Tutta la solitudine che meritate
Tutta la solitudine che meritate
Viaggio in Islanda
 
Con 32 tavole a colori 
 
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Baciati dalla fortuna (niente neve, poca pioggia) e sfruttando la luce delle lunghissime giornate di maggio, Claudio Giunta ha preso appunti, Giovanna Silva ha scattato le foto, e insieme hanno fatto il giro dell’Islanda, da Reykjavík a Reykjavík, con varie deviazioni fuori dal percorso della Route 1, su strade piuttosto accidentate, per vedere posti che ‘sentivano’ (a ragione) di dover vedere. Alla fine, sulla carta è rimasto: (1) un certo numero di immagini, più che altro immagini di una solitudine che può apparire sinistra ma che è invece, a starci dentro, addirittura euforizzante: non solo lava, cascate e ghiacciai ma anche centrali elettriche perse in mezzo al niente, cimiteri di campagna, una base della NATO che ha chiuso i battenti e si sta trasformando in un pezzo del paesaggio; (2) la traccia dei colloqui con un numero sorprendentemente alto di persone interessanti (nella geografia umana esiste un indice della ‘densità di persone interessanti’? Se esiste, l’Islanda sta in cima alla classifica); (3) un tentativo – anzi più tentativi – di risposta alla domanda: perché mai uno, venuto al mondo venti paralleli più a sud, dovrebbe amare l’Islanda?

 

 

Islanda

 

 

Altri contenuti:

– Il Grande Romanzo Islandese (Gente indipendente di Halldór Laxness)

– Un incontro in Islanda (Wystan Hugh Auden e Jean Young)

– «Quando vado in Islanda viaggio. È stancante» (una conversazione tra Roman Signer e Barbara Casavecchia)

– Itinerari e informazioni pratiche

 

 

Recensioni 
Luca Sebastiani «Pagina 99» 26-04-2014
Lara Ricci «Il Sole 24 Ore» 27-04-2014
Daniela Di Stefano «La Sicilia » 29-04-2014
Sabrina Ragucci «Doppiozero» 09-05-2014
redazionale «Il Foglio» 20-05-2014
Gianluca Pulsoni «Alias – Il manifesto» 21-06-2014
Aldo Caserini «Il Cittadino» 16-10-2014
 
Un popolo isolato tra il ghiaccio e il fuoco
Luca Sebastiani «Pagina 99» 26-04-2014
Quando si dovette cercare un interlocutore per la sua ormai matrigna Natura, anche Giacomo Leopardi ritenne che non ci fosse in giro nulla di più appropriato che un islandese.
Non si trattò di una scelta esotica tra altre, dell'abitatore di generici paesi lontani, ma la selezione ragionata del rappresentante di una popolazione che da centinaia di anni vive, o sopravvive, più o meno eroicamente, in uno dei rari posti sulla terra in cui la Natura si manifesta interamente nemica dell'uomo e, soprattutto, massimamente indifferente al suo destino mortale.
Ovviamente Leopardi, che più del selvaggio borgo natio e qualche città patria non aveva visto, in Islanda non era mai stato, ma era rimasto probabilmente impressionato dalla lettura dell'Histoire de Jenni di Voltaire, nella quale si racconta appunto di quella popolazione che lassù al Nord vive tra freddi glaciali e fuochi vulcanici, tra forze naturali così estreme da poterne facilmente dedurre che assolutamente no, la terra tutta, e non solo quell'isola, non è il regno concesso in uso esclusivo all'uomo da qualche benevolo dio antropomorfo e antropofilo. Se gli uomini si estinguessero, la terra continuerebbe a girare e l'Islanda a essere quella convulsione di forze fisiche qual è.
Nel tempo l'Islanda è diventata un luogo simbolo, un luogo che per la sua eccentricità è in grado di significare obliquamente il rapporto contraddittorio che lega l'uomo alla natura. Nei secoli innumerevoli e a volte intrepidi viaggiatori vi si sono recati contribuendo a costruire un'immagine del paese oggi vendibile come cartolina ai numerosi turisti internazionali, che ora vi possono arrivare con agio su voli nazionali al riparo da incerte navigazioni su mari burrascosi.
Eppure, nonostante la modernità, ancora oggi, come ieri, ciò che si presenta allo sguardo è lo stesso paesaggio inospitale, privo di vegetazione, vuoto. Senza nulla di particolare da vedere, ma che non vuol dire senza nessun interesse, anzi.
In Viaggio in Islanda (Quodlibet Humboldt) Claudio Giunta e Giovanna Silva ci aprono una serie di viste veramente affascinanti su quel paese. Giunta tenendo un taccuino che mescola osservazione di viaggio, storia recente e antica, ritratti d'incontri, letteratura, meditazione, e Silva scattando foto frontali di cui forse Leopardi avrebbe detto che l'accento è messo sull'assenza umana.
E del resto non è così difficile capirlo. In un'isola così poco popolata (320 mila abitanti, di cui due terzi concentrati a Reykjavik e dintorni) poco antropizzata, tutto appare nella sua nuda visibilità. Quasi fosse la Natura a guardare l'uomo che si avventura su quelle lande desolate, e non il contrario.
Del resto per l'isola del Nord l'uomo è solo un affare recente. Come ricorda Giunta, quando gli europei arrivarono in America, ci trovarono gli "indiani". Quando arrivarono in Australia, gli aborigeni. Invece i primi anacoreti irlandesi che sbarcarono sull'isola ghiacciata intorno all'ottavo secolo non vi trovarono niente di niente, nessuno presso cui riconoscersi. Solo deserti ghiacciati, lava, geyser, ciò che si può vedere ancora oggi.
Gli islandesi, ci informa Giunta, hanno una curiosa parola: gluggavedur, che vuol dire pressappoco "giorno da finestra", indicando quelle giornate in cui magari c'è pure il sole fuori, ma è meglio stare a guardare da dietro la finestra perché anche se non si vede, la temperatura è rigida e il vento soffia tagliente senza incontrare nessun ostacolo. Ecco, l'uomo che ci passa in Islanda si sente sempre in un gluggavedur.
Eppure questo è solo un lato della contraddittoria relazione che si può tessere con la natura in certe condizioni. Quando Roger Caillois fece un viaggio in un altro luogo estremo come la Patagonia, confessò in un breve ma capitale scritto, Patagonie appunto, di aver colto proprio allora, di fronte al terribile spettacolo delle forze cosmiche, la nobiltà della vicenda umana, l'eroicità di un essere consegnato alla solitudine e all'insensatezza dell'universo, eppure costruttore di civiltà e di senso, di storia. Forse, come Leopardi, anche Caillois non è mai stato in Islanda, ma certamente avrebbe potuto trarre spunti interessanti dalla storia particolare di quel popolo isolato tra il ghiaccio e il fuoco del profondo della terra. Per cogliere la complessità di tale storia e l'orgoglio secolare di un popolo così particolare si può leggere oggi La base atomica, pubblicato dal grande scrittore islandese Halldòr Laxness, premio Nobel nel 1948, appena uscito da Iperborea. Si tratta di un romanzo politico, che ambientato nel bel mezzo della Guerra fredda, nell'immediato dopoguerra, cerca il bandolo di un'identità nazionale tra le radici che affondano nelle antiche saghe e un futuro in cui tutto è in vendita, compresa l'Islanda, che i politici voglionoappunto concedere agli statunitensi per una base atomica. Come può, si chiede Laxness, la comunità islandese che non si è mai sottomessa neanche alla natura, consegnarsi al dio denaro disgregandosi e perdendosi? L'islandesità profonda, antica ma anche moderna, è ben rappresentata nel romanzo dall'anziano padre della protagonista, sperso ancora nelle valli del Nord, e che leopardianamente dichiara che «il nostro dio è quello che rimane dopo aver enumerato tutti gli dèi e averli scartati: questo no, quell'altro no...».
Innamorarsi a Reykjavìk
Lara Ricci «Il Sole 24 Ore» 27-04-2014
Dispiegando la cartina stradale dell'Islanda si vede un enorme territorio tagliato da pochissime strade. Al centro il nulla e tutt'intorno la statale numero uno che unisce paesi e cittadine la cui dimensione è rappresentata con il consueto affastellarsi di rettangolini. Una volta saltati nella mappa, con le ruote sulla corsia nerissima e deserta della maggiore arteria del paese, ci si accorge che a ciascuno di questi quadratini a volte non corrisponde un villaggio, un quartiere, bensì una casa, forse due. I distributori di benzina sono riportati uno ad uno, così come i bivacchi prefabbricati depositati ai bordi della carreggiata per chi viene sorpreso dalla tempesta.
È un'isola da colpo di fulmine (in tutti i sensi). Ci si innamora in un baleno di questo nulla, di questa solitudine sotto un tempo indiavolato, dei paesaggi vulcanici, fumanti, lichenici, ghiacciati, solcati da fiumi tramutati in lingue d'argento dalla luce obliqua delle alte latitudini. Con tutte le conseguenze dell'innamoramento. «Stare a lungo soli dentro un panorama del genere amplifica le sensazioni, fa diventare ciclotimici (e anche un po' molesti): basta un cenno di arcobaleno sulla spianata deserta per passare istantaneamente dalla malinconia a un'euforia quasi alcolica» scrive il nostro collaboratore, l'italianista Claudio Giunta, in Tutta la solitudine che meritate, un libro di viaggio illustrato dalle foto di Giovanna Silva.
«Non pensavamo di venire a vivere qui» gli racconta a un certo punto la donna che gestisce un hotel ricavato dal relitto di una fabbrica per lavorare le aringhe. «Qui, significa - annota l'autore - il punto più interno di un fiordo a circa cinquanta chilometri di distanza dal villaggio più vicino. Com'è, vorrei chiedere, com'è vivere in un posto immobile, un posto in cui, a parte l'approfondirsi impercettibile delle rughe, niente vi dice che il tempo sta passando, perché le stagioni si confondono, a volte nevica anche a giugno, e le persone e le cose che avete davanti sono sempre le stesse, si butta via il meno possibile (la mobilia delle camere ha gli anni dell'albergo, forse di più), e insomma il passare del tempo sembra assomigliare davvero alla distentio animi di Agostino: non un dato ma una dinamica, un'evoluzione interna all'io, che non ha vero rapporto con ciò che accade fuori...».
Le divagazioni filosofiche e letterarie che Giunta cala con naturalezza nel racconto hanno un po' lo stesso effetto degli arcobaleni che, simultaneamente, spuntano ovunque in Islanda nei repentini passaggi da pioggia a sole, uno dentro l'altro o sparsi qua e là nelle valli e sulla linea dell'orizzonte: fanno percepire una nuova profondità del paesaggio. Nient'affatto spocchiose, mai retoriche, rendono questo testo molto diverso e soprattutto più piacevole e interessante dei soliti libri di viaggio.
Del resto l'autore ha a sua volta scelto una guida d'eccezione, il Nobel islandese Halldòr Laxness, cui dedica un capitolo. «Uno dei geni della letteratura mondiale - ha affermato Salvatore Scibona su «Domenica» -. Leggerlo è un'esperienza che non suscita ammirazione, ma gioia». E ancora: «Non mi viene in mente nessun altro scrittore al quale riesca più naturale il trucco di sfruttare l'umorismo per fare spazio al dolore: nelle mani di Laxness, più che di una tecnica, si tratta di una legge universale».
Il dolore, la sofferenza dei figli di una natura «matrigna» (come la definisce nella Ginestra l'autore del Dialogo della Natura e di un islandese, Leopardi) ricorrono nei romanzi di Laxness a partire dal suo capolavoro, Gente indipendente (Iperborea), e fanno da monito a Giunta che, pur vittima della malia di questi luoghi belli e dannati (il titolo del primo capitolo è L'amore per l'Islanda), quando racconta i mille anni successivi all'insediamento - in cui non accadde nulla - complice anche una buona dose di ironia, resiste al mito del buon selvaggio e a un ingenuo elogio della solitudine in cui cadono molti viaggiatori odierni e d'antan. Questa non era la solitudine agiata di intellettuali come Thoreau o Orazio: «Thoreau sa, pensa, studia; Bjartur (l'allevatore protagonista di Gente indipendente, ndr) a malapena sente, e reagisce alla vita come si reagisce a uno schiaffo: stringendo i denti o colpendo a sua volta- e i colpiti sono i figli, la moglie, gli animali. Bjartur è solo per necessità, non per scelta», scrive Giunta, e aggiunge: «La solitudine di Bjartur non è il riflesso della sua diffidenza nei confronti della civiltà, ma del suo non essere mai stato civilizzato».
In meno di cento anni molto è cambiato in Islanda e se il paese non è più (apparentemente) ricco come lo era fino alla bancarotta del 2008, è un luogo oggi civilissimo dove si vendono 400mila biglietti teatrali l'anno su una popolazione di 300mila persone: «tutto questo amore per l'arte è ammirevole, e fa sì che le vostre conversazioni con gli islandesi siano interessanti, profonde e inaspettatamente facili, perché anche loro hanno letto quel libro che vi piace tanto, anche loro hanno visto quel film che voi amate, anche loro hanno un'opinione sulla musica concreta». Spassoso, appassionato, Giunta sa portare alla luce l'originalità e le tante sfumature di quest'isola alle porte dell'Artico firmando una guida che è chiara come un saggio, coinvolgente come un romanzo e, a tratti, illuminante come una poesia.
Perchè ci meritiamo l'Islanda
Daniela Di Stefano «La Sicilia » 29-04-2014
La crisi mette a dura prova la vostra resilienza?
Staccate la spina. Allacciate le cinture di sicurezza, partite alla ricerca di un paradiso terrestre non certo fuori porta, ma alla portata dell'esploratore che c'è in voi. Claudio Giunta vi offre in merito «Tutta la solitudine che meritate. Viaggio in Islanda» (Quodlibet Humboldt). Le immagini contenute nel libro sono di Giovanna Silva. Provate a pensare che la recessione economica abbraccia il mondo e si è fatta sentire anche in questo specchio divino che riflette le grazie sconosciute dell'universo intero. « (..) In un paese che non ha abitanti a sufficienza per fare una guerra, o una squadra di calcio decente, anche i problemi più gravi - per esempio un debito pro-capite più alto di quello dei tedeschi dopo il Trattato di Versailles finiscono per ridimensionarsi». Si avverte appena un'eco, per il resto la Natura impera con i suoi ritmi, le sue direttive.
«L'Islanda sta alla congiunzione di due placche continentali, quella nordamericana e quella euroasiatica: vulcani, campi di lava, sorgenti d'acqua calda. Anche chi preferisce i sentieri poco battuti vorrà almeno un assaggio di questa Islanda da cartolina».
Forse non è l'Arcadia ma l'apparenza invita a credere che sia così.
Perché amare l'Islanda?
Sabrina Ragucci «Doppiozero» 09-05-2014
L’ultimo volume edito da Humboldt Quodlibet è dedicato all’Islanda. Come nei libri precedenti, anche in questo caso si è trattato di recuperare una tradizione di fine Ottocento, aggiornandola al nostro vivere contemporaneo: uno scrittore e un fotografo viaggiano insieme per realizzare un reportage narrativo e iconografico. Gli autori di Tutta la solitudine che meritate sono Claudio Giunta (testo) e Giovanna Silva (fotografie). Il titolo, più che una minaccia o una conquista, è l’oggettiva condizione della nazione che ha una densità abitativa media tra le più basse della Terra. Giunta, autore del recente Una sterminata domenica. Saggi sul paese che amo (Il Mulino, 2013) è un habitué dell’isola e questo ha giovato molto alla compattezza e alla varietà del libro, che infatti è una via di mezzo tra un’intelligente guida turistica colta e il reportage. Cosa sappiamo dell’Islanda? Poco. A seconda dello stato d’animo, ripetiamo che è la nazione dove è nata Bjork; che è molto a nord, e ogni tanto è sorteggiata nel medesimo girone dell’Italia, alle qualificazioni dei Campionati Mondiali o Europei, e ci sono queste partite giocate spesso all’inizio di giugno, nel piccolo stadio di Reykjavik, con una luce quasi perpetua, oppure a metà settembre, quando fa già fresco lassù e ti senti felice di stare in maglietta a maniche corte, qualche migliaio di chilometri più a sud; e che poi, certo, c’è stato il crollo delle tre banche principali in una nazione di poco più di 300.000 abitanti, cosa che ha quasi significato la bancarotta dell’Islanda, e l’alternanza, per un certo periodo nei dibattiti italiani, tra Grecia e Islanda come spauracchio, anche se in Italia ha sempre avuto più efficacia il paragone con la Grecia, l’Islanda è troppo a nord e distante per potersi identificare con essa. Questo elemento finanziario stride con l’immagine che si ha dell’Islanda arrivando dal cielo. Ciò che vediamo mezz’ora prima dell’atterraggio è ciò che avremmo potuto vedere parecchi secoli fa (se fossero esistiti gli aeroplani e se non fossero esistiti gli allevatori norvegesi che nel X secolo hanno abbattuto i boschi per riscaldarsi e avere pascoli per le loro bestie).
Non è semplice abituarsi alla condizione di solitudine che ci pare invidiabile nelle città dove viviamo (tanto da considerarci fortunati di potere restare a casa e lavorare in agosto).
In Islanda lo spazio ha un significato esatto, è consapevolezza estrema della paura che possiamo provare trovandoci senza scampo, quando tutti i propri simili sono scomparsi. “Dopo più di un’ora di strada sterrata sui fiordi, a quaranta all’ora e con lo stomaco stretto perché non abbiamo incontrato, alla lettera, nessuno, e a ogni tornante potrebbe rotolarci addosso un masso, o potrebbe cominciare Un tranquillo week-end di paura con noi come protagonisti”. In effetti è straniante, abituati come siamo al paesaggio del finestrino da Strada Statale italiana.
Oltre a essere una guida di avvicinamento e conoscenza di una nazione distante – l’Islanda è uno dei pochissimi Stati, assieme alla Corea del Nord, a non avere alcun Mc Donald’s – Tutta la solitudine che meritate contiene anche un saggio intitolato “Il Grande Romanzo Islandese”, dedicato a Gente indipendente di Halldór Laxness; “Un incontro in Islanda”, di Wystan Hugh Auden e Jean Young; una conversazione tra Roman Signer e Barbara Casavecchia, intitolata “Quando vado in Islanda viaggio. È stancante”.

Il motivo centrale di questo documento di viaggio non è tanto lo sguardo equanime quanto l’innesto tra micronarrazioni esperienziali e reportage fotografico.
Una guida per luoghi di solito immaginati e intorno ai quali si costruiscono sistemi di classificazione semplici: visite guidate sui vulcani, soste in piscine calde e fumanti, un turismo dall’attività apparente o, che è lo stesso, per frequentatori assillanti di arte contemporanea. “A un certo punto scatta l’effetto accumulo, i reportages dall’Islanda diventano un genere a sé stante e chi ci va non si accontenta di descrivere la landa uniforme ma dialoga con la bibliografia, cioè confronta le sue opinioni sulla landa uniforme con quelle dei viaggiatori del passato.”
Tutta la solitudine che meritate inizia con un’ipotetica risposta alla domanda: perché mai uno, venuto al mondo venti paralleli più a sud, dovrebbe amare
l’Islanda?

Il punctum lo si può trovare anche a un incrocio tra Hofsvallagata e Hagamelur, nella zona ovest di Reykjavik, un minimarket nell’angolo opposto, “la sagoma da realismo socialista dell’Hotel Radisson”, il mare, una macchia grigia, “senza poetiche scogliere” poco distante. Nessun essere umano intorno “fatta eccezione per due ragazzini che uscivano dal minimarket tenendo in mano un cartoccio di plastica dal quale pescavano a turno non dei cioccolatini, (...) ma dei rapanelli”. Vivere l’Islanda oscillando tra la voglia di fotografare il paradiso e la tentazione di fuggire da un eventuale inferno di freddo, ghiaccio, pericolosa solitudine, il secondo lente d’ingrandimento del primo.
Le ultime tracce dell’eruzione dell’ Eyajafjioll del 2010 ricordano “una polvere spessa, densa, che sporcava le mani, piena di piccoli cristalli, schegge metalliche, sassolini: sembrava di mettere le mani nelle ceneri di un cadavere”, ed è quando – come diceva Robert Walser – metti il piede nella cenere, che quasi non ti accorgi di aver cavalcato qualcosa.
Tutta la solitudine che meritate
redazionale «Il Foglio» 20-05-2014
Victor Hugo con "Han d'Islanda", Pierre Loti con "Viaggiatore d'Islanda", Giacomo Leopardi con "Dialogo della Natura e di un Islandese", nell'Ottocento misero quel paese lontano nel titolo di opere che in realtà non ne parlavano. Jules Verne con il "Viaggio al centro della terra" non mise l'Islanda nel titolo ma ne parlò, anche se solo come punto di partenza di un'avventura fantastica (ma lo scrittore Richard Burton dopo averci passato un'estate, nel 1875, le dedicò un libro enciclopedico). Dopo il Nobel per la Letteratura che nel 1955 andò alla lingua meno parlata mai premiata attraverso la personalità di Halldór Laxness, in tempi più recenti l'Islanda è diventata prima un paese della cuccagna finanziaria e icona del turismo alla moda, poi la vittima di un colossale crac provocato da quella stessa cuccagna, e teatro di una rivoluzione civica contro i politici bancarottieri e i bailout bancari. E' controverso se veramente l'Islanda sia uscita da quella crisi, e ancora di più se il suo è un modello seguibile in altri paesi disastrati. I turisti, però, hanno continuato ad amarla, e ne arriva almeno mezzo milione all'anno. Eppure, in Islanda ci sarebbe molto poco da vedere, a dar retta agli standard del turismo internazionale. In compenso, c'è una natura estrema, ma cui le luci del nord e la rarefazione della popolazione danno un fascino unico. Ci sono le sorgenti di acqua calda, che riempiono l'isola di centri termali che sono anche affollati centri di socialità.
C'è un senso abbastanza unico della comunità, e si vendono quattrocentomila biglietti teatrali all'anno. Si può dire che praticamente ogni singolo islandese abbia un qualche rapporto con l'arte: o scrive, o dipinge, o suona, o balla, o recita, spesso più di una cosa. Oppure osserva con interesse, passione, competenza gli altri che scrivono, dipingono, suonano". Il docente di Letteratura italiana a Trento Claudio Giunta, insieme con la fotografa milanese Giovanna Silva, dedicano questi appunti di viaggio all'Islanda, nella quale sono andati in un maggio dal clima eccezionalmente favorevole, che ha consentito loro di fare il giro di  tutta l'isola lungo l'anello della Route 1.
Ma in più, stimolati appunto dall'effervescenza culturale islandese, hanno provato a costruire un libro che non è solo una perfetta guida turistica, ma anche il tentativo  di spiegare perché vale la pena di  fare un viaggio in una terra letteralmente ai confini del mondo. Proprio per godervi, come dice il titolo, "tutta la solitudine  che meritate".
Una solitudine fantascientifica
Gianluca Pulsoni «Alias – Il manifesto» 21-06-2014

Islanda. A sentire questa parola, per chi – qui – scrive, scattano associazioni quasi automatiche. La memoria di spettatore anzitutto. Più adulta, tocca il ricordo della visione di un film come Sans Soleil (Chris Marker, 1983). Ma c'è anche una memoria di lettore da considerare: più profonda, più bambina. Questa inevitabilmente riscopre Jules Verne, il suo Viaggio al centro della terra, dove il passaggio per il centro in questione – si sa – è (in) questa isola di ghiacci e vulcani. Cosa vuol dire questo? Che l'Islanda – tralasciando i miti e la storia – è territorio visto e raccontato, nella modernità così come nella contemporaneità. Ma ragionavolmente – ancora – da vedere e raccontare. Cosa si suol dire con questo? Che chi – qui scrive non è mai stato in Islanda. E quello che ha visto (quello che sa) lo deve a testimoni altri, testimoni come Claudio Giunta e Giovanna Silva, autori di Tutta la solitudine che meritate – Viaggioin Islanda, ultima pubblicazione in ordine di tempo di Humboldt Books (www.humboldtbooks.com), casa editrice specializzata in narrativa di viaggio e di cui la stessa Silva è direttrice editoriale.
Detto questo, val la pena accennare due parole sugli autori. Claudio Giunta è docente di Letteratura Italiana all'Università di Trento, autore di diversi libri (anche di reportage), e collaboratore di giornali come Sole 24 Ore e Internazionale – sito personale: www.claudiogiunta.it. Giovanna Silva è, invece, fotografa, con un curriculum fatto di esposizioni (Biennale di Venezia 2006), collaborazioni con riviste (Domus, Abitare) e pubblicazioni (Orantes per Quodlibet nel 2011, e due per Mousse Publishing, rispettivamente nel 2012 e 2013). Ora, tali premesse possono far già intuire di molto la struttura del libro in questione, con due parti – testuale e fotografica – affidate rispettivamente a Giunta e Silva. Si tratta di una scelta in continuità con la formula adottata per i libri di viaggio pubblicati finora dalla casa editrice, per cui il racconto verbale di un territorio, commissionato a studiosi o scrittori, è affiancato e supportato da una significativa parte visiva, data appunto a fotografi di professione. In aggiunta poi, alla fine, un ulteriore spazio, dedicato a contenuti extra. Una terza parte a cui aggiungere gli appunti locali (informazioni, mappe) e la cui fruizione idealmente continua sul sito della casa editrice, per esempio nelle pagine dedicate all'apparato video relativo alla singola pubblicazione. Tutta la solitudine che meritate non fa eccezione, presentando un dossier assai interessante con contributi, per esempio, su Gente indipendente di H. Laxness e sul rapporto W. H. Auden-Islanda.
Veniamo a questo punto al racconto specifico di Giunta. Si tratta di qualcosa di molto bello.
Funziona a diversi livelli, è innegabile. Per chi non ne sa nulla poi è l'occasione di apprendere una conoscenza per così dire umanistica dell'Islanda, dalle basi, cioè dalla geografia e dalla storia locali, dal momento che la prima imprime un ordine alla narrazione, mentre la seconda contribuisce a renderne lo sfondo più profondo e dettagliato. Sembra poco ma è già tantissimo. L'itinerario compiuto dal duo è stato sostanzialmente circolare, intorno all'isola, da Reykjavík a Reykjavík: una scelta giocoforza orientata data la rete stradale islandese, allo stesso tempo un modo consono di affrontare la natura insulare del posto e familiarizzare con i luoghi da loro incontrati, quei nomi, quelle scoperte naturali e artificiali – qui il pensiero va alla base Nato a Keflavík, alla sorpresa di trovare lì una costruzione del genere e sapere che «non c'è cosa che abbia contato di più nella storia islandese del secondo Novecento» di questa. Per quanto riguarda la storia dell'Islanda è presto detto: le digressioni di Giunta vanno da quella antica a quella contemporanea, dallo sbarco degli eremiti irlandesi forse nell'ottavo secolo alla recente crisi economica. Sono digressioni mai pedanti e sempre in contrappunto a dialoghi con certe persone incontrate, oppure alle descrizioni di zone visitate. Nel presente, nel viaggio. «Descrivimi la tua Italia» è una richiesta sensata; «descrivimi la tua Islanda» lo è meno. L'oggetto Islanda, nei suoi pochi ingredienti essenziali, s'impone sui soggetti, vale a dire che non c'è niente che voi dobbiate interpretare, è tutto limpido: seminai è lui, l'oggetto, che interpreta voi». Osservando i Paesaggi dopo tutto di Giovanna Silva – una serie di 32 suggestive fotografie di formato rettangolare, disposte nella parte alta della pagina – l'osservazione
di cui sopra sembra concretizzarsi. Sia se si tratti di ambiente, oppure delle poche abitazioni o attività umane (fare il bagno all'aperto, la contemplazione di un geyser), la sensazione è quella di una realtà tanto presente quanto inafferrabile, in grado – di riflesso – di interrogare la nostra di natura, dove anche la solitudine (tema evocato fin dal titolo e decantato lungo tutto il racconto), cioè il più intimo dei sentimenti, sembra davvero altro, una esperienza unica e diversa rispetto a quella nota da buona parte delle società occidentali. Come definirla? Al riguardo – in aiuto – i paesaggi visti da Silva (mi) suggeriscono una parola: fantascienza.

L'occhio di Silva sulla vera Islanda
Aldo Caserini «Il Cittadino» 16-10-2014
All'interno del progetto Lodi ruota della cultura e del programma di incontri RisuonArte. L'Eco dei luoghi dedicato a Laura Pietrantoni, alla Libreria Sempreliberi (via Gaffurio 18, Lodi) sono in calendario alcune iniziative organizzate in collaborazione con Musicarte, nonché una serata (il 22 ottobre) con la fotografa Giovanna Silva e l'editore Alberto Saibene sul libro di fotografie Tutta la solitudine che meritate. Viaggio in Islanda. Saibene è consulente editoriale e studioso del Novecento letterario italiano; Giovanna Silva è scrittrice ed editore lei stessa (con Saibene).
Fanno parte di quella galassia che ha il libro al centro. Insieme a tutta una serie di produzioni verbali e non verbali che lo accompagnano, e lo contornano. Compreso coltivare l'interesse di quei viaggiatori solitari ( non sempre) che amano avventurarsi per il mondo.
O leggere qualche libro di viaggio e fantasticarci sopra seduti nel comodo soggiorno di casa. Viaggio in Islanda (edito da Quodlibet Humboldt), è nato dall'incontro tra gli scatti di Giovanna Silva e gli appunti dell'italianista Claudio Giunta. Ha un carattere decisamente non effimero. Giunta è autore di osservazioni gustose, "cucinate" insieme a letteratura, riflessioni, ricostruzioni storiche, cronache di Reykjavik e "pennellate" di colore. Giovanna Silva, 33 anni, architetto e artista (presente attualmente a Venezia con un suo progetto alla 14° Mostra Internazionale di Architettura diretta da Rem Koollas), è attivissima su vari fronti culturali con un approccio universitario all'antropologia che gli ha lasciato dentro una certa inclinazione a indagare. Nelle sue fotografie coglie aspetti abbastanza insoliti, non il classico assaggio da cartolina.
Mette in rapporto con una terra misteriosamente percorsa dalla "sublimità" del vuoto, dalla solitudine, dove gli uomini dialogano con i vulcani, i campi di lava, le sorgenti d'acqua calda, i deserti sabbiosi degli altipiani. Sono foto che rivelano un rapporto emozionale con paesaggi, persone, ambienti, e, soprattutto, coi silenzi di quella terra. Scatti che hanno il loro tempo, durano un baleno, ma catturano al completo e aiutano a scoprire il valore di emblematica obliqua verità che lega l'uomo alla natura. L'interesse di Silva va a fissarsi spesso su tratti disagevoli,
dove altri fotografici direbbero che non c'è nulla di particolare da vedere. E che invece lei approfondisce con una vis che può apparire filosofica o sociologica. Ha compreso come certe immagini possono cambiare completamente le carte in tavola ed è attenta nel cogliere il senso della relazione che ognuno di noi ha con il mondo e con sè stesso. Memore dell'invettiva di Giovanni Arpino contro le fotografie («Bugiarde, maligne, velenose, qua scavano, là gonfiano, tradiscono sempre»), Silva pone attenzione nella scelta delle immagini da non tradire la "vera" Islanda. In grado di compattare un continuo presente e sottrarsi ai rischi di un qualche inganno della corteccia cerebrale.
2014
Humboldt
165x220
ISBN 9788874626090
pp. 184
€ 19,00 (sconto 15%)
€ 16,15 (prezzo online)
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