Le galline pensierose
Le galline pensierose

 

 

«Per Malerba osservare le galline vuol dire esplorare l’animo umano nei suoi inesauribili aspetti gallinacei».
Italo Calvino

 

Un libro dove le galline pensano, parlano, progettano e si danno da fare, sempre ad imitazione e in concorrenza con gli esseri umani, moltiplicandone la comica stupidità e il sempre fallimentare anelito filosofico.
Sono 146 brevissime storielle, più 9 inedite composte da Malerba nel 2008 da aggiungere alla precedente edizione Mondadori 1994 (la prima è Einaudi 1980).
Italo Calvino ha scritto che queste storielle sulle galline stanno tra il leggero umorismo del nonsense e la vertigine metafisica degli apologhi zen.

 

 

 

Recensioni 
«Il Foglio» 15-05-2014
Marco Belpoliti «Tuttolibri - La Stampa» 17-05-2014
Paolo Nori «Libero» 05-06-2014
Paolo Mauri «Il Venerdě di Repubblica» 06-06-2014
Paolo Morelli «Alfabeta2» 13-06-2014
Marco Filoni «pagina99» 14-06-2014
Armando Massarenti «Domenica - Il Sole 24 Ore» 06-07-2014
Marco Ciriello «Il Mattino» 11-07-2014
Renato Minore «Il Messaggero» 10-07-2014
Gianluigi Bodi «Senzaudio» 18-08-2014
Frederika Randall «Internazionale» 04-08-2014
Raffaele Aragona «Il Mattino» 23-09-2014
Giovanna Zoboli «Doppiozero» 30-12-2014
Fabio Donalisio «Blow Up» 02-03-2015
Luigi Tirella «SoloLibri.net» 05-01-2016
 
Le galline pensierose
«Il Foglio» 15-05-2014
All'inizio degli anni Settanta, Cochi e Renato portarono al successo una canzone di Enzo Jannacci nella quale sostenevano che "la gallina non è un animale intelligente: lo si capisce da come guarda la gente". Da quel momento, le illazioni sulle galline entrarono di diritto nel bagaglio ironico-filosofico della comicità e dell'avanguardia (che, a quell'epoca come in ogni epoca, spesso andavano a braccetto). Ovvio, dunque, che la gallina non intelligente di Jannacci, Cochi e Renato abbia influenzato lo scrittore (ex?) sperimentale Luigi Malerba, quando nel 1980 pubblicò questo divertissement. A metà tra il gioco per ragazzi (genere da Malerba sempre frequentato) e il soggetto da cabaret, questo piccolo catalogo di amenità viene ora riproposto con nove storielle inedite che si sommano alle 131 del 1980 e alle altre 15 aggiunte nell'edizione del 1994. Si tratta di frammenti riflessivi nei quali si esprime l'idiozia, appunto, delle galline; specie quando assomigliano a noi umani: "Le oche si vantavano con le galline perché le loro antenate avevano salvato Roma dando l'allarme dal Campidoglio
quando i galli avevano tentato di entrare dalle mura. Una gallina disse che se al posto delle oche ci fossero state le galline forse li avrebbero fatti entrare e così Roma, conquistata dai galli, sarebbe diventata il più grande pollaio del mondo". Giochi di parole, salti logici, slittamenti storici: è ben presente la sublime lezione delle "Tragedie in due battute" di Achille Campanile, come pure il "cloffete cloppete" della "Fontana malata" del Palazzeschi sperimentale. In ogni caso si tratta del prodotto di uno scrittore che si vuole divertire: "Tutte le galline del pollaio si riunirono per discutere il significato del proverbio `Meglio un uovo oggi che una gallina domani`. Nonostante le lunghe discussioni, non arrivarono a capo di nulla. Alla fine una gallina disse che c'era un errore di stampa e che il vero proverbio era `Meglio un uomo oggi che una gallina domani`. L'autore di romanzi molto impegnati e impegnativi qui si concede al gioco: peculiarità che dopo il Gruppo '63 (del quale Malerba fu tra gli animatori) divenne terreno di incontro tra sperimentazione e tradizione. Non è un caso che proprio il Calvino dell'"Oulipo" sia stato tra i maggiori sostenitori delle galline di Malerba. Forse però si poteva recuperare questo piccolo testo aggiungendo qualche minimo suggerimento critico, che avrebbe valorizzato meglio l'operazione (e di Malerba vorremmo che fossero ristampati i romanzi, da troppi anni introvabili).
Le galline pensose di Malerba sono sagge come maestri zen
Marco Belpoliti «Tuttolibri - La Stampa» 17-05-2014
A guardarci dalla copertina è «Il più famoso scienziato di Catoplepa», un animale fantastico di colore marrone con la testa verde e tre denti. Piega collo lunghissimo verso il basso, mentre dietro s'intravedono quattro gambe e la coda che finisce nella quarta. Cosa ci fa questa immagine, realizzata da Iacopo Mariconda e dall'Atelier dell'Errore, sotto il titolo Le
galline pensierose
su questo smilzo libretto? Concentra in sé tutta la fantasia immaginosa e bizzarra che c`è dentro il volume di Luigi Malerba.
Si tratta di un testo eccentrico del grande scrittore emiliano, vissuto per buona parte della sua vita a Roma, dopo essere nato a Parma. Eccentrico e bellissimo. Uscito una prima volta nel 1980, con il viatico di Italo Calvino, presso Einaudi, è andato crescendo di pagine -poche ma essenziali- una seconda volta per Mondadori, vent`anni fa, mentre esce ora con undici nuove storielle postume in questa edizione presso Quodlibet. Malerba se ne è andato nel 2008 dopo averci dato libri indimenticabili, ma il suo umorismo, la sua vocazione al nonsense, la filosofica vena della sua scrittura, è ancora qui e ricomincia a circolare grazie alla Compagnia Extra di Jeat Talon ed Ermanno Cavazzoni che lo ripubblicano.
Cosa contiene il libro? Sono 155 brevi storie di qualche riga ciascuna, che hanno per protagoniste le galline - forse le discendenti dello scienziato dl Catoplepa. Sono racconti zen, che contengono illuminazioni non solo sui pennuti da cortile; ma su di noi uomini. Come ha scritto Calvino, Malerba dà forma ai pensieri gallinacei che ci sono nelle nostre teste di umani. Impossibile riassumere il libro o qualcuna delle fulminanti storielle. Bisogna leggerle. Fanno ridere e riflettere. Sono un continuo fuoco d`artificio d`intelligenza e imprevedibilità.
Le galline di Malerba sono pensierose, perché è proprio il pensare che le fa essere strane, bizzarre, impossibili, e soprattutto stupide. La stessa pensosità che ci abita così di frequente – per fortuna non sempre-, e ci fa essere una specie ingegnosa, ma anche un poco folle. Le galline sono le nostre controfigure. Si dice: Stupido come una gallina. Malerba ci dimostra che sì, sono stupide, ma come noi piene d'immaginazione e di fantasia. Pensano cose impensabili, incoerenti e perfettamente logiche. Ridendo per qualche momento almeno si è un po' meno pensierosi.
Se le galline fanno filosofia
Paolo Nori «Libero» 05-06-2014
1 libretto di Luigi Malerba, Le galline pensierose, appena ripubblicato da Quodlibet (pp. 86, euro 12), è una raccolta di 155 testi come quello contrassegnato dal numero 2: «Una gallina pensierosa si metteva in un angolo del pollaio e si grattava la testa con la zampa. A forza di grattarsi diventò calva. Un giorno una compagna le si avvicinò e le domandò cosa la preoccupasse. "La calvizie", rispose la gallina pensierosa». Viene in mente il libro preferito dal presidente del Consiglio, Il piccolo principe, che, come il libro preferito dal sindaco di Parma, Il gabbiano Johnatan Livingston, è un libro illustrato, ed è un libro dove a un certo momento (capitolo XII) il piccolo principe incontra un bevitore e gli chiede «Cosa fai?», «Bevo». «Perché bevi?», «Per dimenticare». «Per dimenticare cosa?», «Per dimenticare che ho vergogna». «Vergogna di cosa?», «Vergogna di bere».
Alla gallina numero 4, invece, succede più o meno la stessa cosa che succede a Fabrizio Del Dongo, quando giovanissimo, e senza sapere il francese, parte per andare a aiutare Napoleone, all'inizio della Certosa di Parma: «Una gallina vagabonda si trovò per caso in mezzo a un grande trambusto di uomini e cavalli, rischiò di venire calpestata, ma alla fine riuscì a scappare e andò a nascondersi sotto una siepe. Quando raccontò il fatto, le dissero che si era trovata in mezzo alla battaglia di Waterloo, dove era stato sconfitto Napoleone.
La gallina vagabonda fu molto orgogliosa di essere stata testimone di un grande avvenimento storico». La gallina 53, invece («Le oche si vantavano con le galline perché le loro antenate avevano salvato Roma dando l'allarme dal campidoglio quando i galli avevano tentato di entrare dalle mura. Una gallina disse che se al posto delle oche ci fossero
state le galline forse li avrebbero fatti entrare e così Roma, conquistata dai galli, sarebbe diventata il più grande pollaio del mondo»), si muove in un'altra direzione, antistorica, se così si può dire, e ricorda Romolo Augustolo, l'ultimo imperatore romano d'Occidente, che nella pièce di Friedrich Dùrrenmatt Romolo il Grande, mentre arrivano i barbari
pensa che la cosa migliore che può fare, aspettando l'arrivo dei barbari capitanati da Odoacre, è dar da mangiare alle proprie galline, che riconosce a una a una e che chiama per nome. La perplessità delle galline nei riguardi della storia la si ritrova anche nella gallina 57: «Una gallina romana passò sotto l'arco di Costantino, ma non provò nessuna emozione particolare. Ci passò una seconda volta e rimase ancora delusa. Si domandò perché mai Costantino avesse fatto costruire quell'arco per poi passarci sotto».
La gallina numero 68 («Tutte le galline del pollaio si riunirono per discutere del significato del proverbio "Meglio un uovo oggi che una gallina domani". Nonostante le lunghe discussioni non arrivarono a capo di nulla. Alla fine una gallina disse che c'era un errore di stampa e che il vero proverbio era "Meglio un uomo oggi che una gallina domani"»), rimanda a un libretto di Ermanno Cavazzoni, Gli scrittori inutili, dove, a un certo punto, si dice così: «Due scrittori in riva al mare giocavano con la sabbia e il secchiello. C'era un terzo scrittore nei pressi che scavava con una paletta, e un quarto stava nell'acqua fino ai ginocchi contemplando le increspature del mare. Lontano, dove finiva la sabbia, un quinto scrittore succhiava un gelato. "È ora di scrivere", gridava a un certo punto l'assistente sociale suonando allegramente una campanella. Al che tutti si alzavan festosi. Alcuni che erano in mare con il salvagente tornavano a riva: e così pure chi era tra gli scogli a guardare le alghe. "Avete fatto le osservazioni?" chiedeva l'assistente sociale. "Sì", rispondevano gli scrittori in coro. "Anch'io le ho fatte", diceva in ritardo uno scrittore più basso, ancora tutto bagnato, e mostrava un sassolino. Al che ridevano tutti, e anche lo scrittore più basso rideva».
E voglio finire con le galline numero 103: «Due galline andarono al giardino zoologico e osservarono con curiosità tutti quegli strani animali dentro le gabbie. Alla fine si guardarono pensierose negli occhi e si domandarono perché mai non ci fosse anche una gabbia con dentro le galline. "Vuoi vedere", si dissero le due amiche, "che le galline non sono animali?"».
Le storie filosofiche delle galline di Malerba
Paolo Mauri «Il Venerdě di Repubblica» 06-06-2014
Tornano dopo vent'anni e con nove brani inediti Le galline pensierose di Luigi Malerba, che ora sono un bel libretto di Quodlibet, perfetto da tenere in tasca. Già nella Scoperta dell'alfabeto Malerba aveva parlato delle galline di Pietramagolana, ma qui le rende protagoniste di sofisticate e spesso surreali avventure del pensiero, al punto che si potrebbe anche pensare ad un originale manualetto filosofico. Sono tutte storie molto brevi, perché è noto che le galline non ricordano le cose troppo a lungo. «Una gallina era diventata matta e l'avevano rinchiusa
in manicomio. Il gallo le telefonava ogni tanto per avere sue notizie, ma lei rispondeva: "Guarda che qui non abbiamo il telefono". Il gallo riferiva alle galline che per il momento la loro compagna non era guarita e doveva rimanere in manicomio».
Le galline di Malerba percorrono la storia in lungo e in largo, c'è una gallina umbra che è convinta di avere il profilo etrusco e c'è una gallina molto napoleonica. Il nonsense scatta improvviso nel bel mezzo del cortile: «Una domenica mattina le galline uscirono dal pollaio in cerca di semi e vermetti. Una di loro andò fino alla conigliera e domandò a un coniglio se era domenica anche da loro. Il coniglio disse di sì e la gallina andò a comunicare la notizia alle compagne. Il gallo fece un'espressione pensosa e disse: "Strano"». È stato Calvino a parlare di vertigine a proposito di questi che definiva apologhi zen.
Il pensiero de-furbizzato di Malerba
Paolo Morelli «Alfabeta2» 13-06-2014
Un pomeriggio, verso la fine del secolo scorso, Gianni Celati se n’era uscito con uno dei suoi famosi slogan: de-furbizziamo la letteratura! Voleva lanciare una campagna per liberare la letteratura dalla furbizia, secondo lui non c’è niente di meno gustoso, divertente, vitale, intelligente dell’annoso e sfiatato accumulo di trucchi presi di peso, e senza nemmeno rendersene conto, dalla prassi politica vigente.

Nel dibattito che ne era seguito (si chiamavano «agitazioni di pensiero»), ci era sembrato di individuare un pericoloso slittamento, la parola intelligenza era scivolata quasi del tutto fino a furbizia, vale a dire mettere in atto accorgimenti per procurarsi vantaggi personali, calcoli, macchinazioni, che con l’intelligenza non solo c’entrano poco, ma sono rivali naturali della forza, mentre l’intelligenza ha bisogno di vagare, di aprirsi perfino alla debacle. Qualcuno s’era spinto a considerare l’opportunità di proporre agli editori una fascetta con su scritto: libro de-furbizzato, come si legge de-nuclearizzato sulle targhe dei comuni.

Mi sono venute in mente quelle chiacchiere moderne leggendo già la prima delle Galline pensierose di Luigi Malerba: «Quando vennero a sapere che la terra è rotonda come una palla e gira velocissima nello spazio, le galline incominciarono a preoccuparsi e furono prese da forti capogiri. Andavano per i prati barcollando come se fossero ubriache e si tenevano in piedi reggendosi l’una all’altra. La più furba propose di andare a cercare un posto più tranquillo e possibilmente quadrato».

Il prezioso libretto era uscito nel 1980, poi in edizione accresciuta nel ’94 (la nuova contiene 9 inediti fino al numero di 151), e comunque quando l’intelligenza aveva diversa caratura, c’è poco da fare, più antica e passibile di fallimenti e fraintendimenti senza dubbio, anche se oggi vincono i negazionisti, i vessilliferi del posto simil-tranquillo e quadrato abbastanza. In queste che non si possono chiamare altro che storie (non favole, non apologhi), il grande parmense esegue ogni volta, direi manualmente, il gesto della conoscenza, quell’intenzione che rappresenta l’essenza stessa della coscienza che è sempre un tendere, esser tesa verso un oggetto. In quel momento però, è così abile da lasciare il testimone alle galline, «le bestie più stupide del mondo», ci pensano loro a dimostrare come la meccanica del pensiero coincida con l’azione del desiderio, l’arraffamento incessante, e sia una volontà sempre inefficace.

È vero certo che la paupertas dell’apologo o della fiaba esopiana presta le regole, ma impreziosita da un riso breve e subito ricomposto, laconico anch’esso. Le vicende, in cerca di straordinario, sono in realtà esemplari di brevità, enigmi di svelta ambiguità e soluzioni serenamente fulminanti che spesso tornano all’inizio, all’uovo. È la retorica dell’istante, del fulmineo ed effimero che sparisce per ricomporsi un po’ più in là, come un’ombra che s’allunga dal buio passato verso l’avvenire fatalmente incerto, esempio la gallina babilonese che zompetta sui mattoni di creta prima della cottura e tremila anni dopo gli archeologi «finalmente riuscirono a leggere quei segni e li tradussero nelle lingue moderne».
Abituato a incursioni nel mondo parallelo fiabesco e animale, seguace del metodo «lo scrivo così vedo che ne penso», Malerba non si scompone, in uno stato di gentlemen’s agreement lascia le galline razzolare, si limita a mettere in scena il «patrimonio culturale» del pollaio.

Constatazioni tremende come l’odio tra sostenitrici di alba o tramonto, salti di palo in frasca intorno alla parola tasso, logiche stringenti e mafiose, irrequietezze alla Bovary, fino alla diatriba con Baudelaire, il quale «aveva detto che la campagna è quel posto dove le galline vanno in giro crude. Una gallina disse allora che la città è quel posto dove i poeti vanno in giro cotti». E non poteva mancarne una, a nome Natalia, che vuol fare la scrittrice, non è capace, ma le basta scrivere «i suoi ricordi d’infanzia ed ebbe molto successo». C’è niente da fare, ogniqualvolta le galline si credono furbe il riso deve farsi amaro.

A guardar bene tra le penne che volano, c’è tutto l’armamentario fondante della filosofia, occidentale e orientale, anzi quella orientale fornisce il mezzo abile, l’espediente che libera chi assiste alle polverose giornate campali della conoscenza da una convinzione inconsapevole e basata su un bell’accumulo di niente, dalla maledizione di un ordine che c’è prima e presiede a tutto, dal quale ci dobbiamo liberare ad ogni costo, non per sostituirlo col contrario che lo legittimerebbe di nuovo, ma col niente, e quell’affanno vano e controproducente lo si chiama in vari modi, ad esempio lotta per la libertà personale. Le galline di Malerba sembrano dirci che c’è una specie di zona confusa, nella testa, che ci mette in contatto con le cose, come quando hai sotto gli occhi una parola scritta a mano che non si distingue, non si capisce, poi distogli lo sguardo, ce lo rimetti a caso e risulta chiarissima.

Ce n’è una, orvietana vedi un po’, che dopo un viaggio in Cina «si accorse che se camminava con le zampe sporche su un foglio di carta pulita, sapeva scrivere in cinese». Il volatile lascito delle galline di Malerba nel loro affannarsi è non solo che niente ha un senso fin dall’inizio, ma che ammetterlo sarebbe un vantaggio, dopo quello che viene viene e perfino qualche senso ce l’ha. Sempre con mano ferma però nel dimostrare che «se non ci fossero le parole non ci sarebbe nemmeno il mondo, comprese le galline». E alla fine viene da riaffacciarsi con gli editori: una fascetta, colorata o no, con su scritto: letteratura de-furbizzata. Non costerebbe niente, ormai.
Le galline pensierose
Marco Filoni «pagina99» 14-06-2014
«Per Malerba osservare le galline vuol dire esplorare l'animo umano nei suoi inesauribili aspetti gallinacei». Così parlò Italo Calvino. In questo aureo e geniale libretto (che sta fra l'ironia del nonsense e la vertigine metafisica degli apologhi zen, sempre secondo Calvino) le galline pensano, parlano, riflettono, studiano c'è una gallina aristotelica che decide di analizzare il gatto dal punto di vista scientifico al pari degli esseri umani. E proprio come quest'ultimi nei loro pensieri moltiplicano l'involontaria e comica stupidità e il sempre fallimentare anelito filosofico. Questa edizione aggiunge nove galline inedite rispetto alla prima edizione (Einaudi 1980: qui le galline erano 131) e alla seconda (Mondadori 1994: qui erano 146). Meravigliosamente umano.
Luigi Malerba e il pensiero gallinaceo
Armando Massarenti «Domenica - Il Sole 24 Ore» 06-07-2014
Nel '700 Lessing, codificando le regole per la scrittura di una buona favola esopica, suggeriva di usare gli animali perché favoriscono la brevità e la speditezza della narrazione. Basta dire lupo, agnello, gallo, volpe, cornacchia per capire con che tipo psicologico abbiamo a che fare, qual è il suo carattere saliente: astuzia, vanità, umiltà, crudeltà. Così, senza troppi preamboli, si procede spediti verso la morale. E la gallina? «La gallina non è un animale intelligente», cantavano Cochi e Renato. E Cervelli di gallina è il titolo di un libro famoso di Giorgio Vallortigara. È chiaro qual è il tratto che ci colpisce. In realtà c'è ben poco di esopico nelle deliziose storielle di poche righe dedicate da Luigi Malerba a Le galline pensierose, ora ripubblicate da Quodlibet  con 9 pezzi inediti che si aggiungono ai 146 precedenti. Somigliano più a limerick o a storielle zen, come osservò Italo Calvino.
Ma il libro è efficace proprio perché è un'infinita, ossessiva, variazione basata su quella regola esopica. Il personaggio gallina non può essere che stupido. Questo è un punto fermo. Dunque è una pensosissima, filosofica, stupidità quella in cui, senza bisogno di preamboli, ci si trova subito immersi.
«Per Malerba scriveva Calvino osservare le galline vuol dire esplorare l'animo umano nei suoi inesauribili aspetti gallinacei».
Gli effetti sono esilaranti, i nonsense sempre in agguato, confinanti con una logica strampalata proprio perché apparentemente rigorosa. Queste galline riflettono, parlano, si informano, osservano l'uomo e gli altri animali, prendono spunto da osservazioni storiche, archeologiche, artistiche.
Fanno deduzioni, anche di tipo matematico: «"Una gallina moltiplicata per una gallina fa una gallina: prima erano due e adesso ne è rimasta una sola. E l'altra dove è andata a finire?". La gallina decise di non lasciarsi mai moltiplicare perché, a forza di moltiplicazioni, c'era il rischio che il pollaio restasse vuoto». Anche il teorema di Pitagora entra a far parte del «patrimonio culturale
del pollaio»: «La gallina disegnata sulla ipotenusa di un triangolo rettangolo equivale alla somma delle galline disegnate sui due cateti». Tutte le galline sotto sotto si sentono un po' filosofe. «"Per diventare filosofa", diceva una vecchia gallina che credeva di essere molto saggia, "non importa pensare a qualcosa, basta pensare anche a niente"». E non è l'unica gallina a spingersi verso lidi orientaleggianti. Ma potente è anche la spinta tautologica del pensiero gallinaceo: «Una gallina pensierosa si metteva in un angolo del pollaio e si grattava la testa
con la zampa. A forza di grattarsi diventò calva. Un giorno una compagna le si avvicinò e le domandò cosa la preoccupasse. "La calvizie", rispose la gallina pensierosa». E l'autoreferenzialità può facilmente somigliare alla protervia: «Una gallina gallinologa dopo avere studiato molto il problema disse che le galline non erano animali e non erano nemmeno uccelli. "E allora che cosa sono?" domandarono le compagne. "Le galline sono galline", disse la gallina gallinologa, e se ne andò via impettita».
Herzog
Marco Ciriello «Il Mattino» 11-07-2014
Ogni volta che leggo, sento, vedo Slavoj Zizek, il filosofo sloveno divenuto una rockstar penso che ci salveranno le galline. Lo penso anche quando leggo, sento, vedo altri, soprattutto quelli che
hanno soluzioni e sicurezze e ostentano intelligenza, che poi a leggere, sentire, vedere meglio trovi incongruenze e molta superficialità, ma con Zizek di più anche perché è ovunque, adesso con le sue «107 storielle». Le galline no, non ci tengono, passano arbitrarie, improvvise, zampettando eludono. Indifese, pencolanti, vagano, bordeggiano gente e confini, pieni e vuoti, e hanno un muro come orizzonte. Trascinandosi l'ottuso irremovibile senso del gioco nel loro esistere. Buffe, zigzagano per questo i bambini ne sono attratti non hanno la ferinità della fuga, né l'orrore dell'aggressore, ma la quiete nell'inazione, di chi ha scelto la diserzione, non c'è scopo, non c'è ricerca, con perizia, sprecano il tempo. Luigi Malerba l'aveva capito e ne fece un libro bellissimo: «Le galline pensierose», ora ripubblicato da Quodlibet. «Per diventare filosofa diceva una vecchia gallina che credeva di essere molto saggia non importa pensare a qualcosa, basta pensare anche a niente».
Tornano "Le galline pensierose” di Luigi Malerba
Renato Minore «Il Messaggero» 10-07-2014
Chiacchierano, studiano, pensano, riflettono con i loro giochi di parole, i salti logici, gli slittamenti storici di storie molto brevi. Brevi anche perché le galline - lo ricorda un famoso refrain canzone di Renato Pozzetto - hanno una memoria molto corta, anche quando una di esse annunzia l’intenzione di analizzare il gatto dal punto di vista scientifico, al pari degli esseri umani. Sono «Le galline pensierose» di Luigi Malerba, protagoniste di surreali avventure del pensiero, condensate in quello che potrebbe anche essere anche un singolare vademecum filosofico. In perfetto equilibrio tra umorismo e vocazione al nonsense e magari nel ricordo delle "Tragedie in due battute" di Campanile o del "cloffete cloppete" della «Fontana malata» palazzeschiana.
Uscito una prima volta nel 1980, con l’avallo di Calvino, questo piccolo, geniale catalogo di amenità dello scrittore scomparso nel 2008, è cresciuto di poche ed essenziali pagine, che ne fanno un libro tutto inedito e tutto da riscoprire, con le altre storielle postume della nuova edizione da Quodlibet (96 pagine, 12 euro: ne antipiamo alcune). La gallina pensionata che gioca al gratta e vinci, le sue colleghe pennute e vanitose che vogliono volare o vogliono posare su Plaboy... Storielle che si confermano nella loro natura molto polimorfa e assai bordeline, tra l'ironia del nonsense e la vertigine metafisica degli apologhi zen, secondo Calvino, un«continuo fuoco d`artificio d`intelligenza e imprevedibilità».
Per Malerba dare voce alle galline vuol dire analizzare «gli inesauribili aspetti gallinacei» degli uomini moltiplicando nel confronto l'involontaria e comica stupidità e il sempre fallimentare anelito alla conoscenza di entrambi per le «molte parole sdrucciole, viscide come anguille, salterine come cavallette, di un'astuzia diabolica che non cadono in trappola tanto facilmente»: così egli scrive nel "Serpente" che contemporaneamente è riproposto da Mondadori. E accanto ad esso (in attesa del Meridiano curato da Walter Pedullà che uscirà in autunno) sono ripubblicati anche altri due suoi importanti romanzi da qualche tempo introvabili, «La scoperta dell’alfabeto» e «Il pianeta azzurro».
Un itinerario attraverso distinti nodi tematici: lo sperimentalismo, col quale Malerba ha messo in discussione le tradizionali forme del romanzo; l'erotismo, con la centralità ossessivamente assegnata al corpo e al sesso, come metafore della conflittualità dei rapporti interpersonali e del vuoto di una civiltà; la politica, che vibra nelle ricostruzioni del «Pianeta azzurro», con allusioni a trame occulte, a stragismo, a servizi segreti e massoneria deviata.
Malerba vuol vedere il lato ridicolo delle cose, essere in grado di capovolgere l'ottica usuale, rifiutarsi ai conformismi quotidiani è uno degli esercizi più salutari per difendersi dalla banalità di base. Il non-sense e il paradosso sono per lui i due strumenti più facili da utilizzare e anche i più divertenti per interpretare la realtà.
Le galline pensierose – Luigi Malerba
Gianluigi Bodi «Senzaudio» 18-08-2014

Paratesto:
Più guardo la copertina e più mi tornano alla mente le macchie di rorschach. Mi rigiro il libro tra le mani, cerco un significato a quell’immagine, sembra una giraffa, poi una zanzara, poi un maledetto virus. Poi apro il libro inizio a leggere e ancora una volta mi trovo davanti alle macchie di rorschach. Ogni storiella mi ricorda altro.

Testo:
Può, un libro di una novantina di pagine impegnarti per i quindici giorni di un agosto piovoso? Immediatamente penso che la risposta sia negativa. Novanta pagine, a meno che non siano scritte in arabo e si tratti di chimica dei materiali, le brucio in un’ora. Ed invece sbaglio. “Le galline pensierose” mi hanno accompagnato per tutte e due le settimane di vacanza. Prima di addormentarmi, la sera, leggevo alcuni di questi pensieri gallinacei e ci riflettevo su, come si riflette sulle grandi questioni della vita che fanno perdere il sonno. Ci pensavo e cercavo corrispondenze con persone conosciute, parenti, amici, conoscenti dai quali mi tengo a debita distanza. E allora le galline mi risultavano più umane e mi dispiaceva un sacco quando a qualcuna capitava che le tirassero il collo. Nella battaglia con gli umani io parteggiavo per loro, salvo poi la sera rimpinzarmi di petto di pollo.
“Le galline pensierose” di Luigi Malerba è un libro molto bello e godibile, sparso di piccoli pensieri che a volte fanno sorridere e altre fanno incupire, soprattutto quando sono pericolosamente vicini ai pensieri che si annidano nella nostra testa stressata.
Galline astronome, galline buddiste, galline filosofe, galline coglione, galline teppiste…c’è una gallina per ognuno di voi, adottatela.

Italo Calvino (pare che sia uno che se ne intende) ha scritto, a proposito de “Le galline pensierose” che queste storielle stanno tra il leggero umorismo del nonsenso e la vertigine metafisica degli apologhi zen.  Credo che questa sia una definizione tombale oltre la quale è quasi impossibile dire qualcosa di anche solo lontanamente intelligente. Io, che non ho pretese in questo senso, mi limito a dire che questa raccolta di pensieri riesce a fornire un ritratto terribilmente preciso del genere umano, facendoci uscire ridimensionati. Almeno per chi non si prende troppo sul serio.

Coordinate:

Quodlibet pubblica libri belli. Scusate, è una frase che ha dell’infantile, ma è difficile rendere con semplicità un concetto che è allo stesso tempo semplice e dimenticato da tanti editori. Fa libri belli per quello che raccontano, fa libri belli per come lo raccontano e fa libri belli per come il contenitore si adagia sul contenuto e ti sta soffice in mano. Questo libro di Luigi Malerba, pubblicato nella collana Quodlibet Compagnia Extra, non fa eccezione. Ne avessi la possibilità mi costruirei una libreria solo per ospitare i loro libri.

Qualche nota su Malerba direttamente da sito dell’editore, che non mi si venga a dire che voglio giudicare i maestri.
Luigi Malerba è uno dei migliori e più apprezzati autori italiani del secondo ’900. Ha scritto libri straordinari, ripetutamente premiati, che hanno lasciato un segno in chi li ha letti e hanno influenzato la parte migliore della narrativa italiana contemporanea. Tra i molti libri che ha scritto: La scoperta dell’alfabeto (1963), Il serpente (1966),Salto mortale (1968), Il pianeta azzurro (1986), Testa d’argento (1988), Fantasmi romani (2006), Parole al vento (2008) e i suoi viaggi orientali raccolti in Il viaggiatore sedentario (1993). Ha lavorato per il cinema e per diversi giornali.
Luigi Malerba (1927-2008) è nato a Parma, e dal 1950 ha vissuto a Roma.

In copertina un’altra immagine della serie “Catopleba”, questa, nel caso specifico si intitola “Il più famoso scienziato dei Catopleba” e opera d’ingegno di Iacopo Mariconda + Atelier dell’Errore.

Le galline pensierose
Frederika Randall «Internazionale» 04-08-2014
"Una gallina medievale aveva deciso di vendere l'anima al diavolo", racconta Luigi Malerba. Trovato Belzebù "in un orto che rubava il sedano", gli offrì l'anima in cambio di "una manciata di orzo". Ma il diavolo "le fece una risata sul becco". E così "la gallina medievale scoprì di non avere l'anima".
Il racconto brevissimo è una forma che si sta affermando sempre di più, e Malerba era un maestro. Pochi tocchi, una bozza di trama, linguaggio concreto, spirito leggero: una scuola di scrittura semplice e aggraziata. Questa terza edizione del suo libro aggiunge altre nove belle storie recentemente scoperte alle 146 già pubblicate. Nessuna delle storie nuove, bisogna dire, è particolarmente esilarante. Se la forma letteraria è molto attuale, la sostanza, però, si rivela curiosamente antiquata. La gallina pensierosa di Malerba è un po asino, un po' oca, un po' zucca. Somiglia tanto anche alla specie umana nel suo lato debole. È un essere frivolo, vanitoso, timoroso, sciocco: lo stereotipo della gallina nell'immaginazione collettiva di una volta. Oggi (la notizia è recente) scopriamo che le galline sono assai intelligenti. Forse lo stesso epiteto "gallina", retaggio di un mondo rurale scomparso, inesorabilmente al femminile, non è più efficace per disegnare la debolezza umana.
I pensieri della gallina raccolti da Malerba
Raffaele Aragona «Il Mattino» 23-09-2014
Uno studio condotto sui polli, pubblicato qualche anno fa nella versione online della rivista «Proceedings of the National Academy of Sciences», ha dimostrato come i cervelli dei mammiferi e quelli deipennuti siano molto più simili di quanto si immaginasse. Potrebbe perciò non considerarsi più tanto offensivo parlare di «cervello di gallina», come invece cantavano Cochi e Renato («la gallina non è un animale intelligente: lo si capisce da come guarda la gente»). Ne era forse già convinto Luigi Malerba quando incominciò a scrivere Le galline pensierose, una serie di storielle il cui primo nucleo vide la luce con Einaudi (1980), successivamente con Mondadori (1994), storielle che mostrano le debolezze umane attraverso l'apparente stupidità delle pennute. Il libricino che pubblica Quodlibet con lo stesso titolo (pagg. 96, euro 12) comprende anche una serie di «nuove galline» inedite insieme con quelle precedenti.
«Una gallina teneva nel becco un pezzo di formaggio. Le si avvicinò un gatto e le disse: "Haibelle penne e belle gambe. Se tu sapessi cantare saresti il migliore tra tutti gli uccelli. Perché non mi fai sentire la tua voce?". La gallina, che conosceva la favola del corvo e della volpe, rispose: "Col cavolo!" e così il formaggio le cadde in terra. Il gatto lo prese e scappò via di corsa». È questa una delle 155 storielle di Luigi Malerba contenute nel libricino e delle quali Italo Calvino ebbe a dire: «Stanno tra il leggero umorismo del nonsense e la vertigine metafisica degli apologhi zen (...); per Malerba osservare le galline vuol dire esplorare l'animo umano nei suoi inesauribili aspetti gallinacei». E difatti non è difficile cogliere in ciascuna di queste brevi storielle un riferimento alla comica stupidità umana ma a volte anche una sorta di morale o di tristi e sensate verità. Il libro tra nonsense apologo zen e amenità tornano le 155 storielle dell'autore sperimentale
Queste galline di Malerba formano un catalogo di amenità e rappresentano un episodico divertissementnell'attività di un autore di opere certamente più impegnate, un autore che si avventurò anche in percorsi di tipo sperimentale e d'avanguardia.
Quando una gallina ha mal di denti
Giovanna Zoboli «Doppiozero» 30-12-2014
Sulla stupidità delle galline poggia l'intera costruzione di una brillante raccolta di 155 micro racconti di Luigi Malerba dal titolo fascinoso: Le galline pensierose. Uscito nel 1980 per Einaudi, e oggi ripubblicato da Quodlibet (dopo un'edizione Mondadori del 1994), il libro, che non è né per bambini né per ragazzi, si offre come ineffabile campionario della stupidità umana. Qui lo stereotipo della gallina scema si è evoluto nella forma ossimorica della gallina pensierosa. Se la gallina si contentasse della propria imbecillità, suggerisce Malerba, sarebbe un'onesta, accettabile gallina.
Ma quando la gallina ambisce al pensiero, al benessere, all'identità, a una vita psicologica, alle emozioni dell'arte e della letteratura, al turismo, alla vita spirituale, agli affari, alla politica, precipita in uno stato di idiozia che non ha riscatto ed è, infatti, quasi sempre, vittima di se stessa: «Una gallina pensierosa si metteva in un angolo del pollaio e si grattava la testa con la zampa. A forza di grattarsi diventò calva. Un giorno una compagna le si avvicinò e le domandò cosa la preoccupasse. "La calvizie", rispose la gallina pensierosa».
Insomma, fra galline gallinologhe, sportive, filosofe, ignoranti, anticonformiste, impudiche, imprudenti, irrequiete, geografe, postmoderne, sensitive, incendiarie, americanofile, perverse, impertinenti, collezioniste, vanesie, svagate, medioevali, esibizioniste, infelici (e non manca una gallina col mal di denti che scopre di non avere i denti), Malerba dipinge una fenomenologia gallinacea che eleva lo stereotipo a capolavoro, a sua preziosa custodia, in difesa dalla vertiginosa potenza distruttiva della stupidità di massa. Una posizione a cui, di questi tempi in particolare, si ha la tentazione di aderire pienamente. Anche perché leggendo gli apologhi di Malerba, raffinati, acuti, fulminanti, e persino poetici, non si può fare a meno di pensare, molto concretamente, a persone, note e meno note, in cui si incappa nella vita di tutti i giorni. Un po' come accade quando si leggono le Favole di Esopo, che ancora oggi forniscono una descrizione esaustiva dei peggiori aspetti dell'essere umano e delle loro concrete conseguenze. Perché, come si legge nella quarta di copertina del libro, per tirare di nuovo in ballo Calvino: «Per Malerba osservare le galline vuol dire esplorare l’animo umano nei suoi inesauribili aspetti gallinacei».

E tuttavia, leggendo un apologo di Malerba che parrebbe ispirato a una autrice fra le più note e di certo fra i migliori scrittori della letteratura italiana del Novecento («Una gallina di nome Natalia aveva deciso di scrivere un romanzo, ma non le vennero in mente né la trama, né i personaggi, né il titolo né lo stile della scrittura. Fu così che quella gallina velleitaria scrisse invece i suoi ricordi di infanzia ed ebbe molto successo fra le oche.»), diventa lampante come nemmeno un grande scrittore sia al riparo da istanti di assoluta e fulminante stupidità, e cioè dal farsi anch'esso gallina pensierosa. Perché più ancora che lo stereotipo dalla gallina stupida è facile ribaltare quello dell'intellettuale intelligente. E questo è perfettamente nello spirito di Malerba.
Il libro del mese: Luigi Malerba
Fabio Donalisio «Blow Up» 02-03-2015

Un buon anno, quello appena terminato, per la riscoperta di Malerba, sublime penna, tra le più sublimi e insieme caustiche del secondo Novecento italiano, passato a miglior (?) vita nel 2008. Quodlibet ha infatti riportato in vita Le galline pensierose, uscito in prima battuta nel 1980 per Einaudi, ampliato da Mondadori nel '94 e ulteriormente aggiunto di 9 storie nel 2008, poco prima della morte. Si tratta di un libro, letteralmente, indescrivibile. Prose brevi? Certo. Brevissime anche, e tutte compiutamente (micro)narrate. Situate in un pollaio-mondo popolato di galline che, come e peggio degli uomini, pensano decisamente troppo, e con risultati catastrofici, quindi inesorabilmente comici. Si delinea così una spietata filosofia del pollaio che, con un tocco stilistico di una levità madornale (che solo un totale anaffettivo potrebbe scambiare per sciatteria, ed è invece lavoro di finissima pialla e calibro) strappa risate – anche a denti scoperti – per poi stilettare con spilli di durissima, perfetta tristezza dell'esistere. Un piccolo esempio, al numero 54: Una gallina filosofa guardava un sasso e diceva: "Chi mi dice che questo è un sasso?". Poi guardava un albero e diceva:"Chi mi dice che questo è un albero?". "Te lo dico io", rispondeva una gallina qualsiasi. La gallina filosofa la guardava con compatimento e domandava: "Chi sei tu che pretendi di dare una risposta alle mie domande?". La gallina qualsiasi la guardava preoccupata e rispondeva: "Io sono una gallina". E l'altra: "Chi mi dice che tu sei una gallina?". Dopo un po' la gallina filosofa si trovò molto sola. Se c'è un libro che può dimostrare come frammentarietà e coesione non siano termini in contraddizione, con buona pace dei principi aristotelici, è proprio questo. Bastano un paio di pagine per sprofondare nel pollaio e, una volta finito, porsi dei seri dubbi sulla consistenza reale del proprio mondo. Pagine infinite, si potrebbe dire. Che viene voglia di riaprire ancora, ciclicamente, perché in qualche modo azzerano la linearità principio-fine, creando un'oasi temporale del tutto parallela. Come dovrebbero tutto le zone franche del pensiero, che accolgono la vertigine e l'agio della familiarità nello stesso abbraccio. Una vertigine a tratti scopertamente metafisica, anche se continuamente camuffata nel dimesso, nel lieve, nell'inutile appunto, forse invece da questi denudata, è quella dei Consigli inutili, testi per lo più inediti, lavorati dagli anni '90 al 2008. Prosa breve anche qui, sebbene di respiro un po' più ampio, e dal tono apertamente gnomico-trattatistico, ma con la voce, un po' paterna, dei trattati morali dell'antichità, depurati invece dell'eventuale paternalismo. Un registro di pacata serietà applicata alla più formidabile – e ardua – delle materie: l'inutile. Vale la pena di ascoltare un frammento della prefazione: Sarà opportuno dunque rivedere il conteggio dei valori che ci opprimono quotidianamente. Perché mai dobbiamo dare addirittura un posto privilegiato al lavoro quando tutti sappiamo che l'ozio è il massimo produttore di idee e quindi di civiltà. E che cosa mai dire della ricerca universale della felicità quando ogni persona assennata sa quanto la felicità sia stata sopravvalutata dalla stessa letteratura che descrive in ogni momento gli infelici sensi della vita. Un testo che si presenta deliberatamente come sapienziale e che, saltando a piè pari la sua stessa ironia, lo è. Davvero. Un insieme di pagine brevi (o aforismi lunghi) dedicate ai campi più disparati (ferma restando la loro necessaria inutilità) dello scibile, dal fabbricare ombre alla coltivazione del fango, dalla memoria negativa alla differenza di consistenza tra coscia destra e sinistra del pollo ruspante, dal gusto delle formiche nei fichi alle inedite utilità del treno, concedendosi pure qualche stoccata critica: E le nuove scritture? Rimanete immobili e vi accorgerete che si allontanano da noi a velocità vertiginosa, sono subito archeologia. Dunque conviene ancorarsi alle riscritture o, se l'esercizio risulta ingrato, che si scrivano solo nuovi capolavori. Due libri da tenere sul comodino, da aprire alla fine dell'ennesima giornata che, con il senso, ha avuto palesemente poco a che fare. Non solo testimoni della vigorosa vitalità dell'ultimo Malerba, ma anche trampolino, per chi ancora non avesse avuto il piacere, per confrontarsi con l'opus magnum dello scrittore. Che tra le righe, pare così, lievemente, congedarsi: In questo mondo, con questa finzione della vecchiaia, mi alleno per quando non dovrò più fingere perché sarò vecchio veramente. Questo momento non è poi tanto lontano perché fra un mese compirò ottant'anni.

Le galline pensierose
Luigi Tirella «SoloLibri.net» 05-01-2016
Avete mai pensato alle galline come animali capaci di ragionare, interrogarsi su problemi esistenziali e provare passioni e sentimenti forti proprio come noi esseri umani?
Luigi Malerba, considerato da molti tra i grandi nomi della letteratura italiana della seconda metà del Novecento,ha scritto un libro “Le galline pensierose” pubblicato prima da Einaudi nel 1980, poi in seguito da Mondadori nel 1994 ed in seguito dalla casa editrice Quodlibet nel 2014 che lo rende attualmente disponibile nella collana Compagnia Extra, in cui presenta 155 brevissimi racconti in cui le galline sono le assolute protagoniste di avventure e storie stravaganti, divertenti e piene di fantasia. Il riferimento alle virtù umane, per la verità più ai difetti che ai pregi, è decisamente evidente ma non si tratta di una raccolta di semplici favolette, ma di un libro che ha una sua indiscutibile dignità letteraria per la capacità sorprendente di unire tradizione e modernità, con riferimenti all’attualità che rendono la lettura coinvolgente anche per chi preferisce storie ambientate ai nostri giorni. La raccolta, essendo così numerosa, non sempre emoziona, ci sono racconti decisamente meno avvincenti e talvolta dall’esito persino tragico o comunque amaro, ma complessivamente si legge molto volentieri per la sua ironia, efficacia delle immagini evocate e le riflessioni importanti che suscita nel lettore.
Tra gli aspetti più importanti da sottolineare c’è l’abilità dell’autore di toccare una vasta gamma di temi concentrati in poche righe e di strappare spesso dei sorrisi a chi legge per l’umorismo graffiante ed intelligente con cui critica l’uomo contemporaneo, nascosto sotto le sembianze di un gruppo di galline che vivono in un pollaio o di esemplari isolati che vorrebbero cambiare la propria vita o talvolta perfino il mondo,ma che spesso vedono deluse le loro aspettative o si rifugiano dietro posizioni di comodo per la loro incapacità o ignoranza a tratti davvero imbarazzante. Diversi sono i racconti spassosi tra di essi da ricordare: il racconto 26 in cui una gallina desidera imparare a leggere e a scrivere e quando sembra sul punto di poter apprendere, si accorge di non sapere neanche il proprio nome; il racconto 38, nel quale una gallina megalomane vorrebbe scrivere un trattato "su di tutto", per poi ridimensionare il suo ambizioso progetto su suggerimento delle sue simili, ripiegando sulla scrittura di un trattato che si occupa di "quasi tutto"; il racconto 72 in cui si narra che fu una gallina ad inventare per prima la ruota, ma essendo stata derisa dalle sue compagne decise di abbandonare il progetto, permettendo agli uomini di appropriarsi dell’idea dando inizio allo sviluppo della civiltà umana e al progressivo declino della "società " delle galline."Le galline pensierose" pur essendo considerato un libro per ragazzi,in realtà è destinato anche e forse soprattutto agli adulti per l’analisi attenta della civiltà moderna svolta attraverso la forma letteraria del racconto breve caratterizzato da una morale,che ricorda le antiche favole.

Luigi Malerba, pseudonimo di Luigi Bonardi, nato a Berceto, vicino a Parma nel 1927, ha vissuto a lungo a Roma dove ha lavorato come giornalista prima di esordire come uno scrittore nel 1963.Il suo notevole impegno come intellettuale e letterato è difficile da riassumere in poche righe con una produzione solo per citare alcuni aspetti che va dai libri storici, agli studi sui dialetti e le lingue dimenticate,dai romanzi classici sia per adulti che per ragazzi, alla saggistica,al teatro, fino a giungere alla sceneggiatura televisiva e cinematografica. Vanno ricordati il suo incarico di presidente della Cooperativa degli scrittori e la sua adesione al Gruppo 63 costituitosi a Palermo nel 1963,dando così origine al nome, nato per promuovere le idee di molti intellettuali, poeti e scrittori italiani che si si consideravano di neoavanguardia per distinguersi dalla mentalità dominante di quell’epoca e di cui facevano parte tanti autori importanti oltre a lui come ad esempio Alberto Arbasino ed Edoardo Sanguineti.
Luigi Malerba è scomparso a Roma nel 2008 e da allora sono state pubblicate postume diverse sue opere interessanti tra cui questo intelligente,ironico ed originale libro prezioso, per iniziare ad avvicinarsi a questo importante autore e che permette di tenerne viva la memoria.
2014
Compagnia Extra
120x190
ISBN 9788874626205
pp. 96
€ 12,00 (sconto 15%)
€ 10,20 (prezzo online)