Selve d’amore
Selve d’amore

 

Quattro bellissimi racconti inediti di Gianni Celati, che continuano idealmente i Costumi degli italiani del 2008, e trattano della vita randagia e molto conturbata dell’epoca tra adolescenza e prima giovinezza. Nel primo si racconta dell’agitazione erotica che serpeggia tra le mura domestiche del narratore, perso nelle «selve amorose» dove chi va sbaglia strada, come dice Ariosto. Poi lo strano caso Mucinelli, un investigatore la cui sola presenza mette in subbuglio l’assessore Rovina e gli altri protagonisti dei corrotti traffici della cittadina. Nel terzo il matrimonio del fratello maggiore con la figlia del ricco industriale Bellavista; e infine la meravigliosa ultima notte di Pucci prima del suo ricovero in manicomio. Emersi dal fondo dei ricordi autobiografici di Celati, questi racconti toccano con una comicità soffusa e una leggera malinconia gli aspetti più riconoscibili e consueti della razza umana.

 

 

 

Recensioni 
Marco Belpoliti «L'Espresso» 21-11-2013
Paolo Nori «Libero» 07-12-2013
Alessandro Zaccuri «Avvenire» 13-12-2013
Daniele Giglioli «La Lettura - Corriere della Sera» 22-12-2013
Luca Sebastiani «L'Unità» 12-01-2014
Nunzia Palmieri «Doppiozero» 10-01-2014
Niccolò Pagani «L'indice dei libri del mese» 01-04-2014
Ambretta Sampietro «La Prealpina» 25-10-2014
Silvana Tamiozzo Goldmann «L'immaginazione» 01-08-2014
 
Sesso matto
Marco Belpoliti «L'Espresso» 21-11-2013

Si ride, e di gusto, leggendo le avventure dei personaggi delle nuove storie di Gianni Celati, quattro racconti radunati sono il titolo ariostesco di “Selve d'amore" (Quodlibet, pp. 120, € 12,50) terza puntata del suo “Costumi degli italiani". Nel primo l'io narrante racconta in modo caotico e concitato - tipico dei personaggi celatiani - i suoi desideri sessuali di giovane umano rivolti alla signora Guzzi, moglie di un colonnello, che li ha suscitati frequentando la casa della madre sarta. Inforca la bicicletta e la va a cercare nella città vicina dove si è trasferita. "ll caso Muccinelli" è invece la storia di un investigatore strampalato che piomba in una cittadina e con le sue indagini balzane la mette in subbuglio: cosa sta cercando? Nel “matrimonio Bellavista" è il figlio maggiore a sposarsi con una ricca ragazza, e come nel primo racconto "Selve d'amore", l'ambiente della narrazione è la famiglia, con le sue dinamiche edipiche (la Madre quale motore immobile di quasi tutti i racconti del "Costume degli italiani"). Infine, "La notte" contiene la malinconica storia del ricovero manicomiale di Pucci, personaggio già incontrato in altre storie precedenti, che lancia mattoni contro la madre. Celati è tornato all'ambiente pazzerello della “Banda dei sospiri" (1976), con un giovane narratore, madre, padre e fratello maggiore, a fargli da
spalla; lo fa portando con sé l'esperienza narrativa e linguistica dei "Narratori delle pianure", il suo libro più famoso, uscito negli anni Ottanta. La lingua zoppicante di “Selve”, piena di anacoluti, frasi a senso,inciampa, ma senza mai cadere, come accadeva in “Comiche e Guizzardi", e rivela un'umanità altrettanto comica, imbambolata, folle. Si ride per le bizzarrie dei personaggi, per gli
strani pensieri e accadimenti, ma anche per le formule escogitate dal narratore. La malinconia si è fatta più spessa e densa, e come nell'ultimo racconto “La notte”, non basta più una risata per dissolverla. Il viaggio al termine della notte di Celati ha come sua destinazione i misteri dell'animo umano, la strana mescolanza di ragionevolezza e demenza. ll desiderio è ora diventato
l'assoluto protagonista delle sue storie, una sessualità diffusa, autoriferita, irrefrenabile, come quella di un adolescente. Lo scrittore ci sta raccontando non si sa bene se l'alba del desiderio
stesso o invece il suo tramonto.

Lo slalom di Celati tra Beckett e Bernhard
Paolo Nori «Libero» 07-12-2013
È appena uscito, per la collana Compagnia extra della casa editrice Quodlibet, un libro di Gianni Celati che si intitola Selve d’amore che è fatto di quattro racconti il primo dei quali mi ha ricordato Un bambino, di Thomas Bernhard, quella parte dell’autobiografia di Bernhard che comincia con un viaggio in bicicletta che Bernhard ha fatto da piccolo, sulla bici di suo babbo, e che diventa una specie di epico fallimento, e poi di epico successo, e la stessa cosa, mi sembra, succede al protagonista del primo racconto di Selve d’amore, che, innamoratosi della signora Gazzi, moglie del colonello Gazzi, decide di andarla a cercare con la bicicletta del suo amico Zoffi, solo che la bici a un certo punto si buca e lui passa la notte dietro un cespuglio e poi viene caricato da un’insegnante con la quale si dà le arie del sociologo («Vada pure alla sua scuola – le dice, – perché avrei voglia di visitarla, sotto il profilo storico») e continua a darsele con un bidello («Cosa cerchi?». «Vorrei vedere come si svolge la vita umana da queste parti». Bidello: «La vita umana?». Io: «Sì, la vita umana sotto il proflo storico e sociale, capisce?». «Cosa vuol dire?». Gli davo fastidio perché parlavo in stile elevato. Ma mi era venuta quella vena e non potevo farci niente) e alla fine salta fuori che gli han rubato la bicicletta («La mia bicicletta! L’unica mia proprietà! Che poi non era neanche mia. Adesso come faccio!»). Nel secondo racconto, che si intitola Il caso Muccinelli, ci son degli investigatori privati che investigano su un investigatore privato, e alla fine non si sa che fine fanno né gli uni né gli altri, e viene in mente quella cosa che ha scritto Celati nel 1999, nell’introduzione a un libretto intitolato Racconti impensati di ragazzini: L’anno scorso – scriveva Celati – sono andato in una scuola, e il bibliotecario mi ha portato nella biblioteca che stava riordinando. Su un lungo tavolo c’erano delle montagnole di libri, romanzi di nuovi romanzieri, e il bibliotecario me li illustrava, prendendoli su uno ad uno: “Questo tratta del problema del disagio dei giovani. Questo tratta del problema della donna. Questo tratta del problema della devianza e della tossicodipendenza”. Ho chiesto: “Ma non ce n’è nessuno che non tratti nessun problema?”. Lui sembrava che non capisse, forse anche perché era stanco di spiegarmi. Ma sono sicuro che nella sua mente aveva questo pensiero: “Come, un romanzo sul nulla? Cosa mi viene a raccontare, questo tizio qui?”.
Grande valore progressista attribuito al contenuto dei libri! Quello che interessa, poi, sono solo le opinioni degli autori, per arrivare a qualche conclusione generale sulla società. Si arriva sempre a parlare dei “problemi della società”, e di come risolvere i problemi, quasi che lo scrivere fosse un lavoro di amministrazione burocratica. Allora non si capisce più la differenza tra la lettura d’un romanzo e quella d’un articolo di giornale.
Ecco, a leggere Selve d’amore, secondo me, la differenza è evidente, perché in Selve d’amore succede, come si legge a pagina 107 che Tu sei come al solito nella tua prigione, guardi dalle inferriate e vedi una punta di luce che viene da oriente, allora vai col pensiero verso quella luce, che non è nessuna speranza, è solo un giorno uguale a tutti gli altri che sta per cominciare. Ma questo è il buono della faccenda: tu aspetti il giorno ancora una volta, senza aspettarti niente, soltanto perché ci sei, e sei lì da buon carcerato, come se fosse il mattino della tua liberazione, che son cose che di solito non si trovano, negli articoli dei giornali, e mi sembra si trovino in Beckett, in quella cosa che Beckett chiama Pseudo Chamfort in quella parte che dice «La speranza non è che un ciarlatano che non smette di imbrogliarci; e, per me, io ho cominciato a star bene solo quando l’ho persa. Metterei volentieri sulla porta del paradiso il verso che Dante ha messo su quella dell’inferno: Lasciate ogni speranza ecc.».
Celati, la profondità della leggerezza
Alessandro Zaccuri «Avvenire» 13-12-2013
L'investigatore Muccinelli ha una missione da compiere. O forse no, chi può dirlo. Però ha un tesserino del Ministero e lo sventola di qua e di là, suscitando rispetto e preoccupazione in ogni angolo della cittadina in cui si è insediato. Dove si trovi non si sa, ma dev’essere da qualche parte nella grande pianura. Un piccolo centro, con piccoli segreti che sarebbe meglio non svelare. Succede così dappertutto, ma qui c’è di mezzo Muccinelli, e Muccinelli indaga. Sarà un castigamatti o un rompiscatole? E, più che altro, sarà quello che dice di essere o, più banalmente, quello che gli altri credono di vedere in lui? “Il caso Muccinelli” è uno dei quattro memorabili racconti che Gianni Celati presenta in Selve d’amore, un libro che richiama in servizio personaggi e situazioni già presenti nei due sorprendenti volumi di Costumi degli italiani, editi da Quodlibet nel 2008.
Siamo, come sempre, sul filo tra paradosso e poesia. «Tra un po’ parlerò della notte – annuncia a un certo punto Celati –, la bella notte, che è come un buco vuoto in cui le cose aspettano che passi via il farnetico, e il buio e l’incerto vengano a dirci che i nostri desideri si sono tutti assopiti, e il cuore è finalmente sazio». Si riconosce l’eco di Leopardi in queste righe, ma di un Leopardi ancor più scarnificato nello stile, restituito al commercio di parole semplici, quotidiane, dalle quali si sprigiona una purezza abbacinante e dimessa. Classe 1937, compagno di strada di varie sperimentazioni (non esclusa quella del Gruppo 63), Celati è rimasto sempre originale e autonomo nel suo percorso di verifica del linguaggio. Il brano appena citato, per esempio, viene da “La notte”, il racconto che chiude il libro e che sembra segnare il congedo dal personaggio di Pucci, l’adolescente senza qualità che di Costumi degli italiani e di Selve d’amore è l’involontario antieroe. “La notte” è un titolo semplice, appunto, ma percorso da un’infinità di richiami (basti, per tutti, il film diretto da Michelangelo Antonioni nel 1961). Nella prosa spoglia esapiente di Celati, quella di Pucci diventa l’unica notte che sia necessario raccontare, sospesa tra abisso e accettazione. È una minima tragedia domestica, venata però da un umorismo commosso,
che in Celati non nasce mai dalla contemplazione distaccata delle miserie umane, ma al contrario deriva dall’adesione appassionata a ogni destino, a ogni debolezza.
Illuminante, in questo senso, l’avventura dell’io narrante nella storia che dà il titolo al volume: partito per andare a cercare in un’altra città la donna di cui pensa di essere innamorato, scrocca un passaggio in auto dichiarandosi «un servo» e in quel momento riconosce qualcosa di sé, come se la parola nascondesse il potere di rivelare e, insieme, di liberare. Maestro segreto
di un’intera generazione di “narratori delle pianure”, Celati si conferma parente stretto di una linea europea che da Kafka arriva fino a Beckett, lambendo solo di rado un’Italia che, anche in letteratura, continua a ignorare la meravigliosa profondità della leggerezza.
La verità dell’ispettore Celati tra i burattini della nostra fantasia
Daniele Giglioli «La Lettura - Corriere della Sera» 22-12-2013
«Invece nell'inverno si sono aperte le cateratte della fantasia», promette Gianni Celati al lettore in Il caso Muccinelli, secondo mirabolante racconto di Selve d’amore (in uscita da Quodlibet Compagnia Extra, prosegue idealmente i due volumi dei Costumi degli italiani, sempre per lo stesso editore): e mantiene la promessa. Nella cittadina in cui vive il narratore capita un giorno tale Muccinelli, supposto ispettore del ministero degli Interni, per svolgere indagini di natura imprecisata. I benpensanti si preoccupano, le autorità promuovono un’indagine parallela su di lui, il giornale locale sforna roboanti editoriali a sostegno del nuovo eroe venuto a far piazza pulita dei corrotti, la gente comune è disorientata, sospesa tra senso di colpa e una vaga aspirazione alla palingenesi.

Saltano fuori magagne di ogni tipo, anche se non ad opera dell'investigatore, il quale si limita a osservare la gente che esce di chiesa la domenica o fa domande incongrue ai camerieri dell'albergo in cui è sceso. La soluzione ritarda, la rivoluzione ristagna, Muccinelli viene a noia, a parte gli strambi risaputi che lo accompagnano nel suo girovagare trasognato, l'impermeabile stretto in vita, il sigaro in bocca, in mano un inutile taccuino di appunti. Che non sia un vero ispettore? Che sia un matto, un lunatico, un mitomane? Eppure è grazie a lui se un'intera città si mette a nudo, rivelandosi a se stessa, come già accadde al regno in cui capitò un giorno Perelà, l'omino di fumo di Aldo Palazzeschi.

Se Muccinelli non sembra desiderare nulla, i protagonisti degli altri racconti sono ossessionati dai desideri. Sessuali, come nel primo che dà il titolo alla raccolta, un vero e proprio falansterio dove il narratore ginnasiale punteggia l'innamoramento per una provocante amica della madre con passi della Vita Nova di Dante; ma anche di rispettabilità, stabilità, ascesa sociale, come nel terzo, Matrimonio Bellavista, dove il figlio maggiore della famiglia Marcocesa ha ben chiaro il disegno di sposare una signorina ricca, o nel quarto, bellissimo, La notte, dove la famiglia Pucci – lui notabile democristiano, lei amante di un Monsignore – fa chiudere in manicomio il figlio Aurelio, già personaggio di primo piano dei Costumi degli italiani.

Sulle piccolissime aspirazioni dei suoi attori Celati non esercita alcun moralismo: piuttosto una mescolanza irripetibile di ilarità e compassione, stilizzazione umoristica e complicità creaturale. Ognuno è il burattino della propria fantasia, e questo è fondamentalmente un bene. Perché la fantasia non è lo scarto o lo strappo ma la regola, il destino di chiunque, anche quando calcola, fa piani, imbroglia, si crede furbo. Non a caso il giovane Pucci torna volentieri in manicomio, dopo aver trascorso una notte memorabile con la madre, cui poco tempo prima aveva tirato un mattone nella schiena provocandole un'infiammazione della pleura. Materiale tragico che diventa comico, ivi compreso il tema dell'incesto, massima interdizione della specie umana, che affiora a più riprese nel libro, o quello del doppio (l'investigazione sull'investigazione nel secondo racconto).

Non Visconti e nemmeno Fellini, cui Celati viene spesso accostato, in quanto è del tutto assente in lui il sottofondo tra vitalista e nichilistico che trasformava La dolce vita in una orrenda mascherata. Anche qui non ci sono che maschere, e le fissazioni, i tic, le anomalie sono tutti modi di un'unica sostanza; ma che liberazione, che felicità, perfino, riconoscerlo: «E la notte non è che l'ombra di tutti i momenti che devono ripetersi, è la frescura che li avvolge, è l'abbraccio che tiene tutto insieme, il buco nel tempo in cui i desideri vengono alla superficie e si spandono nell'aria perché nessuno si senta più estraneo».

Miracolo d'arte, come sempre in Celati, è la cancellazione dell'inevitabile superiorità dell'autore sui personaggi: un autore che si spoglia della parte di demiurgo e dio delle creature e fa continuamente mostra di non saperla poi più lunga di loro, con una scrittura, ha detto bene Marco Belpoliti, che inciampa sempre senza mai cadere, inanellando una serie di gag verbali altrettanto indifese e irresistibili di quelle che si svolgono sul piano dell'azione. Ne sa quanto Muccinelli. A volte non ricorda proprio tutto; forse le cose non sono andate esattamente così; vai a fidarti di chi te le ha raccontate; ma va bene lo stesso, né il mondo né la lingua ammettono dislivelli, cesure, crepe permanenti. «E voi, là fuori, siete in molti?», replicano i matti a chi li interroga dietro i loro recinti. Siamo moltissimi, e speriamo che saranno altrettanti i lettori.

 
Quattro racconti inediti e preziosi sul filo della mutevolezza del tempo
Luca Sebastiani «L'Unità» 12-01-2014
Parlare di un libro di Gianni Celati è sempre difficile. La prima tentazione, quasi un riflesso, è infatti raccontarne la storia, la trama - come si fa di solito con tutta la narrativa che viene stampata. Qui, in questo nuovo libro appena uscito nella collana Compagnia Extra di Quodlibet, di storie ce ne sono ben quattro, ma come spesso in Celati anche in questi racconti inediti a contare non è tanto l’intreccio, ma la prosa leggera, il lessico impercettibilmente incongruo, la gag imprevista e il ritmo ventoso conforme ad un’idea di narrativa come trasporto sul filo della mutevolezza del tempo.
I personaggi di questi racconti di Selve d’amore, sono gli stessi dei precedenti volumi posti sotto la rubrica Costumi degli italiani. Ritroviamo la stessa città di provincia con i quartieri socialmente e moralmente connotati, gli stessi adolescenti spersi e pascolanti e soprattutto le medesime scene familiari a far da palco privilegiato alle gag comiche dell’incomprensione umana. Il tutto condotto con una scrittura panoramica modulata da un imperfetto che mantiene l’azione dentro un circolo routinario, quasi senza tempo. Da lì vengon fuori i mattoidi celatiani parenti degli strampalati personaggi di Chaplin, di Beckett o Michaux, quasi a sgorgare spontaneamente con il flusso di un raccontare leggero, semplice, giusto e senza intoppi, con un narratore personaggio tra i personaggi a far da cerimoniere alla maniera della nostrana tradizione novellistica.
Questi racconti, come sempre in Celati, sono anche però un esercizio del rendersi perplessi mettendosi in gioco. Cioè mettendosi all’altezza della morte, dove un’oscura necessità può certamente rendere perplessi noi che siamo abituati a riscacciarla dietro la coltre solida della realtà tecnologica. Più in generale si coglie in questi racconti l’impressione che il tempo programmato della modernità sia solo un’illusione burocratica per ridurre l’esistenza all’anonimato di una grande macchina utilitaria. Ma anche l’idea che la vita, in fondo, non si fa amministrare, che più che la programmazione del tempo vuoto, a muoverla di qui o di là, ci sia questo strano e indefinito cuore mosso dai desideri, i quali non si sa bene cosa siano, ma che incontestabilmente ci sono, e ci fanno scoppiare in fughe improvvise, a volte ridicole, più spesso comiche – come quando il narratore adolescente scappa di casa per inseguire in bicicletta la signora Guzzi; o come quando la signora Malacesa col figlio Mala fuggono dal matrimonio per non soffocare. I personaggi celatiani, spesso tipi stilizzati – il generale, il politico, il prefetto, il sindaco, l’anarchico – sono così mossi dalle brame dell’amore e del sesso, del denaro e il potere, del menar vanto e dalla vanagloria, tutti come rinchiusi in un ariostesco castello d’Atlante all’inseguimento dell’immagine vana del loro desiderio. Non son forse queste le Selve d’amore del titolo che cita Ariosto?
L’effetto è quello d’una etnologia immaginaria figlia della migliore tradizione novellistica o surrealista. Da cui si capisce anche che le pulsioni desideranti son più vere in termini esistenziali che le vite ben amministrate dentro cui non trovano posto. Il vecchio nonno di Pucci - ne La notte che chiude il volumetto e spicca per la misura di una prosa che si tiene miracolosamente in equilibrio tra immaginazione e speculazione - è quasi l’emblema di questa perfezione amministrativa vuota.
Nel suo piccolo terreno, di spalle al cimitero, preludio al prossimo passo, organizza il suo mondo in perfetta simmetria. Tutto è al suo posto, i martelli coi martelli, i cacciavite con i cacciavite, tutto ordinato dal più grande al più piccolo. Solo che il vecchio nonno, da quando la moglie è morta, è affetto da una demenza senile piuttosto pronunciata. Se ne ricava l’impressione che questa razionalità amministrativa del durare sia allora solo il sogno di un’umanità invecchiata nell’illusione demente del futuro progressivo e tecnologico dove non c’è posto per i corpi e i desideri. Dove questi non possono che avere l’incedere incongruo di chi non riesce ad essere come dovrebbe, come in certe comiche mute d’antan. Ecco, alla fine allora la vera liberazione è smettere di adeguarsi ad un’idea di futuro del genere, sembra dirci in tralice la prosa celatiana. Smettere di attendere per cogliere invece nella presenza il mistero dell’esserci nell’aperto del mondo, dove non c’è riparo che tenga, ma solo un trascorre di ogni cosa nel mutare della luce; dove l’esserci è l’esserci di ogni giorno, da sempre, senza speranza, cioè senza attesa di essere diversi da quello che si è digià.
Nel racconto finale, a mo’ di congedo, nell’ultima notte prima di essere portato in manicomio, l’amico Pucci è nello stanzone del nonno insieme alla madre, nell’oscurità notturna, in un buco
nero «insieme a tutto quello che c’era intorno, le cose usuali che sono solo quello che sono». Poi alla prima luce d’oriente si va «col pensiero verso quella luce, che non è nessuna speranza, è
solo un giorno uguale a tutti gli altri che sta per cominciare. Ma questo è il buono della faccenda: tu aspetti il giorno ancora una volta, senza aspettarti niente, soltanto perché ci sei, e sei lì da
buon carcerato, come se fosse il mattino della tua liberazione». È il sollievo di non dover più aspettarsi qualcosa, perché tutto quello che ci aspettavamo l’avevamo già sempre presso di
noi, anche se non era granché.
Le storie di Celati finiscono spesso con questi congedi che son punti di risucchio in cui la trama si sospende insieme alla tribolazioni. Ma La notte ci sembra assumere un rilievo particolare tra i racconti dei Costumi degli italiani. Tutto il racconto, e la scena della notte passata da Pucci con la madre in particolare, sembra avvolto da un’atmosfera che non si può che definire leopardiana. Non solo perché si tratta di un notturno, ma perché le ombre della notte (e della morte), qui come in Leopardi, non son più qualcosa di angoscioso, ma un limite che si affronta con serenità interrogativa. Il leopardismo celatiano però, figlio del Novecento, fa un passo ulteriore sulla via dell’abbandono del desiderio (o ansia) di durare, della sottomissione agli scopi, che è l’illusione antropologica centrale dell’essere mortale umano e delle sue macchine. E ci offre così una critica del presente che è anche una sua messa a distanza che riconcilia con una vitalità profonda e materiale.
Gianni Celati. Selve d'amore
Nunzia Palmieri «Doppiozero» 10-01-2014
È uscito di recente da Quodlibet un libro da non perdere, Selve d’amore di Gianni Celati, una raccolta formata da quattro racconti che proseguono la serie fortunata dei Costumi degli italiani, inaugurata dallo stesso editore nel 2008. Nei nuovi racconti ritroviamo sullo sfondo alcuni personaggi indimenticabili che abbiamo imparato a conoscere nei primi due volumi, ma l’onore del primo piano spetta ora alle figure femminili, alle madri dei liceali incontrati nella classe scolastica di Pucci, prese anche loro, come i figli adolescenti, nelle selve della passione amorosa, che le porta a misurarsi con vicende molto difficili da sbrogliare, mettendole di fronte a scelte cruciali.
Così accade in Matrimonio Bellavista alla signora Marcocesa, che deve rinunciare a una vita felice con l’uomo che ama per non compromettere i piani matrimoniali del figlio maggiore, deciso a imparentarsi con un industriale dei budini sensibile alle questioni di moralità. In una situazione ancora più difficile si trova la madre di Pucci nell'ultimo racconto, La notte, una storia delicata e struggente, condotta fra veglia e sonno, fatta di gesti minimi, di contemplazioni e di silenzi, in cui Celati raggiunge un vertice della sua prosa con una lingua quintessenziale, mantenuta in un miracoloso equilibrio di toni e di registri, come se scrivere fosse diventato davvero un gesto naturale dell’orecchio e della mano.
Se nelle raccolte precedenti l’io narrante si eclissava, rendendosi quasi invisibile, qui per la prima volta il narratore e la sua famiglia diventano i protagonisti del racconto d’apertura, quello che dà il titolo alla raccolta, in cui circola l’aria impregnata d’onde elettriche che abitualmente si respira tra le pareti domestiche, con un ragazzo «lungo di corpo, goffo in tutto, e sempre perturbato dalle donne», un fratello più grande, bello d'aspetto, in eterno conflitto con un padre tormentato dai sospetti della gelosia, e una madre attorno a cui ruotano i desideri di tutti, che passa la vita a placare gli spiriti inquieti degli uomini di casa con pazienza e parole misurate.

Proprio tra le clienti di passaggio nel laboratorio domestico della madre sarta, artista finissima delle confezioni femminili, il ragazzo lungo di corpo incontra la sua Beatrice, una signora formosa che finisce per occupare stabilmente i suoi pensieri accompagnandolo per mano nelle selve d'amore, quelle dei poeti e dei cavalieri antichi che occupano la mente e sollecitano la fantasia, portandola lontano in un eterno vagare. Così, dopo la partenza della signora Gazzi per un'altra città, le brame dell’innamorato alle prime armi, convinto di poter morire di desiderio e di struggimenti, lasciano il posto all’inseguimento di una bicicletta presa in prestito, abbandonata, smarrita, cercata, ritrovata, che diventa il filo conduttore di avventure comiche e stralunate nello stile del Celati giovane, ispirato dai film di Buster Keaton e dei fratelli Marx.
Le avventure proseguono con l'arrivo del misterioso ispettore ministeriale Muccinelli, mandato in città ad indagare non si sa bene su quali magagne, in un mondo d'intrighi e percorsi tortuosi dalla meta incerta lungo i quali la vita si consuma: gli affari loschi condotti dal sindaco Cagnotto e dai suoi sodali, con il sostegno e la complicità delle consorti, storie di truffe, di corruzione, di adulteri, di speculazioni, di ricatti, di rivalità, di invidie, rispecchiano l’habitus della storia passata e presente del nostro paese, che Celati guarda con un cannocchiale rovesciato, facendo di un’immaginaria cittadina di provincia una piazza universale, in cui si muovono i tipi umani destinati a formare il grande quadro dei Costumi degli italiani, come in una visione di Bruegel gremita di personaggi.
Selve d’amore porta in apertura un’epigrafe che suona come un congedo dell’autore ai suoi lettori: Addio storie, che vita! A un autore di culto come Celati, signore che si è defilato da tempo, che non ha una pagina Facebook, non ha un blog, non scrive su Twitter, non va in televisione, non ha una rubrica fissa, non frequenta i festival letterari e ha ancora tante cose da raccontare, non possiamo che augurare di ricredersi presto.
Selve d'amore
Niccolò Pagani «L'indice dei libri del mese» 01-04-2014
Dopo i due volumi antologici dei Costumi degli italiani (2009) e le originali e vertiginose Conversazioni del vento volatore (2011). Celati continua la sua collaborazione con la casa editrice Quodlibet pubblicando nella collana “Compagnia Extra”, diretta da Ermanno Cavazzoni e Jean Talon, questo breve e prezioso libretto, che raccoglie quattro novelle. Lo scrittore realizza quattro cortometraggi all'insegna di una delicata comicità, nei quali recupera dal fondo migliore dei suoi ricordi un'immagine di città che è soprattutto una comunità fatta di rapporti tra esseri umani. La dimensione del racconto è quella familiare del giovane narratore, in cui si muovono i genitori, il fratello maggiore, gli amici di un tempo; lo stile (fatto di intuizioni repentine e squarci poetici, ma anche di ricercate omissioni e reticenze) rende bene l'atmosfera velata di quell'azione personale e intima che è il ritrovare nella propria memoria le storie che più ci hanno attratto e colpito. Nel primo racconto, che dà il titolo al volume, sono narrate le tensioni erotiche che turbano i rapporti domestici, tra insensati timori incestuosi e vivaci pruriti adolescenziali.
In Caso Muccinelli (un vero capolavoro di descrizione d'ambiente) la comparsa in città di un misterioso investigatore che pare inviato direttamente dal ministero è sufficiente per agitare le coscienze sporche degli abitanti più in vista. Matrimonio Bellavista, invece, nel raccontare l'unione del fratello maggiore con la figlia di un ricco industriale, pone nuovamente al centro dei destini umani la tematica erotico-amorosa nel suo valore di stimolo che crea e dirige i desideri e le pulsioni della comunità. Infine La notte, il più poeticamente soffuso dei quattro (e quello maggiormente allusivo) narra l'ultima, indimenticabile notte dell'amico Pucci (personaggio già presente in altri racconti dell'autore) prima di entrare in manicomio.
"Amo Joyce"
Ambretta Sampietro «La Prealpina» 25-10-2014

Gianni Celati da parecchi anni vive a Brighton, da quando ha lasciato l'insegnamento. È stato raggiunto sotto la pioggia in un parco, ha risposto al telefono con il cappotto sopra la testa per non bagnarsi. Ha vissuto a lungo all'estero, in Francia e America e molti anni in Africa dove sono stati girati alcuni suoi documentari. Selve d'amore è una raccolta di quattro racconti, divertenti e un po' surreali, pubblicata da Quodlibet Compagnia Extra.

C'è qualcosa di autobiografico?

«No, anche se qualche episodio è scivolato. Ci sono dei personaggi reali, un mio zio muratore che ho amato tantissimo mi ha ispirato il nonno di Pucci del racconto finale, anche lui aveva un bellissimo giardino. C'è anche mio padre che era una meraviglia d'uomo ma prendeva arrabbiature bestiali. Ci sono tanti episodi che mi hanno raccontato in Africa e ricordi della prima giovinezza».

Lei ha anche lavorato come traduttore spaziando da Celine all'Ulisse di Joyce.
«Sì, mi sono imbarcato in imprese tremende, per tradurre Colloqui con il professor Y di Céline ho dovuto imparare lo slang parlato nei quartieri popolari e alcuni termini caratteristici andando nei bistrot. Ho tradotto anche Mark Twain, Joseph Conrad, Melville e Stendhal. Avevo avuto un professore di inglese bravissimo e mi ero laureato con una tesi su Joyce. Ho fatto la pazzia di tradurre l'Ulisse stimolato da Einaudi e ho impiegato più di sette anni».

Si dedica ancora al cinema?
«Magari, lo farei volentieri ma non c'è modo di riuscire ancora a fare cose con due soldi come qualche anno fa. Non scrivo nemmeno più, sono anziano e stanco».

Lei faceva parte del gruppo artistico dei Lunatici.
«Ognuno è andato per la sua strada, sono rimasto in contatto solo con Ermanno Cavazzoni che lavora ancora come un matto. Ci sentiamo spesso al telefono, quando torno in Italia vado subito a trovarlo e a pranzo a casa sua».

Conosce Varese?
«Sono venuto solo una volta nel 2001, quando avevo vinto il Premio Chiara».

Selve d'amore
Silvana Tamiozzo Goldmann «L'immaginazione» 01-08-2014

Il titolo di questo terzo tempo del ciclo Costumi degli italiani evoca in prima battuta le Selve d'amore di Lorenzo de' Medici, e fa pensare a un "canto a lato" dell'autore dell'Orlando innamorato raccontato in prosa (Einaudi 1994) offerto alle fantasticazioni del lettore. I quattro racconti sembrano uscire – festosi e un po' ignari – dall'epigrafe d'apertura allusiva di un congedo («Addio storie, che vita! L'Autore») e subito inanellano situazioni, personaggi, abbozzi di storie. Il filo conduttore è l'amore inseguito, di apparizione in apparizione, di caso in caso. La madre è il perno del primo racconto, è dotata di «molta arte e spirito di pazienza»; attorno alle sue onde magnetiche duellano un marito geloso del figlio maggiore e il medesimo figlio. Da lei si dipanano le figure delle sue clienti e amiche, come la signora Giunone e la signora Gazzi (che attira irresistibili passaggi danteschi), con le quali stava «a far chiacchiere, con l'aria di donne senza padroni», nella comune consapevolezza di dover brigare fino alla tomba con gli uomini. È un mondo femminile non poi così distante da quello meneghelliano di Libera nos a malo in cui donne sfinite e sfruttate sanno essere ben fiere e vigorosamente capaci di tener a bada i loro uomini. La ricerca del protagonista («sempre disperso nel buio delle selve d'amore») incrocia giovani insegnanti («capelli al vento, faccia onesta»), vecchie zie, cuoche e grassocce signore.

Il tono giocoso passa anche per i nomi, che si affastellano allusivi nel secondo racconto: l'avvocato Annoiati, l'assessore Rovina, il sindaco Cagnotto, il prefetto Imbrogli, il tipografo Catenacci, la contessa Tinti-Altoforni, la marchesa Cecchi-Mammullà, la signora Bachiocchi, la signora Veratti circondano lo strampalato investigatore privato Muccinelli (sicuramente un personaggio che non uscirà di memoria) e fanno addentrare il lettore in selve sempre più intricate (e incantate?).

Seguono le vicende di Margherita Marcocesa dagli umori tempestosi, dell'amante di suo marito, la "corputa" ostetrica Bugazzi: fanno corona alla sbiadita signorina Violante, ricca e emancipata che sposerà il figlio Marcocesa, provocando fatalistiche riconciliazioni e un finale spiazzante.

Nell'ultimo racconto, La notte, il tono sembra sensibilmente cambiare: certo il dialogo di Pucci col nonno (già di suo affetto da demenza senile) che con serena franchezza lo riconosce come idiota («noi ci capiamo anche se sei un idiota, vero?») nella sua comica profondità è irresistibile. Richiama altre parentele, perché questi figuranti o comparse o personaggi sono poi figli e nipotini di Guizzardi o di Garibaldi o fratelli di altri "pascolanti" come il giovane Zoffi che non hanno mai smesso di popolare le storie di Celati: ne condividono tic, agnizioni improvvise, un senso del ritmo dell'esistenza cadenzato nelle diverse stagioni di scrittura con sapienza davvero grande. Forse solo chi si è speso su più tavoli come Celati (e penso alle traduzioni, in particolare a quella dell'Ulisse di Joyce) sa accordare tempi verbali e scansioni sintattiche in generale, le parole e i loro suoni accuratamente provati, con questa studiata naturalezza.

In La notte la madre di Pucci rimane seduta ad aspettare l'alba e la pagina è attraversata da una strana malinconia che ci fa guardare con occhio diverso le pagine precedenti. Ci accorgiamo che queste storie sono solo visioni («Può darsi che sia una visione che non c'entra col mio racconto, ma mi è venuta in mente così»); oppure notiamo che si interrompono all'improvviso lasciando il lettore interdetto sul come proseguire: «A dire la verità, non so altro di questa storia e devo fermarmi qui. Mi dispiace molto per i lettori». Oppure ancora finiscono in modo strano, come succede al signor Marcocesa che inventava storie per non arenarsi «nelle paludi nell'umanità media» e finisce, con la benedizione del narratore («Succede a tanti») a chiedere la carità accucciato su un marciapiede. La notte nella sua seconda parte ha un tono alto e solenne, fa pensare a un testamento letterario e esistenziale: la bella notte è un buco vuoto, in cui precipitano dissolvendosi paure e desideri «e il cuore è finalmente sazio». Fa meditare sui racconti che non hanno orari ma nascono dai «risucchi» e la «notte-buco nel tempo» li abbraccia e li tiene insieme nel loro ripetersi. Potrebbe concludersi qui con quella bellissima immagine dei desideri che vengono alla superficie e si spandono nell'aria perché nessuno si senta più estraneo. Ma il sogno della signora Pucci dà un'ultima scossa. E le parole del matto Quaglia, sul finire del racconto, chiariscono quell'addio semiserio che apriva il volume: «Ah, qui siamo moltissimi, tutti matti! E voi, là fuori, siete molti? Tutti matti anche voi?». Come si fa a staccarsi da queste storie?

2013
Compagnia Extra
120x190
ISBN 9788874625802
pp. 120
€ 12,50 (sconto 15%)
€ 10,63 (prezzo online)