Un pasto caldo e un buco per la notte
Un pasto caldo e un buco per la notte
 
Traduzione e cura di Mario Maffi
 

 

Se ti piace, se ami la persona con cui stai sotto il ponte, anche il ponte non è male. Anche la vigilia di Natale non è male.

 

 

Tom è un vagabondo in cerca di un buco per dormire e di qualcosa da mettere sotto i denti nell’America della Grande Depressione. Una vita in fuga perenne, ridotta al minimo, e senza speranza. Il protagonista è però un barbone che ha studiato, e la sua istruzione contrasta col mondo che si trova a frequentare nei suoi vagabondaggi tra le panchine dei parchi, i dormitori pubblici, le prostitute, i poliziotti, e gli altri vagabondi come lui. Per questo gli va sempre piuttosto male, e ogni sua piccola avventura finisce sempre per avere un esito tragicomico.
Scritto nel 1933, il libro è originato da un’esperienza di vita dell’autore che nel 1929, dopo aver lasciato l’università, si mette a vagabondare per cinque anni, vivendo per strada e viaggiando sui treni merci. Questo suo unico romanzo è da molti considerato, per lo stile e il genere di umanità che lo popola, l’antesignano di quella linea narrativa americana che giunge fino ad autori come John Fante e Charles Bukowski.

Recensioni 
Luca Sebastiani «Pagina 99» 29-03-2014
Giampaolo Serino «Satisfiction» 11-04-2014
Simone Gambacorta «La Città - Teramo» 15-05-2014
Marco Denti «http://www.rootshighway.it» 28-04-2014
Gemma Trevisani «Doppiozero» 23-09-2014
 
Un pasto caldo e un riparo torna il romanzo della crisi
Luca Sebastiani «Pagina 99» 29-03-2014
Tom Kromer è stato il fantasma delle lettere americane, lo spettro del Sogno americano, il suo doppio impresentabile. In vita scrisse un solo ma capitale testo, Waiting for nothing, documento crudo e lancinante pubblicato nel 1935 e considerato dai pochi sostenitori che hanno continuato a tributargli l'attenzione dovuta un capolavoro della letteratura della Grande depressione, di quella crisi economica che in pochi anni, all'inizio dei Trenta del secolo scorso, ridusse milioni di persone sul lastrico e all'indigenza. E con la fame nera che produsse portò un colpo mortale alla mitologia fondativa di una nazione.
Ora Quodlibet rimanda in libreria quel romanzo autobiografico con il titolo che originariamente l'autore aveva pensato di dargli, Un pasto caldo e un buco per la notte (a cura di Mario Maffi, pagine 190, euro 15,00), che poi sono gli unici oggetti che muovono i passi del protagonista in giro per le strade americane.
Kromer scrisse infatti questo romanzo così come poteva, "scarabocchiando" sulla carta delle sigaretta nei vagoni dei treni, sugli opuscoli religiosi durante le interminabili code per avere una brodaglia dalle missioni caritative. Su pezzi di carta rimediati nelle prigioni, nei dormitori, sotto i ponti, sulle panchine. In tutti quei luoghi che Kromer ha frequentato per i cinque anni che ha vagabondato come uno spettro insieme a un esercito di altri disperati.
Il vagabondaggio, il richiamo della foresta, il desiderio di andare sono tutti topoi caratteristici della letteratura americana, spesso anche intrecciati alle problematiche sociali, del lavoro, dell'ingiustizia. Basti pensare a Jack London o ai grandi capolavori di Caldwell, Steinbeck o Dos Passos. Ma a differenza di questi in Kromer questa condizione non assume nessun contorno epico o libertario. Anzi. Il vagabondaggio è una prigione, una schiavitù della fame e del freddo. A differenza di Bukowski o Fante, qui non c'è nessun compiacimento per la disperazione, per la miseria che si vive. È solo un'autoconservazione istintiva che impedisce al protagonista di gettarsi dalla finestra o di tirarsi un proiettile in testa, come ha visto fare a molti compagni di strada. È solo un certo humour nero che gli dà la distanza necessaria a restare in vita. Quella di Tom è un'esistenza ridotta a una condizione animale, un presente sempre all'erta, mosso solo dai bisogni primari, la fame e il riparo, la ricerca di un boccone o di un posto dove passar la notte. Tom, come indica il titolo originale, non aspetta niente: si sta intrappolati nel presente della fame e del freddo, nella violenza che la società borghese riversa su questi corpi attraverso gli agenti dell'ordine.
Con un linguaggio incalzante, ritmo spezzato e lessico gergale, Kromer ci offre dodici situazioni di vita di strada su cui domina l'urgenza di un pasto e di un riparo. Solo un paio di volte la narrazione concede spazio all'umanità delle relazioni, ma sempre dopo che lo stomaco è stato riempito. Solo allora si può vivere un sentimento d'amicizia dividendosi con alcuni compagni di sventura una torta al cocco, seppur vecchia di qualche giorno. O provare la gioia di un incontro femminile la sera della vigilia di natale.
Tom Kromer: l'antesignano di Bukoswski e Fante
Giampaolo Serino «Satisfiction» 11-04-2014
“Waiting for nothing”, “In attesa del nulla”: questo il titolo originale dell’unico libro scritto da Tom Kromer, nato nel 1906 in West Virginia che pubblicò questo romanzo nel 1935 e ora nelle librerie per Quodlibet con il titolo “Un pasto caldo e un buco per la notte” (traduzione e curatela di Mario Maffi, pp. 189, euro 15). Kromer ci regala, negli anni della Grande Depressione Americana, un urlo alla Gorky, una testimonianza quasi unica su una crisi economica che spaccò non solo il dollaro, ma anche i valori civili e sociali degli Stati Uniti. Protagonista è un “hobo”- quello che oggi definiremmo un “clochard”- che vagabonda da una città ad un’altra raccontandoci l’altra faccia degli Stati Uniti: quella dei derelitti, dei senza tetto, dei disperati, dei drogati. Attraverso questa lente, che potremmo superficialmente definire “deformata”, Kromer ci racconta come la vera miseria stia nel cuore della società e non certo nei suoi margini. Senza tanti giri di parole, con un linguaggio crudo, diretto, Kromer ha la capacità di farci riflettere su un periodo che per molti versi ricorda il nostro, ma che al contempo è una tragicommedia. Da una parte ricorda il Charlie Chaplin più duro (quello delle denunce sociali, celate dietro lo schermo delle “Comiche”), dall’altro il London che descrisse più o meno gli stessi paesaggi emotivi de “La strada” (inedito sino a due anni fa e tradotto dall’ottimo Davide Sapienza per Castelvecchi). “Un pasto caldo e un buco per la notte” è uno di quei libri che tutti dovrebbero leggere: non solo per essere antesignano di tutto un genere letterario (basti pensare alla Los Angeles di Fante o Bukowski), ma come manuale di autodifesa di questi tempi devastati e vili. Perché, come scrive Kromer: “Se ti piace, se ami la persona con cui stai sotto il ponte, anche il ponte non è male. Anche la vigilia di Natale non è male”.
Cambiano le crisi ma la disperazione è la stessa
Simone Gambacorta «La Città - Teramo» 15-05-2014
Pensate a quelle notti in cui l'inverno decide di farsi sentire davvero e oltre al freddo butta giù goccioni d'acqua che potrebbero riempire un bicchiere a testa. Immaginate una di quelle notti lì e immaginate di non avere con voi un ombrello né un cappotto, e dopo aver immaginato questo immaginate di non dovervi affrettare verso alcun portone perché non avete nessun appartamento dove rincasare. Immaginate che nessun tepore domestico vi attenda e che nessun ristoro familiare possa accogliervi.
Se riuscite a immaginare tutto questo, se riuscite a sentire le vostre scarpe malandate farsi zuppe a forza di pestare sul tamburo d'asfalto lucido della città, allora potrete farvi una sommaria idea di quale possa essere la vita di un vagabondo. A questo punto potrete leggere "Un pasto caldo e un buco per la notte" di Tom Kromer, tradotto e curato da Mario Maffi per Quodlibet (pp. 190, 15 euro).
Il protagonista di questo primo e unico romanzo di Kromer è un barbone e il libro, scritto nel 1933 e ambientato nell'America della Grande Depressione, ne racconta (in prima persona) le vicende. Le racconta senza retorica e senza piagnistei, ma con grande semplicità e asciuttezza e a tratti con molta ironia. Kromer, lo scrittore statunitense morto nel 1969, aveva vissuto realmente da vagabondo e sapeva quel che diceva: quella sua esperienza - è ovvio - è stata determinante per il venire alla luce del libro.
Determinanti sono anche alcune scene che riconoscerete come tali quando vi accorgerete che in effetti sono indimenticabili. Ve ne accorgerete con un paio di secondi di ritardo, lì per lì vi sembreranno normali perché scivolano via come niente fosse, senza enfasi e senza effetti speciali. Vi si riveleranno come qualcosa che aveva tentato di nascondere la propria forza nell'assenza di ogni forzatura. La grande narrativa sa come contrabbandare le ferite che vuole raccontare.
C'è per esempio la giovane madre che da dentro un bar fissa la panchina del parco dove ha abbandonato il figlio neonato: non ha un centesimo per mantenerlo e così, nascosta da una distanza relativa e al tempo stesso assoluta, attende che la sua speranza si compia e che un passante scopra il piccolo e lo porti in mani estranee ma almeno sicure. Sono pagine - poche, un paio - che mostrano senza makeup quanto possa essere pragmatica la disperazione e come possa avere la meglio su ogni vincolo biologico, sino a decapitare quello che lo è per antonomasia. Ma c'è anche la scena del barbone anziano in fila fra tanti altri homeless per un piatto caldo e che all'improvviso cade a terra morto, semplicemente perché esistono destini di povertà che si concludono così, senza che nulla cambi tra il minuto prima e quello dopo e senza che il mondo se ne accorga.
Sono soltanto due le dimensioni della vita di un babone, fa pensare questo libro: la posizione verticale di quando cammina alla ricerca di un «pasto caldo» e la posizione orizzontale di quando rimedia un «un buco per la notte» e riesce a dormire, magari coperto da cartoni o altri materiali di fortuna. Come i sacchi di tela che fanno la felicità del protagonista in un edificio abbandonato: «Mi cavo i vestiti bagnati e m'infilo nudo tra i sacchi». Ma mentre Thomas Kromer (si chiama così, in un autobiografismo palese) si sistema nel suo giaciglio, lascia libere alcune parole che sembrano racchiudere l'unico sogno possibile di un senzatetto: «Niente di cui preoccuparmi fino a domani». Tutto qui: la tranquillità a tempo determinato che nasce dallo scampo, quello starsene lì, nella tregua sempre precaria della marcia forzata di ogni giorno, aspettando di scivolare nel sonno per poi ricominciare il giorno dopo, sin quando tutto finirà.
Quello che però più colpisce del romanzo sono le riflessioni dell'io narrante sull'impossibilità di trattenere il passato, dopo che si è finiti a sopravvivere in strada: «La gente che ho conosciuto non me la ricordo più. Scomparsa. Via dalla mia vita. Non riesco a ricordarli più. Anche la mia famiglia, mia madre, il ricordo di tutto ciò è offuscato». La povertà è sempre totale. "Un pasto caldo e un buco per la notte" è un libro da non perdere, attualissimo e di grande forza. Non si dimentica e sembra scritto ieri (andrebbe accompagnato col "Diario di un senza fissa dimora" di Marc Augé, l'etnofiction del 2011). Kromer ricorda che quando si è perso tutto, quando le circostanze e i fallimenti della vita portano a perdere tutto, succede che nessuna speranza sia poi più vera. Diventa un'illusione, com'è un'illusione l'idea di fuggire da un destino che occulta i suoi perché. Aveva ragione Hemingway in "To have and have not": «Un uomo solo non ha uno straccio di possibilità». Nemmeno se è Cristo.
Un pasto caldo e un buco per la notte
Marco Denti «http://www.rootshighway.it» 28-04-2014
Una riedizione sacrosanta e accurata: Un pasto caldo e un buco per la notte è la nuova versione di Waiting For Nothing di Tom Kromer già uscito parecchi anni fa con un altro titolo, Vagabondi nella notte. Il viaggio di Tom Kromer che cominciò nel 1929 e durò cinque anni non era forzato dalle necessità economiche o dalla crisi che spingeva onde di migranti ad attraversare l'America. Era frutto di una scelta, a suo modo di una fuga che lo spinse a vivere e a illustrare la sua vita da hobo come John Steinbeck, Bertha Thompson o Woody Guthrie. Con un tratto singolare, insieme scarno ed elegante, Tom Kromer racconta le privazioni, la durezza della vita sulla strada, le ore di fila per un piatto di minestra e, più in generale, la fatica e il dolore di trovare quello che il nuovo e ben più appropriato titolo spiega senza tante perifrasi, Un pasto caldo e un buco per la notte. L'immaginazione, che, come scrive Tom Kromer, è uno strumento indispensabile per i "vagabondi della notte" non è sufficiente quando la realtà incombe così spietata e rileggere Un pasto caldo e un buco per la notte oggi può essere utile a anche capire che le crisi (politiche, economiche) sono sempre uguali, così come sono sempre gli stessi a pagare. La traduzione è curata da Mario Maffi che si è occupato anche della dettagliata postfazione, dedicata alla genesi e alla gestazione (non semplici) di Un pasto caldo e un buco per la notte. Una riscoperta doverosa.
Tom Kromer. Un pasto caldo e un buco per la notte
Gemma Trevisani «Doppiozero» 23-09-2014


“Dice che questa depressione fa bene alla salute. Dice che la gente mangia troppo (…). Dice che gl’insegnerà i veri valori della vita. (…) Me l’immagino, con un tirapiedi in livrea, (…) in giro in Rolls Royce tutto il santo giorno. Eppure quel bastardo ti scrive tutte quelle fregnacce perché la gente se le legga.”
Un barbone, mangiando una salsiccia ammuffita, parla di un giornalista che si riempie la bocca, oltre che di prelibatezze, di belle parole. Nella rabbia di queste frasi potremmo leggere la critica definitiva a ogni teoria sugli effetti eticamente benefici della crisi che stiamo vivendo, a ogni elogio di una decrescita felice. È una rabbia che ci viene dritta dagli anni della Grande Depressione americana, dalle pagine di un libro dimenticato troppo a lungo.
Pubblicato nel 1935, Waiting for nothing nella nuova edizione italiana (traduzione e cura di Mario Maffi, Quodlibet 2014)  torna al titolo proposto originariamente dall’autore: Un pasto caldo e un buco per la notte. Tom Kromer ripercorre dodici situazioni di vita di strada in cui il comune denominatore è proprio la ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti e di un riparo, gli unici orizzonti reali per un vagabondo che ha perso qualsiasi speranza.
Con uno sguardo crudo, in una lingua asciutta ma piena del ritmo che le conferiscono i termini gergali del vagabondaggio, racconta le fughe dalla polizia, l’incontro con un travestito che gli offre denaro in cambio di sesso, la coda interminabile per una tazza di brodaglia, le notti passate al caldo di una Missione – a patto però di pregare per delle ore –, la morte di un barbone proprio nel letto di fianco al suo e i tentativi di saltare sui treni merci in corsa. Il tutto senza nessun romanticismo.
D’altra parte l’autore sa di cosa parla. Nato nel 1906 in una famiglia operaia e primogenito di cinque fratelli, proprio nel 1929 Tom Kromer si ritrova senza lavoro a girovagare per gli Stati Uniti in cerca di un impiego che non c’è. In uno scritto uscito insieme alla prima edizione di Waiting for nothing, ha svelato le condizioni precarie in cui è stato composto (capitoli buttati giù su carta da sigarette, al margine di opuscoli religiosi, in prigione…) e soprattutto ne ha assicurato il carattere autobiografico. “Tranne quattro o cinque brani, il libro è del tutto autobiografico.
Alcuni degli episodi riportati non sono accaduti nella sequenza che gli ho dato, perché ho cercato di mescolarli in modo da sviluppare meglio la storia. La parlata dei vagabondi è, ovviamente, autentica”. È curiosa questa dichiarazione, come se l’autore avesse bisogno di aggiungere una forza ulteriore di verità a un testo che già la esprime a pieno: nei dialoghi feroci rubati alla strada, nella voce di un io narrante che ha fame e freddo, nelle descrizioni della cattiveria subita dagli emarginati come lui. Ma l’intento autobiografico si spinge oltre perché il protagonista del libro si chiama Tom Kromer, come lui ha studiato e poi è finito a mendicare, come lui non sopporta la finta carità delle Missioni. Insomma, c’è un desiderio di far sentire al lettore che è tutto vero, senza scampo.
A creare un senso di ulteriore empatia nel lettore interviene anche uno humour nero, appena accennato, la sola arma per combattere la durezza della vita senza lavoro. Brevi battute, una sottile ironia che spesso cede il passo alla solita rabbia verso una società incapace di aiutare le persone in difficoltà. In un capitolo del libro anche i lettori sono chiamati in causa, di fronte a Karl, uno scrittore che descrive “le cose in modo che le puoi vedere mentre leggi”. Muore di fame, Karl, perché “scrive di bambini che muoiono di fame, di gente che si trascina per le strade in cerca di lavoro. Ai lettori questa roba non piace”. Insomma, Kromer sa cosa sta facendo e probabilmente sa anche che sta sovvertendo un pezzo di mitologia americana.
Del resto il periodo è quello della crisi del ’29 e la situazione sociale ha distrutto anche i valori. Il mito della strada che era stato di Jack London è messo a dura prova e la figura dell’hobo, del vagabondo per libera scelta, cambia connotati. Dalla fine dell’Ottocento, l’hobo era stato ben presente nella letteratura e nei sogni americani. A questo proposito, nella postfazione italiana, Mario Maffi cita un verso straordinario di Whitman: “A piedi e con il cuore leggero m’avvio per la libera strada…”. È proprio l’idea di libertà a essere distrutta nelle pagine di Kromer, che ripete spesso come con lo stomaco vuoto e la stanchezza non ci si possa godere niente. Il vagabondo di Kromer è ridotto all’animalità suo malgrado e tira avanti grazie a un puro istinto di autoconservazione.
Nessuna epica, nessuna concessione al pathos. Non stupisce, dunque, che la generazione della fine degli anni ’60 abbia dimenticato Kromer, preferendogli di gran lunga Kerouac e il suo Dean Moriarty, che della strada racconta anche una dimensione gioiosa. Saltare sui treni è l’avventura, non il gesto disperato di chi non ha altra scelta come in queste pagine; dividere le scatole di fagioli e mangiare sbobba sono momenti con un carico sentimentale, non l’assenza di alternative.
Letto oggi, invece, Un pasto caldo e un buco per la notte non può lasciare indifferenti. La sua lingua semplicissima ma viva, l’aura cupa del gergo da vagabondo, il dialoghi secchi, la sintassi ridotta al minimo, tutti questi elementi conferiscono al libro lo sguardo raso terra che lo rende unico.
E anche i pregiudizi, enunciati attraverso ritornelli che conosciamo bene anche oggi, assumono una forza primigenia in bocca a questo personaggio che sopravvive a stento: “Ti ridono in faccia, quando chiedi lavoro. “Lavoro non ce n’è” ti dicono. “Non riusciamo nemmeno a tenere quelli che già abbiamo”.
2014
Compagnia Extra
120x190
ISBN 9788874626083
pp. 204
€ 15,00 (sconto 15%)
€ 12,75 (prezzo online)