Piccola storia delle eresie
Piccola storia delle eresie

 

Diceva Tolstoj che l’eresia è una rivolta contro l’inerzia dei princìpi della Chiesa e che ogni passo avanti verso l’intelligenza è stato fatto da eretici.

 

Il libro racconta vita e dottrina, usi e costumi di gruppi eretici più o meno noti, dal primo secolo dopo Cristo fino al grande scisma del 1054; una piccola storia delle eresie, che accoglie senza raddrizzarle le faziosità e le falsificazioni dei vincitori del conflitto, i padri della storiografia ecclesiastica.
Un panorama incredibilmente variegato e bizzarro, che comprende sette eretiche che si considerano immortali, oppure angeli discesi dal cielo; che venerano Caino e tutti i dannati dell’Antico Testamento, che pregano senza sosta il Dio che li ha messi al mondo, che girano sempre scalzi, che fanno il voto del silenzio perpetuo, che praticano l’autocastrazione, o si abbandonano a orge rituali, che accettano la Trinità, oppure credono in una Santa Quaternità; che adorano Maria offrendole pane biscottato, o mettono in dubbio la sua verginità…
Tutti – chi più chi meno – hanno dato il loro contributo prezioso alla formazione sul versante opposto dell’ortodossia.

 

 

Recensioni 
Paolo Nori «Libero» 04-03-2014
Andrea Dusio «Pagina 99» 22-02-2014
Piero Di Domenico «Corriere di Bologna» 16-03-2014
Giorgio Vasta «La Repubblica» 13-04-2014
Paolo Morelli «Alfapiù» 15-04-2014
Mario Massimo «www.flaneri.com» 17-04-2014
Alberto Cellotto «librobreve.blogspot.it» 28-04-2014
 
Pregare nudi in nome della santa Quaternità
Paolo Nori «Libero» 04-03-2014
A leggere Piccola storia delle eresie, appena pubblicata da Mauro Orletti per Quodlibet (pp. 154, euro 14), a me è venuto in mente il racconto Il parroco Andrea di Jaroslav Hasek, che parla di un parroco che è in Purgatorio e non riesce a capire come mai, e dopo 22 anni che è lì il Sacro Senato lo convoca e gli chiede se lui, quand'era vivo, aveva scritto una lettera a suo fratello, che viveva a Sydney, in Australia, e il parroco risponde di sì, e il Sacro Senato, siccome Sant'Agostino, maestro della Chiesa, aveva scritto, nel libro De retractione vel librorum recensione, che la fede negli antipodi è eresia, lo condanna a 15.000 anni di soggiorno forzato in Purgatorio, inclusi i 22 già scontati.
Gli eretici descritti nel repertorio di Orletti, a dire il vero, sono forse più strani del parroco Andrea, per esempio Basilide, maestro gnostico dei basilidiani, insegnava che Gesù non era un uomo, non aveva cioè un corpo in carne e ossa, era più una specie di fantasma, e sulla strada per il Calvario si era scambiato con Simone Cireneo, che era stato crocifisso al suo posto mentre lui si mescolava alla folla.
Marco invece, un egiziano del II secolo, sembra abbia fondato una «teologia aritmetica in cui la Santa Trinità era sostituita da una Santa Quaternità», che era il principale insegnamento diffuso dalla setta dei Marcosiani.
E gli Elchasaiti, setta diffusasi nel II secolo grazie al libro di Elchasai, che Elchasai avrebbe ricevuto da un angelo che misurava 154 chilometri di altezza, 26 di larghezza, 38 da una spalla all'altra e che lasciava delle impronte lunghe 22 chilometri, larghe 6 e profonde 3, gli elchasaiti credevano che Cristo fosse un uomo, «ma un uomo un po' diverso dagli altri, che era nato sì da una vergine, ma più d'una volta. E più d'una volta era poi venuto sulla terra, dove si era dedicato all'astrologia».
Gli adamiani, invece, idealizzavano la nudità di Adamo, e prima di entrare in chiesa lasciavano i vestiti in guardaroba, «quindi si riunivano in assemblea nudi, nudi ascoltavano le letture, nudi pregavano, nudi celebravano i sacramenti e sempre nudi mangiavano e bevevano». Secondo i Paterniani «la parte inferiore del corpo, dai fianchi fino ai piedi, era opera del Diavolo. Quella superiore, invece, era opera di Dio».
I Valesii avevano interpretato il passo dei Vangeli in cui Gesù dice che ci sono uomini che sono eunuchi dalla nascita, ce ne sono altri che lo sono diventati e altri che si sono fatti eunuchi per meritarsi il regno dei cieli nel senso che «per diventare puri e servire il Signore» bisognava evirarsi. E se qualcuno passava nelle loro terre, presso il Giordano, «siccome le Sacre Scritture chiedevano all'uomo di aiutare il prossimo», i Valesii mutilavano tutti quelli che passavano. Sembra che la cosa si fosse talmente diffusa che nel Concilio di Nicea (325) venne adottato un canone contro gli eunuchi. «Ma la volontà di reprimere qualunque eresia che incoraggiasse la castrazione», scrive Orletti, «e l'ossessione di evitare l'elezione di un pontefice eunuco, fece nascere una strana leggenda, stando alla quale, a partire dal nono secolo, il papa neoeletto veniva sottoposto al rito della palpazione dei testicoli, un esame che avveniva facendolo sedere su uno scranno di porfido rosso nella cui seduta era presente un foro. I più giovani tra i diaconi avevano il compito di tastare sotto la sedia, e, una volta accertata la presenza degli attributi virili, gridare "Virgam et testiculos habet". Al che, gli ecclesiastici presenti rispondevano: "Deo gratias"».
E gli Agnoeti (Cappadocia, VI secolo) credevano che l'anima raggiungesse la salvezza attraverso l'ignoranza. Quindi non leggevano, non studiavano e non cercavano di capire l'insegnamento degli Apostoli. Secondo loro anche Gesù era un po' ignorante. «La prova», dicevano gli Agnoeti, «consiste nel fatto che Gesù, arrivato a Betània col preciso intento di resuscitare Lazzaro, la prima cosa che disse a sua sorella fu: "Dove l'avete messo?". Segno evidente che non sapeva dove fosse sepolto».
Non so se si può concludere, con Retorio, capo dei retoriani (attivi in Egitto nel IV secolo) che «tutti gli eretici avevan ragione, qualunque dottrina professassero», e che «l'uomo pensa ciò che è naturalmente incline a pensare e dunque non sbaglia mai e ha sempre e comunque ragione». Ma credo che si possa essere d'accordo con lui quando scrive che «nessuno deve essere condannato per le proprie opinioni» e alla fine del libro di Orletti viene in mente quel che scriveva Evgenij Zamjatin nel suo Il destino di un eretico: «Eretico fu Giordano Bruno, che aveva proclamato l'infinità dell'universo e la molteplicità dei mondi. Lo bruciarono sul rogo».
E se è vero, e mi sembra sia un bene, che molte delle storie raccontate da Orletti fan ridere, è anche vero che, come scrive sempre Zamjatin, «eretico fu anche Fulton, che sosteneva di avere costruito una nave, il battello a vapore, che si muoveva senza remi e senza vele. Si rideva di Fulton».
Eretici, questi bizzarri dalle vite curiose e colorate
Andrea Dusio «Pagina 99» 22-02-2014
Un angelo di 154 chilometri in altezza, 26 in larghezza, 88 da una spalla all'altra, con impronte lunghe 22 chilometri, larghe 6 e profonde 3. È una delle apparizioni più sorprendenti che si succedono in un libro curioso, con una titolazione un po' da piccola enciclopedia del sapere, Piccola storia delle eresie, ma che in realtà del compendio non ha nulla. L'autore non è un docente di Storia dei Movimenti ereticali, ma uno scrittore ancora relativamente giovane (proviamo ad adottare questa classificazione intermedia), Mauro Orletti, teatino (ossia di Chieti, anche se all'anagrafe risulta nato a Guardiagrele), cresciuto letterariamente nella fucina di Acchialappiacani, la rivista letteraria di Deriveapprodi, e dunque portatore sano di una prosa che riecheggia la temperatura attenuata e le modalità informali di Ugo Cornia e Paolo Nori. Orletti ha già fatto parlare di sé con Mi sento già molto inserito (Zandegù), romanzo di formazione professionale nel mondo non propriamente glam delle relazioni industriali. Questo libro è naturalmente tutt'altra cosa. Scritto con la giusta distanza del cultore della materia dalla ponderosità degli studi scientifici, dopo averlo letto vien voglia di riporlo non nello scaffale della saggistica ma accanto alla copia consunta delle Vite Immaginarie di Marcel Schwob.
Non è la prima volta che viene tentata una sintesi della storia delle eresie (per stare ai lavori recenti, Michel Théron tradotto dal Melangolo nel 2008), ma Orletti spaia con tutta la bibliografia esistente a partire dall'utilizzo delle fonti. Le vicende e la dottrina dei vari gruppi ereticali dell'antichità spesso sono arrivate sino a noi attraverso le narrazioni che ne fanno oppositori, persecutori e concorrenti (“non c'è peggior nemico degli eretici che un altro eretico”). Molte delle bizzarrie e delle efferatezze che sono condensate in queste pagina sarebbero espunte da un'intenzione scientifica. Orletti si limita ad accogliere tutto e a dirci che il catalogo è questo, probabilmente nella convinzione che un metodo storico rigoroso ci farebbe perdere il meglio.
Ecco allora l'angelo ciclopico degli Elchasaiti, e con lui le evirazioni di massa dei Valesii, i metodi contraccettivi dei Fibioniti che grazie all'interruzione del coito praticato 730 volte aspiravano a scalare i 365 cieli esistenti (ma senza disperdere il seme, raccolto puntualmente, mescolato agli altri elementi della luce cosmica e delibato collettivamente, i Messaliani che non si tagliavano mai i capelli, i Discalciati che andavano a piedi nudi e gli Adamiani col nudo integrale, i Colliridiani che lasciavano prelibate focacce su una sedia per tre giorni perché venisse la Madonna a mangiarle, infine i Saccofori che non andavano mai in bagno volontariamente.
Letto tutto d'un fiato potrebbe anche apparire come uno stupidario universale, e probabilmente lo è. Resta però la lezione di relativismo che un uso ponderato delle fonti avrebbe depotenziato: se esiste un'ortodossia, si è formata per somma algebrica di tutte le cosmogonie, e le stranezze inventate per mera calunnia, e le pure pazzie.
Adamiani e saccofori, gli eretici nella storia
Piero Di Domenico «Corriere di Bologna» 16-03-2014
A partire dall'attestato di Tolstoj, per il quale ogni passo in avanti verso l'intelligenza si deve a degli eretici, Mauro Orletti, origini abruzzesi ma studi e lavoro a Bologna, ha costruito un'intrigante storia delle eresie, dal primo secolo dopo Cristo al grande scisma del 1054, che vide staccarsi la Chiesa Orientale da Roma. Cresciuto nella rivista di Deriveapprodi L'Accalappiacani, settemestrale di letteratura comparata al nulla, fondata da Paolo Nori, Cornia, Benati e Morelli, Orletti, con alle spalle il caustico romanzo di formazione Mi sento già molto inserito, fa riemergere sette come i Messaliani che non si tagliavano mai i capelli, gli Adamiani che per rispetto del primo uomo si riunivano nudi e nudi pregavano, i Saccofori con i loro vestiti di sacco e i Colliridiani, che idolatravano Maria e per lei lasciavano delle focacce su una sedia in attesa che la Madonna arrivasse per mangiarle.
Il libro, che verrà presentato domani alle 18 alla libreria Zanichelli da Ermanno Cavazzoni, raccoglie anche le bizzarrie con cui questi gruppi sono stati descritti e tramandati dai padri della storiografia ecclesiatica: fedeli che hanno deciso di non parlare mai più, credenti nella Santa Quaternità, sino agli adoratori di Caino e di tutti coloro che nell'Antico Testamento vengono bollati con il marchio della dannazione.
Viaggio al centro dell'eresia
Giorgio Vasta «La Repubblica» 13-04-2014
Eresia proviene dal greco e vuol dire afferrare, scegliere, eleggere. Negli Atti degli Apostoli conserva ancora un carattere neutro, mentre nel Nuovo Testamento diventa un termine negativamente connotato, fino a significare l'opposto di ecclesia. L'eretico, colui che compie una scelta divergente rispetto a ciò che è andato definendosi come regola, viene a coincidere con il sacrilego; con colui il quale non vuole riconoscere le strutture dell'ortodossia.
Piccola storia delle eresie di Mauro Orletti (Quodlibet) descrive dottrina e consuetudini delle sette eretiche cristiane in un arco di tempo che va dal primo secolo allo scisma del 1054. Si parte dai Simoniaci, ed esattamente dalla sfida, nel teatro di Roma, tra Simon Mago che vola in cielo e San Pietro che lo riprecipita al suolo rompendogli le gambe, si prosegue con gli Emerobattisti (che immergendosi tutti i giorni in acqua «ne approfittavanoper lavare vestiti, masserizie e stoviglie», rimproverando inoltre i discepoli di Cristo perché sedevano a tavola senza aver lavato le mani) , e poi con i Carpocraziani (peri quali Dio ha l'aspetto di un asino) , i Basilidiani (adoratori di porri e di cipolle), i Dattilorinchiti (che se ne andavano in giro con l'indice su naso e bocca a imporre un silenzio assoluto ed eterno), i Saccofori (che pregavano agitando un dito in aria per uccidere il demonio e che consideravano l'andare di corpo come un peccato gravissimo), gli Etnofroni (cristiani paganizzanti che durante il settimo secolo divinavano interrogando il formaggio, le fave, i tuoni, la cera fusa e i «riccioli dei bambini agitati dal vento») e con decine di altri gruppi, di cosmogonie, liturgie e protocolli.
Come precisato nella premessa, in questo libro «l'approccio adottato è esclusivamente letterario». Vale a dire che Orletti osserva - e lo fa con grande acume - il versante estetico e paradossale di ogni dogma e di ogni follia rituale; non con l'intento di ironizzare su tutto ciò relegandolo a pura e semplice bizzarria, a un catalogo di assurdi lontani da una verità rivelata ed evidentemente indiscutibile. Al contrario, Orletti sa bene che di verità tetragone e definitive non ce ne sono e che comporre una storia delle eresie significa ricostruire una storia dei possibili mancati, delle alternative perdute, delle ipotesi irrealizzate; per arrivare a scoprire che quanto in ambito cristiano è inteso come ortodossia è anche l'esito di un processo di progressivo smaltimento delle differenze.
Racconta Orletti che già nel quarto secolo Retorio -da cui i Retoriani- chiariva i motivi per cui ogni eresia aveva senso e nessuno poteva venire condannato per le sue opinioni: «L'uomo pensa ciò che è naturalmente incline a pensare e dunque non sbaglia mai e ha sempre e comunque ragione».
La confusione sotto il cielo
Paolo Morelli «Alfapiù» 15-04-2014
“Non c’è peggior nemico degli eretici di un altro eretico”. È quanto chiosa Mauro Orletti alla sua Piccola storia delle eresie (Quodlibet, 154 pgg., 14 €), un racconto ‘ragionato’ e assai vivace del pensiero ereticale cristiano dal I secolo fino allo scisma tra chiesa d’Oriente e d’Occidente del 1054.
E di racconto infatti si tratta, come specificato fin dall’introduzione, vista la confusione delle verità storiche al riguardo promulgate e conservate, alle quali solo la ricostruzione narrativa può restituire dignità o necessità. Nell’introduzione è altresí svelato l’intento, anzi le prime righe citano Tolstoj dando a Dio quel che è di Dio, vale a dire che “ogni passo avanti verso l’intelligenza è stato fatto da eretici”, e l’obiettivo resta puntato sull’incantamento dell’idea di compiutezza e stabilità del pensiero cristiano fin dall’inizio e relativi comportamenti morali, mentre l’unica verità è che la confusione ha sempre regnato sovrana.
O, forse meglio che, come sempre e dappertutto, le presunte certezze sono arrivate a seguito di progressivi aggiustamenti che non hanno mai fine pena il rigor mortis, se hanno riguardato perfino l’individuazione del Purgatorio attorno al XIII secolo o i dubbi sul Limbo nelle dichiarazioni di Ratzinger di qualche anno fa.
Orletti, abruzzese di Chieti ma abitante a Bologna, già autore di due romanzi, Mi sento già molto inserito e Un uomo in movimento, ha fatto studi di giurisprudenza quindi di cavilli se ne intende, qui però limita e quasi nasconde l’erudizione al riguardo, appuntandola appena nelle note finali. Allo stesso modo la narrazione è lieve e la lettura delle vicende impertinente e maliziosa quanto basta. E non potrebbe esser altro, visto che la confusione sotto il cielo è sempre grande e ci si barcamena tra i miracoli della fantasia, chiedendo al lettore solo di cedere alla vaghezza.
Fraintendimenti, sprezzature, discordie soprattutto, la vasta gamma di follie e stranezze, rinnegati e litigi, scaravoltamenti continui, lotte e diatribe, storie di torture e vendette, omicidi e riabilitazioni, abiure e sconsiderati d’ogni tipo. E allora vediamo san Pietro che per sbugiardare Simon Mago fa morire il bimbo che quello ha appena resuscitato (per resuscitarlo lui dopo); bastian contrari come i Cainiti, acerrimi avversari del creatore e veneratori di quelli che gli si sono ribellati; fanatici ottimisti come i Montanisti, nonché adoratori di palloni gonfiati.
Vediamo i Basilidiani secondo cui c’è stato uno scambio e sulla croce c’è morto Simone Cireneo, vi sono angeli di 154 chilometri d’altezza e 22 di piede e la geniale Santa Quaternità, composta da Impronunciabile, Silenzio, Padre e Verità… Rituali folli come i feti pestati nel mortaio e mischiati a miele e spezie prima d’esser mangiati, lo stravagante elenco delle divinazioni più disparate (si interrogavano dal formaggio ai riccioli dei bimbi al vento), fino alla tenera cocciutagine degli Agnoeti, fieri partigiani dell’ignoranza. Mirabile l’efficacia della formula dei Retoriani, secondo cui l’uomo “pensa ciò che è naturalmente incline a pensare e dunque non sbaglia mai e ha sempre e comunque ragione”.
Difatti sembra di leggere del caos che c’è nella mente umana, comunque orientata. Gnostici che si affrettano alla salvezza per via di Conoscenza, solo che si va a tentoni e la strada mai è quella giusta, con esercizi che sono brandelli delle pratiche spirituali delle sette filosofiche antiche, prima la stoica, e magari delle vecchie scienze sciamaniche. Gente che perde la Trebisonda in senso quasi letterale. Storie di perdenti, di riluttanti, di eccentrici, strampalati, rifiuti totali, scombinati che si danno sulla voce come i nostri politici.
E ci si denuda parecchio in questo minimo haereticarum fabularum compendium, ci sono colossali bevute e orge, dèi a forma di asini, autoevirazioni, tuniche di ferro, digiuni, coprofagie, sputi salvifici e igiene scarsa. Detto così sembra un manicomio…
Il libro ci conduce attraverso drammatiche vie della fede, su sentieri sbagliati anche volontariamente, intuizioni, teorie interessanti o bislacche. Mille anni in preda a una furiosa pazzia, sempre tallonati dai padri della chiesa e dai concili arrancanti per un po’ di pace nei punti fermi ecumenici, nei dogmi inamovibili. È il loro ruolo del resto, quello di appuntare spilli al vento, in quanto godono dell’infallibilità dello Spirito Santo in persona. E alla fine si scopre che uno dei peggiori eretici della storia è ancora oggi assai venerato dagli ortodossi.
Un racconto sulla confusione in fin dei conti, e su quella convinzione basata su un bell’accumulo di niente, la maledizione di un ordine che c’è prima e presiede a tutto, del quale hanno profittato e profittano le ortodossie d’ogni genere e specie. Nonché la dimostrazione appartata di quanto fosse ricco l’albero della prosa, prima che ne avvelenassero le radici con il diktat, l’ortodossia feroce della drammatizzazione del Reale, l’idolo di turno.
Piccola storia delle eresie
Mario Massimo «www.flaneri.com» 17-04-2014

Ancora una volta, leggendo questa Piccola storia delle eresie di Mauro Orletti (Quodlibet, 2014), viene in mente la definizione di Nietszche, «umano, troppo umano»: non potrebbe esser meglio stigmatizzato, il meschino arrabattarsi di questi esseri umani entro la propria opaca sordità, rispetto alla parte più profonda, radicale (e difficilmente praticabile, certo: ma non impossibile, come più di un uomo e una donna hanno poi dimostrato, nei secoli), di ciò che il Maestro aveva detto, per le vie e nei villaggi della Galilea, e poi alla volta di Gerusalemme, dove lo attendeva l’incontro con l’estremo scacco, e la sconfitta. Ed è perfino troppo intuibile come, proprio per reazione al trauma avvilente di quella sconfitta, sia nata, in chi gli era stato vicino, l’idea della divinità di quell’uomo di cui si era vista la lunga, urlante agonia (Lammà sabachtanì...) sul legno della croce; anzi, quello in cui ciò avvenne con più convinzione, e foga espressiva, fu Paolo di Tarso, che pure mai lo aveva incontrato, in persona.

Ma fu, come spesso capita, un rimedio peggiore del male: perché non si era riflettuto abbastanza sulle contraddizioni torturanti in cui quel granellino di senape, un uomo, cioè, che è anche, totalmente, Dio, avrebbe fruttificato: se era Dio, come avrà potuto la sua infinità limitarsi entro un corpo di uomo? E, di quel corpo, avrà poi sentito gli stimoli? Tutti, gli stimoli, anche, sì, quello giù, al fondo del ventre? Anche quello dell’intestino, o della vescica, che smaniano di liberarsi? E non è bestemmia, pensarlo? E come ipotizzarne il materiale concepimento, altro che con il grossolano metodo abituale? Come dissociarlo, poi, da quello delle sorelle e di ben quattro fratelli (Matteo, 13,55; Marco, 6,3), primo fra tutti Giacomo, cui perfino Paolo mostra reverenza, in quanto «fratello del Signore» (Galati, 1,18-19)?Ecco allora fiorire le risposte di chi, con ribrezzo tutto orientale per la carnalità, s’incaponisce a pensarla in un altro modo (questo vuole dire, letteralmente, «eresia»: scelta diversa, s’intende, da quella degli altri) e rifiuta l’idea che Dio possa chiudersi in un corpo e, peggio, andare al gabinetto, ogni tanto.

Dunque, no: Gesù era solo un uomo; e, curiosamente, a chi con più energia, e successo (anche di potere, e di classi sociali alte capaci di andargli dietro: non foss’altro, a Milano, dove avevano proprie basiliche, o a Ravenna, dov’è il loro battistero dalle rifiniture sfarzose) sostenne questa tesi, della sola umanità di Gesù, sia pure a un livello di umane perfezioni mai raggiunto da altro nato di donna, vale a dire Ario, toccò di morire proprio in un gabinetto di decenza, mentre liberava gli intestini; oppure, che è la stessa cosa, Gesù sembrava uno come noi, con la carne e il moccio dal naso e via disgustandosi, ma era tutto, e solo, Dio.

Li vediamo, così, snocciolarsi i nomi, perfino fascinosi in sé, degli eresiarchi: sui cinquanta circa, nell’indice in fondo al volume di Orletti, i Basilidiani, gli Ofiti, gli Apollinaristi, i Nestoriani; e sono quelli che, come i docetisti, trovarono la via d’uscita dell’apparenza, la sublime messinscena di Dio che va in giro per la Palestina ma senza che quel sole spietato ne inzuppi di sudore, come a noi, le vesti.

Tuttavia, la parte indiscutibilmente più saporosa del libro di Orletti sono gli eresiarchi con la fissa del sesso: da non praticare, assolutamente (Marcioniti, Montanisti, Encratiti, Fibioniti, Pauliciani), per non duplicare – come Borges diceva degli specchi – gli esseri umani; o da praticare, volendo, solo in forma sterile: e perciò sodomiticamente (Patriziani, Paterniani). Ma molto, molto più trascinanti risultano quelli che ne predicavano l’assoluta liceità e, manco a dirlo, la promiscuità più estesa: in vera, adamitica «innocenza» (concetto sulla sincerità del quale è lecito nutrire più di qualche dubbio...): e questi furono i Nicolaiti, i Carpocraziani, i Giovinianisti, per non ricordarne che alcuni. Si sarà capito: la dote migliore di Orletti è proprio questa capacità, svelta, divertita, spigliata, di schizzare in pochi tratti un grumo narrativo efficace e ironico insieme, pur nell’apparente neutralità asciutta dello stile: ma il sorriso, se non dell’autore, è il nostro, di noi che leggiamo. E vediamo rispecchiata, in questi nostri simili così tanto lontani, al di là della riva degli ormai due millenni, ma così uguali, ancora, a noi, l’eterna attitudine umana a dar prova del peggio di sé.

Piccola storia delle eresie. Intervista a Mauro Orletti
Alberto Cellotto «librobreve.blogspot.it» 28-04-2014

LB: Come si profila l'idea di un libro come Piccola storia delle eresie (pp. 168, euro 14) e come si arriva a una casa editrice come Quodlibet per pubblicarlo?
R: Per un paio d'anni, tra la fine del 2010 e l'inizio del 2012, a Bologna, si sono svolti degli incontri di libere pensate letterarie che avevano anche un nome: Spazzavento.
Durante questi incontri si leggeva e si stava ad ascoltare. Si discuteva di scritture malfatte, di temi immensi e insolubili: per esempio cos'è l’anima e se esiste ancora. Si assisteva a spettacolini di pochi minuti, proiezioni di foto, cortometraggi, microlezioni. Si facevano elenchi, elenchi di quel che sarebbe stato bello realizzare.
Durante uno di questi incontri avevo letto un pezzetto che parlava della Trinità e lo faceva in un modo un po' avventato. Cioè spiegavo la Trinità prendendo come esempio l'ovetto Kinder. E poi da lì sono partito a scrivere dei piccoli testi nei quali cercavo di spiegare in parole semplici i dogmi della Chiesa. Poi però è venuto fuori che era più interessante studiare le dottrine di quelli che avevano infranto i dogmi. E alla fine mi sono trovato a scrivere di eresie ed eretici.
A questi incontri era presente era presente Ermanno Cavazzoni, che assieme a Jean Talon, cura la collana Compagnia Extra di Quodlibet. Mi ha chiesto di provare a compilare una piccola storia di queste eresie. E così ho fatto.
LB: Mi ha colpito la scrittura, una certa facilità e agilità. Quando nasce la motivazione verso questo tema fondamentale della storia del pensiero e quali sono i modelli di scrittura ai quali si sente vicino?
R: Quasi tutto quello che sappiamo delle eresie è stato tramandato dai vincitori del conflitto che si scatenò fra i cristiani delle origini. Si tratta di una circostanza che, agli occhi di uno storico, deve apparire funesta. Significa avere a disposizione delle fonti che, in molti casi, hanno un livello veramente basso di attendibilità. Sono spesso faziose, raccontano solo una parte della storia e lo fanno in un modo che, certe volte, non esita a falsificare per dare un’immagine negativa del proprio avversario.
Ecco per me, che non sono uno storico e che non ho alcuna pretesa di ricostruire una presunta verità, tutto questo si è presentato come una grande opportunità.
Raccontare vita e dottrina degli eretici a partire dalla versione dei padri della storiografia ecclesiastica mi è sembrato un modo originale e appassionante per restituire tutta la straordinaria complessità delle varie sette cristiane. Quindi, in un certo senso, posso dire che sono stati loro i miei modelli: non ho mai raddrizzato le loro distorsioni, ho accettato nel racconto piccole e grandi falsificazioni, ho riportato le descrizioni fatte, anche quelle ai limiti della caricatura.
LB: Il libro è strutturato quasi come una minienciclopedia ma poi, leggendolo, si capisce che rifugge ovviamente l'approccio enciclopedico. Qual è stata la difficoltà maggiore nel sintetizzare una materia così vasta, sterminata?
R: Proprio perché volevo che il taglio fosse letterario e non enciclopedico, mi sono preso la libertà di selezionare. In fondo non c'era bisogno di fare un libro con pretese di esaustività (e comunque non ne sarei stato capace). Allo stesso tempo, e penso sia stata questa la principale difficoltà, dalla selezione di eresie e dal successivo montaggio volevo emergesse il racconto di un cristianesimo che non è sempre stato ufficiale, che si è evoluto poco per volta, che ha modificato la propria dottrina man mano che lo scontro con gli eretici si è fatto insanabile. Più in generale il racconto di uno strano periodo storico, fatto di sinodi e controsinodi, di pazzi che si affrontavano a suon di scomuniche e condanne, di sette che inventavano ogni giorno nuove ragioni per odiarsi, cavillando su aspetti apparentemente irrilevanti. Ad esempio se nell'impasto del pane usato per l'eucarestia bisognava aggiungere olio e sale.
LB: Lo scrive lei stesso nella premessa: il suo è un libro letterario, fazioso. Lei stesso non si presenta con il classico curriculum di studioso delle eresie. Sono curioso di sapere se ci sono già verificate delle reazioni interessanti che può raccontare provenienti dalla sponda degli "ordodossi studiosi di eresie".
R: Qualche tempo fa è uscita su un quotidiano una bella recensione del libro. Venivano citate molte delle eresie raccolte e fra queste quella di uno gnostico di nome Marco che aveva fondato una teologia aritmetica in base alla quale Dio aveva creato ogni cosa in 8 giorni pronunciando quattro parole che contenevano 30 lettere. Il numero 30 era composto da 1 decade, 1 dodecade, 2 tetradi (10+12+4+4). Alla Trinità, quindi, veniva a sostituirsi una delle due tetradi, una Santa Quaternità. Tant'è che l'articolo si intitolava “Pregare nudi in nome della Santa Quaternità”. Ora, a parte il fatto che non sono sicuro che autore del pezzo e autore del titolo siano la stessa persona, comunque questo titolo deve aver attirato l'attenzione di un giornalista “ortodosso” che ha scritto un articolo, su un altro giornale, dal titolo: “Deridere la religione e la fede... È una moda ma non fa ridere”.
Però nelle dottrine degli gnostici come Marco - che noi oggi chiamiamo eretici e che allora non lo erano e avevano pari dignità rispetto agli altri cristiani – non c'era la volontà di deridere la religione e la fede. E così, nell'includerli in una storia delle eresie, per quanto piccola sia questa storia, non c'è l'intenzione di ridicolizzare né l'eresia né l'ortodossia. Infine, nel citarli in un articolo intitolato “Pregare nudi in nome della Santa Quaternità” non c'è intento scandalistico né compiacimento nel ricercare le sette più strambe e risibili. Mi sembra un'accusa un po' gratuita perché, per rimanere all'esempio dello gnostico Marco, la sua stramberia è semmai conseguenza della versione dell'Adversus haereses di Sant'Ireneo di Lione. Quindi, potrei sbagliare, ma ho la sensazione che il timore che gli eretici, le storie di eretici o le recensioni delle storie di eretici possano deridere la religione e la fede è un timore ingiustificato, un timore che nasce forse da una dimenticanza: la religione cristiana, per come la conosciamo oggi, è il risultato di una serie di aggiustamenti che si sono realizzati man mano che venivano avanzati dubbi, obiezioni, interpretazioni alternative. Le eresie alimentavano anche loro la discussione, permettevano di verificare la solidità degli impianti dottrinali, inducevano ad effettuare alcune scelte. È in questo modo che andò formandosi l’ortodossia: selezionando, sacrificando, recuperando e in certi casi copiando.
Non sono in grado di esprimere un giudizio di valore al riguardo, ma penso che le cose siano andate più o meno in questo modo. Per fare un esempio: se Ario non avesse fatto notare che Gesù era nato e quindi, fino ad un certo punto, non esisteva, e non esistendo ab eterno mancava di un attributo divino fondamentale, di modo che era necessariamente subordinato al Padre, se Ario non avesse fatto notare tutto questo magari il Concilio di Nicea non avrebbe parlato di consustanzialità fra padre e figlio e non avrebbe fissato i contenuti principali del Credo. Lo stesso, o quasi, che i cattolici recitano ancor oggi.
LB: Ci consiglia qualche altro libro eretico su cui approfondire?
R: Ci sono tantissimi libri che, da semplice lettore, consiglierei a quanti fossero interessati. Ecco però, nel rispondere alle domande per Librobreve, mi veniva in mente il capitolo sul “Settimo giorno” de Il nome della rosa e in particolare il dialogo fra Guglielmo da Baskerville e il venerabile Jorge. Quest'ultimo spiega per quale motivo ha cercato di nascondere il libro del Filosofo contenente il discorso sul riso. E a un certo punto dice così: “Il riso libera il villano dalla paura del diavolo, perché nella festa degli stolti anche il diavolo appare povero e stolto, dunque controllabile. Ma questo libro potrebbe insegnare che liberarsi della paura del diavolo è sapienza. Quando ride, mentre il vino gli gorgoglia in gola, il villano si sente padrone, perché ha capovolto i rapporti di signoria: ma questo libro potrebbe insegnare ai dotti gli artifici arguti, e da quel momento illustri, con cui legittimare il capovolgimento. Allora si trasformerebbe in operazione dell'intelletto quello che nel gesto irriflesso del villano è ancora e fortunatamente operazione del ventre. Che il riso sia proprio dell'uomo è segno del nostro limite di peccatori.”
Insomma mi veniva in mente il libro di Eco, soprattutto questo brano in cui si parla del discorso sul riso del Filosofo. E mi veniva in mente la paura ingiustificata del venerabile Jorge che alla retorica della convinzione si sostituisse la retorica dell'irrisione. E forse su questo rischio il venerabile Jorge avrebbe detto: è una moda ma non fa ridere.

2014
Compagnia Extra
120x190
ISBN 9788874625963
pp. 168
€ 14,00 (sconto 15%)
€ 11,90 (prezzo online)