incammina dunque in solitudine, nella notte, per le strade della città dopo aver assistito «alla partenza delle belle, delle grandi automobili, nere, luccicanti sotto i fanali...»: «Dorme la città immensa e disabitata... immensa pare davvero coi suoi viali dritti, coi suoi
corsi lunghissimi...». La città chiusa, con la Galleria che sembra una gran sala vuota, è immersa nel suo «sonno duro», priva di «libidini notturne», tra «fioche lucerne». Pare spettrale: non ci sono ubriachi; non ci sono più le vecchiette che «dormivano alle porte chiuse della chiesa» accanto ai falò della carta straccia accesi contro il freddo; non ci sono i barboni che un tempo, assopiti sui marciapiedi, venivano svegliati e invitati da benefattori premurosi ad andare a dormire nei primi ricoveri della città. Non si sentono più le loro imprecazioni: «Andee a cà, vagabond, lazzaroni, lassee stà la gent che dorma!».
Nei «tragitti brevi» percorsi da Tessa, c'è la Scala e ci sono i cinema di periferia, ci sono i poveracci e le portinaie, i bambini, le mamme e le zie, c'è la gente «perbene», le «le belle barbe autorevoli», le «teste grigie emergenti», e ci sono i personaggi illustri, da Toscanini a Trilussa, da padre Agostino Gemelli a Luigi Rusca, il direttore della Mondadori, che leggeva non solo con gli
occhi ma anche con i polpastrelli, sensibili alla pagina dei libri come fossero antenne di insetti. Milano raccontata in una sorta di sospensione solitaria e poetica che tutto vede e tutto trasfigura.
Tessa, tra portinaie e dive del cinema
Alessandro Beretta «Corriere della Sera - Milano» 13-12-2013
La malinconia ambrosiana sveglia angoli e aneddoti che portano spesso con sé il sapore di una città meno spocchiosa e più sincera. Per gustarlo, si può leggere «La bella Milano» (Quodlibet, pp. 432, euro 16, a cura di Paolo Mauri) di Delio Tessa che raccoglie prose apparse negli anni Trenta. Tessa, avvocato e poeta in dialetto di un solo libro in vita, «L'è el dì di mort, alegher!» (1932) che uscì per Mondadori, si fa cronista del recente passato nelle «Prose ambrosiane» e delle sue passioni nelle «Critiche contro vento», le due parti del volume. Il gioco è seguirlo a passeggio, mentre incontra portinai, legatori di libri, clienti che va a trovare con i mezzi con attese ancora ben note: «La navicella tranviaria è all'orizzonte? Non pare. Aspetto? Vado a piedi?». Il poeta, che spesso si dà del fallito, ha la curiosità del solitario e un'ironia tutta sua, anche nei panni del «critico filmistico». Inviato alle prime Mostre di Venezia, critica gli italiani, apprezza René Clair, Disney e Chaplin, che gli ricorda l'attore milanese Ferravilla, e dà consigli: «Ho tante volte augurato all'arte filmistica italiana di attenersi ai soggetti modesti, regionali», un invito raccolto indirettamente, tempo dopo, da «L'albero degli zoccoli» (1978) di Ermanno Olmi. Si incontrano, poi, episodi mitici della letteratura lombarda, come quando Tessa tenne «Una dizione portiana in una casa di piazza Vetra» e «Non era precisamente un salotto letterario», ma un casino dove lesse le poesie di Carlo Porta. Senza dimenticare i commenti alla società letteraria, come nel decennale del premio Bagutta, quando «due vecchi librai brontoloni» mettendo in vetrina il vincitore commentano: «Gh'è tropp premi in gir cara lu. La gent la bocca pu!» («Ci sono troppi premi in giro, caro mio, la gente non ci casca più!»). Erano altri tempi? Forse.
Lo sguardo romantico di Tessa sui volti e i luoghi della città
Simone Mosca «La Repubblica - Milano» 19-12-2013
Scapolo impenitente, pigrissimo avvocato che frequentava il tribunale solo per campare, antifascista che si oppose al regime con borghese discrezione, Delio Tessa, nato in Via Fieno nel 1886 e morto a nemmeno 53 anni nella ormai scomparsa clinica di via Lamarmora per un ascesso ai denti nel 1939, fu un poeta geniale e timido. Soltanto nel dopoguerra la critica lo rimise tra i maggiori del 900, trovandogli il giusto posto in quel filone lombardo che da Alessandro Manzoni, passando per Dossi e Porta, arriva a Gadda.
Ma in effetti in vita pubblicò una sola raccolta dei suoi bellissimi versi in dialetto meneghino, nel 1932, il cui titolo, presa da quella che sarebbe diventata la poesia più celebre, ha la tipica, malinconica ironia del milanese. Sarebbe infatti stato benissimo in bocca a Jannacci: L'è el dì di mort, alegher. Quodlibet, con la complicità di Paolo Mauri, curatore del volume, con La bella Milano fa rivivere una voce forse ancora meno conoscitua di Tessa: quella del cronista di colore. Si tratta di poco più di 100 articoli che il poeta, zittito dal Miniculpop (nemico del dialetto), pubblicò su l'Ambrosiano e soprattutto, oltre confine, sul Corriere del Ticino.
Il libro è diviso in due parti, i rimpianti per la città che cambia delle "Prose ambrosiane" e le passioni culturali nelle "Critiche controvento". La costante è lo sguardo del poeta che percorre a modo suo la vita, i luoghi e i volti della città. Parole in cui si trova lo stesso amore per "i sacchetta" ( i ladruncoli) di piazza Vetra così come per Arturo Toscanini, amico famoso con casa in via Durini, che per Tessa era semplicemente il "Tosca". Un taglio che se da un lato somiglia, in ritardo, a quello con cui Baudelaire osservò a Parigi l'alba della modernità, dall'altro sembra anticipare quello da "marziano" a passeggio con cui Ennio Flaiano avrebbe costruito, ma a Roma, il suo cinico umorismo.
È però un romantico il Tessa che cammina per Milano. A partire dal costume che sceglie. in un pezzo rivela di amare la nebbia di dicembre e ripercorre le strade che un tempo faceva suo padre: "Andava giù da via Olmetto, via Amedei, Zebedia, Carlo Alberto...adagino...adagino...verso piazza del Duomo...". In mano, mentre cammina, ha proprio l'ombrello di papà: "Vi confesso che onoro di un culto più profondo il manico di questo parapioggia suo levigato dalle sue mani, che la sua tomba al Musocco".
Esile e magro, Delio Tessa doveva sembrare una specie di Chaplin per le vie del centro. E il vagabondo, come ricorda un altro articolo, lo ammirò dal vivo, nelle vesti di critico al festival di Venezia, pensando però somigliasse al Tecoppa, maschera del teatro milanese interpretata dall'attore Edoardo Ferravilla. Nemico giurato del "Piccone Risanatore" (l'ammodernamento urbano durante il fascismo), distrutto dal rimpianto dei Navagli, preso da struggenti passeggiate notturne, questo Tessa piacerà anche agli appassionati di storie minime milanesi. A partire dalla Linea 0, bus antenato della 94 in eterna spola tra Ospedale Maggiore, Tombone di San Marco e al Cimitero Monumentale.
Una passeggiata nella vecchia Milano di Delio Tessa
Mario Chiodetti «La Provincia» 07-01-2014
La più azzeccata descrizione dell’uomo Tessa la fece Carlo Linati nel numero, datato 7 marzo 1943, della rivista “Settegiorni”, una delle tante con cui lo scrittore di Rebbio collaborava: «Non molto alto, minutino, sorridente da una faccetta lievemente rosata, un dente d’oro nella bocca vizza e dietro gli occhiali, ballettanti un po’ malsicuri nella loro orbita, quei suoi occhi grigi ed
acquosi, da cordiale allucinato».
Delio Tessa, avvocato per campare, scapolo, incallito frequentatore di case d’appuntamento, poeta e musicomane, competente di cinema tanto da scriverne in quotidiani e riviste, «al gomito la vecchia ombrella a becco di suo padre, diventata poi famosa tra gli amici come quella di Chamberlain», è stato l’ultimo cantore di una Milano bruscamente scomparsa con il dopoguerra,
quella del popolino e delle case di ringhiera, dei piccoli quartieri del centro con i cortili pieni di gatti, custoditi dalle portinaie raccontate del Verga di “Per le vie” e parenti di quelle simenoniane
care al commissario Maigret. “El Tessa” si aggirava dalle parti di via Olmetto, puntava via Zebedia e si spingeva verso il Duomo, dopo aver oltrepassato il lugubre edificio dell’Inps in piazza Missori, la “cà di bolitt”, captando ogni umore della sua città, rimasticandolo a lungo e poi distillandolo in eleganti e argute prosette impressioniste, musicali come i suoi versi, ché il poeta organizzava ogni sua lettura come una sinfonia, una vera e propria “concertazione” preceduta da specifiche “note di dizione”.
Paolo Mauri, sempre attento alla memoria letteraria del nostro Paese, ha ora raccolto in un ricco volume, dal titolo “Delio Tessa – La bella Milano” edito da Quodlibet di Macerata (pp. 413,
euro 16) tutta una serie degli splendidi schizzi tessiani – dalle “Prose ambrosiane” e dalle “Critiche contro vento” - pubblicati ne “L’Ambrosiano” di Gorgerino, cui collaborarono Gadda e Linati, e nei ticinesi “Corriere del Ticino”, “Giornale del Popolo”, “Illustrazione ticinese” e “Radioprogramma della Radio della Svizzera italiana”.
L’amore di Tessa per la Svizzera era di vecchia data, da quando, all’inizio del secolo, Senio Tessa, impiegato della Cassa di Risparmio, prendeva con moglie e figlio “vacanze a lago”, come moltissime famiglie della piccola borghesia milanese, e il Delio adolescente gironzolava per Lugano fissando nella memoria attimi e persone fissati poi magistralmente nelle “Brutte fotografie di un bel mondo”, uscito in parte nell’“Illustrazione Ticinese” del 1938.
«I milanesi che le domeniche baraccavano da Melide a Tesserete tornavan la sera mezzi “in cimberlis” verso Chiasso o Porto con gli ultimi battelli. …Il “Sempione” infilava sotto il ponte di
Melide…“Sbassa el coo Carolina se no te tócchet denter” Poi uno gridava ai bandisti: “L’inno…l’inno” e un altro “L’inno” e tutti “L’inno! L’inno!” e la banda “Si scopron le tombe si levano i morti…” attaccava l’inno di Garibaldi fragorosamente!», si legge nel terzo capitolo.
Ma è la Milano minuta e nebbiosa tra gli anni Venti e Trenta – Tessa morirà nel ’39, a nemmeno 53 anni, per la setticemia sopraggiunta a un ascesso mal curato – il capolavoro narrativo del poeta espressionista, che qui veste i panni di uno Chopin della penna restituendo al lettore immagini indimenticabili della povera gente, di impiegati e brumisti, pittori e tabaccai, rilegatori di libri e prostitute (ai “casott” lo chiamavano l’“avocat porscell”).
Antifascista di idee liberali – riuscì anche a portare Benedetto Croce a radio Monteceneri per un’intervista in diretta - «Tessa non rinuncia mai al bilinguismo», annota Mauri, «ancora molto diffuso ai suoi tempi, quando il dialetto era patrimonio comune a tutte le classi sociali, ma con sfumature diverse a seconda degli ambienti e usato sempre come rinforzo dell’italiano, quando si cercava, appunto, la parola giusta».
Amicissimo di Arturo Toscanini, che chiamava familiarmente “el Tosca”, l’avvocaticchio di via Olmetto, splendidamente ritratto dall’amica pittrice Elisabetta Keller, lo descrive più volte, anche
nell’intimità: «come vive? Semplicemente, circondato da alcune persone che gli sono simpatiche e care o per affetti famigliari o per ideali condivisi nella vita e nell’arte. Mi par proprio che gli altri gli siano del tutto indifferenti. Alcune volte poi, anche a mezzo di una conversazione, si estranea, se ne va, si allontana, sprofonda in un suo pensiero e lo perdi di vista».
Tessa, voce di un tempo che appare remoto, e non è trascorso nemmeno un secolo dalla sua morte: «Ero idealista e sono uno scettico», si legge nella sua bella “Autopresentazione a radio
Monteceneri”.
Qualche anno dopo la consapevolezza della morte se lo sarebbe portato via, un attimo prima che l’Europa si disfacesse nella cancrena della guerra.
Tessa, l'avvocato delle parole perse
Camillo Langone «Il Giornale» 10-01-2014
Tutto cambia ma Milano cambia di più. Mi sono immerso in un libro di milanesismo totale, La bella Milano di Delio Tessa (Quodlibet, pagg. 413, euro 16), uscendone turbato. Perché la città della Madonnina vi risulta del tutto irriconoscibile, e pensare che Tessa non è un autore medievale, non è mica Bonvesin de la Riva, è un avvocato-giornalista-poeta morto nel 1939, anno in cui molti lettori erano già nati e se non i lettori i genitori dei lettori, e se non i genitori i nonni. Non sto parlando della XII dinastia egizia: nel '39 dentro o appena fuori la cerchia dei Navigli già sgambettavano Franca Valeri e Ornella Vanoni, Bernardo Caprotti dell'Esselunga e Natalia Aspesi di Repubblica, il gran cardinale Biffi e il gran jazzista Gaslini, e poi Gualtiero Marchesi, Elio Fiorucci, Carla Fracci, Celentano, Berlusconi... Eppure quello raccontato da Tessa sembra un altro mondo e perfino un altro spazio. Se leggo un libro sulla Roma di una volta, o sulla Napoli di una volta, o anche sulla Firenze o sulla Bologna di una volta, pur essendo trascorso tanto tempo riesco comunque a orizzontarmi, mentre a Milano in meno di ottant'anni sono saltati quasi tutti i riferimenti. È questione anche geografica: se una città dispone di mare o almeno di fiume, lago, laguna o collina, i secoli e gli assessori per quanto si impegnino non glielo potranno rubare. Quel cretino fosforescente di Marinetti voleva asfaltare il Canal Grande ma grazie a Dio non ci è riuscito, i Navigli invece sono stati seppelliti davvero, lasciando in vita, e vita si fa per dire, due o tre monconi periferici che mettono tristezza solo a guardarli.
La bella Milano del Tessa è una Milano dove tutti parlano in dialetto e in cui la nebbia è talmente fitta che rischi di andare a sbattere contro i lampioni. Nebbia e dialetto: due illustri dispersi. Una vera nebbia milanese io credo di non averla vista mai, al massimo qualche foschia, niente che somigli alla descrizione di pagina 175: «Si camminava a tastoni rasente ai muri da un fanale a gaz a un altro fanale... a casa... a casa presto!». Da quando i fanali non sono più a gas, o gaz che dir si voglia, la città è meno pittoresca ma pure meno pericolosa. Non mi sembra pertanto il caso di dire che si stava meglio quando si vedeva peggio. Invece la scomparsa del dialetto (che non ho mai parlato e che, se per miracolo resuscitasse, farei fatica a capire) è una perdita secca. Il linguista comunista Tullio De Mauro, già ministro della Pubblica istruzione e ora presidente del Premio Strega, insomma uno squisito esponente del culturame, ha recentemente giurato sulla vitalità del dialetto. Ma dove vive? Di sicuro non a Milano. Dovrebbe leggere Tessa e poi, per aggiornarsi, fare un giro in centro. In La bella Milano troverà elzeviri e cronachette di fine anni Trenta in cui parlano dialetto i vecchi e i bimbi, i perbene e i permale, i marchesi e le lattaie, gli studenti e i professori (del liceo Beccaria, mica di una scuoletta qualsiasi)... Parlavano milanese stretto i bancari, gli avvocati, perfino i librai-editori Baldini e Castoldi che quando l'autore cercò di farsi pubblicare un libro di versi risposero: «La poesia l'à faa el so temp, incoeu la và pù». Meglio un rifiuto nella lingua del Porta che l'odierno, burocratico «Siamo spiacenti di comunicarle che la sua opera non rientra nei nostri piani editoriali».
De Mauro dovrebbe, per l'opportuno confronto, farsi una bella passeggiata come quella che ho fatto io poche settimane fa, in via Dante e via Torino: chilometri di negozi quasi tutti appartenenti a catene dove fra insegne anglofone, commesse slave e clienti di carnagione scura ho avuto la spaventosa impressione della morte dell'italiano, altro che vitalità del dialetto. Provi poi a rivolgersi in milanese a un commesso della Feltrinelli, sai le risate che ci facciamo.
Delio Tessa era un nostalgico ma non c'è bisogno di essere passatisti per apprezzarlo. Io che sono un presentista ho provato vero piacere a leggere le svelte prose di questo letterato amabile, avvocato con pochi clienti, poeta senza editori, giornalista a tempo perso, che si aggirava per Milano raccogliendo storielle negli ambienti più disparati. Molto devoto e molto peccatore, dopo la sua morte si disse che era «tutto chiesa e case chiuse». Prima, invece, pare fosse soprannominato «l'avocatt porscell». Avrebbe potuto essere un Bukowski nostrano e scrivere qualcosa tipo Taccuino di un avvocato sporcaccione ma la censura, o l'educazione borghese, glielo hanno impedito.
Restano le poesie in dialetto e questa raccolta di articoli che dire in italiano è dire troppo, da tanto sono infarciti di milanese saporitissimo.
«Non mi è più possibile entrare in Svizzera»
Mario Chiodetti «Corriere del Ticino» 15-01-2014
«Carissima, vorrei sapere qualcosa di te o di voi in questi gravi momenti. Sereno è mobilitato? Tu sei mobilitata? Come sai le frontiere sono chiuse e non mi è più possibile entrare in Svizzera. Ho chiesto, anzi, ho fatto chiedere al Consolato un permesso speciale ma non so ancora la risposta. Vedi cos’è capitato? Non avevo ragione di esser pessimista? È impossibile sapere e immaginare quello che arriverà ora. Non do più una lira della mia vecchia pelle».
Non lontano dalla morte, che lo coglierà diciannove giorni dopo, Delio Tessa scrive all’Irmetta, la segretaria del suo studio d’avvocato, trasferita a Biasca per sposare il professore Sereno Musitelli, direttore del locale ginnasio. È il 6 settembre 1939 e il poeta sente avvicinarsi la guerra e con essa la morte, sua e del suo mondo, quello di una Milano raccontata dal basso, fitta di gente umile, di portoni stanchi, di beghine che camminano rasente ai muri. Chiusa la frontiera di Chiasso, lontane le vie di Tesserete, luogo di vacanza per il giovane Delio e la sua famiglia, cala il sipario su una vita al contrario, con la fine di un uomo nato già vecchio che trovò nel dialetto milanese un mezzo espressivo di forza straordinaria.
«Non posso venire a Biasca come Foscolo a Londra!» scrive ancora all’Irma, vagheggiando di lontano il Ticino, una terra libera dove Tessa, a partire dalla metà degli anni Trenta, aveva intrapreso collaborazioni a diversi giornali e alla radio, convinto dagli amici Carlo Linati e Luigi Rusca, allora potente direttore della Mondadori.
Ma prima, all’inizio del secolo, Senio Tessa, impiegato della Cassa di Risparmio, prendeva con moglie e figlio «vacanze a lago», come moltissime famiglie della piccola borghesia milanese, e il Delio adolescente gironzolava per Lugano imprimendo nella memoria attimi e persone fissati poi magistralmente nelle Brutte fotografie di un bel mondo, uscito in parte nell’«Illustrazione ticinese» del 1938.
Ora questo universo scomparso ritorna alla luce grazie al libro Delio Tessa – La bella Milano (Quodlibet, collana Compagnia Extra, 413 pp., Euro 16) curato dal giornalista e scrittore Paolo Mauri, in cui prende vita tutta una serie degli splendidi schizzi tessiani – dalle Prose ambrosiane e dalle Critiche contro vento – pubblicati ne «L’Ambrosiano» di Gorgerino, cui collaborarono Gadda e Linati, e nei ticinesi «Corriere del Ticino», «Giornale del Popolo», «Illustrazione ticinese» e «Radioprogramma» della Radio della Svizzera italiana.
Tessa amava molto la Svizzera, come testimonia anche uno scritto dell’amico Linati, pubblicato su «Sette Giorni» del 1943: «Tessa era felice quando poteva partire per la Svizzera; a Lugano aveva molte buone amicizie, amava quel popolo giusto e sereno. Ricordo che spesso ve lo condussi io in automobile, e le belle chiacchierate che si facevano passando attraverso il confine e correndo lungo le luminose, azzurre acque del lago rallegrato da gabbiani e gitanti». Proprio in Svizzera il poeta di L’è el dì di Mort, alegher! avrebbe probabilmente riparato allo scoppiar della guerra (l’amico Rusca gli aveva proposto di lavorare alla libreria Melisa di Lugano) se la morte sopravvenuta nel settembre 1939, in seguito a setticemia per un ascesso mal curato, non gliel’avesse impedito. Nel frattempo Tessa aveva abbandonato la poesia, gli ultimi desolati versi datano pochi mesi dopo la proclamazione dell’Impero, poi il poeta si dedicò soltanto alle dizioni e alle collaborazioni giornalistiche e radiofoniche. Del resto l’uscita dell’unico libro pubblicato in vita, la raccolta L’è el dì di Mort, alegher! edita da Mondadori nel ’32, era stata, come diremmo oggi, un flop, e le copie ancora anni dopo si sarebbero trovate per poche lire nelle bancarelle di bouquinistes di Milano.
Dal marzo 1936 aveva intrapreso una collaborazione con l’«Illustrazione ticinese», allora diretta da Aldo Patocchi, e il «Corriere del Ticino», per tramite dell’amico e direttore Vittore Frigerio. Per il nostro quotidiano Tessa scrisse parecchi articoli, riguardanti il cinema (L’elogio di Charlot e quello di Walt Disney), le recensioni di libri per autori quali Zavattini, Pea o Linati, i poeti milanesi raccolti in antologia da Severino Pagani e i settant’anni dell’amico Arturo Toscanini, chiamato familiarmente Tosca come del resto faceva la moglie Carla.
Alla radio all’inizio venne invitato (forse su segnalazione di Linati, forse di Guido Calgari) a leggere sue poesie, poi iniziò con recensioni a libri e film (non senza attacchi alla cinematografia
italiana negli anni dell’Impero, esterofilo), racconti sceneggiati con musiche (specie quelli dell’amato Emilio De Marchi), presentazioni di commedie, come quella dossiana “Ona famiglia de Cilapponi”, probabilmente su consiglio di Linati, che negli anni Venti l’aveva ripescata per i tipi de «Il Convegno», la rivista diretta da Enzo Ferrieri.
Il timido Tessa, con quella figura smilza e sparuta e gli occhi dall’espressione di “cordiale allucinato”, riuscì a portare ai microfoni di radio Monteceneri, in una memorabile serata dell’ottobre 1936, perfino Benedetto Croce, cui si sentiva vicino anche sul piano politico, entrambi professando un antifascismo liberale. In una storica fotografia Tessa gli apre la porta degli studi, con il filosofo che entra scappellandosi nel salutare Arminio Janner, che poi lo intervisterà. Ma prima ancora era stato suo ospite il poeta Trilussa, che accompagnò in un tour ticinese nel maggio-giugno 1936: di quei giorni il libro La bella Milano riporta la puntuale cronaca, con il poeta romano, per gli amici Tri, preoccupato per le fotografie che avrebbe dovuto farsi fare per il passaporto e un po’ triste perché a Lugano pioveva sempre. Ma il poeta di via Rugabella guadagnava qualche franco anche girando il Cantone come conferenziere ed eccezionale lettore di versi suoi e del Porta, grazie alle eccellenti doti di fine dicitore. Ed è curioso spulciare nelle pagine de «Il Cittadino» alla ricerca del programma di una Conferenza Tessa al circolo di Coltura di Locarno del 6 maggio 1933: dopo l’esordio portiano con Trii sonitt, subito Tessa mette in scaletta opere sue, La corridora di vegett, On bell maghetta fino a La mort de la Gussona per poi concludere con alcuni minori, come Lamberto Fasanotti (che gli diede in gioventù ripetizioni di latino) e Giovanni Ventura e ancora con El miserere di Carlo Porta.
Tutto il suo universo, quello di «un idealista diventato scettico», come scrisse nell’autopresentazione per radio Monteceneri, di un uomo mite e chino sul respiro della terra, quella più bassa di chi ha sofferto, capace di raccontare con un verso i colori di una Milano di cortili e di gatti come lo schianto di Caporetto o la fine straziante della vicina di casa.
Delio Tessa. La bella Milano
Alberto Saibene «Doppiozero» 31-01-2014
A Palazzo Morando, nella Milano del quadrilatero, si può in questi giorni visitare una delle innumerevoli mostre fotografiche dedicata alla città tra le due guerre. Di solito la massima attrazione per i visitatori, e vale anche questa volta, è osservare le fotografie della Milano che non c'è più: quella dei Navigli, della Darsena, il glorioso sistema di trasporti via acqua che si fa risalire a Leonardo e che dava un tono da ville d'eau alla città. I Navigli vennero interrati tra il 1929 e il '30 e da allora aleggia un sentimento di nostalgia in fondo antitetico allo spirito milanese che, come tutte le grandi città, o che si credono tali, è sempre pronto ad abbracciare con entusiasmo il partito del nuovo.
I nostalgici dovrebbero rileggere Delio Tessa (1886-1939), ora che Quodlibet ripropone le sue prose apparse sui giornali milanesi e ticinesi tra il 1934 e la morte, avvenuta pochi giorni dopo lo scoppio della seconda guerra. “Quando c'erano i Navigli ogni anno, tra Marzo e Aprile, si andava incontro alla cosiddetta «sutta»; si toglieva cioè l'acqua per circa un mese allo scopo di pulire il fondo melmoso perché puzzasse un po' meno”. Tessa, nella tradizione del Porta, da lui giustamente idolatrato e di cui è stato l'unico vero erede, dava voce al popolo: “Al povero Cesarino – il commesso del notaio Bertoglio (quello vecchio) – e batti e batti erano riusciti a far fare un viaggetto. È andato a Venezia. Al suo ritorno dopo un paio di giorni d'assenza erano corsi incontro a chiedergli: «È inscì ? T'è piasuu ? Coss t'ee vist?» «Tutt navili!»”.
Questo breve campione di prosa è tratto da Mastro Piccone, un articolo del 1937 che ci aiuta a comprendere meglio, con l'uso espressivo del dialetto, la personalità de grande poeta e prosatore milanese per il quale la partita critica non sembra mai essere definitivamente vinta.
Autore di un solo libro in vita, L'è el dì di mort, alegher!, pubblicato da Mondadori nel 1932 con i buoni uffici dell'amico Luigi Rusca, ha dovuto aspettare le cure del grande ingegnere della letteratura lombarda, Dante Isella, prima di entrare nel canone degli scrittori del nostro XX secolo, nonostante gli apprezzamenti di Antonicelli, Pasolini, Fortini, Cases, l'inserimento nella classica e insuperata antologia della poesia del Novecento italiano di Mengaldo e una precoce segnalazione di Croce.
Eppure ogni volta si riparte dall'immagine dello scrittore che evoca la città del passato, del “l'era inscì bella ier”, un modo di dire milanese per definire chi rimpiange un po' invano il tempo che fu. Oltre che narratore della città ottocentesca che muore, l'altro topos legato a Tessa è l'antifascismo, un atteggiamento tra il morale e l'estetico, che tra le righe, si riesce a scovare in queste prose. In effetti nella mostra di cui parlavo sopra e, più in generale, quando si legge della Milano tra le due guerre, si è tutti protesi a cercare segnali di antifascismo, di cripto-opposizione politica (ah, i giovani di Corrente!), dimenticando che la città è stata fascista con convinzione, dalla nobiltà (un Visconti di Modrone fu podestà) alla piccola borghesia e a una parte della classe operaia, e che ancora nel 1944 i milanesi sottoscrissero con grande slancio un prestito di guerra della RSI. La strategia di Tessa, pur tenendo conto che scrive per un giornale straniero, è molto sottile: la sua stella polare è Arturo Toscanini di cui celebra le doti artistiche ma anche la forte personalità. Il direttore d'orchestra non dirige più in Italia, dopo l'episodio dello schiaffo di Bologna, ma un gruppo di facoltosi simpatizzanti lo raggiunge nei famosi concerti di Lucerna – la stessa cosa si è ripetuta, ma sembra una parodia, con gli “abbadiani itineranti” che hanno seguito il Maestro dopo l'“esilio” dalla Scala – anche se alla frontiera vengono diligentemente annotate le targhe delle automobili.
Tessa ne descrive la casa vuota di Milano, le semplici abitudini, lo stile antiretorico, quindi antifascista. Quando invece scrive per «L'Ambrosiano», quotidiano milanese con una notevole terza pagina (ci scrive, tra gli altri, Gadda), l'antifascismo fisiologico di Tessa utilizza il rimpianto per il passato, il sentimento per la civiltà dell'Ottocento, il pedale in sordina dell'umorismo – un solo esempio: parlando del vecchio Teatro Gerolamo ricorda come “le scene sono così poco mutate che qui seduto ti par quasi impossibile che di fuori l'Ala Littoria solchi il cielo coi suoi apparecchi” – lo stesso uso del dialetto, per abbassare il suo sguardo alla descrizione dell'umanità semplice fatta di portinai e servette, piccoli impiegati, lavoratori dei quartieri popolari che scompaiono sotto i colpi del «piccone risanatore».
La predilezione per gli scorci crepuscolari – “nebbioni come quelli oggi non se ne vedono più” – qualche sapiente tocco di patetico, un sospetto, di tanto in tanto, di “prosa d'arte” o di “stampe dell'Ottocento”, hanno offuscato la vera novità del Tessa, la sua straordinaria modernità, per la quale si possono invece spendere senza esitazione i nomi dei grandi espressionisti tedeschi (Döblin, Toller), di Dos Passos per il montaggio sincopato (che nel nostro si risolve nell'uso 'nervoso' della punteggiatura), di Benjamin per la riflessione sull'incipiente modernità e il suo intrinseco rapporto con la metropoli, o risalire alle pagine autobiografiche di Canetti in cui la città è un ossessivo ma entusiasmante caleidoscopio di facce, ognuna con un proprio destino.
All'origine di tutto c'è Baudelaire, come scrive lo stesso Tessa accostandogli Porta: “E poi in Baudelaire si sente l'odore della folla, si vede la sua Parigi che egli amò di un amore che sembra avere le radici nell'odio”. L'irruzione della modernità è testimoniata dagli articoli su Chaplin (paragonato alla maschera milanese del Tecoppa), su Disney di cui viene dissezionata la geniale meccanicità ritmica che dà il tono alla narrazione, pur rilevando che “i sentimenti si fabbricano ormai come le automobili”. Il poeta, oltre che essere un grande appassionato di cinema (il celebre finale de La mort della Gussona con l'evocazione delle stelle del firmamento hollywoodiano a confronto con una vecchia puttana che muore) è autore di sceneggiature che, naturalmente, non hanno mai trovato la via dello schermo.
Tessa, come ha rilevato Mengaldo, è l'unico poeta dialettale che ha fatto rifluire le novità delle avanguardie (il sogno surrealista) nei suoi componimenti. Non starò ad elencare tutti i meriti per quello che per me, si è capito, è un genio del nostro Novecento, oltre che una persona che si sarebbe voluto conoscere e sostenere in un isolamento che in qualche momento gli sarà sembrato assoluto.
A rileggerlo a più di venticinque anni di distanza dalle prose di Color Manzoni (Scheiwiller, 1987) misuro anche la mia nostalgia per le espressioni di un milanese italianizzato che ho ritrovato nelle pagine di questo libro. Così, alla rinfusa, “Santa pace!, bisa bosa, comprendonio”. Oppure “mi rincresce, se crede, è un peccato, che peccato!”. E altre ancora, e così rivedo le care facce di chi le pronunciava e non c'è più.
Per finire m'immagino Tessa che visita l'EXPO del 2015 e la sua curiosità attratta dai padiglioni dei paesi più stravaganti, quelli di cui nessuno ha mai neanche sentito parlare, e che incomincia, come per caso, a discorrere: “Ma lì da voi fa caldo tutto l'anno? Perché, non creda, anche a Milano ci possono essere certi caldoni...”.
Tessa e la poesia della Milano bella
Giuseppe Leonelli «La Repubblica» 15-02-2014
Tornano a essere pubblicate, a distanza di circa un quarto di secolo, a cura di Paolo Mauri (La bella Milano, Quodlibet, pagg. 413, euro 16), le prose di Delio Tessa, uno dei più importanti e meno conosciuti fra i grandi poeti del '900 italiano, autore nel 1932 di L'è el dì di mort, alegher!, un capolavoro scritto in vernacolo milanese. Il volume si compone di due tranches: la prima, “Prose ambrosiane”, pubblicate su giornali e riviste della seconda metà degli anni Trenta, è dedicata a fatti, atmosfere, personaggi milanesi, colti con vena freschissima di bozzettista. La seconda, “Critiche contro il vento", dello stesso periodo, raccoglie scritti più giornalistici, quali recensioni di libri e film, ritratti di scrittori, cronache tuttora piacevoli da leggere, di eventi
letterari, artistici e musicali.
Le “Proose” stanno alle poesie un po' come le Operette morali di Giacomo Leopardi ai Canti, ossia hanno sicuramente a che fare con il cupo pessimismo che pervade la produzione in versi di Tessa. Ma i toni sono più smorzati, s'addolciscono nella descrizione degli angoli più caratteristici della propria città, animati da «gente meccaniche e di piccol affare» già care al Manzoni. È in questo mondo che la propria solitudine di modesto avvocato scapolo può talora apparire provvida e addirittura felice, capace di ammiccare sommessamente, e quasi dolcemente, al lettore.
Nei momenti più intensi, compare una pietas che ricorda quella che pervade l'"umorismo" pirandelliano: la figura gigantesca della Natura leopardiana si trasforma nell'erma bifronte che da una parte ride e dall'altra piange. Elemento di contatto - fa notare giustamente Mauri nella sua introduzione - fra queste prose e le poesie è l'uso del dialetto, che s'affianca all'italiano, rendendo bilingue il libro. Il milanese è usato da Tessa come elemento di straniamento: fioriscono tonalità espressionistiche di tutto rispetto, che rinviano a quelle del Gran Lombardo per antonomasia, ilCarlo Emilio Gadda che negli stessi anni andava assemblando le pagine dell'Adalgisa.
Nelle prose di “Critiche contro vento” abbiamo a che fare con l'assunzione di ruoli che forse, se non le avessimo lette, non avremmo sospettato. Ad esempio quello di “critico filmistico", come lo definisce Piero Gadda Conti, il cugino di Carlo Emilio. In questa veste, Tessa esprime le sue ironie sullo Scipione l'Africano, che doveva essere il colossal dell'orgoglio fascista e si trasforma, nella sua penna, in un film di cui avrebbe potuto essere protagonista Alberto Sordi. Ecco uno dei suoi commenti più sapidi: «Abbiamo viste le facce dei romani. Mi assomigliavano maledettamente ai fornitori della mia mamma, ai bottegai del mio quartiere. C'era la faccia del droghiere, c'era quella del salumiere... a tutti avevano messa una parrucca ricciuta e a tutti avevano raccomandato di fare il muso duro perché, non dimenticatelo, siete antichi romani». Non erano certo frequenti ai tempi dell'Accademia d'ltalia, inzeppata di mezzi busti opportunisti, queste ironie di uno scrittore che non vendeva quasi niente, ma parlava chiaro. Altro capolavoro, in campo filmico-teatrale, anche se filologicamente non tutto attendibile, è il confronto fra Charlot di Charlie Chaplin e Tecoppa, creato in Italia dall'attore Edoardo Ferravilla. E altro ancora va citato: l'immagine di Toscanini in casa sua, il ritratto di Trilussa, la recensione all'antologia Poeti milanesi contemporanei, sconsigliata dal Minculpop fascista ai giornali italiani e pubblicata impavidamente sullo svizzero Il Corriere del Ticino.
Un fazzoletto di Milano dal profilo europeo, prima del risanamento
Enzo Di Mauro «Alias» 09-03-2014
Restano ancora perfette le parole di Carlo Linati a proposito delle prose di Delio Tessa, in specie quando si spiega come per mezzo di una scrittura «a tocchi, a puntini, a cassettini» avvenga che si raccolgano e intorno vi si raggrumino «polvere, odori, vecchie tinte, rimasugli e vecchiumi della già vecchia Milano». Entro quel procedere a spasmi, a strappi improvvisi, accelerando e rallentando, resta chiuso il segreto di un'andatura che aveva bisogno di regolarsi su distanze urbane, più sul tempo che sullo spazio - tempo della persistenza dell'antico e tempo della trasformazione-, a riprodurne il corto circuito, l'aritmia sentimentale e tuttavia concretissima.
Se per un momento si sottrae la mitologia di Tessa alla dimensione municipale e al localismo, bisognerà allora guardare altrove, lontano, per trovar fratelli all'«avvocatino» con l'ombrello a becco appeso al braccio (egli così si riferiva a se stesso volendo segnalare la modesta riuscita professionale), una metà Charlot e l'altra Hulot, in cerca di detriti, di pietre consumate, di dissonanti e nuovi arredi urbani, di case in demolizione o in costruzione, di giardini inselvatichiti e abbandonati, di tipi e facce e voci di portinaie, artigiani, commesse, impiegati, donne di servizio, barboni, ladruncoli, colleghi di tribunale, commercianti, becchini.
Occorrerà, ad esempio, ricordare Spazieren in Berlin (1929), giacché, e non diversamente da Franz Hessel, Tessa scontorna ciò che resta di classico  e lo fissa una volte per tutte sulla pagina, lo rimpiange e insieme ne accetta il tramonto e la deriva persino nel cuore della folla, della marea umana che nuota nella metropoli. Il destino di Tessa, come quello di Hessel e (prima ancora) di Baudelaire, è quello di abitare «nella casa del tempo, sotto la scala, là dove tutti gli debbono passare davanti, e nessuno lo nota [...] Egli è qui, e nessuno è tenuto ad occuparsi della sua presenza.
Egli è qui e silenziosamente passa di luogo in luogo ed è null'altro che occhi e orecchi e assume il colore delle cose su cui si posa», secondo la definizione che Hugo von Hofmannsthal formulò nel celebre saggio del 1907 Il poeta e il nostro tempo.
Tessa d'altra parte torna più volte a Baudelaire che intanto afferma di preferire a Leopardi proprio perché lì «si sente l'odore della folla, si sente la sua Parigi che egli amò di un amore che sembra avere le radici nell'odio». E ancora, in maniera più potente e risoluta: «Che faccio questa sera? Sono stanco di Jean Harlow e dei suoi ultimi film. Me la fanno vedere troppo bionda, troppo nuda lei che è morta. La sua giovinezza in fiore mi si decompone sotto gli occhi e ai baci che le danno sento un freddo... la fraicheur du tombeau... direbbe Baudelaire...». Oppure conficcandosi, corpo e anima, in quella tradizione del moderno, con sgomento e attrazione, con repulsione e ammirato spavento: «E le facce? E le facce della gente? Per chi come me ha lo stupido vizio di ammirar la città e di viverci dentro come una fogna non vede sassi, ma facce, facce, facce: che cosa terribile e ossessionante!». Volendo, procede, quelle facce morte che «lampeggiano» simili a «certe case segnate per la demolizione cui hanno accecato le finestre con rettangoli di muro», le si può continuare a «salutare per sempre» ovvero per l'eternità, in sequenze senza principio né fine.
Delio Tessa (1886-1939) - che in vita pubblicò nel 1932, e con straordinario insuccesso, quel capolavoro in versi dell'espressionismo europeo intitolato L`è elì dì di mort, alegher! - scrisse le sue prose destinate ai giornali (soprattutto «L'Ambrosiano», a cui collaborò negli stessi anni anche Carlo Emilio Gadda, e «Il Corriere del Ticino», oltre la Radio della Svizzera italiana) tra il 1934 e il 1939, prose che adesso ritroviamo riunite - dopo l'edizione del 1988, curata da Dante Isella per Einaudi (Ore di città) e a seguire, nel 1990 presso Casagrande, per le cure di Giuseppe Anceschi, di Critiche contro vento, centrato sulle pagine "ticinesi"di carattere più specificatamente informativo e appunto giornalistico, legate magari a un evento, a una mostra, all'uscita di un libro o di un film, a una intervista - in un unico volume, a cura di Paolo Mauri, dal titolo La bella Milano (Quodlibet, pp. 413, € 16,00). Manca da questo corpus soltanto «Brutte fotografie di un bel mondo», dove l'autore commenta una serie di vecchie immagini della propria vita di bambino e di adolescente quasi a voler chiudere il cerchio tra lettera e testamento («Sono vissuto troppo», comincia, «Me ne accorgo contemplando queste fotografie. Mi sono care, le amo, ed è un gran brutto segno. Non riesco a distaccarmi dai morti, non so vivere più»).
Pure, se il tempo è immenso, lo spazio invece si misura in un groviglio di strade e viuzze attraversate da qualche viale che fugge verso le nuove periferie. Tutto si concentra insomma quasi in un fazzoletto di terra attorno alla parrocchia di Sant'Alessandro, nei luoghi dove Tessa era nato e vissuto (via Fieno, via Olmetto, piazza Vetra, Porta Ticinese, Porta Romana; solo di rado egli si spinge verso la campagna, a Rogoredo, all'Idroscalo, alla Copmasina, e- qui prova a ricostruire la planimetria di una villa settecentesca ormai scomparsa e di cui resta in piedi solo l'ingresso, e la vita beata del «giovin signore» che l'aveva abitata; più spesso ovviamente a Musocco, la città delle ombre). Ma a Tessa quello spazio basta e anzi gli pare anch'esso immenso quanto il tempo che lo precipita indietro, lontano dal Piccone Risanatore e dal Piano Regolatore che sono rispettivamente il «boia» e la «sentenza di morte». A Tessa repelle l'artificio, l'ornamento, questo ricordandogli la cura che si ha per le salme, l'irrigidimento, l'imminente processo di decomposizione. Si dice convinto che la neve ami le cattedrali, i vecchi palazzi e le casupole piuttosto che lo stile Novecento. Ma nulla al pari di queste prose, e proprio grazie a un simile lacerante attrito, sa offrire al lettore l'attimo esatto dell'irrompere del moderno nella vita materiale e psichica degli uomini.
Ascensore? No, sul Duomo si sale a piedi
Giulia Borgese «Corriere della sera - Milano» 24-04-2014
Un nuovo ascensore di cristallo per salire sul tetto del Duomo fino ai piedi della Madonnina! Un'idea più sballata non c`è. Per fortuna adesso pare definitivamente bocciata. Già è di troppo quello che c'è, perché in verità uno c'è da cent'anni. Così la pensava anche il grande poeta milanese Delio Tessa in una delle sue deliziose «prose ambrosiane» (questa che segue è del 1937) ripubblicate nell'encomiabile volume «La bella Milano» a cura di Paolo Mauri (Quodlibet).
Ecco cosa scriveva: «Ma sul Duomo bisognerebbe andarci a piedi non in ascensore come oggidì: ... e su e gira/ e gira e su/ e su e gira... e a ogni giravolta, da una feritoia, un taglio di luce viva nel camino della scaletta... proprio come vent'anni addietro per raggiungere il vecchio loggione della Scala. Quanti gradini? Mah! Il loro numero era leggendario. Così, se discorrendo qualcuno accennava all'età sua e veniva fuori a dirvi "io ne ho trentacinque" e si vedeva che ne aveva molti, ma molti di più, che cosa si diceva allora, ma piano, che non sentisse: ... "e i basej del Domm...". I gradini, quand'erano finiti si sbucava come spazzacamini sui lastroni del tetto. Le brigatelle si disponevano a far colazione secondo la nota strofetta cantata sull'aria della Traviata: De Provenza i per e i pomm/I castegn de Vengon / Che se poeu gh'avessom famm / Andarem tutti sul Domm /A mangià pan e salamm».
Ogni tanto ci sta bene un briciolo di sorridente saggezza, almeno per riportarci a una amabile realtà.
La bella Milano e le sue contraddizioni
Antonio Calabrò «Il Giorno - Milano» 30-08-2014
[…] ecco Delia Tessa, di cui l'editore Quodlibet raccoglie, in "La bella Milano", gli scritti tra il 1936 e il 1939: la città s'è aperta oltre la cinta delle Mura Spagnole, conosce bene la sua storia ottocentesca ma fa i conti con l'industria, i nuovi mezzi di trasporto, la modernità cara a Boccioni, il cinema, le luci. Anche Tessa fa largo uso del dialetto, vivacissima forza identitaria. E sa muoversi tra circoli culturali (l'amicizia con Toscanini, gli editori, i giornalisti de "L'Ambrosiano"…) e ambienti popolari, tram e mercati, portinaie e puttane, le marionette dei fratelli Colla e La Scala. Mai monotona, d'altronde, Milano. È una sua grande qualità.
2013
Compagnia Extra
120x190
ISBN 9788874625239
pp. 432
€ 16,00 (sconto 15%)
€ 13,60 (prezzo online)