Maestri di finzione
Maestri di finzione

 

Incontri con
Anna Maria Ortese, Wilson Harris, José Saramago, Alain Robbe-Grillet, Kurt Vonnegut, Álvaro Mutis, Günter Grass, Derek Walcott, Toni Morrison, V. S. Naipaul, Susan Sontag, Wole Soyinka,
Ōe Kenzaburō, Ágota Kristóf, Lars Gustafsson, Antonia S. Byatt, Don DeLillo, Abraham B. Yehoshua, Tobias Wolff, John Banville, Julian Barnes, Paul Auster, Ian McEwan, Jamaica Kincaid,
Javier Marías, Orhan Pamuk, Michael Cunningham, Kazuo Ishiguro, Antonio Muñoz Molina,
Emmanuel Carrère, George Saunders, Jonathan Franzen, Peter Cameron, Jeffrey Eugenides, A. M. Homes, David Foster Wallace, Javier Cercas, Jennifer Egan, Amélie Nothomb, Paul Harding, Junot Diaz, Adam Haslett, Stefan Merrill Block.

 

 

Quaranta voci di scrittori tra i più significativi del panorama letterario internazionale dialogano con Francesca Borrelli, critica letteraria del «manifesto», impegnata da trent’anni in una mappatura della narrativa contemporanea, attraverso la testimonianza diretta dei suoi protagonisti. Da autori ormai iscritti al registro dei classici, come Saramago, Grass, Morrison, Sontag, Yehoshua, Soyinka, a maestri della stagione postmoderna come DeLillo, Wolff, Marías, Pamuk, fino agli scrittori che con il loro talento hanno reso ridicole le voci sulla morte del romanzo, come Franzen e Foster Wallace, per arrivare alla generazione delle promesse già consolidate, da Cercas a Egan, da Eugenides a Homes. Unica presenza italiana, Anna Maria Ortese, la «sonnambula assorta in un sogno» che negli ultimi anni della sua vita ci consegnò alcuni dei suoi frutti più visionari e originali. Tra le pagine di questo libro, che interrogano alcuni degli autori prediletti nel corso di più incontri, si discute di strategie narrative, andando dal «primo palpito» di un’opera alla sua resa finale. Al centro, il ruolo dei personaggi, le accortezze messe in campo per renderli vivi, e un sondaggio più o meno scherzoso sul loro grado di autonomia dalla volontà degli autori che li hanno inventati: perché c’è chi come Saramago e Yehoshua si pretende arbitro assoluto dei loro destini e chi come Paul Auster e Günter Grass concede alle proprie creature qualche possibilità di evasione dai vincoli predisposti dall’intreccio.

 

 

Recensioni 
«Internazionale» 15-05-2014
Francesca Borrelli «Le parole e le cose» 03-06-2014
Marco Belpoliti «Tuttolibri - La Stampa» 21-06-2014
Francesco Longo «pagina99» 28-06-2014
Dario Pappalardo «La Repubblica» 29-06-2014
Romano Montroni «Corriere di Bologna» 28-06-2014
Alfonso Berardinelli «Il Foglio» 12-07-2014
Luca Romano «Huffington Post» 02-08-2014
Fabio Pedone «il manifesto» 29-07-2014
Silvio Perrella «Il Mattino» 30-01-2015
Enzo Rammairone «Rockerilla» 01-10-2014
 
Maestri di finzione
«Internazionale» 15-05-2014
José Saramago, Wole Soyinka, Antonia S. Byatt, Jonathan Franzen, Javier Cercas: quaranta voci di scrittori, tra i più significativi del panorama letterario internazionale.
L’intervista come genere letterario
Francesca Borrelli «Le parole e le cose» 03-06-2014

[È uscito Maestri di finzione di Francesca Borrelli (Quodlibet), che raccoglie quaranta interviste con alcuni dei maggiori scrittori contemporanei: Anna Maria Ortese, Wilson Harris, José Saramago, Alain Robbe-Grillet, Kurt Vonnegut, Álvaro Mutis, Günter Grass, Derek Walcott, Toni Morrison, V. S. Naipaul, Susan Sontag, Wole Soyinka, 
Ōe Kenzaburō, Ágota Kristóf, Lars Gustafsson, Antonia S. Byatt, Don DeLillo, Abraham B. Yehoshua, Tobias Wolff, John Banville, Julian Barnes, Paul Auster, Ian McEwan, Jamaica Kincaid,
 Javier Marías, Orhan Pamuk, Michael Cunningham, Kazuo Ishiguro, Antonio Muñoz Molina, 
Emmanuel Carrère, George Saunders, Jonathan Franzen, Peter Cameron, Jeffrey Eugenides, A. M. Homes, David Foster Wallace, Javier Cercas, Jennifer Egan, Amélie Nothomb, Paul Harding, Junot Diaz, Adam Haslett, Stefan Merrill Block. Presentiamo l’introduzione al libro e una delle interviste a José Saramago]

L’intervista che ha come oggetto di indagine l’opera di uno scrittore, secondo quanto afferma una piccola bibliografia sull’argomento, si sarebbe andata costituendo nel tempo come un genere letterario: è una idea forse dettata dall’intento di conferire dignità e concretezza a una tecnica mista, che rinchiude in sé l’informazione e la critica, l’oralità e la sua trascrizione, occupando una parabola storicamente breve e già in precipitoso declino. Continua a leggere

In verticale, a bandiera, questo è il catalogo della finzione.
Marco Belpoliti «Tuttolibri - La Stampa» 21-06-2014
II carattere tipografico usato è Garamond: elegante ed essenziale. In alto la sequenza: editore, autore e titolo. Scritto in orizzontale. In verticale una lunga lista di nomi, in nero e rosso. Sono i Maestri di finzione di Francesca Borrelli, lavoro ventennale di dialogo con alcuni dei maggiori autori contemporanei. Si tratta d'interviste, domande in corsivo e risposte in tondo. Ogni autore è presentato in breve, seguito da una bibliografia delle opere. Francesca Borrelli è una delle firme di punta de «il Manifesto», dove lavora da decenni alle pagine culturali.
La lista dei nomi scritta in verticale, a bandiera, compone un'immagine di parole. Per leggere i nomi si ruota la copertina a destra; il titolo, nome dell'autrice e editore vanno in verticale; a tenere il campo sono ora tutti i nomi e cognomi: nomi in nero, cognomi in rosso. Copertina elegante, sobria, efficace.
Una bellissima soluzione per un libro che comprende interviste con 43 autori, per lo più stranieri, con unica eccezione Anna Maria Ortese: straniera in patria. L'intervista è un genere recente. Il suo inventore è Jules Huret, che sul «Figaro», dal 1890 al 1905, colloquiò con i maggiori scrittori del suo tempo, da Zola a Kipling. Oggi si abusa spesso delle interviste, eppure sono uno dei modi migliori per conoscere un autore e le sue opere. Francesca Borrelli è una professionista del colloquio. Come ricorda Remo Ceserani nella prefazione, ci sono tre modi per fare delle interviste: la conferma delle idee dell'intervistatore sull'intervistato; l'intervistatore in ginocchio a sollecitare la curiosità dei lettori sull'autore; le interviste che si occupano dell'opera.
Borrelli è una specialista di quest'ultimo tipo. Preparatissima, puntigliosa, dettagliata, senza essere incalzante, l'autrice di questo libro vuole sapere qualcosa di più sull'opera, non tanto sull'autore. Per lei non è mai un personaggio, solo uno che scrive. Un maestro di finzione. A Francesca Borrelli interessa la finzione, non il fingitore. Poche volte dedica spazio al ritratto psico-fisico all'autore. Non lo trasforma mai un personaggio. Si tratta solo di un uomo o una donna che ha appena pubblicato un libro (sono interviste in situazione). La copertina è come uno specchio: rovescia destra con la sinistra, basta ruotare il libro. Mia volta l'autrice è lei, l'intervistatrice; a volte lo sono tutti gli altri, gli intervistati.
Quell'intervista che rivela lo scrittore
Francesco Longo «pagina99» 28-06-2014
«Amo pianificare i miei romanzi dall'inizio alla fine», dice Orhan Pamuk. Gli risponde, idealmente, Javier Marías: «Sono il contrario del romanziere che sa tutto già prima di cominciare a scrivere». Si alza la voce di Tony Morrison: «Quando comincio a scrivere un libro mi è già chiaro dove andrà a parare l'intreccio». Si intromette Michael Cunningham: «All'inizio non ho ben chiaro dove mi sto indirizzando». Le idee dei grandi scrittori danno l'illusione, di solito, di essere verità universali sulla produzione letteraria.
Non ci si accorge mai come capita ascoltandoli tutti insieme di quanto siano soggettive e instabili le loro posizioni. È un coro polifonico il risultato del libro orchestrato da Francesca Borrelli, Maestri di finzione (Quodlibet, pagine 610, 28 euro), in cui sono raccolti 20 anni di incontri e letture con autori ditutto il mondo. «Un'intervista può essere per me terribile», le dice Anna Maria Ortese, ma fortunatamente ciò non vale per tutti. Don DeLillo, per esempio, le concederà ben sei interviste, che coprono un arco temporale che va dal 1999 al 2012.
Anticipate da un breve testo che inquadra l'opera complessiva e il romanzo più recente, le interviste scansano i riferimenti biografici: non riguardano mai la vita privata, il contesto dell'incontro, né annotano vezzi, look, o segni distintivi (a parte evocare i cappelli di Amélie Nothomb, la sedia a rotelle di Tony Morrison, i giubbotti di pelle di
Paul Auster). Tutto ciò che interessa Francesca Borrelli è un dialogo serrato sui testi, su singole frasi citate, trame, allegorie, psicologie dei personaggi, quasi assecondando l'adagio di Jacques Derrida secondo cui non c'è nulla al di fuori del testo («il n'y a pas de hors-texte»). Le domande non sono mai interscambiabili, ogni autore ha le sue. Alcune contengono intuizioni critiche
che bastano da sole a far luce sui testi: a Yehoshua chiede se il giovane arabo del primo romanzo L'amante (1977) non «trovi un suo prolungamento in Rashed», personaggio di La sposa liberata (del 2001). Utilizza poche parole per tratteggiare la narrativa di uno scrittore, come nel caso di Jeffrey Eugenides: «immune da cadute di tono». A volte affiora un'antipatia: «Il carattere bizzoso.
Esigente come una regina nata in miseria» riferito a Jamaica Kincaid; o una nota negativa, come su Paul Auster: «I suoi alterni risultati e l'inclinazione a concentrarsi sulla sua persona mi hanno dissuaso dall'incontrarlo più di unavolta». Francesca Borrelli parla di mare con Derek Walcott, di cioccolata bianca con Amélie Nothomb, di Raymond Carver con Tobias Wolff, di Effie Briest con Giinter Grass. Si confronta con David Foster Wallace, Emmanuel Carrère, Jennifer Egan, Julian Barnes, Kurt Vonnegut, Ian McEwan, e molti altri.
Le oltre 600 pagine di Maestri di finzione appaiono come un planetario con le rotte tracciate delle influenze di decine di classici contemporanei. Di ogni autore si riscontrano elementi di continuità e discontinuità, debiti, fuoripista. Se è vero, come dice Anna Maria Ortese, che «spesso non sappiamo nulla di ciò che abbiamo nell'animo, finché uno scrittore non ce lo rivela», può capitare che sfugga anche cos'abbia nell'animo uno scrittore, ma che un intervista ce lo riveli.
Caro scrittore ti intervisto
Dario Pappalardo «La Repubblica» 29-06-2014
Niente pettegolezzi. Niente tic e bizzarrie. Solo i libri. Solo la letteratura. Le interviste di Francesca Borrelli, giornalista culturale e firma del Manifesto, ai "maestri della finzione" sono rigorose. Quaranta gli autori incontrati (alcuni più volte: sono riportate date e contesto) e tutti imponenti: tra gli altri, Vonnegut, Grass, Morrison, Sontag, Yehoshua, Barnes, DeLillo, McEwan, Cunningham. Chi porge le domande si pone sempre alla giusta distanza. Con le opere come solo punto di partenza. Ad Anna Maria Ortese scappa qualche confessione: «Amo molto il vento e la pioggia», Napoli, miseria e senso di estraneità. Carrère su Limonov: «Se il mio libro non gli fosse garbato, e persino se lo avesse offeso, me ne sarei fregato». Franzen: «Dobbiamo essere grati ai lettori se trovano ancora tempo da dedicarci». Serafico Saramago: «Il romanzo è come uno di quei sottomarini che possono scendere fino ai fondali del mare, ma può darsi che lo stato delle capacità analitiche del romanziere non riesca a farlo arrivare più in fondo di tre-quattromila metri, poi si ferma...».
Quando grandi narratori rivelano se stessi e la ragione dell'opera
Romano Montroni «Corriere di Bologna» 28-06-2014
Quando parlo della qualità della piccola editoria lo faccio a ragion veduta: dietro le piccole sigle editoriali c'è un paziente lavoro di scandaglio da cui affiorano libri molto speciali che magari sono sfuggiti alle maglie selettive della grande editoria, c'è un gusto per tutto quello che è ricercato, diverso, particolare.
Da attento osservatore del fenomeno, mi auguro sempre che i librai capiscano e rispettino questo sforzo ed evidenzino nel giusto modo le proposte per farle fiutare, scoprire e possibilmente apprezzare da chi entra in libreria. Non sempre accade, ma nei giorni scorsi ho visto molto ben esposta questa bella antologia della critica letteraria del «Manifesto», che in trent'anni di lavoro ha realizzato una vera e propria mappatura della narrativa contemporanea, intervistando una serie di protagonisti del settore: da Anna Maria Ortese a Jamaica Kincaid, passando per Barnes, Auster, McEwan, Yehoshua, Pamuk, Carrère, DeLillo, Saramago, Grass, Cameron, Mutis, Vonnegut, Nothomb, solo per citarne alcuni. Non fatevi spaventare dalla mole, perché questo è un libro di piacevolissima lettura che vi permetterà di scoprire molti aspetti inediti della vita e dell'opera dei protagonisti della letteratura mondiale: potrete usarlo anche come utilissimo testo di consultazione ogni volta che sarete curiosi di sapere qualcosa di più su un autore che avete appena scoperto in libreria!
La guida geoletteraria di Francesca Borrelli, l'intervista come genere
Alfonso Berardinelli «Il Foglio» 12-07-2014
Questo imponente volume di interviste a più di quaranta scrittori realizzate da Francesca Borrelli ("Maestri di finzione", Quodlibet, 610 pp., 28 euro) può essere letto come una grande inchiesta sulla letteratura contemporanea: autori, libri, idee di vario e sempre notevole interesse. Anche se sono assenti gli scrittori italiani (per ragioni forse intuibili), con la sola eccezione di Anna Maria Ortese, queste interviste valgono sia come galleria di ritratti che come discussioni teoriche sulla narrativa internazionale, oggi che le teorie languono e se vengono proposte risultano quasi sempre precocemente invecchiate o inadeguate o pretestuose.
E' molto raro che gli scrittori si appassionino alle etichette che critici e accademici producono per spiegare e catalogare le loro invenzioni letterarie. L'idea di postmoderno è usurata da tempo; il concetto di realismo è una bandiera lacera che non accende gli animi né di sostenitori né di oppositori; che cosa sia l'ipermoderno non è per niente chiaro (a meno che non attiri perché consuona con ipermercato, come la biopolitica consuona con la biogastronomia): infine la faccenda dell'autofiction mi sembra un'invenzione dell'ombrello, perché di autonarrazioni molto o poco inventate è piena la storia della letteratura, da sant'Agostino a Dante, a Rousseau fino a Dostoevskij, Svevo, Céline, Henry Miller, Beckett (ma divertitevi voi a completare l'elenco).
Per capire che cos'è il romanzo, salvo il caso raro di teorizzazioni geniali (Lukàcs, Sklovskij, Bachtin, Girard...) meglio sentire il parere competente dell'artigiano narratore. Dopo gli anni Venti del secolo scorso, il romanzo e il racconto sono rimasti orfani di teoria: nessuno ha teorizzato in modo che fossero spiegati nello stesso tempo Hemingway e Borges, Faulkner e Nabokov, Gadda e Moravia, Morante e Calvino, Fenoglio e Volponi, La Capria e Parise... C`era bisogno di teorizzarli? No. Bastava capirli.
Aggiungo che Francesca Borrelli pratica l'intervista come un vero e proprio genere letterario, fra la recensione, il ritratto critico, il reportage. Contrariamente a quello che fanno molti intervistatori, che non leggono niente o quasi degli autori da intervistare, la Borrelli, oltre che leggerli, li studia.
L'intervista alla Ortese, la sola a rappresentare l'Italia, è una delle migliori, se non la migliore. Mi sembra soprattutto la più emozionante. Questa singolarissima donna, vissuta nascosta, sembra essere stata sempre in comunicazione con esseri così "fuori dalla realtà" da far sembrare irreale la realtà stessa. Frasi come questa non si dimenticano facilmente: "Sono schierata dalla parte di questi esseri perché non si potranno mai veramente salvare: la mia simpatia e il mio amore vanno a loro, che sono persi in partenza".
Leggo che José Saramago ha detto: "Ho l'impressione che la chiesa si occupi di amministrare i corpi molto più di quanto si dedichi alle anime". Fosse vero! Non sa Saramago che i corpi sono anime, prima che morte li separi?
Kurt Vonnegut dice: "Ho visitato molti angoli del mondo. Tuttavia, quando racconto delle storie sono provinciale".
Alvaro Mutis spiega la sua amicizia con Gabriel García Màrquez: "I giornalisti si domandano sempre come un reazionario e monarchico come me possa essere così legato a un uomo della sinistra, amico di Fidel Castro. Mi sono convinto che nessuno mi crede quando dico che mai e poi mai Gabriel e io abbiamo discusso di questo argomento: c'è la vita di cui parlare, le nostre famiglie, i figli, i nipoti. E i libri che leggiamo".
Ma ecco Giinter Grass che parla di Heidegger: "Osservo con meraviglia come da questo filosofo si sprigioni un immenso potere di fascinazione, non tanto in Germania quanto in Francia e in Italia. La filosofia di Heidegger è una moda e questo sembra, a me che sono tedesco, per certi versi comico".
Il caraibico Derek Walcott ci ricorda questo: "Se ti svegli al suono del mare, realizzi che non si cura di te, né di quello che rappresenti: il mare se ne frega del genere umano. La terra invece è dominata da ciò che noi facciamo di lei".
Lo scorbutico V. S. Naipaul, che la critica ha insistito a definire conradiano, si esprime così: "Scrivendo 'Alla curva del fiume' (romanzo ambientato in Congo) non ho pensato a Conrad un solo istante. Devo dire, del resto, che non amo affatto 'Cuore di tenebra'".
Da Susan Sontag, che negli anni Cinquanta ospitò a casa sua Herbert Marcuse non ancora famoso, apprendiamo quanto segue: "Una volta Marcuse mi chiese di chiamare Francoforte: allora fare una telefonata a così grande distanza era tutt'altro che comune. Ma il fatto è - mi disse - che oggi è il compleanno di Teddy. Parlava di Adorno. Finalmente gli telefonò, fu una scena curiosissima, mi stupii di vedere quanto fosse nervoso. Stava lì irrigidito come davanti a un maestro e con quanta deferenza si rivolgeva ad Adorno. Teneva il telefono con una mano e con la testa annuiva, annuiva, annuiva...".
Siamo ai limiti del pettegolezzo. Va ricordato che fra i due famosi rappresentanti della Scuola di Francoforte c'erano cinque anni di differenza e il più anziano era proprio Marcuse. Di lì a poco, nel decennio Sessanta, Marcuse diventò una inarrivabile star filosofico-rivoluzionaria internazionale, mentre Adorno fu respinto nell'ombra come un conservatore borghese affetto da fobia per la prassi...
Il libro della Borrelli supera le seicento pagine. Sono circa a metà strada. Intanto lo segnalo ai lettori. Come guida geoletteraria al presente non è certo un testo effimero.
Maestri di finzione: si può parlare di letteratura
Luca Romano «Huffington Post» 02-08-2014
Attraversare la storia della letteratura contemporanea leggendo le parole degli scrittori che ne hanno fatto (e ne fanno) parte è forse il modo migliore per orientarsi e capire meglio il mondo in cui viviamo. Le interviste di Francesca Borrelli raccolte in Maestri di finzione (Quodlibet, 2014), sono numerosissime e tutte (ad eccezione di Anna Maria Ortese) ad autori stranieri.

Davanti ad un'opera così ampia (oltre 40 interviste) ci si potrebbe chiedere il senso o avere dubbi sulla possibilità di perdersi; in questo caso non succede e anzi si ha la netta sensazione di riuscire a comprendere le intenzioni della raccolta anche grazie alle brevi e preziose introduzioni attraverso le quali è possibile orientarsi, nel caso in cui non si conoscano gli autori intervistati, nelle trame dei singoli libri sviscerati di lì a poco.

Il percorso, infatti, sembra tracciato nettamente dalla Borrelli che attraverso le sue domande mantiene l'attenzione sui libri e contemporaneamente riesce ad allargare la visione del singolo scrittore sul suo stile personale e sul mondo che lo circonda. Leggendo Maestri di finzione, principalmente, però, emergono tre grandi filoni: in una prima parte, quella degli autori più anziani, affiora con forza, più di ogni altro aspetto, il loro esser vicini agli ultimi. Molti di loro raccontano chi è rimasto fuori dalla società, chi non ha avuto la possibilità di entrarci o chi ne è uscito volontariamente; questa attenzione per gli ultimi andando avanti con l'età degli autori (verso i più giovani) si perde e le risposte degli scrittori (e quindi ovviamente anche le domande), vertono più sulla narrazione, sulle tecniche di scrittura, sulla scelta dell'autore d'esser fuori o dentro il libro con una voce narrante, sull'autonomia dei personaggi d'esser sotto controllo o di poter modificare loro stessi la storia, dando vita ad esiti imprevisti durante la scrittura. Nell'ultima parte, invece, si può notare, nelle interviste agli scrittori più giovani, il desiderio di un ritorno al racconto della realtà. Si denota una volontà d'esser capaci di approssimarsi alla verità del mondo attraverso le parole e le storie con un abbandono momentaneo del dibattito post-moderno (nonostante tra gli intervistati vi siano esponenti di spicco del post-moderno) in funzione di una attenzione maggiore nei confronti del cosa raccontare.

Emerge poco in tutte le interviste, invece, la biografia: il necessario per poter comprendere la stesura del romanzo a cui è dedicata l'intervista o per comprendere meglio il punto di vista espresso nel libro. Nello stesso modo, al contrario, è costante l'attenzione al rapporto dei libri con il mondo circostante, sia nella loro gestazione (come il mondo ha influenzato la stesura), sia nell'impatto che i singoli libri possono avere sulle persone dopo la loro stampa e lettura.

Questo testo si può considerare una narrazione della vita culturale mondiale raccontata attraverso le scelte stilistiche e filosofiche di un ampio numero di scrittori. Troviamo interviste a molti premi nobel come Kenzaburō Ōe a José Saramago a Günter Grass a Derek Walcott a Orhan Pamuk o ad autori di assoluto rilievo internazionale come Susan Sontag, Agota Kristof, Abraham B. Yehoshua e Don De Lillo, che offrono al lettore non solo un'ampia possibilità di confrontarsi con il modo di affrontare la letteratura, ma anche il piacere della scoperta di nuovi testi da leggere.

Sono particolarmente interessanti le sei interviste a Don De Lillo e quella ad Agota Kristof, scrittori che non amano apparire sui giornali e che in realtà hanno donato alla letteratura contemporanea alcune tra le migliori pagine. Don De Lillo in particolare, occupando una posizione centrale nel volume (non solo fisicamente, ma anche concettualmente) diventa un vero e proprio punto di riferimento con il quale molti degli autori intervistati e i lettori devono confrontarsi. Le sue interviste aprono enormi spazi di interesse oltre che per le sue opere, anche per la letteratura stessa come elemento fondamentale nella società contemporanea.
Maestri di finzione è sicuramente un testo ampio e con moltissime facce diverse, potremmo dire una per ogni autore intervistato, ma con una maschera unica che è quella dell'autrice che non lascia mai procedere le interviste autonomamente, ma, al pari degli autori che hanno sotto controllo la trama e la vita dei personaggi, riesce a mantenere la narrazione sempre sul doppio piano delle storie e del pensiero nascosto dietro ogni singola frase scritta.
Faccia a faccia con gli scrittori, lontano dal luogo comune
Fabio Pedone «il manifesto» 29-07-2014
È veramente «un piccolo canone della grande letteratura della nostra epoca» guidato da un gusto sicuro ed esigente, come scrive Remo Ceserani nella sua prefazione, quello che si squaderna in Maestri di finzione (Quodlibet, pp. 624, € 28,00), il volume in cui Francesca Borrelli, cocuratrice dell’inserto Alias Domenica di questo giornale, ha raccolto le più significative fra le interviste a scrittori che ha realizzato nella sua carriera, tutte apparse negli anni sulle pagine culturali del manifesto e alcune riproposte qui con necessarie integrazioni di parti mancanti. Un canone che riunisce ben quarantatré scrittori: nomi del calibro di José Saramago, Ōe Kenzaburō, V.S. Naipaul, David Foster Wallace, Jonathan Franzen, Julian Barnes, Javier Marìas, Agota Kristóf, Don DeLillo, sempre sollecitati a partire dalle loro opere, da quanto del loro mondo di valori (e del loro rapporto con la realtà e le dinamiche della finzione letteraria) emerge dai testi scritti. Uniche eccezioni a una linea di gusto orientata con decisione sulla narrativa, come genere il cui aspetto fondamentale «è quello di raccontare una storia» (per dirla con il Forster di Aspetti del romanzo) e su autori non italiani sono il colloquio con il poeta Derek Walcott e i due con Anna Maria Ortese. Nelle sollecitazioni dell’intervistatrice è sempre irrinunciabile l’idea che l’incontro con l’autore non possa fare a meno di nutrirsi della condivisione di uno spazio e un momento comuni, vale a dire del faccia a faccia, spesso e preferibilmente sfruttando la contingenza dell’uscita italiana di una nuova opera dell’intervistato; situazione che permette un approccio fresco al suo pensiero letterario, anche se mai lontano da un taglio storico, fondato sulla solida conoscenza del suo lavoro precedente.  
L’incontro con l’autore è dunque prima di tutto incontro con i testi, focalizzato in un’esperienza di lettura che viene poi restituita allo scrittore mettendolo di fronte alla propria stessa parola incarnata sulla pagina: senza remissività né cedimenti alle tante retoriche fiorite intorno al misterioso atto della scrittura e alla responsabilità del creatore. La ricerca dello scarto fra l’intenzione autoriale e l’effettiva realizzazione sulla pagina, con le risonanze e gli effetti anche inopinati e incontrollabili che si scatenano nella mente del lettore, si esplica per Francesca Borrelli in una vera war against cliché, una guerra contro i luoghi comuni, che la letteratura ha il potere di piegare ai propri significati oppure di riscattare; una lotta condotta senza parteggiare per l’una o per l’altra immagine che gli scrittori (creature naturalmente votate a un certo inesorabile narcisismo) diano di sé, anche se la passione della lucidità che muove le domande di Francesca Borrelli sembra dirigere le sue simpatie più al Saramago che rivendica il controllo totale sulla sua opera che a un Paul Auster affezionato all’eterno luogo comune del narratore reso schiavo dei suoi personaggi, che lo conducono dove lui non avrebbe mai pensato. È lei stessa, introducendo Maestri di finzione, a segnalare che negli ultimi anni si è molto ammorbidita la sua iniziale militanza a favore di una netta separazione fra il vissuto degli autori e l’interpretazione delle opere; ma è pur sempre chiaro che anche nell’epoca della comunicazione 2.0 e della supremazia dei social network il lettore non può mai sottrarsi alla dimensione primaria che compone l’esperienza di un libro, alla lotta solitaria con il testo, ingaggiata in un confronto che è prima di tutto conoscitivo ed etico. Nella ricchezza di incontri e di esperienze di lettura rappresentata da Maestri di finzione, il centro anche geografico tocca agli americani, con un nucleo significativo: Don DeLillo, intervistato per ben sei volte a partire dal capolavoro Underworld.  Dietro la questione dell’autonomia di una creazione di finzione si nasconde però altro: il problema del controllo sulla realtà da parte dell’io, delle emergenze dell’inconscio sulla pagina, dell’influenza delle contingenze storiche e di quel «mistero» probabilmente «interno al cuore stesso della forma romanzo, così come è al cuore della poesia» (DeLillo). È anche per questo che nulla è più estraneo a Maestri di finzione della pretesa di possedere in maniera univoca e definitiva il senso delle opere di cui parla, e questo atteggiamento è un ulteriore segnale di rigore. Così come la volontà di chiarezza non si arresta di fronte alle ubbie e alle reticenze degli autori e ne sollecita invece i momenti di contraddizione: si vedano per esempio  le reazioni così diverse da parte di Robbe-Grillet e di DeLillo quando vengono stimolati a proposito della psicoanalisi.
L’intervista, quale forma di ascolto e servizio, si arricchisce dell’intreccio fra le diverse sensibilità delle parti in gioco. Le qualità che attraggono Francesca Borrelli in uno scrittore sono lo humour, tanto distaccato e sottile (Saramago) quanto dissacrante (Vonnegut), il virtuosismo non spinto al punto da divenire cerebrale, la capacità di penetrazione storica quando l’interazione fra i personaggi veicoli non una ideologia irrigidita ma una interrogazione infinita sull’umano, rendendo il testo non tanto un riflesso quanto una risposta alla pressione minacciosa dell’epoca. Mentre da nulla si dovrà rifuggire come dalle «sterili provocazioni» e dall’«ossequio conformista alle mode del momento».
Lo stile è una forma di possesso della lingua e del mondo che a volte si riflette nell’atteggiamento umano dello scrittore: nei ritratti premessi a ogni incontro, Francesca Borrelli coglie dettagli che proiettano un valore di verità ben oltre l’aneddotica legata al momento: la faticosa ritrosia di Agota Kristóf, lo «spirito invidiabile in una corporatura imponente» di Toni Morrison, la spilla shakespeariana di Marìas con una chiara funzione di amuleto, il dattiloscritto di Body Art di DeLillo, che evidenzia come «il più formidabile cantore delle nostre ossessioni tecnologiche aveva varcato il nuovo millennio facendo a meno del computer». Incontri come questi rivelano come una delle poche cose di cui solo e unicamente la letteratura possa farsi carico sia ancora e sempre creare fra i due distanti mondi di autore e lettore «un’intimità non superficiale» (Wallace). Che è il nucleo di senso da salvare, oggi più che mai, in questa necessaria impresa di salute.
Incontri con Ortese, maestra tra i maestri
Silvio Perrella «Il Mattino» 30-01-2015

L’unica italiana. Anna Maria Ortese protagonista di due incontri nel libro.

Interviste? Forse è più corretto chiamarli incontri, quelli che Francesca Borrelli ha fatto con ben quarantadue autori (più una, di cui parlerò dopo) di letteratura e che adesso raccoglie in unlibro di oltre seicento pagine, intitolato Maestri di finzione pubblicato da Quodlibet.
Borrelli possiede un’anima interrogante. Non le basta leggere i libri degli scrittori il cui lavoro ritiene importante (come fa con metodo e serietà); le è necessario incontrarli, non per conoscerne gli autori (i loro «complementi gestuali» sono ridotti al minimo), piuttosto per sottoporli a una serie di domande tutte esclusivamente basate sulle loro opere (e questo le è permesso spesso da un premio dato o da un festival o da un’occasione che porta in Italia autori che di solito vivono lontano).
Eh sì, perché Borrelli si cimenta solo con autori stranieri, per la gran parte narratori (fa eccezione l’incontro con il poeta caraibico e premio Nobel Derek Walcott); e mi sembra che abbiano la maggioranza gli scrittori di lingua inglese e americana (gli incontri con Don De Lillo, ben sei, possono essere considerati un libro nel libro). M’immagino che Francesca Borrelli legga con la matita in mano e faccia degli schemi, pronta a sbogliare per il suo lettore la trama più complicata e ardita. Si presenta così all’incontro non da giornalista (anche se la prima pubblicazione di questi testi è avvenuta sul «manifesto», il giornale per il quale lavora da sempre e che in epigrafe è definito «una forma di vita»), piuttosto da lettrice agguerrita, esplicitando le sue scelte (anche quando è costretta a dire ad autori come Paul Auster o Ian McEwan che alcuni loro libri l’hanno delusa) e fermandosi su singoli frasi o su passaggi benindividuati.
Si capisce che comparire nel pantheon di Borrelli non è proprio una cosa da poco; pensate che l’incontro con Amélie Nothomb viene definito «la massima approssimazione alla frivolezza che mi fossi concessa».
Accogliere, dunque, nel suo libro ben due incontri con Anna Maria Ortese, infrangendo la regola di parlare solo di autori stranieri, significa dargli un rilievo notevole. Ed è giusto che sia così, anche perché questi due incontri, soprattutto il primo, sono memorabili.
La grande Anna Maria vi compare nella «sua condizione di esiliata», sempre attenta «a non farmi vedere da nessuno», non maestra né di finzione né di alcunché, ma con il dono di un fascino tutto suo, spesso ancorato a un paesaggio metafisico trovato o pescato direttamente nella Realtà. «Amo molto il vento e la pioggia», dice, ricordando con stupore la mutevolezza del cielo napoletano: «Quella tenerezza, quella fantasia, quella leggerezza del cielo napoletano, come da novella orientale, non l’ho più ritrovato».

Maestri di finzione
Enzo Rammairone «Rockerilla» 01-10-2014
Questa nuova versione ampliata di Maestri di finzione (una prima era uscita anni fa con altro titolo e altra casa editrice) raccoglie quanto di meglio la letteratura contemporanea abbia da offrirci. Quaranta voci tra le più significative del panorama letterario internazionale dialogano con la Borrelli, storica firma del Manifesto. Saramago, Sontag, Carrère, McEwan, Haslett, Díaz, Egan e DeLillo sono solo alcuni dei nomi che la giornalista nel corso degli anni ha intervistato, a volte in più occasioni. Una carrellata lunga 600 pagine nella quale la Borrelli ha colto "nello scarto tra le intenzioni realizzate e quelle espresse a voce qualcosa in più dei libri che avevo letto, sintonizzandomi con ciò che T. Eagleton ha definito una specie di tremolio continuo di presenza e assenza".
2014
In ottavo
145x210
ISBN 9788874626250
pp. 624
€ 28,00 (sconto 15%)
€ 23,80 (prezzo online)