Vite sbobinate e altre vite
Vite sbobinate e altre vite
 
 Con un radiodiscorso di Cesare Zavattini
 

Se è vero che i naïf dipingono senza saper dipingere è anche vero che possono scrivere senza saper scrivere.
Cesare Zavattini

 

Alfredo Gianolio, incoraggiato dall’amico Cesare Zavattini, ha incominciato attorno al 1970 a registrare e trascrivere (cioè sbobinare) con amorevole cura i racconti autobiografici dei pittori naïf che vivono lungo il Po.
Sono narrazioni orali di vite singolari, che compongono l’affresco di una popolazione secondaria e un po’ storta nata dal Po, forse ora in via di estinzione; una popolazione di pittori senza pretese che non appartengono alla storia dell’arte, ma semmai alla storia delle disgrazie umane.
Ha detto una volta Gianolio che questi pittori del Po sono come i fiori cresciuti in serra, che, messi fuori, a contatto con la cultura, si affievoliscono e finiscono per sparire.

Recensioni 
Paolo Nori «Libero» 22-12-2013
Marco Belpoliti «Tuttolibri - La Stampa» 11-01-2014
Chiara Cabassa «Gazzetta di Reggio» 09-02-2014
Stefano Bartezzaghi «La Repubblica» 09-02-2014
Renato Minore «Il Messaggero» 15-03-2014
s.a. «L'UnitÓ» 12-06-2014
redazionale «Prima pagina» 06-11-2014
«Gazzetta di Reggio» 07-11-2014
Giorgio Vasta «minima&moralia» 13-01-2016
 
Una salute per i giovani
Paolo Nori «Libero» 22-12-2013
Recentemente ho fatto un seminario di scrittura a Genova, e mi è capitato di passare, al ritorno, per un paio di domeniche di questo dicembre, per Voghera, per Pavia, per Milano, per Lodi, Piacenza, Pama, Reggio Emilia, Modena, e erano tutte, queste città e queste campagne che vedevo dal treno, nascoste, o ingentilite, come si dice, dalla nebbia, che in questi ultimi anni sembrava sparita e adesso, sembra, è tornata, e a vederla tornare io son stato contento perché mi è venuto in mente un libro di Alfredo Gianolio recentemente ripubbicato da Quodlibet nella collana Compagnia extra, Vite sbobinate e altre vite, che è una serie di nastrobiografie sbobinate dall’avvocato Gianolio (classe 1927, di Suzzara, critico d’arte, amico e discepolo di Cesare Zavattini a cui, un paio di anni fa, il regista Nicola Nannavecchia ha dedicato un film, Il segno e la voce: vita d’artista) e in particolare mi è tornata in mente la piccola autobiografia di Pellegrino Vignali, detto Mandarèin, un pittore e scultore dell’appennino reggiano che a un certo momento dice a Gianolio: «Devo anche aggiungere, signor avvocato, che sento sempre nominare la nebbia di Milano. Sempre parlano di questa nebbia, questa nebbia, questa nebbia. Non aggiungo altro ma, se questa nebbia decidessero di farla sparire, i milanesi dopo poco tempo si ammalerebbero tutti. Perché la nebbia ha una temperatura che la porta ad andare dove c’è da mangiare, è una sua debolezza va dove trova della sostanza. Se andasse via quella nebbia, che Milano da quando è Milano ha sempre avuto, tutti i milanesi si ammalerebbero perché la nebbia assorbe tutti i microbi e mantiene sana la gente. Ma non si può spazzar via la nebbia, cosa in verità impossibile perché nella terra c’è una calamita che attira questa roba. E la nebbia ha la debolezza di andare verso la calamita. Se uno mi interpella sul problema della nebbia gli direi di stare attento al punto in cui la nebbia viene attratta e, a distanza di una decina di chilometri, gli direi di fare un buco per vedere che cosa c’è sotto quel terreno, vicino alla calamita può darsi che ci sia qualcosa che possa interessare tutto il mondo. Se c’è qualcosa che non va mi viene in nebbia di Milano, la salsa di Regnano. Può essere sotto di loro un fenomeno che danneggia l’Italia intera. Ho pensato a volte a queste cose, senza dire nulla. Quando sono a letto non riesco a dormire, mi viene in mente la salsa di Regnano, mi preoccupa che possa andare via la nebbia di Milano, che può essere una salute per i giovani». Ecco, il libro di Gianolio è un po’ tutto così: trentasei vite sbobinate, trentasei personalità stupefacenti, come quella dei pittore Giuseppe Raineri, che comincia così: «Mi piace fare il ritratto di persone già morte, perché le persone vive non sono mai contente». O come la poetessa Carmen Togni, che, raccontando della sua passione per il ballo, dice: «ci sono ballerine anziane veramente brave. Ma più si va avanti di età, più vi devono essere cautele, essendovi spesso problemi di circolazione, un’ernia che può improvvisamente farsi sentire, qualche sensazione di vertigine, un balordone… Una volta un ballerino, fatta la mazurca, si è fermato, non se l’è sentita di fare anche il valzer. Ha detto: Vado giù, mi hanno operato, mi tirano i punti». O come Pietro Ghizzardi che a un certo momento dice: «Dunque che cosa ho detto quando ho parlato con Zavattini alla radio di Roma, ho detto come Galileo Galilei: eppure la terra si muove ma gongolatamente la terra si muove». O come Pietro Rovesti che parlando del suo conterraneo e collega Antonio Ligabue dice: «Ligabue lo conoscevo e lo conosco ancora bene anche dopo la sua morte». E, a proposito di morte, Pellegrino Vignali, quello della nebbia, dice : «Io non vorrei che ci fossero dei pericoli, perché la gente nasce appositamente per stare al mondo». Io ho l’impressione che questo Vite sbobinate sia un libro del quale si potrebbe citare praticamente ogni riga, perché ogni riga è, in un certo senso, stupefacente, va in una direzione inaspettata, ho l’impressione che sia un libro pieno di gente che, come dice Gianni Celati «Anche se parlano delle proprie disgrazie, quando ne parlano di gusto sono beati, perché le disgrazie diventano fole e loro si perdono dietro al gusto delle fole che fa dimenticare tutto», e, nella varietà delle cose con le quali sarebbe possibile chiudere questo pezzetto, vorrei chiuderlo con la definizione che Bruno Rovesti dà del pittore naif: «Il naif è un pittore che cammina, è il sangue che bolle nelle vene di qualsiasi persona, una persona di valore anche per sentimento. L’artista cammina e va, non ha fatto dei copiamenti, non ha seguito una via di malaffare. Nel suo lavoro c’è la natura vivente e morente oppure la natura riposante. Vi sono tanti casi espressivi in linea col mentalismo e col sentimentalismo».
Dalla valigia dell'avvocato spuntano le vite dei pittori na´ve
Marco Belpoliti «Tuttolibri - La Stampa» 11-01-2014
Ci guardano da dentro una valigia, appena socchiusa. Hanno alzato il coperchio: una popolazione immensa. Bambini, donne, uomini; con occhiali, con cappello, con cravatta. Quanti saranno dentro il contenitore disegnato da Franco Matticchio? Difficile dirlo, perché appena finito di contare ce ne sono altri ancora. L'autore, Alfredo Gianolio, è un avvocato di Reggio Emilia, avvocato delle cause perse, nato a Suzzara, al di là del Po, in provincia di Mantova. Ha conosciuto Cesare Zavattini parecchi anni fa e collaborato con lui. Nel corso del tempo ha raccolto con il registratore le storie di vita dei pittori naïve, ma anche di altri che non lo sono. Quindi le ha trascritte. Il volume comprende 37 racconti, tutti straordinari, che compongono Vite sbobinate e altre vite.
Leggendoli si ride, si piange, ci si commuove, ci s'intristisce, ci si rallegra, si pensa molto, si ripensa alla propria vita, e a quella degli altri. Ci s'immagina tutte queste vite di miseria (non tutte, ma molte), piene di magie, cose incomprensibili, fantasie e desideri. Sono introdotte da un breve ritratto di Gianolio, che racconta in poche righe le loro vicende: luogo di nascita o provenienza, lavoro, attività, se pittori o scultori, il mestiere che fanno per campare, figli, mogli, fallimenti e riuscite. Un intero universo passa sotto i nostri occhi. Siamo noi che osserviamo queste vite o, come nel disegno di Matticchio, sono invece loro a guardarci? Entrambe le cose. Ma non è solo ciò che raccontano ad affascinare. Sono le parole, il linguaggio che usano.
Vengono in mente gli scrittori irregolari degli anni settanta, le storie di Gianni Gelati in Narratori delle pianure, un capolavoro letterario, e non solo.
Come dice Zavattini nel testo conclusivo, che è un po' la guida del lavoro dell'avvocato di Reggio Emilia, questi pittori (artisti della vita) scrivono senza saper scrivere, così come hanno dipinto senza saper dipingere. Questo volume dovrebbe essere un libro di testo nelle classi superiori, anzi nei Licei, nel Classico in particolare, perché qui si capisce cosa è la letteratura, quella che si fa senza pensare di farla, la prosa della vita, la voce dei narratori orali, che sgorga spontanea. Sia lode ad Alfredo Gianolio trascrittore, custode di queste vite. La speranza è che non si chiuda mai la valigia di Matticchio, perché queste storie alimentano la linfa del racconto più di tanti romanzi industriali (rubo l'espressione da Celati e la faccio mia).
Gianolio, fra Zavattini arte naif e Resistenza
Chiara Cabassa «Gazzetta di Reggio» 09-02-2014
Non esistono argomenti off limits. Alto e basso non hanno ragione d’esistere. Così come non ha senso alzare paletti per separare il vero dal verosimile. O per distinguere il detto dall’indicibile. Ridere e piangere si assomigliano un po’. Capita quando parli con Alfredo Gianolio che in ordine casuale e non esaustivo è avvocato, scrittore, giornalista, storico, critico d’arte. Ma prima di tutto, un grande uomo. La prova? Basta conoscerlo.
Dimenticavo, lei Gianolio è stato anche partigiano...
«Diciamo che fin da ragazzo sono stato antifascista. In primo luogo perché sono cresciuto in una famiglia antifascista, credo. Un giorno, ero al ginnasio, ricevetti una lettera con cui ero invitato a una bicchierata sotto il ponte del Tresinaro. Era una cosa goliardica, ma la polizia intercettò quella lettera e pensando che fosse un incontro clandestino fui portato a Villa Cucchi. Qui passai tutta la notte mentre la polizia cercava il mio nome negli archivi. Non trovò niente e la mattina dopo mi liberò... Dopo quell’esperienza mi venne un’idea. Avevo un amico di scuola molto fascista e, da quel giorno, iniziai a passare davanti a Villa Cucchi con lui... Ora sorrido ma allora mi sembrava una cosa seria».
Ma Gianolio partigiano?
«Diciamo che ci ho provato. Pochi giorni prima del 25 aprile io e Rolando Cavandoli ci unimmo ai partigiani. Andammo a piedi da Reggio a Quattro Castella e, da lì, a Leguigno di Casina per raggiungere il gruppo. La mattina scendemmo verso la città molto motivati. Ma quando arrivammo, Reggio era già stata liberata. Nella confusione del momento fummo portati in trionfo. Non ci sottraemmo».
Considerando i suoi mille interessi, cosa l’ha spinta a scegliere la carriera forense?
«Io volevo iscrivermi a Storia e Filosofia. E’ stato mio padre a spingermi verso Giurisprudenza dicendomi che storia e filosofia avrei potuto studiarle da solo. E poi, diciamolo, Giurisprudenza era la facoltà scelta da chi non era particolarmente portato per niente».
Considerando quello che ha fatto nella sua vita, dire che non era portato per niente è a dir poco riduttivo...
«In realtà, contemporaneamente ho fatto tante altre cose. Avevo l’istinto giornalistico e ho iniziato scrivendo su “Progresso d’Italia” diretto dal Loris Malaguzzi, poi su “La Verità”, settimanale del Pci. E sono stato capocronista delle pagine reggiane dell’Unità».
Ma finì per fare l’avvocato.
«Mi ero sposato giovanissimo, e uno dopo l’altro sono arrivati quattro figli. A quei tempi, chi scriveva sull’Unità non poteva percepire uno stipendio superiore a quello di un operaio specializzato. Detto questo, io avevo una famiglia da mantenere... Ma fare l’avvocato mi è sempre piaciuto, è una professione che ti porta a conoscere tante persone. E mi ha permesso di coltivare le mie passioni. Perché non avrei potuto fare solo l’avvocato così come non sarei potuto essere esclusivamente uno scrittore o un giornalista o uno storico. Nessuna di queste attività, da sola, mi bastava e mi basta. Oggi posso dire che ho fatto una scelta che mi ha reso la vita migliore. E mi ha permesso di farne di cotte e di crude».
Tornando al “vile denaro”, lei gode fama di non avere mai avuto parcelle molto alte...
«In parte è vero. E’ che mi è sempre mancata una qualità essenziale per un avvocato: il tempismo. Mi sfuggiva sempre il momento in cui dovevo chiedere i soldi. E’ stato uno degli “argomenti” di maggiore attrito con mia moglie...».
Ha partecipato anche al Costanzo Show come avvocato dei poveri.
«Sì, nel salotto di Costanzo mi hanno fatto parlare del mio modo singolare di svolgere una professione che solitamente evoca grandi guadagni. In effetti, dopo essere apparso in tv i miei clienti, quelli che non pagano naturalmente, sono aumentati. E un giorno è anche arrivata una signora da Bologna, è entrata nel mio studio ma invece di chiedermi un parere legale, mi ha chiesto un prestito...».
Veniamo a Gianolio critico d’arte e scrittore. E all’incontro con un certo Zavattini.
«A farmi incontrare Za è stato il Premio Naif di Luzzara e da allora è nato un lungo sodalizio iniziato con la partecipazione come redattore al “Bollettino dei Naif” di cui Zavattini era direttore. Negli anni ’60, a Reggio, c’erano due avanguardie. Una faceva capo a Corrado Costa e si ricollegava al dadaismo e al surrealismo. L’altra, quella di Za, era incardinata sulla concezione dell’egualitarismo etico, sociale e politico. Za partiva dal presupposto che tutti possono scrivere e dipingere e che la cultura era fallita perché era sempre stata nelle mani di pochi. Il suo egualitarismo lo portava ad apprezzare i naif: se meritano, questo il suo pensiero, possono anche esporre alla Biennale di Venezia. Ghizzardi era stato rifiutato? Za volle che i critici andassero nel tugurio dove viveva e lavorava per capire la sua arte. Lo stesso accadde con Valla, il naif filosofo».
Alcuni mesi fa ha pubblicato le sue “Vite sbobinate e altre vite” che ci riportano al suo sodalizio con Zavattini.
«Ai tempi del “Bollettino dei Naif” avevo sentito la necessità di conoscere cosa c’era dietro i quadri dei naif e mi misi in comunicazione con quei pittori emarginati del Po, ascoltando e registrando la loro voce: nacquero le nastrobiografie dalle quali emerse un interessante spaccato umano e sociale. Il “Bollettino” chiuse e l’esperienza pareva finita. Ma qualche anno fa lo scrittore reggiano Daniele Benati, amico di mio figlio Aldo, mi invitò a partecipare alla redazione dell’Almanacco delle prose “Il Semplice” edito da Feltrinelli. Qui ebbi come maestri anche Celati, Cavazzoni, Nori, Cornia. Allargai la mia ricerca anche verso le persone “normali”, convinto che tutti nel fondo della loro coscienza sono naif, perfino i direttori di banca. E’ che la “naivetè” è spesso sepolta sotto strati di luoghi comuni che costituiscono una rete protettiva in ambito sociale».
Nessun rimpianto?
«Se dicessi di sì, apparirei troppo ambizioso. Ho però un profondo senso di colpa. Quello di continuare a vivere così a lungo e senza troppi problemi. Un’ingiustizia, se penso che tanti giovani ci lasciano nel pieno delle loro speranze. Del resto, il mondo è pieno di ingiustizie».
Il suo rapporto con la fede?
«Ad allontanarmi del tutto dalla fede è stato Leopardi anche se dubbi sulla veridicità della religione ne ho sempre avuti. Colpa di una Chiesa troppo chiusa nell’ambito teologico e incapace di aprirsi all’esterno».
Ma ora c’è papa Bergoglio...
«Mi piace e penso possa fare qualcosa di buono... Certo, se fossimo in un’altra epoca sarebbe già stato messo al rogo».
E la politica cosa rappresenta per lei oggi?
«Sono stato iscritto al Pci e le mie radici sono lì. Dopo la Bolognina sono passato a Rifondazione. Oggi mi chiedono cosa penso di Renzi... Lo apprezzo perché ha capito che il peggiore errore non consiste nello sbagliare ma nel difendere l’esistente».
Un dubbio. C’è qualcosa che a Gianolio non interessa?
«Sì, il calcio. E pensare che ho quattro figli tutti tifosissimi... Avevano fatto diventare juventina anche anche mia moglie Marisa. Per me è una perdita di tempo: guardi la partita, e passano 90 minuti, poi ci sono i commenti e le interviste. E devi anche rimanere aggiornato sulla classifica... No, grazie, ho altro da fare».
Gianolio e le vite degli altri
Stefano Bartezzaghi «La Repubblica» 09-02-2014
«Bobina! Bobina!» è il grido di battaglia del beckettiano Krapp. Ma potrebbe ripeterlo anche Alfredo Gianolio, già amico e assistente di Cesare Zavattini, che nel 1970 ha sollecitato i pittori naïf delle zone attorno al Po a raccontare al magnetofono la propria vita e a inviargli queste “nastrobiografie”. Era una ricerca a due obiettivi: l’arte spontanea e l’oralità. Il racconto fuori dalla “letterarietà”, così come la pittura fuori dall’“artisticità”.
Scoperto dal gruppo di scrittori emiliani della rivista Il semplice (animata negli anni Novanta da Gianni Celati e Ermanno Cavazzoni) il progetto è stato ripreso di recente da Gianolio e ora si riversa in un libro della collana che è la prosecuzione editoriale della linea della rivista: “Compagnia Extra” di Quodlibet (Alfredo Gianolio, Vite sbobinate e altre vite). Una collana bianca, ma non candida; così come la rivista era “Semplice”, ma per nulla irrisoria.
Minibiografie di vite secondarie
Renato Minore «Il Messaggero» 15-03-2014
L'ottantasettenne Alfredo Giagnolio pubblica le «Vite sbobinate e altre vite» nate dal suggerimento di Cesare Zavattini che lo incoraggiò a registrare (e poi a trascrivere dalle bobine) le esistenze dei principali autori naif della zona, con un format breve, di cinque - dieci minuti, con gli stessi protagonisti. Dopo trentaquattro anni, ecco trentasei mini-biografie, ricordi, teorie, frammenti, tranche de vie, utopie, voli pindarici, visioni metafisiche di pittori che, se sfiorano la storia dell'arte, sono dentro la storia delle disgrazie umane. L'affresco di una popolazione secondaria e un po' storta nata dal Po, forse ora in via di estinzione, con l'analfabetismo che può diventare «virtù estetica».
Un mondo naif lungo il Po
s.a. «L'UnitÓ» 12-06-2014
È UN MONDO PARALLELO QUELLO CHE SCORRE LUNGO I FIUMI. UN MONDO CARICO DI ODORI ACRI, LEGGENDE, PERSONAGGI. Quasi una pianeta parallelo, ma vagamente mitico, fumoso, subdolo e inquietante. Il fiume come metafora e realtà, ieri luogo vivo, oggi arterie che attraversano territori per poi buttarsi in mare e lì finire, nella salsedine. A Roma, i vecchi trasteverini chiamavano il Tevere semplicemente «fiume», sempre senza articolo, come fosse una divinità. «È uscito fori fiume», una frase più breve di un tweet, per dire che c'era stata una
inondazione.
Alfredo Gianolio, nato nel 1927 a Suzzara ma da sempre avvocato dei poveri a Reggio Emilia in Vite sbobinate e altre vite (pag. 226, euro 14,50, Quodlibet) racconta il fiume Po della Bassa e i suoi abitanti, tutti pittori naif. Una ricerca iniziata negli anni 70 con il supporto di Cesare Zavattini che a Luzzara fondò un museo dedicato proprio a quella forma d'arte tanto semplice quanto viscerale, fantasiosa e struggente. Fu Zavattini tra i primi a scoprire Ligabue e quel mondo di fiume in cui disegnare, usare i colori, dipingere bestie o sogni, è stato per tanti l'unico modo per uscire da una realtà rurale, di fame e di guerra, di ignoranza e disperazione.
Armato di registratore, Gianolio come un etnomusicologo, un ricercatore sul campo, in questo libro bello e denso mette insieme «le vite sbobinate» dei naif della Bassa. È l'affresco di un'Italia povera, che vive tra gli argini e la campagna, cresciuta tra polenta e cascine, tra violenze e miserie, in fuga da collegi, da aguzzini, da incubi. In mezzo ci sono amori spesso non consumati, e quella voglia di sopravvivere grazie alla fantasia.
Si chiamano Oddone Nalin, Elena Guastalla, Pellegrino Vignali, Vasco Montecchi, Antea Pirondini. Le donne hanno lo stesso ruolo degli uomini, dipingono con furia visionaria fiori e gatti, galli e
temporali, barche e colombi di mare. «Il naif è un pittore che cammina, è il sangue che bolle in ogni persona, una persona di valore anche per sentimento.
L'artista cammina e va, non ha fatto dei copiamenti, non ha seguito una via di malaffare. Nel suo lavoro c'è la natura vivente o morente oppure la natura riposante» ebbe a dire Bruno Rovesti, pittore contadino, a Zavattini in una conversazione radiofonica datata 1976 che chiude Le vite sbobinate di Gianolio. «Vite singolari che compongono l'affresco di una popolazione secondaria
e un po' storta nata dal Po, forse ora in via di estinzione; una popolazione di pittori senza pretese che non appartengono alla storia dell'arte», scrive Gianolio che paragona questi artisti bislacchi, feriti, indomiti «ai fiori cresciuti in serra che, messi fuori, a contatto con la cultura, si affievoliscono e finiscono per sparire».
Un libro di voci lontane, le voci umide del fiume. Un libro dalle tinte accese, di risacche e gorghi, di mulinelli e acqua un po' dolce e un po' amara. Testimonianza di un Paese cancellato dalle piene della smemoratezza, dal silenzio che avvolge i deboli e i vinti, i fragili poeti che guardano il Po dalla Bassa.
"Vite sbobinate e altre vite" nel racconto di Alfredo Gianolio
redazionale «Prima pagina» 06-11-2014
A seguito dell'apertura al pubblico della Casa Museo Al Belvedere "Pietro Ghizzardi" avvenuta lo scorso 11 ottobre in occasione della Giornata del Contemporaneo, promossa dall'Associazione Musei d'Arte Contemporanea Italiani (A.M.A.C.I.), attirando un nutrito pubblico di collezionisti e appassionati, l'istituzione prosegue il ciclo di eventi volti a valorizzare ed approfondire la produzione e la figura dell'artista a cui è dedicata.
Il prossimo appuntamento previsto per sabato 8 novembre 2014 alle 16 avrà al centro la nuova edizione di Vite sbobinate e altre vite di Alfredo Gianolio (Quodlibet, 2013), trascrizione delle memorie, incise su nastro a partire dagli anni '70 su esortazione di Zavattini, dei protagonisti della vita culturale della Bassa, in particolare di quella "razza" singolare e ormai perduta che fu quella dei pittori cosiddetti naif del Po, tra i quali Pietro Ghizzardi, che dell'autore fu a lungo amico.
Gianolio dialogherà con Jean Talon, curatore della collana Compagnia Extra della casa editrice Quodlibet, ripercorrendo i frammenti orali, le memorie, i racconti "sbobinati" le nastrografie! di
una generazione di uomini, donne ed artisti ormai estinta, guidata da una saggezza che s'accompagnava ad un'ingenuità che sembra non avere riscontro nel presente.
La relazione personale, intensa e partecipata, instaurata da Gianolio con la maggior parte dei 36 narratori-testimoni di Vite sbobinate e altre vite rappresenta il valore aggiunto dell'iniziativa editoriale sostenuta da Quodlibet. L'opera di Gianolio ricostruendo "dal basso" la storia e gli sviluppi del fenomeno naif riesce a mostrarcelo attraverso il punto di vista interno dei suoi protagonisti, semplici nel senso celatiano del termine e umili, ma non per questo meno lucidi ed acuti nel rilevare le contraddizioni ed i significati espressivi più nascosti dell'arte
incolta.
All'intero di questa summa di memorie popolari e dichiarazioni programmatiche quanto primitive di poetica, rivestono un ruolo centrale quelle di Pietro Ghizzardi, artista al quale Gianolio fu molto legato.
Vite sbobinate, Ghizzardi e gli altri "ingenui pittori" naif
«Gazzetta di Reggio» 07-11-2014
Il libro "Vite sbobinate e altre vite" è il risultato di una vita, quella di Alfredo Gianolio, trascorsa tra quella "razza" singolare ed ingenua che sono i naif della Bassa reggiana. A Partire dagli anni '70, registrando su nastro e poi trascrivendo testimonianze e ricordi di questa schiatta di geni di candore, su suggerimento di Cesare Zavattini, Gianolio ha raccolto le memorie di una generazione di semplici ormai estinta, che costrinse l'accademismo a prendere atto di forme d'arte popolare e spontanea assimilabili per forza e dignità espressiva a quelle dell'arte "ufficiale". Un posto speciale, tra gli artisti autodidatti della riviera del Po e di "Vite sbobinate" è occupato da Pietro Ghizzardi, amico dell'autore. Ghizzardi, in forza della sua insopprimibile quanto spontanea volontà espressiva, divenne e resta tuttora uno dei maggiori artisti dell'art brut mondiale e sebbene quasi analfabeta con la sua autobiografia “Mi richordo anchora” (Einaudi, 1976) vinse il Premio Viareggio Opera Prima nel 1977. 
Le vite sbobinate di Alfredo Gianolio
Giorgio Vasta «minima&moralia» 13-01-2016

La sociolinguistica li chiama «semicolti». Sono coloro i quali pur essendo alfabetizzati hanno con la lingua madre un legame saldamente incerto, come se l’esperienza linguistica fosse soprattutto inghippo, trappola, materia fragile sulla quale è pericoloso avventurarsi. Eppure il semicolto, pur riconoscendo che la lingua madre è anche matrigna, non retrocede ma si inoltra nello spazio vacillante della frase.

Vite sbobinate e altre vite di Alfredo Gianolio (Quodlibet) può essere letto come documento storico, sociale, antropologico. A imporsi su ognuna di queste prospettive, e a compendiarle, è l’ottica linguistica: la consapevolezza di trovarsi davanti a un repertorio di voci sbriciolate ed epiche, fertilissime e inconseguenti. Voci «semicolte» che rimandano a corpi, i corpi alle persone, le persone a storie individuali direttamente connesse alla Storia (o meglio dalla Storia spesso stravolte, divelte, tagliate in due).

Nel raccogliere su nastro, a cominciare dai primi anni ‘70 dietro sollecitazione di Cesare Zavattini, il racconto orale delle esistenze dei pittori naïf vissuti o viventi intorno al Po, Gianolio è partito dalla convinzione che «tutti al fondo della loro coscienza sono naïf, perfino i direttori di banca». Il naïf come nucleo naturale seppellito sotto la coltre di cliché e convenzioni cui normalmente ci affidiamo implica che «le narrazioni orali superino qualitativamente la creatività letteraria, rendendola superflua e di livello inferiore». Un’affermazione drastica che ci è utile dare per buona. Perché se il letterale prevale sul letterario, al punto di farne ornamento, allora viene di colpo messa in crisi un’intera idea di letteratura.

Torna in mente quando Natalia Ginzburg nella prefazione a La spartenza di Tommaso Bordonaro (oggi finalmente ripubblicato da Navarra Editore) paragonò la lingua dell’operaio siciliano emigrato negli Stati Uniti a «un sentiero di montagna che sale e scende in mezzo alle pietre». La letteralità è una cosa che se ne sta lì e non fa altro che dire se stessa. Nelle scritture dei semicolti le parole sono utensili. Se il cucchiaio serve a mangiare il brodo, i chiodi e il martello ad appendere un quadro, le frasi sono cose che servono soltanto a dire le cose. A far esistere, come nel caso di Terra matta di Vincenzo Rabito (apparso per Einaudi nel 2007), una vita «maletratata e molto travagliata e molto desprezata». Oppure servono a implorare, come in uno dei documenti raccolti da Cesare Lombroso in Palimsesti del carcere, un residuo di compassione: «Io sono debole perché sempre piangere per mia passione sordomuta, e anche grande miserabile carcere», scrive una ladra tre volte recidiva al procuratore del Re nella Torino del secondo ‘800. Le conseguenze di una lingua come questa sono spesso icasticamente straordinarie.

Tra le nastrobiografie di Gianolio troviamo Laura Bertozzi che descrive la sua ricerca dell’uomo giusto: «Conobbi poi il cancelliere Cardarello, un bel giovane che mi aveva fatto la corte, ma aveva un dente cariato e, quando si è giovani, si bada a tutto e io ero molto sensibile e per quel dente cariato non l’ho voluto anche se era molto bello», mentre Emilde Vacondio, classe 1927, racconta di suo padre durante la Grande Guerra: «Aveva visto girare le mosche da un cadavere all’altro, e le lucertole e gli scarafaggi che passavano da un cranio all’altro». Nella voce di Albino Menozzi, originario della provincia di Reggio Emilia «Sono nato a Gualtieri da una famiglia che facevano gli ortolani» a risaltare è la percezione del tempo: «E dopo sono andato in Africa come lavoratore; e dopo è scoppiata la guerra e gli inglesi mi hanno fatto prigioniero»; in Bruno Rovesti la concitazione raggiunge un punto di non ritorno: «E dopo poi dopo sono andato» e riusciamo a sentire la gara tra il pensiero e il fiato, tra il ricordo e la bocca, il bisogno di dire tutto quello che va detto.

L’inventario umano di Vite sbobinate ci mette a disposizione due ulteriori ritratti. Il primo è quello del Po. Compagno o nemico, paura o affetto, è ispiratore nonché soggetto dei quadri («Faccio il Po perché l’acqua è stata la mia vita», racconta Dino Daolio). Il secondo ritratto è quello del figlio più selvatico del fiume, Antonio Ligabue. «È sempre vissuto da miserabile», ricorda ancora Menozzi. «Negli inverni strepitosi nei boschi c’era un freddo che si spaccavano persino gli argini e lui andava in un casotto dove mangiava i gatti, mangiava i cani».

Davanti a queste voci non può bastarci sorridere delle ingenuità espressive, delle forme storte e contorte, dell’andatura sghemba del pensiero. Limitarsi a ciò vorrebbe dire avere sfiorato solo la corteccia, il mero epifenomeno. Da queste autobiografie orali deduciamo che le nostre esistenze sono fondate, come molte tra le frasi che usiamo per raccontarle, su un sistema di inossidabili anacoluti: una progettazione sempre scombiccherata dove un’ipotesi di percorso (e di discorso) cede a vantaggio di un’altra che presto si rivela a sua volta proditoria e velleitaria e si sgretola sostituita da un’altra ancora. Deduciamo cioè che le nostre vite restano sempre, nonostante ogni nostro tentativo, letteralmente semicolte.

2013
Compagnia Extra
120x190
ISBN 9788874625666
pp. 240
€ 14,50 (sconto 15%)
€ 12,33 (prezzo online)