Imparare dalla Luna
Imparare dalla Luna

 

 

La Luna torna al centro dei programmi di esplorazione dello spazio e i suoi futuri visitatori troveranno ad attenderli un’attrattiva senza paragoni: i primi parchi archeologici della presenza umana fuori dalla Terra.
Già in previsione delle missioni robotiche che si annunciano sulla Luna entro il 2015, la Nasa ha proposto di limitare l’avvicinamento ai siti storici degli allunaggi per proteggere le zone calpestate dagli astronauti più di quarant’anni fa e tutelarle da possibili contaminazioni.
Quale valore possiamo però attribuire alle tracce lasciate dagli uomini sulla Luna? E perché considerare come un tesoro culturale anche i rottami, gli scarti, la zavorra in cui consiste la maggior parte degli oggetti che vi si trovano?
Imparare dalla Luna significa esaminare i paradossi della sua imminente trasformazione in museo per ricavare indicazioni su fenomeni che oggi, sulla Terra, rappresentano l’altra faccia del dominio della tecnica: la logica del turismo, il nostro rapporto feticistico con le cose del passato, la confusione fra testimonianza storica e spettacolo. Significa, in altre parole, provare a risvegliarsi dal xx secolo e dai modelli di sviluppo che l’hanno caratterizzato sfruttando la scia dell’impresa più straordinaria, popolare ed enigmatica che gli uomini abbiano compiuto in quell’epoca.

 

 

Recensioni 
Christian Raimo «www.linkiesta.it» 11-12-2013
Rocco Ronchi «Alias il manifesto» 08-12-2013
Cristiano De Majo «Rivista Studio» 24-12-2013
Luca Galofaro «The Booklist» 27-12-2013
Francesco Longo «Europa» 06-01-2014
Beppe Sebaste «Il Venerdì» 10-01-2014
Franco Marcoaldi «La Repubblica» 30-12-2013
Donato Bevilacqua «www.labottegadihamlin.it» 10-02-2014
Giovanna Maffoni «Doppiozero» 05-02-2014
Marco Belpoliti «L'Espresso» 24-04-2014
Andrea Dusio «Pagina 99» 13-12-2014
 
Imparare dalla Luna: una questione di inclinazione
Christian Raimo «www.linkiesta.it» 11-12-2013

È uscito da nemmeno un mese e le librerie, come si dice, già ce l'hanno di costa. Ma voi recuperatelo. Stefano Catucci ha scritto un libro bellissimo e anomalo - un'eccezione nella saggistica italiana dove praticamente non esiste la critica culturale e tra accademia e giornalismo difficilmente si percorre una terza via: Imparare dalla luna (Quodlibet, 19 €) – titolo-omaggio al modello Imparare da Las Vegas – è un saggio sull'immaginario legato alla Luna, focalizzato su quell'appendice della modernità che va dai voli interspaziali a oggi; oggi, ossia in un tempo in cui, a quanto pare, riprenderanno i viaggi lunari per ricchi flâneur galattici. 

Gli umani e questa sfera bianca nel cielo: capire il rapporto che noi terrestri abbiamo avuto con il nostro satellite ci fa riconoscere il senso di una storia delle idee, dalla metafisica all'arte alla politica. Non soltanto perché la luna come metafora, simbolo, icona è stata tutto, ma perché ha significato soprattutto, ovviamente, il modo in cui ci siamo confrontati e/o rispecchiati con l'Altro da noi.

Per questo familiarità e spaesamento sono i poli di uno spettro emotivo con cui ci lasciamo accompagnare da Catucci. Uno spettro emotivo, esatto: perché, nonostante sia un libro denso intellettualmente, tassonomico dal punto di vista della ricostruzione storica, Imparare dalla luna è un testo che ci interroga e spiazza tutti. Chi di noi, del resto, non è un terrestre?

Si può capire di che libro meraviglioso si tratta partendo da quella che è una delle fotografie più celebri della storia: Earthrise, che l'astronauta William Anders scattò nella missione Apollo 8. L'immagine che tutti conosciamo è questa:

Ma. Ma l'immagine che potremmo dire originale era ruotata di 90 gradi, ossia è questa. 

Capite che fa una bella differenza. Se alla prima potremmo affibbiare una didascalia cartolinesca del tipo: Saluti dalla Luna; la seconda ci ispira forzatamente un sottotesto tipo Addio alla Terra

La semplice rotazione di 90 gradi è emblematica di una costruzione che «ha finito per vanificare il senso dell'alterità dello spazio, mancando l'occasione per scegliere una forma diversa per raccontare anzitutto dello spazio e della Luna, anziché della Terra come di un luogo del ritorno e come origine della visione del cosmo». Una terrestrizzazione dello spazio ignoto. 

Su quest'ambiguità, esplorazione/conquista, negli anni degli sbarchi, scrittori, pensatori di varia razza si sono lambiccati. E per certi versi Imparare dalla luna è una specie di manuale di filosofia contemporanea. Se Heidegger di fronte alle foto della Nasa nel 1966 scriveva: «La tecnica strappa e sradica l'uomo sempre più dalla Terra», Hannah Arendt considerava l'esplorazione dello spazio un tentativo di sfuggire alla condizione umana, e Günther Anders considerava che il grande risultato dell'impresa del 1969 non è stato portare fisicamente gli uomini sulla Luna, ma proprio vedere la Terra come «un relitto nell'universo». Così le parole dell'astronauta Don Lind («Sapevo esattamente cosa avrei visto, ma non c'era preparazione teorica che non avessi fatto, ma non c'è modo per essere preparati all'impatto emotivo») non sembrano altro che l'espressione che Husserl attribuisce all'Erstmaligkeit, la “primavoltità”, quella coincidenza paradossale tra la singolarità del fatto storico e l'universalità del valore eidetico. E pare Husserl anche quello che dichiara l'altro astronauta Bill Anders di fronte alla foto passata alla storia come Blue marble, “biglia blu”:

Di fronte a quest'immagine, disse, l'umanità si sarebbe sentita una cosa sola, parte di un unico destino legato al fluttuare nello spazio di un piccolo e coloratissimo pianeta avvolto nel buio. 

Ma paradossalmente la storia delle spedizioni sulla Luna non è la storia di un destino unico: quello che Catucci definisce “cosmopolitismo geoscopico” è stato negato di fatto dall'atteggiamento con cui sono state pensate e realizzate le spedizioni e dai segni che l'uomo ha lasciato sul satellite. 

Al momento di metterci piede, gli astronauti si chiedono sempre che tipo di gesto fare. Ma, come sottolinea Gunther Anders, si comportano da colonialisti: eccoli piantare la bandiera a stelle e strisce, o depositare una placca di alluminio con una scritta in inglese – l'universalismo va a farsi benedire. 

Ma, pure prescindendo dalle ragioni nazionaliste, Imparare dalla luna ci induce a pensare che forse quelle esplorazioni spaziali è stata (è) l'ultima chance di pensarci uomini di tipo diverso, dissennati come se fossimo dei naufraghi immaginati da Ariosto o da Verne. Tutti i modi per familiarizzare la luna, politici, sociali, o semplicemente percettivi – gli articoli di Pier Paolo Pasolini sul Tempo che descrive gli astronauti come eroi perfetti per la società dei consumi e la diretta dello sbarco come il format televisivo par excellence – hanno tradito la possibilità di un altro destino. E ora che, come pare, sulla Luna, ricominceranno le spedizioni e si costruiranno delle sorte di musei a proteggere gli oggetti e le tracce che cinquant'anni fa vennero lasciate, forse dovremmo riandare a quei momenti in cui, sorpresi dall'assenza di gravità, intabarrati dentro delle tute da orsi polari, due astronauti come John Young e Charlie Duke, gli ultimi a essere spediti nello spazio, si mettono a zompare e farsi le foto come due ragazzini. «Giocando sulla Luna, camminando, saltando, tirando palline da golf, lancando martelli e fogli d'alluminio, hanno cercato di stabilire con la Luna un rapporto più lunare, per così dire, più attento alla diversità del luogo».

Il viaggio di Catucci nell’estetica spaziale
Rocco Ronchi «Alias il manifesto» 08-12-2013
Intorno alla Luna . L’altra faccia della tecnica nelle paradossali ricadute della più enigmatica e straordinaria impresa dell’uomo, lanciato oltre i confini della Terra
Ci sono eventi storici che a dispetto della loro indiscutibile epocalità invecchiano precocemente o, forse, nascono già vecchi. È il caso di quanto è chiamato, con espressione che tradisce una preoccupante retorica imperiale, la «conquista» della Luna. La vicenda si svolge in un arco di tempo relativamente breve: dal primo allunaggio del 20 Luglio 1969 all’ultima missione umana sulla luna (Apollo 17) passano poco più di tre anni. E fin dall’inizio la vicenda è segnata da una certa forma di scetticismo che arriva fino al dubbio iperbolico sulla realtà stessa del fatto.
Per i teorici della cospirazione, Neil Armstrong e Buzz Aldrin non sono stati affatto i primi a scendere sul nostro satellite. L’allunaggio principe sarebbe stato solo un effetto speciale realizzato in segreto dal più visionario regista cinematografico dell’ultimo scorcio del Novecento, Stanley Kubrick, il quale, come racconta un singolare documentario del 2012 di Rodney Ascher (Room 237), avrebbe poi girato Shining proprio per comunicare, a chi avesse occhi per i dettagli apparentemente più insignificanti, il falso da lui realizzato (perché l’Apollo 11 è raffigurato sul maglioncino del piccolo Danny? Perché il numero della stanza misteriosa corrisponde in migliaia di miglia alla distanza dalla Luna?).
Proprio il proliferare di questo sciocchezzaio complottista mostra come dalla Luna si possa imparare molto relativamente allo statuto dell’esperienza nella post-modernità, vale a dire in un tempo in cui, secondo il celebre detto heideggeriano, il mondo tende a convertirsi nella sua immagine e indiscernibile diventa il confine che separa il reale dalla sua simulazione. Imparare dalla Luna (Quodlibet, pp. 206, euro 19,00) è il titolo di un suggestivo e insolito saggio di Stefano Catucci. Che cosa ci può infatti insegnare la Luna interamente secolarizzata che per poco più di un decennio è stata l’arena mediatica della guerra fredda? Innanzitutto può dirci molto sulla postura del soggetto moderno. I passi incerti, quasi infantili, dei pochi cosmonauti che per qualche giorno hanno inscenato strani balletti sulla sua superficie rinviano a un problema d’ordine teorico rilevantissimo.
Il padre della fenomenologia, Edmund Husserl, contestava la possibilità che l’uomo potesse abbandonare la sua dimora terrestre anche nel caso fosse approdato sulla luna. La Terra per Husserl non è semplicemente quel corpo fisico descritto dalla scienza, del quale si può predicare il moto circolare incessante e la sua uguaglianza di fatto con gli altri corpi celesti, come vuole la lezione copernicana. La Terra è in primo luogo un Suolo su quale poggiare; la Terra è una Madre, ma meglio sarebbe dire che è un orizzonte di senso che sempre por¬tiamo con noi e rispetto al quale, in barba a Copernico, noi siamo sempre situati al centro.
Questa Terra non copernicana non è abbandonabile perché ciò significherebbe dismettere la misura umana, vorrebbe dire trascendere quella correlazione originaria di mondo e coscienza del mondo che per Husserl, e per buona parte del pensiero moderno, costituisce un articolo di fede.
La Terra vista dalla Luna o vista insieme alla Luna (come nella celebre fotografia Earthrise) è, secondo Husserl, ancora la Terra vista dalla Terra (da una «seconda» Terra), è una sorta di «autoriflessione» della Terra, dell’unica intrascendibile Terra nella quale viviamo e dalla quale non possiamo mai fuoriuscire. Ecco perché la visione mirabolante della Terra resa possibile dalla tecnica aereonautica induceva nei pionieri dello spazio amene considerazioni sull’unità del genere umano e sulla necessità della fratellanza univevsale (di fatto poi smentite dalla simbolica coloniale della «conquista»).
In fin dei conti mettendo piede su quanto per millenni aveva rappresentato il fuori assoluto l’uomo ne cancellava di fatto l’alterità riportandolo alla propria misura, una misura per altro angusta, quasi soffocante, come testimoniato dalle stucchevoli fotografie di serenità famigliare che qualche astronauta sentimentale si è sentito in dovere di lasciare sul suolo lunare, a riprova dell’universalità del triangolo Edipico.
Se Husserl ha ragione, come Catucci ritiene, allora ciò che veniva di fatto sperimentato nei disagevoli spazi dei moduli lunari era il rovescio del sogno di Giordano Bruno, del sogno di Nietzsche e di tutti i filosofi che sono stati copernicani intransigenti: il sogno dell’infinito, il sogno di un fuori che fosse veramente assoluto, il sogno di un viaggio che fosse anche congedo dalla misura umana e dalla claustrofobia della Terra-Suolo-Casa-Madre. È invece il «ritorno» a fungere da orizzonte dell’epopea della Luna: «Non voleremo mai così lontano da non riconoscere nella Terra il nostro luogo di provenienza, la nostra patria».
Tant’è che se l’uomo tornerà a mettere piede sulla Luna, come sembra accadrà a breve grazie a interventi privati e alle ambizioni di grandeur delle nuove potenze planetarie (Cina, India), questo avverrà anche sotto il segno paradossale del turismo culturale. Sulla Luna si potranno cioè contemplare con disinteressato sguardo estetico e con curiosità antropologica le tracce del passaggio umano. La Luna sembra così dovere tutto il suo incanto al fatto di avervi albergato l’uomo! Non è forse l’impronta del piedone di Armstrong una delle immagini più potenti dell’epopea lunare? E l’impronta è per l’archeologo l’indice indiscutibile del passaggio dell’uomo. Infatti la Nasa, con il protocollo del Luglio del 2011 sulla conservazione delle tracce umane, ha provveduto a perimetrare le zone dei precedenti allunaggi, ne ha catalogato i reperti con filologica acribia, financo quelli più umili e apparentemente insignificanti, ha stabilito distanze di sicurezza come si usa fare nei musei per preservare le più preziose testimonianze.
Ha, insomma , cominciato a pensare l’oggetto Luna come oggetto estetico, come feticcio museale e, in ultima analisi – siamo negli Usa, dopotutto! – come gigantesco parco a tema, nel quale l’umanità possa celebrare una volta di più se stessa. Il modello è quello dei Period Rooms nei quali il turista americano può rivivere la quotidianità del suo antenato pioniere, con la differenza che in questo caso le tracce sono autentiche e destinate a preservarsi indefinitamente grazie alle particolari condizioni del clima lunare.
Catucci ha ragione a notare che da tale musealizzazione emergono tratti tipici del mondo post-moderno: «il primato dei simulacri, il carattere autoreferenziale delle rappresentazioni, la dissimulazione della realtà dietro la rete delle interpretazioni, la confusione tra il processo e il dato, come pure tra il naturale e l’artificiale». Bisognerebbe forse aggiungere che la trasformazione della Luna in oggetto estetico conferma indirettamente tutto il superstizioso antropocentrismo del pensiero moderno, un pensiero incapace di pensare il fuori altrimenti che nella forma di una «seconda Terra» (Husserl) e l’infinità degli spazi cosmici che lasciavano senza fiato un Bruno o un Leopardi altrimenti che nella forma di un «mondo» curvato sul suo centro assoluto, l’uomo, il solo essere che abbia il privilegio di «avere» un mondo (Heidegger).
Di tale chiusura claustrofobica nell’umano è segno infine la qualità scadente dell’arte che ha come oggetto l’epopea lunare, ad esempio i quadri dell’ex astronauta Alan Bean. Ciò si deve, credo, al fatto che l’arte ha come vocazione naturale il rapporto con il fuori, con quanto prolifera al di sopra o al di sotto della dimensione umana, ha a che fare con una trasgressione dell’esperienza. L’arte è veramente copernicana, quando invece ciò che la Luna, trasformandosi in un parco a tema, sembra insegnarci è che non c’è fuori alcuno: c’è sempre e solo la nostra vecchia e cara Terra, con le sue famigliole patriarcali e con la bandiera a stelle e strisce che sventola nel giardino.
Ultime sulla Luna
Cristiano De Majo «Rivista Studio» 24-12-2013
Il territorio lunare, inesplorato da 40 anni, sta diventando una reliquia a cielo aperto. Perché salvaguardare i luoghi degli allunaggi? E che rapporto ha l’estetica umana con le immagini della Luna? Tutto su di “noi” e sul “nostro” satellite, in un libro.

Grazie al consiglio di un amico, mi è capitato in questi giorni di leggere un libro bellissimo ricco di scoperte e rivelazioni: s’intitola Imparare dalla Luna; lo ha scritto Stefano Catucci, professore di Estetica alla facoltà di Architettura della Sapienza di Roma; lo ha pubblicato Quodlibet con il consueto gusto e un magnifico apparato iconografico. Mai come in questi giorni, tra l’altro, la Luna è ritornata al centro dell’attenzione globale. La Cina, con la sua sonda Chang’e 3 ha effettuato il primo allunaggio morbido dal 1976 trasmettendo nuove riprese dalla pianura di Sinur Iridum. Mentre solo poco tempo prima, a fine novembre, si è diffusa la notizia di un progetto in fase avanzata incentrato sulla coltivazione di orti in vitro da sperimentare sul suono lunare nell’ambito del Google Lunar X Prize, il premio di venti milioni di dollari, messo in palio nel 2007, da assegnare alla prima squadra privata che riuscirà a fare atterrare sulla Luna, percorrendo almeno cinquecento metri e trasmettendo immagini in alta definizione, una sonda robot.
Proprio il Lunar Prize, come ci informa Catucci, ha reso più pressanti le classificazioni giuridiche del territorio lunare e della notevole quantità di oggetti (la lista, a quanto pare parziale, del Manmade Material on the Moon) lasciati sul nostro satellite naturale. Una corrente di pensiero riconducibile alla Nasa vorrebbe che tutti i siti di allunaggio, ma in particolare quelli del primo e dell’ultimo, fossero considerati alla stregua di siti storici, da preservare con estrema rigidità, imponendo a quelli che si prevedono i probabili turisti spaziali futuri il divieto di contaminare e modificare le desolate scene delle imprese umane nello spazio attraverso l’istituzione di Exclusions Zones (2 km di raggio a partire dal punto di allunaggio).
Le vertiginose riflessioni intorno a questi musei lunari costituiscono uno dei più interessanti capitoli di cui si compone il libro (gli altri riguardano rispettivamente: il lato nascosto della luna, l’immagine della Terra vista dalla Luna, l’arte che si è sviluppata intorno al rapporto tra uomo e Luna), dove in modo molto convincente viene elaborata un’interpretazione della Luna come “laboratorio del postmoderno” e dove si capisce quindi l’omaggio al Robert Venturi di Imparare da Las Vegas. Le tracce dell’uomo sul suolo lunare, ragiona Catucci, sono testimonianze di una archeologia di superficie «che non ha bisogno né di scavare né di scoprire», tracce che «non servono a ricostruire una realtà non sperimentabile direttamente ma si limitano invece a confermare una realtà già nota e documentata, anzi costruita fin dal principio seguendo una strategia documentaria molto precisa». «Il primato dei simulacri, il carattere autoreferenziale delle rappresentazioni, la dissimulazione della realtà dietro la rete delle interpretazioni, la confusione tra il processo e il dato, come pure tra il naturale e l’artificiale», elementi caratteristici del postmoderno, sono tutti tratti che emergono dal ragionamento intorno a questa stranissima, eppure perfettamente comprensibile, idea di preservazione lunare. Allora i siti in questione finiranno forse per essere una via di mezzo tra le posticce Period Rooms («prodotti di un sistema espositivo e rievocativo che non distingue il documento dalla messa in scena») e i Musei Sentimentali («le collezioni private di memorabilia che riflettevano le curiosità, i viaggi, i gusti e la biografia di che le aveva raccolte»).
Si legge provando stupore e rapimento, con una sensazione continua di scintille che ti scoppiettano in testa, grazie al riuscito equilibrio tra storia culturale, riflessione filosofica e rassegna di cultura pop. Ci si chiede: possibile avere tutti i giorni, nel senso più letterale del termine, qualcosa davanti agli occhi senza pensarci mai? Possibile aver tenuto la Luna in una considerazione così bassa? Si evince, infine, che la Luna, come realtà esterna, non è solo il paradigma dell’uomo che guarda verso l’altrove, ma anche il paradigma dell’altrove che guarda l’uomo e quindi un formidabile strumento interpretativo per la nostra specie e le sue azioni.
Il ribaltamento di prospettiva è particolarmente centrale nel secondo capitolo, quello che riguarda le immagini scattate dalla Luna alla Terra. Catucci si concentra essenzialmente sulle due più note tra le numerose possibili: Earthrise e The Blue Marble, identificando nella seconda un semplice ritratto e nella prima l’immagine di un’esperienza, unaPathosformel nella definizione di Aby Warburg, «un ibrido di memoria e novità». E se ha ragione Peter Sloterdijk a dire che «chi vive oggi, dopo Magellano, dopo Armstrong, si vede obbligato a percepire anche la propria città natale come la proiezione di un punto percepito dall’esterno» e che «nemmeno nell’epoca dei viaggi nello spazio l’impresa di visualizzare la Terra ha potuto negare la sua qualità semi-metafisica», in queste pagine si trovano alcune brillanti argomentazioni in grado di dare un significato al senso di vertigine che ognuno di noi prova guardando la Terra dal di fuori.
Imparare dalla Luna
Luca Galofaro «The Booklist» 27-12-2013
Questo libro l'ho scelto per una ragione particolare, molte cose sull'architettura io le ho imparate dalla luna, dico davvero.
Molto tempo fa ho scelto di fare una tesi di laurea, con un progetto di Stazione Spaziale Orbitante, e poi al master ho proseguito con un modulo abitativo sul lato nascosto della Luna.
Avevo voglia di pensare l'architettura lontano dalle polemiche e gli schieramenti linguistici all'interno della facoltà dove studiavo. Ero stanco di dover pensare l'architettura in termini di stili, così l'architettura si insegnava, è così che ancora si insegna a Roma.
Era una scelta di comodo ma nascondeva anche l'esigenza di ripensare la forma in un luogo altro dove l'unico elemento fondativo era la tecnica e l'idea stessa di rappresentare l'uomo attraverso una forma pura. Tecnologia o Archetipo, segnare lo spazio  e non disegnarlo. Dopo sono tornato sulla terra, avevo bisogno della gravità. Ma questo libro di Stefano Catucci non è un libro di Architettura, anche se potrebbe esserlo, basta saperlo leggere. Ad un primo sguardo potrebbe non sembrare così, ma questo è un libro sulle immagini, anche se le immagini raccolte sono poche. Due in particolare appartengono alla nostra memoria collettiva, anzi al nostro codice genetico, sintesi perfetta del nostro immaginario sul Sublime.
La mia generazione ci è nata durante la conquista dello spazio, e anche se non ne ho piena coscienza, con queste immagini ci sono cresciuto, hanno rappresentato per me una nuova idea di mondo, che incredibilmente superava i confini conosciuti della terra, sono il codice sorgente della mia immaginazione.
Non parlo di una sequenza particolare o di una serie di immagini parlo esattamente di queste due earthrise e the blue marble.
Come Walter Benjamin diceva, ogni lettura storica deve essere capace di lavorare sul carattere dialettico di alcune immagini, Catucci lo sa bene e la sua lettura comincia proprio da un dialogo tra due fotografie, che raccontano lo sguardo. Guardare per comprendere. Guardare meglio. Guardare più a lungo. Guardare di nuovo. Leggere questo libro è stato un modo per immaginare il futuro, ed un modo per ripensare il passato.
Questa immagine non ci offre una terra corpo, ma una terra casa a cui ritornare...Avvertire l'aura di qualcosa, osserva Benjamin sulla scorta di questa citazione, significa dotarla della capacità di guardare, di operare sul tempo della nostra memoria suscitando  catene di associazioni che vanno al di là di quanto immediatamente visibile (Benjamin-1938)
Earthrise è precisamente un immagine della distanza nella quale la terra non compare come un oggetto di raffigurazione, ma come un soggetto dotato di sguardo. Sintesi tra scoperta e memoria, concretezza dell'esperienza vissuta e potere evocativo del sogno
Se the Blue Marble è un ritratto della terra, Earthrise è l'immagine di un’esperienza. E attraverso questa immagine abbiamo cominciato a percepire anche la Luna in modo diverso pensandola come suolo e non più come oggetto.
Trasformazione del cosmo in un paesaggio nuovo per l'azione e per il pensiero degli uomini.... L'estetica dell'irregolare e dell'informale ha trovato così  la sua confutazione più diretta  non nel campo dell'arte, ma nelle immagini dell'esplorazione spaziale. L'immaginario pop che già si affermava negli stessi anni, attraverso  una prima ricerca artistica  sui nuovi mezzi di comunicazione di massa riceveva dalle fotografie della Terra un modello di semplicità capace di unire lo straordinario con l'ovvio e l'inaudito con il consueto. Il passaggio a un'estetica postmoderna è avvenuto dunque in modo del tutto naturale nelle immagini provenienti dallo spazio e forse anche per questo la famiglia di fotografie che ritraggono la Terra a figura intera, ha finito per influenzare maggiormente  la percezione pubblica dell'era spaziale.
Molti della mia generazione raffiguravano, gli astronauti, come eroi moderni, senza comprendere a pieno, che con loro la modernità stava finendo. Per Lyotard, infatti, l'uscita dalla terra coincide con l'uscita dalla modernità.
Tutte le visioni cominciano da li, dal ribaltamento del punto di vista, dall'assenza di gravità. Dall'idea stessa che il nostro mondo è capovolto. La prima foto infatti è stata scattata diversamente, poi la versione ufficiale gode di quel ribaltamento che è poi realmente un prodotto dalla gravità.
Mi dispiace le mie figlie questo codice genetico, reso possibile dal ribaltamento del punto di vista, o dalla vista della terra dal di fuori non lo posseggono, abituate come sono a zoommare la realtà attraverso una visione frammentata fatta da tante immagini piuttosto che a costruire un proprio mondo interiore attorno ad una solo unica fotografia, un punto di vista fisso, punto di partenza di un idea di mondo in continuo divenire. Per loro la Luna è un luogo già visto, così come la terra è un punto di partenza per ciò che sarà.
Non è un caso che i miei collages che illustrano il post ripetono in maniera ossessiva lo stesso frame, quella era la foto più diffusa sulle riviste in quel periodo, non possedevo altro non esisteva un sequenza raggiungibile facilmente, dalla propria postazione a casa.
Ma questo divagare mi allontana dall'argomento principale di questo scritto, cercare di raccontare un libro come questo, che invece non racconta ma evoca il tempo, o diversamente il passaggio tra moderno e postmoderno. Un libro che vuole mostrarci come la conquista nasconda ancora l’idea di egemonia sul mondo, parlando anche di come negli ultimi anni sia cambiata l’idea stessa di immaginazione. Questo libro è una meravigliosa storia dell'immaginazione.
Una volta concentrata su un’ immagine statica che ci dava modo di costruire la storia,  oggi invece dispersa e frammentata tra tante immagini, da montare assieme, da selezionare, che di storie ne raccontano tante forse troppe.
Come possiamo definirlo? Un libro di estetica, un libro di filosofia, o semplicemente un libro di critica della fotografia? Io penso sia un testo che racconta la nascita della visione contemporanea. Tutto è legato alla storia delle missioni spaziali, e questo libro  racconta quest'ultima frontiera di conquista, reale o fittizia, come molti vogliono farci credere.
Siamo mai andati sulla Luna? (i complottisti sostengono di No) Reale o no questa storia esiste e Stefano Catucci ci prende per mano e ci guida alla sua scoperta.
È la nascita del mondo come paesaggio, la terra vista per la prima volta dell'esterno come oggetto isolato, spazio sferico ed omogeneo. Un luogo indifferenziato la cui dimensione universale è possibile definire solo ora dopo averlo osservato da una navicella spaziale, quasi per caso.
Non è un caso che in questo periodo viene organizzata la mostra Earthscape, primo momento di riflessione e nascita della Landart, la terra diventa oggetto e materiale da plasmare per gli artisti. Richard Long segna il paesaggio camminando, le sue tracce, però resteranno per poco, devono essere testimoniate dal medium fotografico.
Le impronte degli astronauti potranno rimanere impresse per più di 3 milioni di anni, se non sarà l’uomo stesso a cancellarle.
Sulla luna il senso del tempo storico è talmente alterato che gli oggetti artificiali possono apparire come pezzi di natura non per metafora, ma in senso letterale.
Molti architetti poi, senza i viaggi  sulla Luna forse  non avrebbero potuto immaginare il mondo. Penso a Superstudio per esempio e al loro considerare la terra come una cittá omogenea, un monumento continuo proiettato a connettere la terra prima, l’universo poi.
Tra le parole che raccontano quest’ avventura,  compaiono anche le storie degli uomini, degli astronauti, degli oggetti lasciati e dei livelli di significato connessi.
Storie  che compongono ed evocano un museo sentimentale di frammenti d’umanità. Preservare le tracce dell’uomo sulla luna è la nuova frontiera da indagare.
Pensare alla luna e alle possibilità future, al fatto che nelle prossime missioni ci sarà il desiderio di rivedere quei luoghi, gli stessi spazi, cioè contaminare le missioni con quello che può essere considerato un aspetto tipico del turismo contemporaneo: Instaurare con i luoghi un rapporto che tende a consumare surrogati d’esperienza e a desublimare l’alterità trasformandola in qualcosa di già previsto, da riconoscere più che da scoprire.
Ma questo è anche un libro che contiene altri libri, attraverso i quali l'autore disegna un affresco su una storia dell’arte diversa.
Ecco questo è il punto, l'impossibilità di stabilire un genere di fissarlo in una casella specifica, dunque forse è un romanzo, in cui i protagonisti siamo noi che Abbiamo fatto tutta questa strada per esplorare la Luna... e la cosa più importante che abbiamo scoperto è stata la Terra (Bill Anders-Apollo 8)
Perché non siamo mai andati davvero sulla Luna
Francesco Longo «Europa» 06-01-2014
Con la recente missione cinese e le esplorazioni attese per il prossimo futuro, la Luna sta per tornare al centro dell’attenzione globale. Ne è un segno anche il saggio di Stefano Catucci pubblicato da Quodlibet, Imparare dalla Luna. Un libro di estetica che guarda ai riferimenti pop mescolando filosofia, arte e cultura di massa. Il viaggio verso la Luna è complesso e pieno di sogni, si va inevitabilmente da Heidegger a Snoopy.
Nel 2011 la Nasa ha deciso di proteggere i siti degli allunaggi, forse «sulla scorta della vocazione postmoderna a musealizzare il passato più recente, trasformando ogni residuo in un oggetto estetico». I parchi archeologici che potrebbero sorgere un giorno sulla superficie lunare sarebbero per Catucci «paradossali» proprio perché si tratterebbe di salvaguardare sostanzialmente rifiuti (rottami, imballaggi, frammenti di sonde, zaini, guanti, amache, cineprese, ecc.) investendoli del valore di «inestimabili tesori dell’umanità».
Il percorso di Imparare dalla Luna passa, tra l’altro, attraverso la lettura di due fotografie emblematiche per il cambiamento della percezione della Luna avuto con l’allunaggio. La prima è la foto Earthrise, con ettari di Luna come terreno e all’orizzonte la Terra. L’inquadratura potrebbe avere come didascalia le parole di Bill Anders dell’Apollo 8: «Abbiamo fatto tutta questa strada per esplorare la Luna e la cosa più importante che abbiamo scoperto è stata la Terra».
La curiosità è che la foto originale mostrerebbe la superficie della Luna non piatta e orizzontale come la vediamo, ma come parete laterale, verticale, sulla destra. La foto venne “girata” quando fu pubblicata e questo ritocco, secondo l’autore, sarebbe stato gravido di conseguenze.
Da allora, la Terra ci appare come una Terra-casa «luogo della partenza e del ritorno, della meraviglia, della nostalgia». Luna e Terra in quella foto mostrano anche una «relazione» prima invisibile. Avendo voltato la foto, «in modo che fosse ristabilito, anche nello spazio, il primato del punto di vista terrestre», la Luna avrebbe perso la sua carica perturbante, straniante, per assumere un aspetto più «comprensibile». Addirittura, «la costruzione di Earthrise ha finito per vanificare il senso dell’alterità dello spazio».
Se la Luna risulta qui addomesticata, la seconda foto celebre, The Blue Marble, in cui compare soltanto la Terra inscritta e sospesa nel buio dell’universo, mostrò quanto fossero artificiali i confini e i caratteri delle nazioni tanto che la visione da quella prospettiva «è il perno su cui ruota quella particolare forma di cosmopolitismo che si può definire geoscopico».
Inoltre, The Blue Marble – in assoluto l’inquadratura più diffusa dall’invenzione del mezzo fotografico – divenne presto una icona-simbolo per i discorsi in difesa dell’ambiente.
Tra le intuizioni più interessanti di Imparare dalla Luna c’è quella che associa l’evento della prima esplorazione lunare alle caratteristiche dell’epoca Postmoderna. L’autore pone un confronto tanto spericolato quanto efficace con i passages parigini. Se infatti Benjamin scorse nei passages di Parigi l’immagine della Modernità – così si può sintetizzare – per Catucci i siti degli allunaggi sono un’immagine dialettica della Postmodernità. Con l’allunaggio infatti si perde il confine preciso tra documento e spettacolo e tra realtà e simulacro.
Sono stati, involontariamente i negazionisti, coloro negano che l’allunaggio americano sia davvero avvenuto, ad avere il merito di aver mostrato «il quoziente di rappresentazione insito in ogni fase dell’avventura lunare» (tesi che chiama implicitamente in gioco libri come Non siamo mai andati sulla Luna di Bill Kaysing).
Tutte le volte che si guarda, si cammina o si riflette sulla Luna lo si dovrebbe fare cercando di intuire qualcosa di più della vita sulla Terra. È questo uno dei suggerimenti che si traggono dalle stimolanti e agevoli pagine del saggio di Catucci. Imparare dalla Luna, in vista delle nuove esplorazioni e di un possibile prossimo turismo lunare, vuole dire non riprodurre domani gli stessi errori di allora: «Il rischio non è solo mancare la Luna una seconda volta, bensì mancare di nuovo anche la Terra».
Luna. Così ridiventa una moda. Megagalattica
Beppe Sebaste «Il Venerdì» 10-01-2014

Sembrava che la Luna non interessasse più nessuno, invece se ne preparava il revival. E mentre, il 14 dicembre, la Cina diventava il terzo Paese capace di arrivarci, con l'allunaggio di un robot nella Baia degli Arcobaleni, sbarcava in libreria l'affascinante libro di Stefano Catucci Imparare dalla Luna (Quodlibet), che spiega come il satellite sia divenuto ormai un prolungamento della geografia terrestre.
Fine di una lunga storia dell'immaginario in cui la Luna era l'Altro, l'alterità per definizione, modello dell'irraggiungibile, e forse per questo era cara agli amanti, come insegnano Cyrano de Bergerac e secoli di poesia. «Non sopprimete la lontananza, ammonisce tra gli ultimi un verso di René Char. Ma fra i business dell'imminente corsa alla Luna ci sarà anche quello della sua trasformazione in un parco archeologico della presenza umana nello spazio, un museo delle impronte (che si suppongono intatte) e dei rifiuti terrestri (170 tonnellate!) lasciati lì dai precedenti allunaggi. D'altra parte, non si chiamava già Luna Park la madre di tutte le attrazioni? Il primo parco di divertimenti me con questo nome fu fondato nel 1903 a Coney Island, ispirato al nome di una giostra di Buffalo, A Trip to the Moon, tradotta nel latino Luna in omaggio a una donna che si chiamava così.
Nel saggio di Stefano Catucci, docente di Estetica all'Università La Sapienza di Roma e voce storica di Radio3 Suite, si descrive la trasformazione della Luna da luogo poetico a oggetto mediatico, poi futura dépendance della Terra. È una storia che va dagli Sputnik sovietici lanciati nel 1957 (in uno c'era la cagnetta Laika), che per primi circumnavigarono il satellite, all'ultima missione della Nasa, l'Apollo 17 del dicembre 1972, quella della fotografia della Terra come pianeta azzurro, The Blue Marble, svoltasi nella quasi indifferenza dei media.
Solo tre anni prima, ll 20 luglio 1969, l'allunaggio dell'Apollo 11, con Neil Armstrong e Buzz Aldrin ballonzolanti nei loro scafandri sul suolo lunare e il pilota Michael Collins che li attendeva in orbita, era stato un evento capitale, apoteosi della tv. Da noi erano stati la voce e il volto sussiegosi del tg di Tito Stagno a darne rappresentazione in bianco e nero.
Ero bambino (sono quasi contemporaneo della Space Age), e quella sera d'estate la presenza simultanea della Luna in cielo e alla tv mi turbava. Qual era quella vera?
Si chiamava Capricorn One il film del 1978 che divenne suo malgrado il manifesto dei negazionisti e complottisti, che consideravano l'avventura lunare un falso realizzato dalla tv, cui - secondo certe voci - si sarebbe prestato il regista Stanley Kubrick, che in effetti lavorò per la Nasa (vedi il film mockumentary del 2002 di William Karel Opération Lune).
Il fatto è che l'exploit scientifico e militare culminata nello sbarco sulla Luna coincise con quello della televisione, in un'epoca che, scrive Catucci, «ha mescolato in un cortocircuito inestricabile il documento e lo spettacolo, l'evento e la sua comunicazione». Curiosamente, fu proprio l'opinione negazionista a rafforzare la consapevolezza anche estetica
delle immagini.
Almeno due grandi eventi percettivi sono legati al viaggio sulla Luna. Uno fu vedere per la prima volta la mitica faccia nascosta della Luna, archetipo dell'idea stessa di inconscio. Paradossalmente, per gli astronauti fu una delusione: non aveva niente, dissero, da rivelare. Quel passaggio lungo il dark side è chiamato anche Quiet Cone,  «cono di silenzio», per via dell'assenza totale di comunicazioni radio.
Possiamo immaginare quanto fosse reso ancora più malinconico dalla musica per theremin (un noioso strumento musicale elettronico, tipico dei vecchi film di fantascienza) portato a bordo da Neil Armstrong. La musica era la migliore compensazione al tempo senza tempo della noia degli astronauti (il libro di Catucci ne riporta le playlist).
L'altro shock percettivo fu vedere la Terra dalla Luna in una prospettiva assolutamente spaesante per noi umani, quella inquadrata, durante la missione Apollo 8 del 1968, dagli scatti dell'astronauta Bill Anders, come Earthrise, il «sorgere della Terra» («la prima fotografia del mondo», la chiamò il fotografo Luigi Ghirri).
Fu uno stupore intenso e perturbante, rovesciamento forse di Ciaula scopre la Luna, la novella di Luigi Pirandello in cui il ragazzo minatore esce dal ventre della Terra e vede la Luna per la prima volta, «col suo ampio velo di luce». A risplendere era la Terra, nel primo sguardo dal di fuori, dallo spazio profondo: meraviglia di «osservare noi stessi da lontano, rendere il soggettivo improvvisamente oggettivo», ha scritto di recente il romanziere Julian Barnes a proposito delle immagini di Anders. Del quale è noto il commento: «Abbiamo percorso 240 mila miglia per
vedere la Luna, ma era la Terra che valeva la pena guardare».
Forse nessuna elaborazione estetica ha raggiunto quell'intensità, nonostante
i numerosi artisti contemporanei che hanno lavorato sul repertorio di immagini degli allunaggi, dai primi passi al gesto di piantare una bandiera. A parte i dipinti kitsch (con polvere di Luna) dell'astronauta-pittore Alan Bean, si va dalla performance di Aleksandra Mir, The First Woman on the Moon, e la sua installazione di ordinari rifiuti Museum of Lunar Surface Findings, alle immagini di oggetti «spaziali» e astronautici di Vincent Fournier, il cui senso avveniristico diventa altrettanto vetusto della carta da parati su cui sono esposti, dando una tonalità scabrosa
al gesto novecentesco del promuovere gli oggetti ordinari a oggetti artistici. E si sa quanto precocemente invecchino il futuro e la fantascienza.
Più volte, leggendo Imparare dalla Luna, viene voglia di giocare e costruirsi il proprio autoapprendimento. Mi sono chiesto subito che cosa la Luna mi facesse venire in mente, e confesso che non era né il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia né Pirandello, né il pittorico Viaggio nella Luna di Georges Méliès, regista e prestigiatore agli albori del Novecento, né il sublime ariostesco episodio del viaggio di Astolfo sulla Luna, e nemmeno la canzone Fly Me to the Moon, resa celebre nel 1964 da Frank Sinatra e divenuta colonna sonora delle missioni Nasa;
ma Blue Moon nello straordinario film di John Landis Un lupo mannaro americano a Londra, colonna sonora della trasformazione in lupo mannaro di David nonostante l'avvertimento di Jack, l'amico morto: «Guardati dalla Luna, David!»
Il dito e la luna
Franco Marcoaldi «La Repubblica» 30-12-2013
La sera del 20 luglio 1969 tutti gli italiani, grandi e piccini, erano seduti davanti al televisore per vedere lo storico momento in cui il primo uomo avrebbe messo piede sulla Luna.E poco importa se Tito Stagno (dallo studio) e Ruggero Orlando (da Houston) non riuscirono a mettersi d' accordo sull' esatto istante dell' allunaggio. Al di là di quell' esilarante battibecco, si trattò di una nottata indimenticabile: una sorta di irripetibile compendio della hybris moderna e assieme la prima, evidente irruzione del postmoderno, visto che l' ultramillenario sogno dell' altrove cosmico e i prodigi portentosi della tecnica ora marciavano uniti grazie al mezzo televisivo. Senza il quale l' intera avventura spaziale avrebbe perso qualunque attrattiva e mordente. Eppure, ecco la vera sorpresa, dopo quella serata l' interesse attorno alla conquista della Luna andò bruscamente scemando, salvo un nuovo, momentaneo sussulto l' anno successivo, in occasione della disastrosa impresa di Apollo 13. Stavolta, però, fu soltanto l' attesa di un' eventuale catastrofe a tenere avvinti i telespettatori: la ferrea logica dello spettacolo, per quanto sinistro, aveva preso il sopravvento. Ora questo storico tragitto ultraquarantennale - misteriosamente rimosso dalla nostra memoria - viene ripercorso in modo quanto mai originale da Stefano Catucci nel suo libro Imparare dalla Luna (Quodlibet, pagine 206, 19 euro), in cui il lettore viene invitato a pensare il futuro cercando finalmente di fare tesoro dell' esperienza passata. Già, perché la vicenda spaziale è tutt' altro che conclusa. Anzi, ci attendono succose novità: ad opera delle diverse nazioni e prima ancora dei grandi consorzi privati (come Google, Amazon, Paypal) che guardano con estremo interesse alle esplorazioni su Marte e alle prime forme di turismo lunare, quando i futuri visitatori entreranno in contatto con i primi parchi archeologici extraterrestri, voluti dalla Nasa per proteggere i resti delle diverse e successive spedizioni Apollo. Ha ragione Catucci: c' è un indubbio risvolto comico in una decisione che presuppone l' esistenza di una sorta di «sovraintendenza cosmica» volta a preservare «rottami, imballaggi, frammenti di sondee di capsule precipitate al suolo». Ma c' è anche, per converso, il malcelato tentativo di ribadire con forza la volontà di potenza americana, quasi una sorta di coda ideale all' aspro confronto con i sovietici che animò gli anni sessanta e settanta. Anche se è proprio lungo questo crinale di gara spasmodica che si consumò anzitempo il fascino dell' avventura spaziale, una volta chiarito l' usuale meccanismo della "coazione a superare" di canettiana memoria: al primo satellite artificiale in orbita, segue la prima cagnetta nello spazio; al primo uomo in orbita, il primo allunaggio umano, etc.etc. Sempre, beninteso, con le bandiere dell' una e dell' altra potenza a rimarcare il "possesso" di nuove porzioni dello spazio siderale. Secondo Catucci, al contrario, se quella stagione conserva ancora il suo fascino è in virtù degli elementi più extravaganti e ludici. Come la meraviglia infantile degli astronauti davanti alle orme lasciate sul suolo lunare, le strampalate passeggiate di chi, a fronte di una forza di gravità ridotta a un sesto rispetto a quella terrestre, si trova a saltellare come un canguro. E ancora: l' attrezzatura da golf che l' americano Alan Shepard (duramente ripreso dalla Nasa) porta con sé, lanciando palline nel nulla; o le foto famigliari lasciate come altrettanti ex voto cosmici su questa landa desolata. Per non parlare dello straordinario contraccolpo che le prime immagini della Terra vista dallo spazio determineranno nella «formazione della coscienza ambientale». Basti pensare, ricorda Catucci, a quanto scrisse Lovelock nel suo celebre Gaia: la vera, grande conquista delle esplorazioni spaziali è «la scoperta della bellezza globale ( global beauty) del nostro pianeta», della sua unicità. È uno dei punti chiave del libro e per approfondirlo l' autore ci invita a osservare in parallelo due immagini. La prima, Earthrise, è una foto scattata da William Anders dell' Apollo 8 il 24 dicembre del 1968 da una distanza di circa 385.000 km. La seconda, The Blue Marble, è scattata da Harrison Schmitt dell' Apollo 17 il 7 dicembre del 1972 da una distanza di circa 50.000 km. La seconda fotografia, molto più ravvicinata e dunque più nitida, raffigura per intero il globo terrestre, facendo vedere con precisione il continente africano, l' isola del Madagascar e la penisola arabica. Ma in mancanza di qualunque contestualizzazione cosmica, quel mappamondo che vaga nel vuoto non produce racconto e pertanto l' immagine risulta inerte, fredda, come per l' appunto può essere il marmo. Earthrise, al contrario, è emozionante, struggente. In primo piano, si presenta una specie di balconata grigia e deserta, quella della superficie lunare; mentre sullo sfondo, in mezzo al più assoluto buio spaziale, sorge la Terra, nella sua più vivida luminosità. L' emozione nasce proprio da qui: grazie a un occhio "lunare" - che ci impone una relazione nuovae diversa sia con la nostra Heimat planetaria, sia con l' irriducibile alterità del nostro "vicino" cosmico - finalmente ci vediamo da fuori. L' arrivo sulla Luna, scrive ancora Catucci, «è stato condizionato da così tante preoccupazioni terrestri che la sua alterità è stata attenuata, domesticizzata e dunque in gran parte mancata. Di fronte a una simile occasione incompiuta, la scoperta della Terra, che pure aveva rappresentato il momento più significativo dell' avventura lunare, non poteva che rimanere a sua volta parziale, un processo interrotto». Vediamo di non perdere anche la seconda occasione che a breve ci attende: impariamo dalla Luna, qual è il modo migliore per lodare la Terra.
Stefano Catucci e il lato nascosto della scoperta
Donato Bevilacqua «www.labottegadihamlin.it» 10-02-2014
Stefano Catucci insegna Estetica alla Facoltà di Architettura de La Sapienza e Collabora con Rai-Radio3. Imparare dalla Luna è un percorso affascinante che parte dalla ricerca, attraversa la didattica e la Storia e guarda al futuro. Nel racconto dei programmi spaziali che hanno portato l’uomo sulla Luna, Catucci si chiede quanto sia ancora possibile immaginare il nostro satellite come oggetto scientifico, ora che abbiamo fatto di un luogo un oggetto estetico, e che il Postmoderno ha confuso esperienza ed immaginazione. Creiamo musei sulla Luna rischiando di perdere il vero significato di ogni scoperta.
Imparare dalla Luna è un saggio tra passato, presente e futuro, che lega storia, studi scientifici e sogni. Come e quando è nata l’idea di un libro così? Quanto è stato difficile raccogliere il materiale che proponi?
Pensavo di scrivere un piccolo saggio sul lato nascosto della Luna per una rivista di architettura, riflettendo sulla formazione dell’idea di paesaggio: nessuno, guardando le prime immagini trasmesse nel 1959, aveva pensato di riconoscervi un paesaggio. Poi ho scoperto che la Nasa proponeva di proteggere i siti degli allunaggi come tesori dell’umanità. Mi è sembrato che quei luoghi vuoti, deserti, abbandonati dagli uomini per oltre 40 anni, e dove si trovano resti di vecchie tecnologie, rifiuti e qualche piccolo ricordo degli astronauti, fosse un’immagine perfetta del mondo postmoderno e la chiusura della parabola iniziata con l’avventura spaziale degli anni ‘60, costruita dalla televisione e quindi inverificabile. Lo slogan del Postmoderno era di Nietzsche: non esistono fatti, ma solo interpretazioni. Ora il paradosso è che, ritrovando i fatti, i resti dell’avventura umana sulla Luna li erano subito oggetti da museo, coi quali rileggere le immagini che già possediamo o produrne di nuove. Si può spezzare questo circolo? Può essere che la Luna ci insegni come sfuggire all’autoreferenzialità dei media? In architettura il movimento postmoderno ha un punto di riferimento, un libro di Robert Venturi, Imparare da Las Vegas, pubblicato nel periodo dell’allunaggio di Apollo 17 nel 1972. Allora mi è venuto questo titolo, Imparare dalla Luna, che opponeva alla sovrabbondanza di Las Vegas il vuoto, la rarità, un grado zero dell’esperienza che permetteva di leggere ogni gesto come nuovo. Ho lavorato per quasi tre anni, cercando di battere sul tempo i cinesi di Chang’e 3: il libro è uscito un mese prima dell’allunaggio cinese. Procurarsi il materiale ormai è facile. Senza Internet, il sito della Nasa e i Moon-addicted sarebbe stato impossibile.
Ci aiuti a capire che cosa ha significato, per l’uomo degli anni ’60, sbarcare sulla Luna
Una sfida tecnologica e politica, ma anche un modo per sperimentare come la realtà, qui sulla Terra, dipendesse da un mezzo di comunicazione la cui potenza non si conosceva. Non perché l’allunaggio non ci sia stato, ma perché quelle spaziali erano notizie costruite su misura per la tv. Lo ha scritto Pasolini nel 1969: prima la tv aveva dato informazioni di cose che conoscevamo. Ora con gli astronauti aveva un contenuto che senza tv quasi non poteva esistere, e di cui nessuno aveva esperienza diretta. Davanti alla Luna diventavamo spettatori passivi, senza possibilità di critica. Lo sbarco sulla Luna ha fatto nascere il mondo come platea televisiva.
Nel tuo libro riporti una frase di Bill Anders: «Abbiamo fatto così tanta strada per arrivare sulla Luna, e la cosa più importante che abbiamo scoperto è stata la Terra». Che cosa vuol dire scoprire la Terra attraverso la Luna
Grazie ai viaggi nello spazio abbiamo visto per la prima volta la Terra da fuori. Non ci rendiamo conto di cosa abbia voluto dire allora, e di cosa voglia dire ora quello che facciamo ogni volta che clicchiamo su Google Earth. Come ha scritto Peter Sloterdijk, ogni rappresentazione della Terra ha un valore semi-metafisico, ineliminabile. Le immagini dallo spazio, le prime a colori, hanno avuto questa forza metafisica che continuiamo a sentire ogni volta che, pur conoscendole, continuiamo a non sentirle del tutto usurate. Cominciando a vagare nello spazio abbiamo avuto prova del nostro pianeta come organismo vivente e fragile, che ha bisogno di essere protetto. L’ecologia si è nutrita di quelle immagini, come ha fatto anche James Lovelock per la sua ipotesi “Gaia”.
A distanza di anni la Luna sembra tornata obiettivo dei programmi spaziali. Che cosa dobbiamo ancora scoprire mettendo piede sul nostro satellite? C’è ancora un fine scientifico o è un modo per ritrovare noi stessi in qualche modo?
Sulla Luna è ricercato l’Elio 3, prezioso per lo sviluppo delle criotecnologie. È stata confermata la presenza di ghiaccio ai poli, e quindi di acqua, esistenza di un’atmosfera ormai indebolita fino all’estinzione. Poi ci sono i progetti di installare un telescopio sulla parte nascosta della Luna per studiare lo spazio profondo. Ma ci sono di più ragioni di prestigio che coincidono con gli obiettivi del turismo spaziale. Il vero obiettivo per tutti oggi è Marte. Ma la Luna è un traguardo più abbordabile e paradossalmente più interessante proprio per la possibilità di trovarvi resti della presenza umana.
La musealizzazione del passato più recente porta a guardare ogni cosa con gli occhi del turista e a trasformarla in oggetto estetico. È un concetto che ha acceso il dibattito e che ha toccato molti altri luoghi storici, vedi Auschwitz. Quando e perché la Luna ha cominciato a diventare oggetto estetico, museo? E quanto musealizzare, estetizzare, ci allontana dal ricordare, dalla memoria?
Tra i primi oggetti portati sulla Luna dagli astronauti c’era una piccola ceramica con disegni di artisti pop. È chiamata The Moon Museum ed è il primo segnale di una musealizzazione del suolo lunare che riporta alla memoria una forma ottocentesca: i “musei sentimentali”, collezioni di ricordi personali che avevano valore per l’investimento feticistico che vi proiettava il proprietario, ma non per la qualità degli oggetti. Questa forma di musealizzazione blocca i processi della memoria, tanto più se sulla Luna si andrà a cercare quello che già si conosce: le orme fotografate, i moduli lunari, le attrezzature scientifiche. Questo è il prototipo del nostro atteggiamento turistico sulla Terra, e la natura del feticismo lunare ci fa comprendere quella del feticismo terrestre. Si tratta di abbandonare la storia che già conosciamo, quella della “conquista” e della competizione geopolitica, e assumere un punto di vista estetico che valorizza le tracce minori, casuali, marginali rispetto alle missioni, dalle quali si può forse ricavare un atteggiamento diverso non tanto verso la Luna, ma verso la Terra, dove si può più facilmente rovesciare il principio dell’estetizzazione dei comportamenti.
L’uomo è portato alla scoperta dell’ignoto, a nuovi mondi e possibilità. Andiamo ‘oltre’ la Luna, nell’Universo. Siamo pronti per guardare così lontano? Pronti alla scoperta? O mancheremo ancora una volta l’oggetto delle nostre scoperte e, con esso, la Terra?
Il timore è questo: mancare la scoperta dell’ignoto per volerlo troppo addomesticare. Günther Anders disse che la Luna era stata “delunarizzata” dagli americani. Oggi si parla di una Luna 2.0 come prolungamento del paesaggio terrestre, una colonia come tante, solo dislocata un po’ più in là. Restituire alla Luna la sua lunarità è un modo per rafforzare la nostra percezione della Terra e per riproporre all’ordine del giorno, anche da un punto di vista estetico, la questione ambientale.
Stefano Catucci. Imparare dalla Luna
Giovanna Maffoni «Doppiozero» 05-02-2014
Il lancio del primo Sputnik nel 1957 suscitò una grande impressione, tanto che l’impresa venne salutata da Hannah Arendt come “un vero spartiacque nella vicenda della modernità: il momento in cui gli uomini avevano cominciato a pensare di poter fare a meno del proprio pianeta”. In realtà questo non avvenne, perché la Luna rimaneva un corpo oggettivato: Körper, in termini fenomenologici. Un oggetto dato, incapace di modificare il nostro rapporto con l’esperienza e quindi di farsi soggetto di esperienza, matrice costituente. Il luogo della nostra vita continuava a essere la Terra che, per questa ragione, non poteva essere trattata semplicemente come un Körper, un’alterità inerte, essendo suolo (Boden) della nostra esperienza. Proprio questo suolo, che non può mai essere completamente oggettivato, che partecipa attivamente ai processi di costituzione dell’esperienza, è alla base dell’esperienza paesaggistica, che continua a essere essenzialmente terrestre.
Nel suo Imparare dalla Luna (Quodlibet) Stefano Catucci non si limita però a descrivere lo status quo, ma rileva anche, con lucidità, senza scivolare nei toni della nostalgia, le opportunità mancate. Perché la Luna, anche grazie a un particolare tipo di fotografie, dette Earthrise, che pongono il nostro satellite naturale non in una condizione di isolamento, ma di relazione con la terra, avrebbe potuto candidarsi a diventare Boden. La Luna come orizzonte, capace di inaugurare una nuova prospettiva dello sguardo. Le immagini di tipo Earthrise fanno intravedere la possibilità di “avviare la Luna verso l’integrazione in un’esperienza paesaggistica”. Ma presto questa opportunità perde consistenza, parallelamente alla perdita d’interesse nei confronti della Luna, che, anche a causa di processi di domesticazione e di progressiva riduzione della sua peculiare alterità, diviene sempre meno attraente agli occhi dei terresti.
Prende in fretta il sopravvento un altro tipo d’immagine, The Blue Marble, in cui la Terra appare isolata e, grazie all’illuminazione favorevole, liscia e perfetta come una “biglia blu”. Si potrebbe anche dire “inerme” come una biglia blu: privata di qualsiasi riferimento, la Terra appare simile a un maestoso e irrelato monumento, senza memoria e senza vita. Niente di più simile a un Körper. Non stupisce che un oggetto con questa “precisione estetica e informativa” si sia prestato a divenire l’oggetto d’indagine privilegiato degli studi naturalistici e scientifici. Catucci va oltre e introduce un tema tanto interessante quanto trascurato: la priorità che è stata accordata alla natura sul paesaggio, alla coscienza ecologica e ambientale rispetto a quella paesaggistica. Spesso anche per una radicata scorrettezza terminologica, che tende a non distinguere i termini. Non è pedanteria accademica, semplicemente natura e paesaggio non sono sinonimi: “La natura si fa paesaggio quando partecipa alla costituzione di un’esperienza di senso, collabora all’individuazione di un orizzonte, stimola un’autoriflessione che, nella piccola o nella grande dimensione, prende la forma di una meditazione sulla condizione umana…”.
Il trionfo di The Blue Marble su Earthrise rappresenta il trionfo di una mentalità diffusa che tende a preservare i singoli elementi naturali e artificiali, perdendo di vista l’importanza delle relazioni, delle connessioni, del contesto. Un simile modo di vedere ha indubbiamente favorito lo scadimento del paesaggio, con relativa perdita per il soggetto delle possibilità di orientamento e di identificazione. Con le parole dell’autore: “Earthrise si è collocata sul limite estremo di un’illusione cosmopolita, universalista, coltivata in un sogno da cui The Blue Marble ci ha risvegliato riportandoci alla realtà delle minacce alle quali è esposto il nostro pianeta per diventare quell’icona della nuova sensibilità ecologica che Earthrise, invece, non poteva diventare”. “Imparare dalla luna” significa dunque non arrendersi alla semplificazione, alla riduzione delle proprietà che sfuggono la possibilità di essere quantificate. Significa scegliere di preservare la complessità, la ricchezza, la relazionalità e acquisire coscienza della potenza vitale di queste dimensioni. Il rischio, altrimenti, è di fare come i mendicanti di Ernst Jünger, che camminano ignari in mezzo a una bellezza inesauribile.
Saluti dalla luna
Marco Belpoliti «L'Espresso» 24-04-2014

Ad andare nello spazio e a sbarcare sulla Luna nel prossimo futuro non saranno più uomini con tute recanti il logo della Nasa, l'ente statale americano, bensì ricchi uomini e donne spediti in orbita da missili targati Google, Apple, Facebook, super ricchi americani, indiani, cinesi, sudcoreani, in grado di comprare un biglietto per vedere dall'alto e da fuori il Pianeta Azzurro, ovvero la cara vecchia Terra. Presto ci sarà anche la possibilità di mettere piede sul satellite erinverdire le camminate di Neil Amstrong, il primo uomo che ha passeggiato tra le polveri eterne della Luna. La sua impronta, secondo gli scienziati, durerà almeno uno o due milioni di anni: più di un capolavoro pittorico, anche se la potranno vedere ben in pochi.
Chi sarà l'aedo della nuova stagione di viaggi spaziali, allunaggi, visite orbitali ai più lontani corpi spaziali, promossa dalle aziende private del computer e del web ? Nel 1970 Oriana Fallaci pubblicò uno dei suoi libri più belli, "Quel giorno sulla Luna", raccontando la personalità del trentanovenne Neil, con la sua faccia dominata da un nasino all'insù, dispettoso, e da una bocca a forma di salvadanaio, maligna, con il labbro superiore invisibile. La giornalista italiana fu seguita dopo nove anni da uno dei maestri del new journalism, Tom Wolfe, che in un reportage-romanzo, "La stoffa giusta", raccontò i primi astronauti lanciati nello spazio a partire dal 1961. Che razza di uomini mai erano? Preparati al ruolo di supereroi che andavano assumendo? Il caustico Wolfe appurò che non erano affatto dei superman, bensì uomini intrappolati in una maschera appiccicata loro dai mass media. Un libro che dovrà fare parte, con quello della Fallaci, del training di formazione per i ricchi che si lanceranno nelle orbite intorno ai pianeti del sistema solare.
Ma intanto a condurre una serrata analisi della Luna visitata dalle missioni Apollo, il più ambito, e forse più facile obiettivo di viaggio dei nuovi astronauti, è un filosofo, Stefano Catucci, che ha scritto "Imparare dalla Luna" (Quodlibet). Che i precedenti viaggiatori lunari siano stati dei tipi particolari, lo si capisce analizzando, come fa Catucci, ciò che essi hanno depositato sulla Luna in barba alle dettagliate istruzioni della Nasa. Ad esempio, fra le cose portate sul satellite da James B. Irwin, arrivato con Apollo 15, c'era l'immagine di un signore che lui neppure conosceva. Si trattava di un suo omonimo, l'aveva ricevuta per posta due mesi prima dello sbarco lassù. Nella lettera di accompagnamento la figlia gli parlava del desiderio del padre, morto a settantacinque anni, senza poter assistere al primo sbarco, di poter andare sulla Luna. Così l'altro Irwin, suo doppio, pensò di fare un gesto gentile realizzando il desiderio in forma vicaria. Vi aggiunse anche alcuni medaglioni, due piatti d'argento con le impronte digitali della moglie e dei bambini, e un frammento di roccia lavica. Charles Duke con il viaggio seguente, Apollo 16, portò con sé la fotografia della sua famiglia dentro una busta di cellophane. La lasciò accanto a un piccolo cratere dell'Altopiano Descartes, da lui denominato Cat dai nomi dei propri figli: Charles and Tom.
Catucci passa in rassegna molti degli oggetti portati clandestinamente dagli astronauti in barba ai regolamenti Nasa, e depositati come un ricordo sulla superficie della loro destinazione. Si tratta di ricordi famigliari o memorie di persone defunte, come oggetti di astronauti scomparsi in precedenza, ad esempio le mostrine di Clifton Williams. Alan Shepard, comandante del volo Apollo 14, veterano dei viaggi spaziali, di cui parla anche Tom Wolfe nel suo libro, irritò i vertici della agenzia spaziale tirando fuori dalla sua sacca di escursione lunare un ferro 6 e due palline da golf, grazie alle quali è diventato il primo giocatore sulla Luna. Sul pianeta non sono rimasti solo questi "ricordi" dei visitatori terresti, ma buona parte della loro attrezzatura: basi di allunaggio, rover, veicoli, strumenti. Secondo un primo calcolo ogni astronave in visita ha deposto al suolo circa 110 elementi, residui e rifiuti,come sacchi, zaini, tute, guanti, caschi, stivali, saponi, creando delle piccole discariche che si vedono anche nelle foto prese dagli astronauti. In un'istantanea catturata dall'Apollo 15 si scorgono i resti di un esperimento scientifico sparsi al suolo, con tanto di imballaggi scomposti e protezioni disperse all'intorno.

Se presto saliranno sulla Luna le navi spaziali dei social network e dei brand più alla moda nel web, cosa resterà lassù, nei crateri e vicino ai luoghi della discesa? Il filosofo tedesco Hans Blumenberg sostiene che quelle rampe di lancio, necessariamente abbandonate nei siti di arrivo e ripartenza, sono il segno del fatto che gli uomini, pur avendo compiuto sforzi titanici per arrivare lassù, non hanno avuto nessuna intenzione di restarci. Sarebbero dunque la traccia più vistosa della loro volontà di tornare a casa. Catucci con il suo lavoro, che è un`indagine intorno alle tracce lasciate dagli uomini sul satellite e agli scarti deposti, ci fa riflettere su cosa sono stati i viaggi spaziali, al di là della nota competizione con l'Urss per il dominio sulla Terra. Perché altri uomini si apprestano a salire lassù? Perché i cinesi hanno manifestato questo desiderio d'arrivare sulla Luna con i loro razzi intercontinentali? Cosa vanno cercando? Per quale ragione un ricco americano o sudcoreano dovrebbe salire su un missile e spingersi nello spazio a proprio rischio e pericolo? Per turismo, possiamo rispondere, così come per i cinesi lo sbarco sulla superficie lunare è il segno di una raggiunta posizione economica e anche militare. Insomma, in entrambi i casi prestigio. Ma il prestigio è sufficiente a far rischiare il volo nello spazio? Probabilmente sì, insieme allo spirito d'avventura che connota tutta la storia dell'esplorazione geografica della Terra, e ora dello spazio interstellare. Tuttavia un enigma, come scrive Catucci, esiste. Chiudendo il suo libro cita Norman Mailer, autore di un altro fondamentale libro sul primo viaggio lunare, "Un fuoco sulla Luna", uscito in originale nel 1969 per celebrare da cronista il viaggio dell'Apollo 11 e lo sbarco. L'interrogativo che lo scrittore americano si è posto, assistendo al successo dell'impresa, è: il programma spaziale è stata la più nobile espressione del XX secolo oppure la manifestazione più evidente della sua pazzia? Dopo quarant'anni, scrive Catucci, non l'abbiamo ancora capito. La domanda dovremo riporcela tra qualche tempo, quando, entrati già nel XXI secolo, ricominceremo a volare sulla Luna..
Guarda che Luna guarda che noia
Andrea Dusio «Pagina 99» 13-12-2014

Al rinnovato interesse per la Luna che investe i programmi di esplorazione dello spazio è dedicato un libro del filosofo romano Stefano Catucci, Imparare dalla Luna (Quodlibet). Il riferimento, sin dal titolo, è al testo di Robert Venturi, Denise Scott Brown e Steven Izenour, che nel 1972 – dunque in piena space age - insegnavano in Imparare da Las Vegas a studiare i reperti della megalopoli-miraggio cresciuta nel deserto del Mojave.

Come Tom Wolfe, che della città virtuale a bassissima densità urbana guardava soprattutto le insegne pubblicitarie al neon, nuova forma di architettura subliminale, così Catucci applica alla Luna uno sguardo lenticolare, che si sofferma soprattutto sui resti delle spedizioni che hanno raggiunto il nostro satellite. In previsione delle missioni automatizzate che sin dal 2015 dovrebbero tornare sul suolo lunare, la Nasa ha infatti deciso di perimetrare i siti storici del programma Apollo, in modo da tutelare le zone calpestate dagli astronauti, proteggendole da possibili contaminazioni (si può vedere anche il recente Marketing the Moon di David Meerman Scott e Richard Jurek, pubblicato da Mit Press).

2013
Quaderni Quodlibet
160x225
ISBN 9788874625819
pp. 216
€ 19,00 (sconto 15%)
€ 16,15 (prezzo online)