Da Pascoli a Busi
Da Pascoli a Busi
Letterati e letteratura in Italia

 

Alternando ritratti e panoramiche, e misurando l’attualità di autori canonici, eccentrici o dimenticati, Da Pascoli a Busi offre un ampio spaccato della letteratura italiana tra la fine dell’Ottocento e il Duemila. E il titolo non è solo uno stratagemma vivace per indicarne i confini cronologici. Infatti, occupandosi di un’epoca in cui il peso pubblico dei linguaggi letterari si è andato rapidamente riducendo, Marchesini racconta gli estremi sviluppi del rapporto abnorme che in Italia ha legato per secoli l’identità nazionale agli scrittori: scrittori che spesso, quasi a risarcire una società priva di coesione e di modelli politici comuni, da puri rappresentanti di valori estetici sono stati trasformati in veri e propri personaggi, in simboli variamente attendibili di un costume o di un modo di vivere. Ne risulta un libro in cui le analisi stilistiche fanno tutt’uno con la storia della cultura.

 

 

 Riascolta cliccando qui l'intervista a Marchesini di Fahrenheit.

 

 

Recensioni 
Alfonso Berardinelli «Avvenire» 16-05-2014
Filippo La Porta «Left» 31-05-2014
Guido Vitiello «Il Foglio» 21-06-2014
Marianna Comitangelo «Narrazionionline.com» 23-06-2014
Mattia Baglieri «Huffington Post» 01-07-2014
Raoul Bruni «Europa» 05-07-2014
Alberto Saibene «Doppiozero» 03-10-2014
Chiara Fenoglio «L'Indice dei libri del mese» 01-10-2014
Massimo Onofri «Domenica - Il Sole 24 Ore» 12-10-2014
Niccolò Scaffai «Alias – il manifesto» 09-11-2014
Ilaria Batassa «CriticaLetteraria.org» 09-01-2015
 
Matteo Marchesini: quando l'intelligenza scioglie le briglie
Alfonso Berardinelli «Avvenire» 16-05-2014
Del giovane Matteo Marchesini, oggi trentaquattrenne, ma da tempo e molto precocemente in attività, alcuni si erano già accorti: per la sua cultura, versatilità, maturità, acume polemico nonché per il fatto di non decidersi fra critica letteraria, poesia, narrativa, filosofia, giornalismo di costume.
Tutto questo ha forse provocato più irritazione e sospetto che ammirazione. Ma ora con il suo vero esordio, Da Pascoli a Busi. Letterati e letteratura in Italia (Quodlibet), più di cinquecento pagine nelle quali il critico si muove in lungo e in largo e in tutte le zone del Novecento italiano, sarà impossibile non accorgersi di lui. Anche chi preferirebbe non avere a che fare con un'intelligenza così libera, dovrà rassegnarsi.
Bisogna notare anzitutto che questo libro rivela qualcosa di assolutamente nuovo che finora nessuno si aspettava: una critica letteraria non propriamente, riduttivamente giornalistica, ma neppure universitaria, nata non si sa come e chissà dove; formatasi nella mente di un giovane subito, tuttora e forse per sempre a disagio nella cultura in cui si è trovato a vivere. Questo libro sarà utile a tutti: ai molto numerosi narratori e poeti che hanno dai trenta ai cinquant'anni e forse soprattutto agli storici della letteratura novecentesca, che anche se hanno studiato, continuano però a lavorare spesso concedendo a luoghi comuni che basterebbe un po' di vera curiosità e passione per mettere definitivamente da parte.
Su quasi tutti gli autori di cui parla, Marchesini sembra sapere e capire perfino più cose di chi se ne è occupato "da studioso", per il semplice fatto che non ha letto e capito solo ognuno di loro, ma anche innumerevoli altri e di ogni specie.
Molte le cose che si trovano in questo libro e che ormai non si trovano in nessun altro: discorsi sulla satira e la parodia, su perché Saba non è popolare in Italia, su Cassola, sulla nuova poesia, e in particolare sui più diversi saggisti: decine di pagine dedicate a Savinio e Noventa, Cajumi e Chiaromonte, Fortini, Garboli, Bellocchio. Non solo Marchesini, a spese proprie, senza fondi di ricerca, ha letto e studiato molto. Il bello è che si capisce sempre perché ha studiato.
Il canone della paura
Filippo La Porta «Left» 31-05-2014
Prendete, che so, Gadda, Montale e Calvino, tre “corone” indiscusse della nostra letteratura del ‘900,  sulle quali  cui vi è un consenso unanime sia della critica “vincente” e sia dell’accademia. Poi prendete un critico letterario  35enne, un outsider piuttosto agguerrito ed  estraneo all’università, Matteo Marchesini, il quale si prova a “decostruire” i tre monumenti con una efficace argomentazione  e con  piglio allegramente spavaldo. In essi individua un “Canone della Paura”, la coazione ad arroccarsi un una forma che protegga dall’esperienza quotidiana. Tanto che quando lo scintillante abito formale si smaglia ci troviamo davanti a “una insufficienza umana e di conseguenza estetica”: in Gadda affiorano goliardia e dannunzianesimo, in Montale il qualunquista scettico in pantofole, in Calvino un debole illuminismo e un furbo progressismo. Questo l’incipit di uno dei saggi più belli che compongono  Da Pascoli a Busi. Letterati e letteratura in Italia (Quodlibet), che ridisegna la storia letteraria italiana  da fine ‘800 ad oggi, inserendo sempre la letteratura entro un contesto di  costume e mentalità diffusa (staccandosi da essa per capirla meglio). Nella premessa c’è un fondamentale attacco alla riduzione attuale della cultura a “culturalismo”, e cioè a una idea di cultura come strumento di intimidazione e ascesa sociale, di esclusione e ricatto, come ansia di aggiornamento ed enciclopedia, in definitiva  come snobismo di massa. E su questo la sinistra ha una responsabilità enorme: forse un fenomeno come il Movimento5stelle, con il suo primitivismo e la sua diffidenza per la cultura si origina proprio dal monopolio (spesso arrogante) della sinistra sui consumi culturali. Ma torniamo al libro. Impossibile rendere conto della ricchezza di interventi, polemiche  e ritratti: da D’Annunzio (stroncatura memorabile), Saba, Noventa, Moravia, Brancati, Caproni, Sciascia a Piergiorgio Bellocchio, Patrizia Cavalli, Elio Pecora, Paolo Febbraro, Anna Maria Carpi... Una  corposa raccolta di saggi che si impone d’ora in poi a qualsiasi riflessione critica sulla nostra tradizione moderna.
    Infine, un inciso più personale. Una volta Marchesini, per descrivere la mia febbrile attività intellettuale, mi ha definito, non senza ragioni, “critico ipercinetico”. Ma come definire lui che ha pubblicato  poesie, romanzi, saggi (letterari, civili e di storia dell’arte), satire e libri per ragazzi, e che scrive quasi un articolo al giorno? La mia ipotesi è che si impegni indefessamente  a scrutinare   la realtà, a chiosarla, raccontarla, metterla in versi, etc., perché è l’unico modo per fissarla e  tenerla in vita, per non precipitare in qualche buco nero dell’Essere.
Festival e baccelloni
Guido Vitiello «Il Foglio» 21-06-2014
Il modello occulto della società letteraria italiana è L’invasione degli ultracorpi. Non so chi abbia depositato nottetempo i baccelloni, ma di tutta evidenza è Roma l’epicentro del fenomeno e non escludo che i nuovi marziani abbiano scelto, per abitudine, il galoppatoio di Villa Borghese. Tutto si svolge nel segno della parodia. Ogni personaggio, stile, maniera o istituzione letteraria a cui un tempo si poteva riconoscere un prestigio, una dignità, una ragion d’essere storica, è stato sostituito proditoriamente da un replicante più o meno ben congegnato. Chiunque abbia occhi per vedere (e tempo per prestarli alle cronache) lo constata facilmente, e pazienza se, come il protagonista del film di Don Siegel, il suo destino sarà di non essere creduto.
Parodie di scrittori che ronzano intorno a parodie di premi letterari o si accalorano senz’ombra di ironia per parodie di polemiche (cos’altro era, l’affaire Cordelli?). Riviste che sono fin dal nome replicanti di riviste estinte (l’operazione marziana sarà compiuta quando nasceranno anche Lacerba 2, La Ronda 2 e Il Politecnico 2). Critici-baccelloni che compilano serissime parodie di canoni. Poeti neoavanguardisti che non passerebbero il test di Turing. Parodie di scrittori maledetti e parodie di narratori popolari, parodie di engagés e parodie di dégagés, parodie di neoterici e parodie di dialettali. Scampati ai marziani, ai trifidi e ai diafanoidi ci troviamo a lottare contro nuove creature aliene, i pasolinidi e i balestrinidi e i nanobianciardi e i gaddamutanti e gli ultrafofi. Mentre scrivo, un manipolo di replicanti sta per radunarsi al mare per un festival parodistico fin dall’annuncio (“Scrittrici e scrittori confinati per sei giorni sull’isola di Ventotene, a scontare il loro privilegio: essere scrittrici, essere scrittori. Condannati a esercitare il dono supremo dello sguardo”). Il vecchio mondo delle lettere è svanito per consunzione, ma svanendo ha lasciato nell’aria, fluttuanti, delle sagome vuote, delle pose cristallizzate, dei calchi entro cui sono potuti crescere i baccelloni spaziali.
L’invasione avanza, e chi ha ancora speranza di salvare il mondo farà bene a coltivare la scienza della parodia. L’essenziale lo troverà in un libro di Matteo Marchesini, Da Pascoli a Busi (Quodlibet). Il titolo e la mole potrebbero far pensare a uno studio accademico per italianisti, ma è anzitutto un libro di battaglia. Marchesini ha praticato l’arte della parodia (stanco di recensire poeti mediocri si dedicò alla scrittura di “antologie apocrife, che tramite un’imitazione appena ironica evidenziassero la riproducibilità seriale dei loro versi”) e qui ne fa un po’ di storia e di teoria, con la premessa che all’epoca dei media “la parodia è diventata anche il perverso principio evolutivo di molte biografie artistiche” e che molte carriere “nascono già come parodie di modelli assenti”. L’unica via per distinguere gli scrittori dai baccelloni è calarsi nei loro panni, mossi da “un demone critico e vampiresco da traduttore-interprete”. Il saggio sulla parodia occupa meno di dieci pagine, ma nelle restanti cinquecento Marchesini compie con tutti i suoi autori lo stesso gesto da cacciatore di replicanti: s’immerge fino in fondo a uno stile, a una postura letteraria ed esistenziale, per verificare dal di dentro ciò che è vivo e ciò che è morto. Il lettore avrà un brivido quando avvertirà qualche traccia di automa anche sotto le pirotecnie verbali di Gadda o nel Montale epigrammatico.
Ma è di questo libro che dobbiamo armarci per scacciare i baccelloni, e oltretutto il suo formato ne fa un ottimo corpo contundente.
Da Pascoli a Busi
Marianna Comitangelo «Narrazionionline.com» 23-06-2014
Da Pascoli a Busi di Matteo Marchesini pone intanto davanti a una certezza: si tratta di un libro necessario, di quelli capaci di resistere al tempo e di sfidare l’ottusa, calcolata indifferenza di chi – lo dice bene Berardinelli – s’illude che basti ignorare qualcosa per negarne l’esistenza.

Rifiutarsi al dialogo e al confronto e risolverla in laconiche sprezzature ciniche sembra essere lo sport preferito di chi pure condivide le stesse passioni, ma con metodo e spirito diversi. Militanti e accademici, nessuno è senza peccato. A Matteo Marchesini preferiamo non prestare etichette, convinti che “scrittore” la dica meglio di “scrittore realista” o “satirico” o “di fantascienza”. I suoi articoli sul «Foglio» starebbero a loro agio nelle mani di studenti e professori universitari senza nulla perdere della loro vivacità intellettuale. La polemica, sia chiaro, non mira soltanto all’accademia, ma a chi la respinge perché espulso o deluso dalle sue trame meschine. La differenza non è nei luoghi, reali o virtuali, d’esercizio della cultura, ma tra chi studia e chi no, tra chi comprende e chi giudica.

Da Pascoli a Busi è un libro che val la pena rileggere e ripensare. Marchesini non è della schiera dei criticastri che è già tanto sbirciarli, non guadagna indulgenze con l’entusiasmo e l’impegno, i suoi ritratti di scrittori e le sue letture del presente della cultura italiana restano a galla nella memoria che di solito affonda ciò che non le occorre o non ha forza di sopravvivere. Così accade per i ritratti di critici e scrittori o per le analisi stilistiche su Rosselli, Pecora, Febbraro, Maccari (da preferire al saggio su Caproni, dove manca la poesia, la riprova dei versi), a dimostrazione che militanza non è l’alibi di chi non distingua un endecasillabo da un settenario, una metafora da un’anafora.

Da Pascoli a Busi (omnia bona sunt trina) non è un canone beffardo, né una posa intellettualistica d’avanguardia, vuol dire muoversi liberamente nell’universo della letteratura senza temere di accostare, sia pur solo nel titolo, due nomi così distanti da far impensierire anche il più ingenuo e pietoso fra i lettori. Significa, più di tutto, rivendicare il diritto di far convivere (nella stessa riflessione in movimento) un integrato e un escluso, il poeta laureato e il fuoriclasse riottoso a qualsiasi disciplina. L’invito – e questa è operazione culturale, più che strettamente letteraria – è a liberarsi delle gabbie che una certa prepotenza intellettuale, verticista e settaria, ci costringe ad abitare. È pur vero che la letteratura non è la cultura e non va confusa con essa. Che ne rappresenti un aspetto è pacifico ma è altrettanto pacifico che una poesia, un romanzo, non sono meri fenomeni culturali. C’è qualcosa di più e di meno, in ogni caso di diverso, che non si può esprimere se non in termini tautologici. Perché la letteratura e la poesia aprono uno spaccato sulla cultura senza esserne integrate, magari, qualche volta, respinte.

Pienamente consapevoli dei meriti di questo libro, proveremo adesso a discutere un punto che poco ci ha convinti e un altro che ci provoca un lieve ma persistente malanimo.

Primo punto: Marchesini insiste sulla necessità di detronizzare gli idoli, di opporsi alla monumentalizzazione degli autori. Nulla quaestio, ma l’imperativo non esaurisce problemi e perplessità: troppo facile crearsi degli idoli, troppo facile rinnegarli. Nel primo caso si abdica alla coscienza critica, nel secondo si monumentalizza l’io, sino a farne la misura di tutte le cose. Il dubbio, cioè, è che in questo ridimensionamento dei grandi a trionfare sia proprio l’io che dovrebbe fare esercizio di umiltà nei confronti del mistero della letteratura (e della vita). I testi eccedono la nostra capacità di comprensione, ci trascendono, e mettersi al servizio non è per forza sinonimo di acriticità. Il feticcio nasce quando una cosa resta nella forma, nel rito, ormai privata del contenuto e della possibilità di discuterlo. C’è qualcosa di funereo, è vero, nell’abitudine di certo specialismo a disporre opere e autori sul tavolo anatomico (l’immagine è di Montale), privarli della vita e della possibilità di parlarci come un tutto organico e pulsante. Dalla parte opposta il rischio è invece quello di una prosa troppo incalzante e carica di fatti per poter indugiare sul dettaglio e riconoscervi una cifra stilistica e di pensiero. È il limite che si ravvisa in alcune pagine sì di largo respiro, ma con un deficit di profondità.

Secondo punto (legato al precedente): avremmo preferito leggere su Montale qualcosa di più di un’etichetta avara come «qualunquista scettico in pantofole». Mentre afferma di non voler liquidare in due righe gli autori trattati en passant, Marchesini lo fa dandone giudizi «inequivocabili» (p. 14), inequivocabilmente ingenerosi, a dispetto di qualsiasi favor libertatis, laddove non si abbiano indizi sufficienti per condannare. E – sia detto con franchezza pari almeno a quella del nostro autore – sembra che qui la reprimenda sia urlata senza il giusto corredo di esempi e argomenti.

Ma sarà il caso di citare per intero il passaggio in cui è sferrato il colpo decisivo al gigante:

Quando Montale lascia cadere la maschera metallica o petrosa dei testi più compatti, ecco che dietro la perfezione della sua superficie, dietro gli amuleti e i correlativi oggettivi che lo nascondevano con scolastica astuzia, si scopre il volto di un qualunquista scettico in pantofole, diviso tra generico buon senso e vaghi aneliti spiritualisti (p. 77).

Passino pure “scettico” e “in pantofole”: skepsis è il dubbio e le pantofole (immagine già in uso presso l’accademico Segre) sono meglio dei mocassini radical chic un po’ dandy. Non è ben chiaro, invece, perché Montale meriti del “qualunquista”. A chiunque l’abbia conosciuto, il poeta colpiva per la sua intelligenza; al pensiero “qualunque” preferiva il silenzio, cosciente che a volte «la più vera ragione è di chi tace», e sarebbe un’impresa di non poco conto trovarvi un solo pensiero non meditato a fondo, che incontri o no il nostro favore. Lo spazio e la circostanza sono ostacoli a un valido contraddittorio, ci limitiamo perciò a dire che non ha senso discutere in questo modo il primato degli idoli – cosa di per sé sacrosanta – con giudizi approssimativi e ad effetto, e vi è il rischio concreto che tutto finisca nella solita farsa, in questo bisogno di rimpicciolire (o di ingigantire) ciò che sfugge alla nostra capacità di comprensione. È difficile a questo punto liberarsi dal dubbio che per Marchesini circa un secolo di studi su Montale sia passato invano; che i suoi lettori, studiosi, appassionati non siano interlocutori degni ed egli si giudichi tra i pochi depositari di una verità – poesia / non poesia – che altri, ahinoi, non saprebbero perscrutare. L’esempio di Montale è utile per riflettere su uno fra i passaggi del testo che appaiono non sempre sorvegliati da un ascolto paziente. Il punto, naturalmente, non è l’attacco mirato a tizio o a caio, quanto – è bene ribadirlo – il prevalere del giudizio sulla comprensione: Montale “qualunquista” indispettisce tanto quanto il Marchesini “conservatore”.

È un neo che non altera il valore dell’operazione compiuta da Marchesini, che tutto pondera e vivi fa gli autori con i quali dialoga. Last, la ragione per cui Da Pascoli a Busi è un libro necessario non andrà semplicemente rintracciata nelle cose che contiene, ma nell’atteggiamento propulsivo di chi, dal fondo della palude, può serenamente annunciare che “da oggi si cambia”.
La letteratura italiana del Novecento "senza lasciapassare accademici"
Mattia Baglieri «Huffington Post» 01-07-2014

Se presentassimo il nuovo libro di Matteo Marchesini, Da Pascoli a Busi. Letterati e letteratura in Italia (Quodlibet, Macerata 2009) come una storia della letteratura italiana del Novecento narrata da uno scrittore, ritengo che basterebbe per stupire il pubblico. Siamo, infatti, abituati a pensare che la storia della letteratura non si possa fare se non si è profondamente addentro ai dipartimenti universitari. L'editore Giulio Einaudi nel sempre più lontano 1983 aveva compreso che nessuno più dello scrittore stesso può capire appieno il sentimento, lo "spirito intellettuale dello scrittore" come l'aveva chiamato Thomas Mann in Tonio Kröger e Tristano, uno spirito che passa immancabilmente attraverso dissidi e tormenti, interrogativi sul legame tra opera e azione. Nel 1983 Einaudi aveva dato vita, infatti, ad una collana che allora parve eccentrica, quella degli "Scrittori tradotti da scrittori".

Primo Levi tradusse Kafka, Eduardo De Filippo i drammi di Shakespeare, Pasolini i tragici greci. Meraviglia e successo che conducono quelle opere a campeggiare ben in vista tuttora nelle nostre biblioteche. Leggendo questo lavoro organico di Marchesini non ci si può che domandare se non sia nata una nuova veneranda età in cui la storia della letteratura possa essere raccontata dagli stessi scrittori "senza appoggi accademici né lasciapassare specialistici". E Marchesini, scrittore, lo è: Marcia Nuziale (Schweiller, 2009), Bologna in corsivo (Pendragon, 2010), Soli e civili (dell'Asino, 2012), Atti mancati (Voland, 2013), nella dozzina del premio Strega.

Oggi, con questo Da Pascoli a Busi, Marchesini raccoglie decine e decine di articoli composti tra il 2006 e il 2014 a presentazione dei profili degli autori italiani del Novecento per giornali come La domenica del Sole 24 Ore, Il Corriere di Bologna, Liberal, Il Foglio, alternando ritratti e panoramiche degli scrittori più noti (Primo Levi, Gadda...) e di quelli più occultati (Noventa, Cavani, Bianciardi), le tradizioni dimenticate (la relazione indissolubile tra il Primo Levi romanziere e il Levi poeta) e digressioni sulla cultura letteraria e i suoi intrecci con i cambiamenti della società nelle tormentate vicende storiche che animarono il "secolo breve". Su tutte la questione. "si è data in Italia una piena modernità culturale, e in ispecie letteraria?" Con la risposta che no, l'Italia è scivolata direttamente dal pre-moderno al post-moderno, ma non ha quasi attraversato la modernità, sospesa tra i grandi classici padri della lingua e modelli per secolare manierismo (Dante e tutto il Trecento) e gli epigoni di una tradizione novecentesca che guarda soprattutto all'estero mitteleuropeo (Saba) ed atlantico (Vittorini).
Il ritmo del lavoro è scattante, la lettura, nonostante le centinaia e centinaia di pagine, è agevole giacché il taglio giornalistico attraverso cui i profili e le opere vengono raccolti (nessun profilo o introduzione alle opere supera la decina di pagine) apre ad ulteriori approfondimenti ma non si dilunga in mille rivoli nozionistici.

Certo, se la raccolta di pezzi giornalistici è un pregio per la strenua ricerca di "colpire nel segno" in poche battuta disponibili, al contempo è anche un rischio perché talora si sfocia nell'apodittico o nell'assertivo, nel dire: "le cose stanno così", omettendo quelle belle formulette quali "secondo me" o "a parer mio". Ho ravvisato questo rischio, per esempio, in un passaggio del libro (p. 12) in cui si tenta di argomentare che l'Italia degli intellettuali non sia stata affatto migliore dell'Italia dei politici, laddove mi pare si dimentichi la difficoltà e la precarietà del lavoro intellettuale e creativo in Italia che pure ha dato mirabili risultati, si tende a dimenticare, se ci si rivolge al passato, la poesia "autodidatta" del ragioniere Montale, "l'acqua alla gola" dello stesso Bianciardi e di mille altri, il fenomeno degli APS (scrittori "a proprie spese"... lo stesso Saba, a dire di Marchesini bistrattato nella sua terra natìa...).

Se invece la critica alla frivolezza del lavoro letterario in Italia è rivolta al presente, non si può che condividere la rassegnazione di Marchesini per la scarsa qualità che caratterizza molti lavori dati alle stampe, eppure mi pare debba emergere anche la consapevolezza che qualche "pecora nera" nel gregge, qualche "fiore tra le rocce", qualche "perla barrueca" tra povere perle coltivate debba pur esserci. È il caso del libro di Marchesini, da posizionare in libreria - azzardo - meritatamente di fianco al Segre e al Ferroni, soprattutto per gli studenti superiori e universitari i cui professori sono maestri nel chiedere conto dei profili più nascosti della letteratura italiana del Novecento, autori e opere che Marchesini sviscera con atteggiamento didascalico e passione sincera per l'arte che egli stesso coltiva.

Da Pascoli a Busi, critica in contropiede
Raoul Bruni «Europa» 05-07-2014
Da alcuni anni a questa parte, il trentaquattrenne Matteo Marchesini, conosciuto anche come poeta e narratore, si è imposto come una delle voci più acute e stimolanti della nostra critica letteraria. Impresa tutt’altro che facile in un mondo in cui la critica ha ormai perso la propria tradizionale autorevolezza e lo spazio dedicato alla letteratura nelle pagine culturali dei quotidiani è sempre più esiguo.
Oggi i critici acquistano una qualche visibilità soltanto quando sono coinvolti in qualche (più o meno oziosa) polemica, per esempio quella innescata recentemente da un discusso articolo di Cordelli.
Nella premessa alla sua vasta raccolta saggistica Da Pascoli a Busi. Letterati e letteratura in Italia (Quodlibet, pp. 535, euro 28), Marchesini fa lucidamente osservare che: «Ormai le polemiche si fanno solo se l’avversario è già sepolto dalla Storia o dall’opinione, e socialmente innocuo; oppure se si tratta di combattere una fazione nemica per motivi tutt’altro che critici; o ancora, se l’invettiva contro un “potente” garantisce subito una visibilità pubblica da “anticonformisti”, e se le posizioni in gioco possono essere ridotte a slogan».
D’altronde, questa situazione asfittica è il portato di una lunga storia culturale, che il libro di Marchesini ripercorre soffermandosi su alcune figure e correnti paradigmatiche della storia letteraria contemporanea.
Le cartine di tornasole del discorso di Marchesini sono soprattutto le (s)fortune critiche di certi autori meno canonici, a cominciare da De Roberto, che nel capolavoro, ancora poco letto e conosciuto, dei Viceré, aveva individuato meglio di chiunque altro i mali inestinguibili della nostra classe politica. Ciò che la critica non ha mai perdonato allo scrittore siciliano è stata innanzitutto la sua inutilizzabilità ideologica, e in secondo luogo l’asciuttezza del suo stile, indigesta ai crociani quanto ai post-crociani.
Si direbbe, più in generale, che la critica italiana, specie quella accademica, diffidi degli autori che non si prestano a interpretazioni “culturalistiche”, che non le permettono di esibirsi in esercizi esegetici tanto scintillanti quanto, in definitiva, autoreferenziali. Da qui la sempre più scarsa popolarità di un poeta come Saba, il quale, come nota Marchesini, «con grande scandalo del Novecento, non teme l’ovvio», giacché: «Intuisce che il pericolo moderno non è la banalità nel senso comune ma la banalità “culturalistica”, ideologica». E lo stesso si potrebbe dire di narratori come Moravia e Cassola, che oggi tutti (o quasi) dichiarano di considerare sopravvalutati.
L’altra faccia di questo tipo di vulgata critica consiste, secondo Marchesini, nella «abnorme monumentalizzazione» delle colonne del canone italiano novecentesco, ovvero Montale, Gadda e Calvino. In gergo calcistico, si potrebbe dire che Matteo Marchesini agisca alla stregua di un “contropiedista” (così Mengaldo definì Baldacci, non a caso uno dei critici più cari a Marchesini), avanzando urticanti riserve anche sulla triade letteraria più celebrata del nostro Novecento. Riserve che si possono condividere o meno, ma è difficile dare torto a Marchesini quando avverte che una critica «apologetica, priva di dubbi e di umori polemici» finisce per ritorcersi, fra l’altro, contro gli stessi autori che ne sono oggetto.
In ogni caso Da Pascoli a Busi non si limita a mettere in discussione il canone novecentesco, ma contribuisce ad arricchirlo con una serie di ritratti a tutto tondo di autori più o meno eccentrici o sottovalutati, da Savinio a Bianciardi, da Noventa a Chiaromonte. Ci sono inoltre degli autentici repêchage: penso allo splendido profilo di Arrigo Cajumi, agli articoli su Guido Cavani e Roberto Roversi, o, ancora, a una strepitosa rilettura attualizzante del dimenticato romanzo di Cicognani La Velia.
Per quanto riguarda la letteratura più recente, notevole spazio è concesso alla poesia, e in particolare ai poeti senza gergo che Marchesini predilige (Pecora, Anna Maria Carpi, Patrizia Cavalli, Manacorda, Febbraro e Maccari), anche se non mancano articoli sui narratori (su Siti e Busi in specie). Ma tra le pagine migliori del libro ci sono senz’altro quelle di carattere satirico (non per nulla Marchesini è un cultore della gloriosa benché, in gran parte, sotterranea, tradizione satirica italiana novecentesca), e in particolare l’articolo finale sul bovarismo di certi nuovi poeti italiani, in cui la critica letteraria si confonde felicemente con la critica del costume.
Nulla dies sine linea. Il caso Marchesini
Alberto Saibene «Doppiozero» 03-10-2014
C'è qualcosa di inquietante nell'iperattivismo di Matteo Marchesini, classe 1979, che così viene presentato: "Poeta, narratore e saggista, oltre ad alcuni libri per ragazzi, ha pubblicato la raccolta di versi Marcia nuziale, le satire di Bologna in corsivo. Una città fatta a pezzi, i ritratti letterari di Soli e civili e il romanzo Atti mancati, entrato nella dozzina del Premio Strega". Ho omesso gli editori – Scheiwiller, Pendragon, Edizioni dell'Asino, Voland –, piccoli ma di valore, e il fatto che questo percorso sia avvenuto in meno di quattro anni.
Ora Marchesini raccoglie le sue critiche nelle 535 pagine (incluso un utile indice dei nomi) di Da Pascoli a Busi. Letterati e letteratura in Italia (Quodlibet). Un attraversamento, di diritto e di rovescio, del nostro Novecento letterario, abbracciato nella sua massima estensione (romanzieri, poeti, critici letterari, umoristi, scrittori satirici, saggisti tout court) e utilizzando diverse modalità critiche: recensioni, ritratti, medaglioni, excursus o, come si diceva a scuola, panoramiche, introduzioni e forse qualcosa d'altro ancora, unite da una scrittura che un tempo si diceva 'militante', aggettivo che non ha ancora trovato, secondo l'autore, un sostituto. È evidente che un maggior rigore nella scelta sarebbe stata utile, ma bisogna riconoscere che Marchesini non è mai noioso e il libro, nonostante la mole, si finisce per leggerlo tutto o quasi.
La prima cosa che balza all'occhio ė che il maestro, Alfonso Berardinelli, non è stato mangiato in salsa piccante, ma che anzi è un autorevole e silenzioso capotavola del banchetto che Marchesini ha allestito per noi.  Tra i propri modelli l'autore riconosce anche il sodale di Berardinelli, l'appartato Piergiorgio Bellocchio (a cui è dedicato un ottimo ritratto critico) e un maestro senza eredi come Luigi Baldacci. Risalendo nell'albero genealogico troviamo Cesare Cases, il primo in Italia a far uso della Kulturkritik per ritrarre la società letteraria.
Marchesini è un epigono di una figura, il critico letterario, che in Italia ha goduto un ampio credito e rispetto, non solo perché i quotidianisti (Borgese, Pancrazi, Cecchi, Pampaloni) avevano il potere di lanciare libri e intere carriere letterarie (si confrontino, ad esempio, le letterine di ringraziamento che gli scrittori italiani di ogni età e orientamento scrissero per mezzo secolo a Emilio Cecchi), ma anche perché in Italia la critica letteraria, da Serra a Gramsci, da Fortini a Garboli, è divenuta critica della società, a differenza di altri paesi europei nei quali la stessa funzione è stata esercitata da intellettuali con altre ascendenze.
La cosa valeva fino a qualche anno fa – si pensi a Siciliano e Pedullà, critici non eccelsi, ma abbastanza organici da diventare presidenti della RAI – ora lo spazio della critica letteraria sembra residuale e non mi viene in mente un singolo vero critico – e ce ne sono di bravissimi – che oggi possa determinare la sorte di un libro od offrire uno squarcio sul nostro presente (tranne forse Giglioli). Marchesini probabilmente queste cose le sa, ma in fondo non gliene importa molto e sguazza felice nel petit monde letterario.
In ogni caso il nostro Novecento è stato un secolo ricchissimo dal punto di vista letterario e Marchesini è molto bravo a collocare gli scrittori civili (Noventa, Fortini, Chiaromonte, tra gli altri) tra letteratura e storia, a rileggere le carriere di alcuni grandi o semigrandi poeti (Caproni, Sereni, Saba, Roversi), rimettendo in discussione risultati critici acquisiti. Esemplare è la lettura di Amelia Rosselli che rischia di naufragare, tra le buone intenzioni degli esegeti, in un kitsch che non le appartiene. E molto a punto risulta anche la rilettura di grandi romanzieri 'morali' come Brancati, Morselli, Cassola, o 'amorali' come Landolfi. Controcorrente, sulle tracce di Baldacci, la rivalutazione di Moravia.
Seguo meno il critico bolognese quando cerca di smontare la nostra hall of fame novecentesca (Gadda, Montale, Calvino), non per lesa maestà, ma perché lo fa con attacchi di sbieco, utilizzando soprattutto le opinioni di altri. È pur vero che Gadda è la bazza dei filologi, che ne incrementano esponenzialmente le note con altre note, ma è altrettanto vero che pezzi di realtà così vasti come nel Pasticciaccio e approfondimenti analitici così sottili come nella Cognizione non è facile trovarli altrove.
Si vorrebbe che Marchesini argomentasse di più, spendesse fino in fondo la sua intelligenza critica per dimostrare che magari Calvino è più intellettuale che scrittore e a un certo punto diviene prigioniero delle teorie letterarie, ma questi discorsi sono solo accennati. A volte si ha l'impressione che il critico abbia letto, se non troppo, troppo in fretta: citare Kraus va forse bene per Bellocchio, ma non per Brancati e Flaiano che, per ragioni biografiche, non possono averlo letto.
Quando invece si imbatte in un inattuale come Cajumi si coglie il piacere della scoperta che viene restituita a chi legge. Non so dire per l'ultima parte del libro, da Elio Pecora in poi, perché la distanza critica mi pare troppo breve, anche se ho i miei dubbi che Antonio Debenedetti sia uno scrittore davvero interessante. Per finire: Marchesini è un talento e il prosieguo della sua carriera è da seguire con partecipazione, anche oltre Busi.
Oltre il bipolarismo tribale
Chiara Fenoglio «L'Indice dei libri del mese» 01-10-2014
Con quale criterio, oggi, un autore italiano viene relegato tra i minori, o innalzato tra i massimi? Quali sono i presupposti su cui è possibile rifondare i mengaldiani giudizi di valore? E infine: che rapporto corre tra la cultura diffusa e la cosiddetta "alta cultura"? Di questo tenore, cartesianamente chiare e distinte, sono le domande che si pone Matteo Marchesini nel poderoso volume Da Pascoli a Busi, raccolta di articoli composti per varie testate tra il 2006 e il 2014. Ne esce un ritratto inconsueto del Novecento letterario e dell'Italia novecentesca, eternamente alla ricerca dí accordi consociativi che compensino il bipolarismo tribale di fondo.
La medesima dinamica viene riscontrata nel mondo letterario, dove fare critica spesso coincide con l'alternanza tra pollice recto e pollice verso, senza nessuna preoccupazione per quello che Marchesini indica come il principale compito della critica stessa: schivare lo specialismo, denudare gli idoli, riannodare le fila con la realtà, essendone specchio e giudizio a un tempo.
In questo modo Da Pascoli a Busi apre il dibattito, più ancora che sul canone novecentesco, sulle modalità con cui questo canone si è affermato, alternando mitizzazioni e rimozioni, spesso statuto della poesia coincide con il coraggio di guardare in faccia lo stato delle cose, di ingaggiare con esso una inesausta battaglia.
In questo personalissimo canone troviamo così scrittori "ibridi ma sobri, saturnini ma civili" che rifiutano sia gli alibi collettivi che i narcisismi mistificatori, mettendo in campo la loro soggettività senza assolutizzarla.  Vediamo tre esempi.

Cesare Garboli, con la sua refrattarietà agli stili estetizzanti e all'idea che l'arte rappresenti un valore in sé, è più un diagnostico che un critico, interessato allo "spazio che divide e lega vischiosamente poesia e vita". Rigoroso e immaginativo a un tempo, raggiunge il vertiginoso risultato di essere lo scrittore centrale della fin de siècle, e di esserlo in quanto autore di un'opera di servizio, immune dalla pseudocreatività all'insegna dell'idea che la novità sia un valore di per sé. Del tutto immune dal terrore della mediocrità che spesso induce gli intellettuali a rifiutare aristocraticamente ciò che è comune, quotidiano, dotato di buon senso, Marchesini non teme di tirarsi fuori dalla via maior del "Canone della Paura": così Gadda, Montale, Calvino compaiono
nel suo libro non come protagonisti monumentalizzati del secolo scorso, bensì come pietre d'inciampo su cui si è infranta la "banalità culturalistica, ideologica" di certa critica, più interessata a
compiacersi dell'indecifrabilità che a perseguire la leopardiana "celeste naturalezza" di uno stile capace di inglobare tutto ciò che è umano. In questo profilo non esistono Luzi, Giudici, Zanzotto
(citato en passant una sola volta) né Fenoglio, Gadda o Svevo, men che meno Sanguineti e le neoavanguardie: il Novecento italiano viene privato della sua scenografia consueta, decostruito nei
suoi miti, e riedificato a partire da una periferia letteraria (quella di Giacomo Noventa, di Roberto Roversi, di Nicola Chiaromonte o di Piergiorgio Bellocchio) dove l'incertezza rispetto allo che oggi dilaga come muffa.
Ancora sul fronte critico saggistico Pergiorgio Bellocchio, ultimo detentore di quel pathos satirico tipico di chi rifiuta di scendere nella mischia e sceglie così di mettersi "dalla parte del torto", è insieme al dimenticato Nicola Chiaromonte il modello sui generis da cui trarre l'esempio di un lucido sguardo sulla realtà, senza alibi e senza speranze di risarcimento. Per entrambi, come per Alfonso Berardinelli, il romanzo non è più il centro della letteratura, perché non è più il luogo in cui ci si interroghi sui rapporti tra arte e società, in cui si tenti una lettura del mondo. Nel saggismo à la Bellocchio sarà invece ancora possibile cogliere "il diavolo nel dettaglio, per leggerlo poi subito come sintomo di un ampio processo storico-sociale": in un avviso condominiale come in un dialogo captato sulla spiaggia, Bellocchio fissa lo spirito del tempo, più efficacemente che in qualsiasi romanzo, rimanendo sospeso tra malinconia e rivolta. E infine Franco Fortini e Giacomo Noventa, esempi di una volontà demistificatoria e antidemagogica, diretta verso la critica della società culturale che già negli anni cinquanta credeva di "correre con la maglia del marxismo e dello spiritualismo" senza accorgersi di "aver già stampato, sulla schiena, il nome di una ditta di tubolari della cultura o di dentifrici letterari".

Il rifiuto delle ideologie coincide, per questi autori come per Marchesini, con il rifiuto di una critica apologetica o corporativa, e con una scelta a favore di una "ecologia dell'immaginario", uno sforzo a leggere gli autori proposti mai per se stessi, in direzione assolutizzante, ma sempre in rapporto al loro significato per noi, oggi: secondo l'insegnamento di Fortini e Noventa, Marchesini ci invita a "estrarre dalle parole dei maestri verità ed errori da misurare sul metro del presente" perché le verità dei maestri non proteggono i nostri abbagli.
Critico di (nuova) tradizione
Massimo Onofri «Domenica - Il Sole 24 Ore» 12-10-2014
Verso la fine degli anni '90, un lettore del «Diario della settimana», ove tenevo una rubrica di narrativa italiana, mi scrisse per dirmi che si riconosceva nel mio lavoro di recensore. La corrispondenza andò avanti, come non mi capita quasi mai, per via d'una vita concitata: in effetti, quel lettore, che dimostrava sui fatti culturali una competenza non da poco, era diventato un interlocutore troppo interessante, imprescindibile. Scoprii poi che non aveva nemmeno venti anni. Lo presentai a Giorgio Manacorda, che dirigeva con furiosa passione un Annuario di poesia: qui, Matteo Marchesini (è di lui che sto parlando), incontrò quella piccola comunità letteraria, fuori d'ogni cordata, di cui aveva profondo bisogno, legandosi intellettualmente a fratelli maggiori come Paolo Febbraro e a maestri, non importa quanto volontari, come Alfonso Berardinelli. Da allora, ha pubblicato versi e saggi sulla poesia italiana contemporanea per esempio il volume Poesie senza gergo (2012) -, ma anche racconti come quelli di Le donne spariscono in silenzio (2005) e il romanzo Atti mancati (2013). Oggi è uno dei più giovani collaboratori di questo giornale ed è uno dei critici di punta del «Foglio».
Tutto questo occorreva ricordarlo per l'uscita del foltissimo Da Pascoli a Busi. Letterati e letteratura: per dire di un'autorevolezza che è stata precoce e come naturale.
Un libro che, muovendo da Pascoli, D'Annunzio e De Roberto, arriva sino a Cordelli, Patrizia Cavalli e Busi, ma anche al giovane Paolo Maccari: passando, e cito qua e là, per Saba (interrogandosi sul perché non sia popolare in Italia), Rebora e Cicognani (con La Velia suggestivamente spalancata sulla contemporaneità di Walter Siti), Savinio e Noventa, Brancati e Landolfi, Caproni e Sereni, Bianciardi e Sciascia, i due Levi, Moravia e Cassola, un delizioso Delfini dietro Celati, e moltissimo altro. Un libro importante, direi, e non solo per la sua storia personale, ma anche per quella dei suoi coetanei. E che ci mette davanti a un fatto irrefutabile: nella critica, a differenza della narrativa, dove si sono avuti anche esiti di analfabetismo di ritorno, non c'è mai stata soluzione di continuità. Ecco, per citare alcuni nomi, i primi che mi vengono in mente, diversissimi e magari anche in conflitto tra loro: Gabriele Pedullà e Salvatore Ferlita; Andrea Di Consoli e Fabrizio Ottaviani; Francesca Serra e Gilda Policastro; Raffaello Palumbo Mosca, Domenico Calcaterra e Giuseppe Giglio; Andrea Caterini e Paolo Di Paolo (ma ne dimentico molti). A fronte della totale inconsapevolezza culturale dei propri coetanei narratori, ognuno di questi critici tramanda e incrocia tradizioni, assicura una discendenza ai padri e alle madri del passato, corregge il canone o prova addirittura a rifonderlo. E allora: da chi discende Marchesini? È lui stesso che non ama il "malato e felice" Garboli, seppure ne avverta il fascino ipnotico: e non lo ama anche perché ne detesta gli epigoni e gli imitatori, oggi numerosi a fare i nomi di Baldacci e Berardinelli: i quali, almeno sino a quando Baldacci è vissuto, si sono quasi ignorati, per trovare invece ora una sintesi felice e sorprendente nel lavoro di Marchesini. Anomali e fuori dal mucchio, Baldacci e Berardinelli son di quelli che non lasciano mai le cose come le trovano: capaci come forse nessun altro, oggi in Italia, di mettere il dettaglio (metrico, stilistico, lessicale, ideologico) a sistema, di pendolare con disinvoltura dal testo al contesto, di decostruire gli idola tribus, di presuppore la critica della cultura in quella letteraria, di usare tutti i metodi per non feticizzarne nessuno. Il punto d'arrivo di questa dísposizione mentale, sta in una decisa condanna del culturalismo dominante, e della sua costitutiva astrattezza, così formulata da Marchesini: «Questi intellettuali confermano che una certa insensibilità per il dato materiale della letteratura è spesso legata a un'insensibilità in senso lato politica, cioè all'incapacità di collocare sé stessi e il proprio linguaggio in un più vasto contesto di senso». Laddove la "retorica da editorialisti", che tratta l'«Alta Cultura come un feticcio o uno status symbol», non può non produrre costanti esiti di kitsch: quello che «per scaldare le folle da palasport contrappone alle notti del bunga bunga le notti passate a leggere Kant».
Per capire che critico sia Marchesini, e quanto sia assillato da una pertinace volontà d'arrivare alla radice dei problemi, basta muovere dalle sue domande, come quella con cui inizia il saggio sul Dizionario della critica militante (2008) di La Porta e Leonelli, inchiodando subito i due alle loro responsabilità: «il Dizionario della critica militante sarà a sua volta militante?». Il giovane Marchesini è simpatetico con gli autori, soprattutto per quella scelta di prediligere «gli individui, i criticisaggisti abituati a far interagire esplicitamente col discorso valutativo le proprie esperienze personali e le proprie ossessioni», ma, con coraggio, non manca di denunciarne il rischio di livellamento, come nel caso di Leonelli che, scommettendo su Garboli (grande perché «inutilizzabile»), mai problematizzando però il suo serrismo, «non lo distacca in modo adeguato da Citati». E poi: se Leonelli è «più misurato ma più incolore», La Porta (col quale è più in sintonia) resta «più approssimativo, ma più generoso». Prosa che mostra anche la velocità quasi epigrammatica con cui arriva al ritratto non solo letterario. Si potrà magari non concordare spesso con quanto Marchesini sostiene. Epperò questo libro dimostra che la critica è viva: e che il testimone continua a passare di mano in mano. Mi pare una bella notizia.
Vera esperienza o solo contingenza?
Niccolò Scaffai «Alias – il manifesto» 09-11-2014

Non accade spesso che un libro induca a riflettere sullo statuto della critica letteraria senza ricorrere alla soluzione più facile: denunciarne ancora una volta il presunto esaurimento, con aristocratica malinconia. Il volume di Matteo Marchesini Da Pascoli a Busi. Letterati e letteratura in Italia (Quodlibet, pp. 535, € 28,00) sfonda quest’impasse, anche se lo fa suscitando un disaccordo radicale non tanto sui singoli giudizi, quanto sull’idea stessa di lavoro critico.

Che tipo di critico è o vorrebbe essere Marchesini? Da Pascoli a Busi, in cui sono raccolti più di cinquanta interventi scritti «lungo l’ultimo decennio» per convegni, riviste e soprattutto per quotidiani, fornisce adeguate risposte a quest’interrogativo: «Cí sono critici e saggisti – si legge per esempio all’inizio del brano Cajumi sotto attacco – che si leggono con piacere non perché si condividano i loro giudizi, ma perché hanno un temperamento inconfondibile, un (cattivo) carattere che non tradisce, una reattività schietta che ne rivela, insieme coi limiti e le angustie, anche la caparbia autonomia intellettuale». Il carattere, o piuttosto l’umore, e la rivendicazione di autonomia sembrano in effetti i due tratti con cui Marchesini disegna il profilo del critico eslege cui vuol somigliare. I modelli o almeno i riferimenti sono, tra gli altri, Baldacci, Cases, Berardinelli; ma spesso viene in mente soprattutto il Boine di Plausi e botte (del resto esplicitamente citato nel brano Le pietre dure di Giorgio Manacorda), per il vezzo di portare dentro il rapporto con i testi e gli autori le circostanze contingenti del proprio operare. Lavorando ai suoi pezzi, «in pochi giorni o in poche ore», Marchesini ammette di aver «sviluppato un sistema nervoso piuttosto bizzarro», ma anche di aver messo alla prova «doti quasi atletiche» (così nella pugnace Premessa al volume). Bene, ma l’eventuale sympàtheia per questo umano senso di sé non cancella l’obiezione di fondo: la contingenza non è l’esperienza. La prima, tutta privata, aggiunge alla critica solo quel tanto di idiosincrasia che la rende piccante, ma non basta a infondere nelle opere quella vita presente che può essere trasmessa ai lettori. Non credo che la militanza critica consista nel dar conto di come l’oggetto arriva a noi, se ciò comporta arbitrio e autoreferenzialità; consiste piuttosto nel far arrivare quell’oggetto agli altri, puntando a capirne e farne capire l’essenza, rinunciando all’apparato tecnico adatto a un contesto specialistico.

Perché la domanda è appunto: per quali destinatari scriviamo articoli e recensioni, specialmente sui quotidiani? A volte l’impressione è che i saggi raccolti in Da Pascoli a Busi siano scritti soprattutto per o meglio contro altri critici. Di conseguenza, anche le scelte di gusto, più che dai valori intrinseci alle opere, sembrano dipendere dalla volontà di distanziarsi polemicamente dagli interpreti che hanno apprezzato quelle opere.

 L’esperienza è una cosa diversa e va al di là dell’autorappresentazione vittimistica del critico «senza appoggi accademici né lasciapassare specialistici» (ancora dalla Premessa); consiste nel comprendere i significati e le ragioni delle opere, prima di consegnare gli uni e le altre al giudizio. Così, ad esempio, un critico che veda in Montale solo «il volto di un qualunquista scettico in pantofole», e in Gadda un goliardico virtuoso dannunziano, semplicemente non fa il critico ma l’opinionista. Davvero non ci accorgiamo di quanto Montale (non l’ultimo, che Marchesini sembra avere in mente, ma quello almeno dei primi tre libri) abbia contato – non solo per i critici e gli altri poeti, ma per noi, donne e uomini – nel rendere percepibili e dicibili lo spazio fisico che abitiamo e le cose intorno a cui tentiamo di costruire un senso e una memoria? Davvero il Giornale di guerra e di prigionia può essere letto solo come un manifesto del dannunzianesimo gaddiano e non come una delle più drammatiche rappresentazioni di un trauma individuale e storico? E cos’è la sterilità che condanna i personaggi della Cognizione e del Pasticciaccio al confronto doloroso con la vita che si perpetua di generazione in generazione: barocchismo stilistico o esperienza profonda? Certo, c’è chi ha letto e forse continua a leggere Gadda così, solo per lo stile; ma allora il compito del critico, giustamente in disaccordo, non è quello di prendersela con l’autore confermando il giudizio più stantio, ma discutere i limiti di un’interpretazione (magari anche tenendo conto di qualche decennio di critica che ha smesso di guardare solo allo stile delle opere di Gadda, per analizzarne invece le componenti conoscitive e gli aspetti costruttivi della narrazione).

Spesso stonata nella pars destruens, la raccolta saggistica di Marchesini mostra migliori qualità nella pars construens; quando cioè, liberandosi un po’ dall’ipoteca antagonistica, Da Pascoli a Busi riesce a svolgersi come una storia alternativa, necessariamente episodica ma abbastanza capillare, della letteratura anzi dei letterati (come da sottotitolo) italiani nell’età contemporanea. Alle sintesi più meditate su poeti canonici (da Caproni a Fortini, ad Amelia Rosselli, su cui Marchesini esprime un condivisibile giudizio chiaroscurale), si alternano scritti anche su autori in stato di perenne rivalutazione: Bianciardi Roversi Volponi Morselli. I ritratti di intellettuali oggi meno noti di quanto meriterebbero (come Nicola Chiaromonte, cui Marchesini dedica uno dei saggi più lunghi e originali del libro) si incrociano con le pagine su altri critici o critici-scrittori, come Cordelli e soprattutto Garboli. «Con "suprema" e "brutale” accortezza – scrive Marchesini in conclusione del saggio Malato e felice. Cesare Garboli tra la vita e il libro – questo interprete ha allontanato da sé i fantasmi demiurgici dell’Otto-Novecento, distinguendosi subito da quel Citati nelle cui pagine "tutti i salmi finiscono in Gloria", e tutti gli autori evaporano in un gas neoplatonico dal quale si leva solitaria l’imputante ricreazione del critico. E tuttavia, neanche Garboli ha potuto evitare di contrabbandare un talento di romanziere sotto mentite spoglie».

 Ma il campo, peraltro abbastanza ristretto a giudicare dai pochi scritti dedicatigli in questo libro, in cui Marchesini si rivela meno idiosincratico è quello della letteratura, più recente. Può sembrare curioso, ma si spiega con il fatto che i libri appena usciti e gli autori che ancora non si trovano in tutte le storie letterarie non scatenano le ansie anticanoniche del critico. Così, ad esempio, oltre che sul nome sicuro di Walter Siti, Marchesini si ferma su Aldo Busi, scrivendo pagine efficaci sul suo ultimo romanzo ‘sterniano', El especialista de Barcelona, troppo frettolosamente liquidato o rimosso da molta critica: «L’autore dell’Especialista ci propone (...) una scrittura che nella sua puntigliosa quanto immaginosa precisione ( ...) finge anche quel margine d’improvvisato, di approssimato e imperfetto che la fa muovere e che descrive la parabola di un pensiero inscindibile dal suo movimento, dal suo "corpo”».

Felici, infine, le aperture di credito che Marchesini concede agli autori della sua (della nostra) generazione: da Paolo Maccari, poeta che, soprattutto con Fuoco amico (2009), si è mostrato capace «di non dimenticare il secondo Novecento e al tempo stesso di non farsene inghiottire»; a Paolo Zanotti (1971-2012), autore di romanzi alla lettera straordinari come Bambini bonsai e Il testamento Disney, che non somigliano a nient’altro di ciò che si scrive oggi in Italia.

Da Pascoli a Busi
Ilaria Batassa «CriticaLetteraria.org» 09-01-2015
Il libro di Matteo Marchesini provoca. La recensione potrebbe concludersi in questo modo, perché chi scrive è fortemente convinta che un critico (per di più militante) ha il sacro compito di docere, movere, delectare. Alle funzioni del discorso enunciate da Quintiliano bisognerebbe aggiungere, forse, un altro verbo: interrogare. E Marchesini soddisferebbe anche il quarto criterio.
Il giovane scrittore non si pone in cattedra, non si ammanta di auree fittizie e false, non prende la bacchetta, non comincia a dispensare verità critiche come se solo dalla sua bocca potesse uscire oro colato, non polemizza in maniera sterile, non distrugge nulla. Semmai costruisce. E costruisce interrogando e interrogandosi. Costruisce rischiando e sfidando(si).
Un’opera a puntate, un mosaico eterogeno per genesi, per destinazione, per occasione, sottoposto a un labor limae che ha la pretesa di sfidare l’effimero e di far restare nel tempo, consci che non si può snaturare la radice.
Marchesini avrebbe potuto rimescolare i materiali e creare un’opera più fluida, meno spezzettata: e invece ha abbracciato il frammento.
Operazione ardua, perché il frammento non può dire tutto, non può pretendere l’esaustività. Ma può provocare: evocando. Non si evocano solo sentimenti, ma anche guizzi della mente. Non si evoca solo un paesaggio, ma anche la Storia (quella con la S maiuscola). Non si evoca solo qualcosa che non c’è più, ma che continua ad avere riflessi (e riflussi) sul presente, ma anche una mole sterminata di uomini che hanno prodotto scrittura. Non si evoca solo un modello, ma anche una fitta rete di rimandi ineludibili, che, per la teoria dei vasi comunicanti, avvicinano personalità e persone tra loro distanti nel tempo e nello spazio.
Per questo il libro di Marchesini ha colto nel segno: perché ha avuto la capacità di evocare il solo e anche il non solo, frammentando discorsi ampi e ardui. Racchiudere personalità, persone, produzioni, ego, creatività, come quelle di Pascoli, di Savinio, di Caproni, di Sereni… in una manciata di pagine è mettersi sul crinale: da un lato il rischio di apparire superficiale, di liquidare con sentenze lapidarie (tendenti a volersi fare cliché etichettatori) fenomeni indagati in ogni singola fibra; dall’altro l’essere in grado di generare curiosità e domande, di non permettere l’appiattimento sul “tanto lo ha detto quel critico”, di non glorificare o demonizzare aprioristicamente, e allo stesso tempo di dare impulsi di accordo o di disaccordo.
A poco più di trent’anni, Matteo Marchesini ha forse lasciato un profondo insegnamento che si tramanderà, e che sarà in grado di sfuggire all’effimero: che la critica (militante) non può dire tutto, pur conoscendo il tutto (che poi “il tutto” esiste davvero?), ma deve essere in grado di scegliere, di filtrare e di fornire una prospettiva mobile, che sappia adattarsi all’eracliteo pantha rei.
Il tutto scorre è, forse, il leitmotiv che scandisce i frammenti di Marchesini (ovviamente a parere della scrivente): o meglio, la consapevolezza che la critica può sopravvivere al tempo, ma che ne è succube, e che deve sapersi adattare.
Non torri d’avorio, non osservatori privilegiati, non lezioni dalla cattedra, non ruoli preconfezionati e portati avanti a tutti i costi, non etichette posticce attaccate alla giacchetta come fiori all’occhiello sfioriti, non diapositive di un tempo che fu: ma la realtà mobile e fugace, magmatica e presente, irrequieta e irrisolta, contraddittoria perché viva, ossimorica fino allo scontro, pacificata non dall’ipse dixit, ma dal confronto.
Nella premessa Marchesini scrive: «Per anni, ho steso quasi un articolo al giorno: ma anche se si trattava di un corsivo brevissimo, non sono mai riuscito a spedirlo senza averlo prima rifinito in modo che potesse resistere almeno un po’ al tempo» (p. 11).
Come si resiste al tempo? Interrogandolo: senza mai stancarsi di chiedere il perché dei suoi moti. Sfidandolo: cercando di dare vita a quello che in apparenza giace sotto una spessa coltre di polvere. Accettandolo: saper cogliere ogni lieve e impercettibile sfumatura. Ma soprattutto considerandolo: senza fare finta che il cristallo costruito sia immortale e intoccabile.
Ma la vera chiave di volta è quella che soggiace a tutta l’opera di Marchesini: la fertilità del confronto, e la consapevolezza che un uomo non può tuffarsi nello scibile e arrivare a toccarne le sponde. Il porsi domande è la vera rivoluzione di Da Pascoli a Busi: titolo già provocatore, già (ir)risolutorio, di un’operazione ambiziosa, perfettibile, ma riuscita.
Un libro che segna un punto di svolta, e che fa riflettere sulle modalità con cui avvicinarsi alla letteratura, sulla funzione del critico (pezzo da novanta dell’operazione di Marchesini è quella di includere nella sua “mappa” i saggisti), sullo stato attuale della cultura (degno di plauso il saggio su Saba). Un libro che non può non essere considerato nella statura che gli compete: un mosaico eterogeneo, vivace, intelligente e acuto; ma soprattutto un punto (dichiarato) di non ritorno.
Il tutto levigato da una prosa mai troppo giornalistica, ma nemmeno troppo specialistica; mai troppo divulgativa, ma nemmeno troppo elitaria. Una prosa che evoca, che si impenna a tratti, senza mai cadere nel barocchismo sterile; una prosa concreta, fatta da immagini che si sovrappongono senza mai affollarsi. E soprattutto una prosa colta, che sa perfettamente quello che dice, senza mai virare all’erudito.
Una sperimentazione riuscita, di contro alle (troppe) compilazioni irrisolte.
2014
Quodlibet Studio. Lettere
140x215
ISBN 9788874626311
pp. 520
€ 28,00 (sconto 15%)
€ 23,80 (prezzo online)