La valle dei ladri
La valle dei ladri

 

Questo romanzo racconta le avventure del protagonista in un mondo chiamato Bassomondo, dove la popolazione è tutta di ladri, truffatori, teppisti, bugiardi, parolai, perdigiorno, falsari, adescatrici,
pedofili… Lontano, da un lontano altipiano, c’è qualcuno che osserva lo spettacolo comico e scarsamente sensato dell’umanità, irrimediabilmente stolta e fallimentare. E tutto finisce in un modo che non ci si aspetta.
Il libro, che ha avuto il titolo di Cirenaica (Einaudi 1999), viene ora riportato al suo titolo originario, ed è rivisto e corretto dall’autore.

 

Riascolta cliccando qui l'intervista a Cavazzoni andata in onda su Fahrenheit di Radio Tre.

 

 

Recensioni 
Alberto Sebastiani «La Repubblica - Bologna» 18-07-2014
Daniele Giglioli «La Lettura - Corriere della Sera» 24-08-2014
Cesare Sughi «Il Resto del Carlino - Bologna» 05-09-2014
Matteo Marchesini «Il Foglio» 06-09-2014
Francesca Fiorletta «Nazione indiana» 18-09-2014
Margherita Chiriacò «Rivista Unaspecie» 19-09-2014
Romano Montroni «Corriere della Sera - Bologna» 28-09-2014
Daniele Valisena «Gazzetta di Reggio» 03-10-2014
Angelo Guglielmi «L'immaginazione» 01-10-2014
Redazionale «Corriere della provincia di Viterbo» 25-03-2016
 
Cavazzoni: "Per poco e per sbaglio, così si vive a Bassomondo"
Alberto Sebastiani «La Repubblica - Bologna» 18-07-2014
SCRITTORE, sceneggiatore con Federico Fellini, regista, già docente universitario, Ermanno Cavazzoni ha la capacità di raccontare il nostro mondo come se fosse un altro, o altri mondi come se fossero il nostro. E sempre con uno sguardo ironico, critico, che fa sorridere e pensare. Come avviene leggendo "La valle dei ladri" (Quodlibet), riedizione di "Cirenaica", un romanzo uscito nel 1999, ora di nuovo in libreria con piccole variazioni e col titolo originario. Racconta di persone che vivono in una città, Bassomondo, da cui pare impossibile uscire.

Cavazzoni, cos'è il Bassomondo?
"È una sensazione. Quella che ho di essere capitato sulla terra per breve tempo e per sbaglio. Qui ci si sente sotto osservazione, come se vivessimo per dare spettacolo agli dèi, se siamo credenti, o per partecipare a una farsa in un teatro vuoto, se siamo atei. E senza riuscire a uscirne, se non alla fine".

I suoi personaggi sono ladri e imbroglioni. Ci vede così?
"Sono dei reietti, che è la condizione umana, tra falsità e bugia. Proviamo a cavarcela in un mondo in cui per forza si è truffatori, ladri, bugiardi. È una condizione di natura, e tutte le cose nel Bassomondo sono portate all'estremo".

La condizione umana è anche risibile, come quella dei vacanzieri nel suo film "Vacanze al mare".
"Sì, è un film nato grazie ai filmini privati raccolti dall'Archivio Home Movies di Bologna, e riflette sulle vacanze: un fenomeno recente, del secondo '900. Prima solo in pochi, e per motivi terapeutici, andavano in spiaggia ben coperti, poi è diventata una cosa di massa e tutti pensano sia sempre stato così, e che sarà sempre così, ma non è detto: come le parrucche barocche sparirà anche questo, e anche l'amore per quei luoghi tropicali che vendono paradisi da consumare in terra".

Parlando di paradisi, Bassomondo sembra quasi un aldilà.
"Un aldilà ma in senso platonico. Non un dopo-morte, ma un momento prima di venire al mondo, in cui si acquisiscono quelle caratteristiche che oggi sono considerate l'eredità genetica. E dove ricevi un imprimatur. Così ad esempio ami una donna perché ti sembra di riconoscerla, come l'avessi vista prima di nascere, come avviene al mio protagonista nel finale".

Il finale del romanzo è alla stazione di Milano, dove tutto comincia con il ritrovamento di un dattiloscritto.
"Il ritrovamento è un classico della letteratura, e ho immaginato che fosse scritto da un "disoccupato", parola che mi fa pensare non solo al problema lavorativo: "disoccupato" è anche un termine per inserire nelle statistiche i "barboni", reinserendoli nel circuito sociale. Il che non è sempre un bene. Viviamo in un quadro politico, tecnologico, burocratico e sociale pervasivo, da cui la fuga è impensabile, in cui è ad esempio impossibile essere eremiti. Ma sono cose di cui parlerò, con testi tra il racconto e il finto saggio, nel libro che esce a fine anno per Guanda, "Il pensatore solitario"".
La valle dei ladri
Daniele Giglioli «La Lettura - Corriere della Sera» 24-08-2014
“Dare indietro il destino”, come si restituisce un latte scaduto o una gonna mal cucita, è l’idea delirante che transita a un certo punto per i crani degli abitanti di bassomondo (con la minuscola), paese fantastico in cui Ermanno Cavazzoni ambienta La valle dei ladri (già pubblicato da Einaudi nel 1999 col titolo Cirenaica, ora rivisto e corretto dall’autore).
Delirante fino a un certo punto. Intanto perché a chi non mai venuta almeno una volta nella vita? E poi a bassomondo non si sta un gran bene, tutti truffano tutti, c’è penuria di cibo e di elettricità, ci si arriva in treno (come? da dove? non si sa) e si è subito attorniati da una ghenga di falsi parenti e false fidanzate, falsi assessori e falsi sindaci che mirano ai bagagli e al portafoglio. Tutto è falso, povero, bizzarro ma accolto senza stupore. In compenso spopolano le dicerie, le fantasticherie, le leggende, le tradizioni, le pseudoreligioni (calma, lettore: Cavazzoni non è allegorico, niente satira politica in vista): affabulazioni e descrizioni sullo stesso livello di realtà. Che venga voglia di restituire il destino ai suoi supposti autori (secondo una delle dicerie più accreditate, gli abitanti delle città dell’altopiano, dèi, ingegneri, burattinai maldestri) non è poi più irragionevole che l’usanza di mostrar loro il deretano, come fa Macario, ammirato anacoreta, o spedire al cielo un sifilitico in pallone con le pudenda impestate bene in vista, a spregio.
Tanto più che da bassomondo non si esce (anche se c’è chi sparisce), l’unico cinema proietta spezzoni di un film incomprensibile, Cirenaica, le donne passano il giorno a escogitare truffe sessuali e la notte a sospirare nel sonno, ogni legame sociale – famiglia, istituzioni – è, peggio che dissolto, simulato; al punto che il lettore, esilarato dalle continue invenzioni che si elevano da un fondale, come dire, deliziosamente depressivo, finisce per sentirsi lui un po’ in colpa per quanto si diverte allo spettacolo. Sui bassomondi di Kafka non si riesce a ridere, qui è un po’ meglio e comunque potrebbe andare peggio: metti che riesci a evadere e ti ritrovi alla Stazione centrale di Milano…
Ma “dare indietro il destino” è anche un esempio del cozzo tra le due maniere che fanno lo stile di Cavazzoni: aulico e orale insieme. Da una parte un narratore incerto, che insiste sulla sua posizione in scena (io stavo, io penso, io credevo, come non fosse ben sicuro del posto che occupa tra lingua e mondo), si ripete, si corregge (questo l’ho già detto; questo non lo avevo detto; lasciamo perdere; ma torniamo…), procede per slittamenti e improprietà (uno che segue un altro viene detto seguace, poi allievo; di un sedicente responsabile delle ferrovie si dice che è francese, poi che si chiama Marsiglia come il sapone, poi che ha la mania della pulizia e spazza ossessivamente l’ufficio, poi se ne denuncia la libidine allegando che va sempre a scopare tra le gambe delle donne). Dall’altra un prosatore affabilmente barocco, sinuoso nel periodo, puntiglioso nel lessico e nell’aggettivazione, appena un po’ sciroccato ma attendibile, perfino cancellieresco quando è il caso (si pensi; apostrofato…): uno che aveva studiato, anche se non sa più perché.
L’identità, infatti: questo è il problema. Il protagonista si dice Paolo perché così lo chiama una bella adescatrice appena scende dal treno. A bassomondo si fantastica che un tempo, quando la città era prospera, si praticava una forma di “turismo radicale” che consiste nel recarsi in un posto e viverci davvero come se si fosse di lì: monaco in Tibet, per esempio, ossia “condividere l’esistenza dei monaci fino a essere considerato uno di loro”. Tra vita e pseudovita la distanza si assottiglia. A restituire il destino te ne tornerebbe indietro un altro non diverso. Cavazzoni evita il tragico ma anche il comico aperto, con la sua catarsi liberatoria, espulsiva. Solo nel limbo intravede un barlume di saggezza, incantata perché disincantata.
Nel bassomondo dei ladri s'aggira Ermanno il solitario
Cesare Sughi «Il Resto del Carlino - Bologna» 05-09-2014
«In alto c'è sempre posto», diceva Daniel Webster, l'uomo politico americano che, nell'800, fece crescere la potenza degli armatori del New England. E la stessa battuta, salvo una falla nella mia memoria, la pronuncia Bette Davis in Eva contro Eva, film di culto di Mankiewicz. Ermanno Cavazzoni, scrittore (II poema dei lunatici, che ispirò a Fellini La voce della luna e Le tentazioni di Girolamo), già docente di poetica e retorica all'Alma Mater e a Zurigo, ci ricorda adesso che di posto, e molto, moltissimo, ce n'è anche in basso. «Precisamente nel bassomondo», dice alla vigilia della presentazione ore 18, alla libreria Ambasciatori del suo romanzo La valle dei ladri, edito da Quodlibet.

Ma questo bassomondo che cos'è? E dov'è?
«E' il nostro mondo, quando si è di un umore un po' cupo, un po' buio. O quando si ha l'impressione di vivere in un mondo chiuso, persecutorio».

E chi ci vive?
«Principalmente Paolo, il protagonista, quello che parla in prima persona, e poi Mastronardi, Alix Farulli, e Bonanno che ha una gamba più pesante dell'altra, il resto del gruppo. Nonostante abbiano passato vent'anni, se ne vanno in giro a rompere i vetri delle finestre o a tirare sassi a caso o a svellere pali e cartelli, a cercare una ragazza. Teppismo allo stato di natura».

Quando uscì per la prima volta da Einaudo, nel '99, il libo si chiamava 'Cirenaica'? Perché ha deciso di ripubblicarlo cambiando il titolo?
«Einaudi, l'editore originario, non se ne occupava più, il libro era sparito. Mi sono immaginato poi che alla stazione di Milano, fra i binari dove dormono i senza casa e i senza lavoro, sia stato ritrovato un manoscritto intitolato appunto la 'valle dei ladri'. Nessuno lo ha reclamato, ma se c'è un autore che vi si riconosce, può farsi avanti. Cirenaica, invece, lo sentivo sempre ripetere da un mio zio che aveva fatto la guerra d'Africa. La Cirenaica divenne il racconto di un'epoca meravigliosa, di un mito».

E come si vive nel bassomondo?
«Ah, c'è tutto, agenzie di viaggio, cinema, stazione, treni, lotterie, tante mete per i turisti che arrivano in massa, e poi insegne, parenti, amici, belle fanciulle come Annamaria, quella che piace a Paolo. Solo che tutto è falso un regno di truffe, imbroglioni, scioperati, donnacce. E' una condizione esistenziale, in fondo. Forse anche nel mestiere di scrittore c'è qualche cosa di truffaldino».

Meglio andarsene da là...
«Qui non vorrei svelare troppo della parte finale del romanzo. Man mano nel bassomondo manca l'elettricità, l'energia. Paolo riesce ad agguantare una corriera per scappare, ma da sbalestrato qual è si ritrova da tutt'altra parte. Non proprio in Cirenaica».

Risultato?
«Dovrei citare Platone, il libro X della 'Repubblica', l'aldilà platonico viene prima della vita, non dopo come il cristianesimo. Il via io di Paolo è come trasferirsi da un aldilà alla vita vera. Quella che uno crede regolare e senza ladri. E sottolineo crede».

Stiamo dando l'idea di un romanzo greve, angosciante?
«Penso proprio di no. Non sarebbe nel mio stile, del resto. Le truffe che si consumano qui sono alla buona, all'italiana, spesso alla Totò. E c'è un effetto comico, come se la nostra vita fosse una frenetica successione
di gag, dalla nascita alla morte».

E' puro Cavazzoni, tutto questo. Surreale. Grottesco. Ed è anche l'anteprima del libretto che egli pubblicherà a gennaio da Guanda, con i suoi testi giornalistici. Si chiamerà Il pensatore solitario. Nomina sunt consequentia hominum. I nomi corrispondono agli uomini, se si può correggere il detto latino.
Cronache dal Bassomondo
Matteo Marchesini «Il Foglio» 06-09-2014
Noi italiani, si sa, siamo poco credibili quando affrontiamo la rappresentazione seria della vita quotidiana, quando ci sforziamo di creare personaggi a tuttotondo che si sviluppano insieme all'ambiente circostante, e insomma quando proviamo a costruire quello che una volta si chiamava legittimamente romanzo. A noi si adattano meglio gli aneddoti e le peripezie sfilacciate, varie e monotone insieme: quelle preromanzesche dei novellieri antichi, e quelle postromanzesche dei prosatori umoristici o allegorici che descrivono rocambolesche ma minimali “avventure” - nel senso che la parola ha in Bontempelli, in Campanile e in Calvino. Ciò dipende, anche questo è noto, dal fatto che non abbiamo attraversato una vera modernità borghese: la nostra è una nazione infantile e decrepita, precaria e immobile, che sta sempre per maturare e non matura, che sta sempre per tramontare e invece non tramonta mai, estenuandosi in un'eterna decadenza. Così, nell'Otto-Novecento, ce l'hanno descritta gli ultimi sfortunati riformatori (Salvemini, Gobetti) e i narratori-antropologi che hanno dato corpo poetico alla nostra putrefatta vita sociale (da Manzoni a Gadda, da De Roberto a Brancati). Nelle loro panoramiche emerge un mondo in cui la primitività si mischia patologicamente alla sofisticazione; un mondo in cui un degrado al tempo stesso animalesco e barocco, insieme col progresso reale, soffoca anche quello fantastico, e impedisce la messa a punto di strutture romanzesche abitate da figure vive, integre, progettuali. Sembra che in Italia si possa fotografare attendibilmente solo una folla amorfa; oppure, se si inquadrano dei singoli, una serie di maschere sordide e di ridicole marionette. La società italiana è comica, ma la sua comicità non si esprime nell'umorismo corroborante che scaturisce dall'abitudine a una conversazione civile, bensì nell'assenza di un autentico dialogo comunitario; è una società sopraffattoria, ma non perché sia animata da una dinamica lotta tra le classi, bensì perché è dominata da una paludosa logica corporativa: motivo per cui, quando proviamo a rappresentare tragedie titaniche, finiamo nella cartapesta del pulp o del melò. Più credibili, nei nostri scrittori, risultano perciò le descrizioni di quella “stabile provvisorietà” che permea il nostro fatiscente universo sociale. Non per caso uno dei maggiori prosatori italiani d'oggi, Ermanno Cavazzoni, ha fatto della Fatiscenza la sua musa, anzi la sua Weltanschauung; e pur avendo esordito negli anni Ottanta, è subito sfuggito alle richieste di romanzi stereotipi agitate da un'editoria ormai immemore della tradizione. Il reggiano Cavazzoni, esperto di poemi cavallereschi e matti d'Emilia, una tradizione dietro di sé ce l'ha, e robusta. E' quella poetica stralunatamente padana in cui l'esuberante comicità di Zavattini confina con le satire antiburocratiche di Frassineti, e lo stilizzato postavanguardismo dei casi clinici di Celati sfiora il manierismo onirico di Fellini, che dal primo libro cavazzoniano, “Il poema dei lunatici”, trasse il suo ultimo film “La voce della luna”. Ma questa tradizione si nutre anche di suggestioni meno geograficamente definite: l'“umorismo inutile” di Campanile, le tipologie dell'Oulipo, le clownerie (e)scatologiche di marca beckettiana, l'amalgama di un sonnolento surrealismo. Narratore spurio, Cavazzoni incanala il suo estro affabulatorio in forme che gli consentano di evitare a priori l'innaturalezza di un articolato plot narrativo. Da un lato riduce il racconto a una sgangherata successione di gag, dall'altro ingloba la narrazione in un catalogo o in una parodia di trattato. Se il gag scansa il realismo romanzesco per difetto di costruzione, la divagazione organizzata in sistema classificatorio gli sfugge invece per un eccesso di astrattezza. Queste cornici “saggistiche” risolvono a monte il problema della legittimazione contenutistica e formale: una volta fissato lo schema, l'autore è libero di modulare senza problemi tecnici quella sua voce furbesca e ottusa, nella quale il timbro di un goffo comiziante emiliano si fonde a un monologo autistico da fool. Con questa voce, Cavazzoni sembra poter dire qualunque cosa senza steccare, elencando con uguale noncuranza microteorie ingegnose e parabole stordite, levigati bestiari e biografie disumane. I suoi libri somigliano ad archivi polverosi, a cosmi distopici abitati da deficienti che con la scialba assurdità del loro ménage dimostrano l'insensatezza di qualsiasi contesa sociale e culturale. Ma forse proprio perché non ha la superstizione del romanzo, questo non-romanziere che racconta una realtà refrattaria agli sviluppi narrativi ci ha regalato il suo libro più felice quando è andato più vicino a scriverne uno. Uscì nel '99 da Einaudi come “Cirenaica”, e ora lo ristampa Quodlibet col titolo più didascalico di “La valle dei ladri”. Sostituendo ai cataloghi oulipiani una concretissima allegoria narrativa, Cavazzoni trasforma qui le allucinazioni paranoiche dei suoi “lunatici” in un universo “reale”, oggettivo, che sta a mezza via tra una cloaca e un luna-park, tra uno scalcinato dopolavoro e un sulfureo oltretomba alla Manganelli. Si tratta di un “bassomondo” truffaldino e demente, dove delle identità e delle azioni umane è rimasta in piedi solo la facciata. Tutti nella “Valle” sfregiano l'ambiente “senza ragione (...) secondo l'irreversibile legge dell'entropia universale, per la quale è probabile che un sistema ordinato attiri i teppisti, mentre è improbabile che i teppisti costruiscano un treno o ne ricostruiscano uno bruciato”. Questi teppisti sono una fauna simile a quella della “Storia naturale dei giganti”, delle “Vite brevi di idioti”, degli “Scrittori inutili” e di altre opere cavazzoniane. All'inizio del libro, proposto come un manoscritto trovato alla stazione di Milano, ne incontriamo subito una banda. Oltre che dal narratore, è formata da un sognatore febbrile “albuminoso in un occhio”, da uno sdentato vile e appassionato di pali da svellere, da un “maligno” sobillatore, e da Bonanno, un capro espiatorio che come capita in ogni clan s'identifica con gli aggressori e dà addosso alla sua gamba zoppa: “l'avrebbe lasciata corrodere in uno scolo dell'acqua, per poterci chiamare a guardarla e schernirla”. Se i teppisti aiutano “le cose a sparire”, è perché vivono sprofondati in un “tempo vuoto” che somiglia “al pomeriggio della domenica”, e dunque devono sopportare quella noia leopardiana che nelle province del tardo Novecento si esorcizza lanciando sassi dai cavalcavia. A favorire la futile e cosmica deriva del bassomondo, oltre alla violenza, contribuisce la frode: accanto all'apatica facinorosità dei vandali cresce un'industria di truffe minime ma endemiche. Il suo centro è la stazione, dove i viaggiatori, approdati laggiù per un misterioso disguido mentre credevano di raggiungere Firenze o l'Olanda, vengono accolti come vecchie conoscenze da drappelli famelici di finti parenti, e nel primo spaesamento sono spogliati di tutti i loro averi. In queste truffe si manifesta una socialità perversamente italiana. Nella valle la vita pubblica è ridotta a una pantomima domestica e tribale, a un grumo d'istinti insieme prepotenti e svogliati; ma d'altra parte, l'intera routine domestica si regge su pose retoriche impastate di cavillosità avvocatesca e pathos operistico. La famiglia è letteralmente “una formazione parassitaria che nasce dai tentativi di furto a catena”. Burocrati e artigiani s'insediano nelle case con la scusa di far rilevazioni e se ne vanno dopo avere svuotato le dispense, ma nel frattempo discutono del loro presunto lavoro con sussiegoso sfoggio di termini tecnici. Gli ufficiali indossano divise rappezzate e arlecchinesche, eppure le esibiscono con l'orgoglio dei bambini che ricavano un distintivo da un coperchio di latta. Come accade nei giochi, in questa mise en abîme dell'esistenza quotidiana il mondo reale è ridotto a una serie di convenzioni, di emblemi scissi dalla spessa catena di vincoli che li rendono funzionali in società: un'insegna, un sedicente consiglio di amministrazione, dei biglietti di lotteria, una veste da cerimonia... Più di ogni altra attività, è la politica a mostrare i suoi meccanismi primitivi. “Sono molti quelli che si autoproclamano sindaci”, registra il narratore: ed è gente che, con un codazzo di assessori altrettanto improbabili, s'aggira tra i binari “col problema del vitto”. Nel bassomondo, insomma, amministrazione e raggiro sono una cosa sola: nel senso, certo, che i poteri formali si rivelano una mera truffa, ma anche nel senso che le truffe vengono praticate con “un curioso rispetto delle formalità”. I gesti più animaleschi s'accordano alla pompa istituzionale: il che significa che, molto italianamente, i valligiani mescolano alla lazzaronaggine dei picari il parassitismo dei piccoli borghesi. Ciò che un po' li redime, è il fatto che il loro cinismo sfuma nella credulità. Malgrado la spregiudicatezza con cui s'arrangiano, continuano infatti ad affidarsi miracolisticamente a enti pubblici che pure sanno posticci: e basta una voce inverificabile per indurli ad aspettare giorni che un treno riparta o riapra un'anagrafe. Strepitosa, in questo senso, è la scena nella quale alcuni abitanti del bassomondo, accampati all'ingresso di un ufficio, scoprono dopo molto tempo che i tipi al di là dello sportello non sono impiegati, ma un'altra coda di cittadini convinti che gli impiegati siano loro. La stessa ingenuità danneggia le truffe. Quasi mai commisurati al bottino, gli stratagemmi di scippatori e azzeccagarbugli tendono a tradursi in messe in scena assolutamente antieconomiche. Più che la furbizia reale si onora l'apparenza del machiavellismo, trasformando un'abilità che si legittima solo con l'efficacia in quell'abitudine gratuita, paradossale e magari masochistica alla mistificazione, di cui aveva già detto benissimo Prezzolini. Il “teatro” della truffa riunisce vere e proprie compagnie di commedia dell'arte che non si scollano più dalle loro maschere, e diventa presto indistinguibile dalla “realtà”. Chi finge d'essere la fidanzata o lo zio di un nuovo arrivato non esce più dalla parte; e così chi fa l'ingegnere, il santone, il console... E' dalle scene madri al limite del nonsense, predisposte per raggirare un malcapitato, che ruoli e rapporti prendono corpo, e la vita si reifica: la parola, il gesto impongono la cosa al di là di ogni verosimiglianza. Questa situazione rimanda a un procedimento tipico di Cavazzoni, e già assai sfruttato da Campanile, che potremmo definire “strategia del partito preso”. Lo si vede agire allo scoperto negli “Scrittori inutili”: dove si parte dal presupposto che le figure rappresentate siano appunto degli “scrittori”, mentre i loro connotati non giustificano minimamente la qualifica, dato che si tratta di vagabondi, scrocconi o imbecilli abbandonati a una vita tra canina e manicomiale. Nella “Valle” queste forme vuote sembrano attingere a usurati canovacci da avanspettacolo, a ricordi scolastici annebbiati, o a cronache politiche di un ingiallito XX secolo: e il tutto è poi frullato in quei miscugli di vaghe verità, di sentito dire e di boutade che affiorano nelle chiacchiere al bar sport. Di qui escono i più variopinti scampoli di modernariato: tarmate divise militari, commerci paleoindustriali da Monopoli, burocrazie da travet, rimpatriate tra colleghi da sketch tv anni Sessanta, mitiche signorine di Cincinnati languenti nei vagoni-letto, gangster in fuga con bionde hollywoodiane... La dosatura di monumentale e fumettistico, di pedestre e fiabesco su cui si basa questo immaginario è perfettamente calibrata nella toponomastica (“vicoli Midollari di Tarin”, “via del Corpo Genicolato”), nei nomi di associazioni e botteghe (la “polisportiva Rabarbaro”, il “Bar Chincaglia”) e in quelli padani, esotici, fantozziani o altisonanti delle innumerevoli comparse: Mastronardi, Turturro, il ministro Ricàsoli, lo zio Macario, i signori Mordacai e Kramer, il tenore Braganza... Il gusto per il puro flatus vocis è poi esaltato al massimo dall'uso che nel bassomondo si fa dei giornali, esemplari d'antan che i venditori rimontano con prassi dadaista e rivendono a clienti disposti a entusiasmarsi per il meteo come fosse un feuilleton. E', questa della stampa, una buona metafora della tecnica utilizzata dallo stesso Cavazzoni, che si dimostra a sua volta un provetto teppista nel giustapporre con approssimazione intelligentemente brutale i gerghi più diversi. L'impassibile, esilarante fluidità con cui li allinea porta a galla le associazioni mentali più politicamente scorrette, l'ignoranza e il puttanesco perbenismo che dominano la nostra società e che si celano appena sotto la vernice di una decrepita oratoria umanistica o di un italiano da verbale giudiziario. Basti qui un minimo esempio. “Nella famiglia di Annamaria sembrava (...) regnare quella serenità patriarcale che dà garanzie anche di igiene e di riservatezza”, recita un brano dove si parla dei legami parentali saldatisi a partire dalle truffe: e dove, a confermare l'intreccio indissolubile tra affetti e corruzione, l'idillica “serenità patriarcale” sfocia nella compunzione da annuncio erotico con cui si segnalano “igiene” e “riservatezza”. Cavazzoni non è un critico della cultura: ma proprio il suo disimpegno sornione gli permette di cogliere certe mostruosità sociali con una distratta esattezza più micidiale di un'accusa aperta e di un affondo analitico. E' appunto la poetica fisicità dei dettagli a fare della “Valle dei ladri” la riuscita, metafisica allegoria di un lentissimo crollo di civiltà. Nella conca del bassomondo la società affluente deperisce senza arrivare a una fine: si sopravvive anemici e catatonici, “per forza d'inerzia”, in una scarsità cronica di corrente, benzina e cibo. Tutto sbiadisce, nulla muore o nasce: anche la cultura è una fioca replica di quella moderna, che agonizza senza rinnovarsi ed evapora in una smemorata diceria. Non si ricorda una realtà differente, eppure ogni esperienza appare un déjà vu. E come è umano, questa fiacca apocalisse ispira bizzarre ipotesi teologiche: ci sono, ad esempio, sette che negli irraggiungibili altipiani stagliati all'orizzonte vedono un Olimpo di dèi beffardi; e c'è gente che, convinta d'esser spiata dall'alto, sventola le pudende davanti a grandi fratelli immaginari. Molti si sentono “personaggi inventati” e poi “abbandonati a se stessi”: nutrono la nostalgia di una indefinita patria altra, come se fossero turisti che a forza di adattarsi alle abitudini del luogo hanno scordato la propria origine. Malgrado guasti e inganni, insomma, le illusioni si confermano leopardianamente indistruttibili. Ma altrettanto naturale è il pessimismo cosmico di chi sospetta che il clinamen entropico del bassomondo rappresenti la vita tout court. “La vita, a volte, dicono incominci così, con lo sbandamento di un sistema automatico”, azzarda il narratore, pronunciando una frase filosofica, che però si lascia leggere anche come la semplice presa d'atto della circostanza per cui si finisce nel bassomondo a causa di prosaiche deviazioni ferroviarie. Ed è appunto la coincidenza “figurale” dei vari livelli il maggior pregio della “Valle”. Data la staticità di questi mondi grotteschi, surreali ma perciò anche realissimamente nostrani, chi prova a descriverli rischia sempre di cadere nel bozzetto da commedia all'italiana o d'insistere troppo sulle tinte cupe, magari ricalcando gli ipertrofici gliommeri gaddiani o gli scolastici inferi neoavanguardisti. Cavazzoni, poi, corre un pericolo anche maggiore: quello di trasformare la comicità “idiota” e anacolutica in un codice bamboleggiante e più convenzionale di qualunque burocratese, come fanno spesso Celati e i troppi suoi cloni. Ma in lui lo sguardo stralunato e falotico è genuino, e la sua prosa migliore riflette la felicità di chi non ha scopi né poetiche da sostenere. E' per questo che può recuperare una narratività sbrigliata e ficcarci dentro di tutto, ma senza mai enfatizzare una mescolanza di stili le cui componenti tratta al contrario come cellule indifferenziate. Ecco: la fatiscenza porta all'indifferenziazione, instilla quel senso di purgatoriale uniformità che al giovane Cavazzoni, arrivato a Bologna da studente, fece apparire la città nient'altro che una grossa periferia della sua Reggio. L'autore della “Valle” ci dice che non c'è quasi differenza tra reale e fantastico, tra fisico e metafisico. Quasi. Perché se dal bassomondo si torna a Milano, si scopre che lassù le truffe non servono solo a soddisfare un'esigenza del momento, non lasciano spazio a pigre anarchie. Lassù il ladrocinio è oliato: è un'industria che oltre tutto e malgrado tutto, ahimè, funziona pure.
Non deprime il cuore né lo stomaco: Ermanno Cavazzoni, La valle dei ladri
Francesca Fiorletta «Nazione indiana» 18-09-2014
“Io me ne intendo. Quelli che dava agli altri erano baci di superficie, senza mordente, senza che ci fosse l’anima dietro, mentre a me era l’anima che mi suggeva; e io altrettanto.”

Esce per Quodlibet Compagnia Extra, uno dei migliori romanzi di Ermanno Cavazzoni, La valle dei ladri, già edito da Einaudi nel 1999 come Cirenaica, e recentemente rimaneggiato e rivisto dall’autore, che ha voluto anche ripristinare il titolo originario. 
Sulle prime, la scelta mi ha dato un po’ da pensare. Cirenaica è infatti il nome dell’unico film proiettato nell’unico cinema del Bassomondo, questa sorta di limbo-città in cui il protagonista si ritrova a bighellonare senza un vero perché, e da cui proverà a fuggire, seppure con poca convinzione, aspettando treni fantasmatici e miracolosi che, forse, difficilmente arriveranno.
Mi sembrava proprio un ottimo titolo, Cirenaica, perché nel leggere questo libro si ha esattamente la sensazione di rivedere con costanza le stesse identiche scene, slabbrate e riproposte in sequenza circolare, frantumate e ridisposte in fila sotto gli stessi quarti di luce, che è invero un alone diafano, il surrogato di una luna opaca che è sempre sull’orlo di scomparire, catturata e resa immortale, impressa sulla pellicola di carta, prima che il suo pallore inconcusso venga soppiantato dalla ben più pervicace luce elettrica, ossia dal sempre nuovo che avanza.
Perché Cavazzoni avrà scelto di cambiare titolo? Mi sono chiesta, confesso, più volte. E poi ho letto questa descrizione vivacissima degli abitanti del Bassomondo, e ho capito:

“Non si conoscono, non si sono mai conosciuti, si abbracciano per salutarsi, si ingannano e si derubano l’uno con l’altro, se c’è da rubare; ma quasi sempre sono dei poveri diavoli, malmessi, con in tasca nient’altro che un fazzoletto lercio di naso.”

Un clima peggiore è difficile immaginarlo, eppure, dopo aver letto il libro, sfido chiunque a non voler fare una gita nel Bassomondo, dove le nebbie sono coltri fitte e i ragionamenti sembrano fiocchi leggeri, dove il popolo degli obesi litiga col popolo dei gatti e tutti quanti passano le giornate col naso all’insù, nell’attesa che gli ingegneri dell’universo si decidano ad attaccare finalmente la corrente elettrica, che le abitudini cambino, che la religione si faccia scienza, che il futuro, questa blanda ipotesi di futuro, smetta di essere una leggenda tramandata dai popoli via via, senza storia né istruzione né alcuna possibilità di reale informazione.
Il filo conduttore del libro è senz’altro il tempo. Un tempo che è mistico e angosciante insieme, che non è tanto un fluire pericolante di eventi, (ché anzi, a ben guardare, non ce ne sono poi molti), quanto una brodaglia incolore e insapore e inodore, un succo gastrico sfiammante e potentissimo, che annebbia le coscienze e insonnolentisce le pulsioni vitali.
Ecco i pensieri che si affacciano alla mente del protagonista:

“Come mi piaceva l’idea che le stagioni non se ne volessero andare, che si attendesse da qualche parte l’estate, che la pioggia battente facesse aprire gli ombrelli, che un vento libeccio venuto dal mare portasse via le tende e le strutture turistiche; come mi piaceva che a Pietroburgo ci fosse la neve e a Madrid scoppiasse l’estate, la più calda estate che si sia mai registrata negli ultimi dodici anni. Non importava l’anno né il secolo; erano gli eventi che si riaffacciavano aula superficie uniforme del tempo.”

Un tempo, dunque, che non è squisitamente cronologico, ma che è soprattutto un tempo – mi si passi l’eufemismo – percepito. Un tempo epidermico, un tempo sociale, un tempo fatto di luoghi e di stagioni, di sensazioni e di voluttà.
E qui torniamo alla citazione iniziale, a quel bacio sentito e vero, che il protagonista, lui e lui solo, crede di essersi scambiato, con così tanta passione e trasporto, con Annamaria, una stupenda meretrice che è solita aspettare i clienti alla Stazione Centrale, e fingere immediatamente con loro estrema confidenza, quasi mettesse in scena un incestuoso rapporto familiare. Annamaria chiama tutti Paolo, impersona il ruolo della nipote o della cugina dei vari clienti che via via si avventano sulle sue grazie come profughi affamati tenuti a lungo digiuni.
Anche Annamaria, in fondo, è Cirenaica. Vive costantemente nello stesso identico film, fatto di arrivi casuali e saluti calorosi, di fantasie già preventivamente sceneggiate, predisposte bene in ordine sempre sullo stesso copione; fonda la sua stessa ragion d’essere in una trama asfittica e dissonante, che continua a recitare ormai senza convinzione, ma sempre con lo stesso effetto stupefacente.
E, esattamente come lei, tutti gli altri ladri, per provare ad esistere, non fanno altro che rubare la verosimiglianza al quotidiano.
Il mondo fantastico di Ermanno Cavazzoni è talmente limpido e preciso nella sua innata disonestà, da risultare quasi un dogma imprescindibile, una legge di natura fasulla che nutre farmacologicamente l’impostura e che dall’impostura trae il suo più autentico e sagace vigore.
La valle dei ladri
Margherita Chiriacò «Rivista Unaspecie» 19-09-2014
Ermanno Cavazzoni ci fa immergere in un mondo immaginario, chiamato Bassomondo, abitato da uomini e donne capitati lì per caso che non hanno più trovato il modo di andarsene. Sì, perché nel Bassomondo ci si arriva senza volerlo, nessuno può nemmeno immaginare l’esistenza di quel luogo se prima non l’ha visto, e non vi è possibilità di ritorno alla vita normale, almeno sembra. E poi della vita normale, quella vera, nessuno si ricorda più nulla, chi arriva nel Bassomondo perde ogni generalità, nessuno è più qualcuno: non si ricorda più chi era, cosa faceva, se aveva una famiglia… Il nostro protagonista è appunto anonimo, e nel Bassomondo ci è arrivato come tutti gli altri, in treno.

La stazione è il fulcro della città, tutti arrivano e nessuno riparte, è un binario morto quello del Bassomondo, è il capolinea! Chi arriva non fa in tempo a scendere dal treno che subito viene assalito da truffatori: finti parenti, finti amici, finte autorità, finto finto finto, tutto è finto nel Bassomondo, e tutto si muove grazie alla truffa. E così i nuovi arrivati sono galline da spennare e in un batter d’occhio gli viene tolto tutto: portafogli, documenti, valigie, perfino i vestiti. Si impara presto l’arte della sopravvivenza in quella città dove sembra essere sempre domenica: ogni giorno è uguale all’altro, si occupa il tempo come si può tra un atto vandalico e l’altro, non esistono negozi, supermercati, uffici, nessuno lavora, nessuno ha una famiglia o una casa. La ricerca del cibo è una variabile costante nel Bassomondo dove manca anche la corrente elettrica, c’è solo un filo di luce che illumina le strade e questo perché nel mondo reale ‘si sono dimenticati di spegnerla’.

Alla fine il protagonista di Cavazzoni riesce a scappare dalla città e raggiunge Milano, la sensazione che ha provato nel vederla è stata illuminante, ‘una rinascita’. Ben presto però la nostalgia del Bassomondo si è fatta sentire, e il nostro eroe si trova a pensare a come ritornare indietro, un giorno. Bassomondo è una realtà, una dimensione diversa dalla nostra, dal nostro mondo, più disperata e più cruda. Sembra rappresentare lo stadio che precede la vita vera, il momento in cui le persone prima di nascere si formano nel loro essere, nei loro gusti e nelle loro predisposizioni, è la loro eredità genetica
Con Cavazzoni fra i ladri di Bassomondo
Romano Montroni «Corriere della Sera - Bologna» 28-09-2014
Avete mai tetto, o sentito leggere, Ermanno Cavazzoni? Leggetelo, perché è geniale (non a caso, è stato uno degli storici collaboratori di Fellini), e se potete andate a sentirlo leggere perché è un'esperienza unica! Una delle sue specialità è descrivere personaggi marginali della vita quotidiana, di quelli che a tutti noi è capitato di incontrare. In libreria troviamo la riedizione di un suo vero, piccolo capolavoro uscito da Einaudi nel 1999 con il titolo Cirenaica: nell'avvertenza all'inizio del libro si dice che questo manoscritto è stato trovato per caso alla stazione Centrale di Milano e si invita l'autore a farsi avanti e a farsi riconoscere per ricevere gli onori del caso. Il protagonista vive in un fantasioso mondo chiamato Bassomondo, dove si concentra il peggio della società ladri, teppisti, truffatori, bugiardi pedofili ecc. Fin dall'inizio si capisce l'atmosfera ironica del racconto: «Vado alla stazione Centrale di Milano che assomiglia alla stazione di Bassomondo. Anche qui rubano, e io ti conosco i ladri; sono sempre gli stessi; ci salutiamo; i ladri si fingono sempre in partenza, e questa è una differenza dal Bassomondo dove i ladri stanno sempre in attesa. Qui fingono una gran fretta, ma io li distinguo, gridano, il treno, il treno! lo perdo! e infilandosi dove c'è maggiore folla spingono chiedono scusate e intanto sfilano i portafogli».
Un mondo allo sfacelo
Daniele Valisena «Gazzetta di Reggio» 03-10-2014
"A Milano ci sono per caso [.. .] ma non sono i ladri della stazione che non capisco. Sono tutti gli altri". Per poco e per caso, così scorre la vita del Bassomondo, un luogo che non ha una collocazione spaziale, ma che somiglia più a una sensazione, a un filtro grigio fumo sul paesaggio urbano e sull'animo umano che circondano ognuno di noi.
Questo lo scenario in cui si muovono i protagonisti di "La valle dei ladri", di Ermanno Cavazzoni. L'ultima fatica dello scrittore reggiano, nelle librerie da qualche mese, è una riedizione di "Cirenaica", fortunato romanzo già uscito nel 1999, che per questa sua nuova edizione è stato rivisto e modificato dall'autore, a partire dal titolo. La narrazione prende le mosse dall'arrivo del protagonista alla stazione del Basso mondo, una città senza una collocazione precisa, che vive stancamente e svogliatamente il suo sfacelo, tra palazzi cadenti, vicoli dimenticati e senza alcuna prospettiva futura. Anche il paesaggio umano che popola le vie del Bassomondo è completamente disgregato, diviso, con rapporti mediati solamente dalla malafede e dalla speranza di un misero profitto, quando non dalla semplice volontà di ammazzare il tempo e allontanare il vuoto che opprime gli abitanti del Bassomondo. È un mondo popolato da sindaci che si autoproclamano tali, di falsi ministri, di finti parenti e di amicizie simulate e momentanee, che durano finché non si è spogliato di tutti i pochi beni che posseggono i malcapitati giunti per sbaglio o per sfortuna nel Bassomondo. Tutti, inevitabilmente vengono trascinati nella spirale di miseria, malaffare e tradimento che dominano i rapporti sociali, in una continua battaglia per la sopravvivenza che annichilisce l' animo di donne e uomini, strappandogli volontà e speranze. Il finale, nonostante una parziale apertura, che potrebbe costituire una sorta di liberazione, in realtà serve a trasportare il Bassomondo nella quotidianità del reale, a mostrare il suo legame indissolubile con le vite, le fughe, le speranze e le false illusioni di tutti noi.
Su Ermanno Cavazzoni, La valle dei ladri
Angelo Guglielmi «L'immaginazione» 01-10-2014
Ultimamente abbiamo assistito a una polemica sul significato di "moderno" in letteratura (e più in genere nelle arti) riconoscendo impropriamente a questa parola l'indicazione di uno "stile". Invero "moderno" prima che riferirsi a uno "stile" individua il mood di un tempo storico, il carattere di una età. Alla stessa maniera di "antico" o di "classico" indica la nascita (all'interno del correre dei secoli) di una nuova civiltà di pensiero e (conseguentemente) di fare arte.
Il "moderno" che è ancora il tempo in cui viviamo con Baudelaire, Hegel e Nietzsche (perdonatemi questa sintesi semplicistica ma è già comunemente usata) inaugurò un tempo (che ripeto è ancora il nostro) in cui l'operatore d'arte (poeta o romanziere, pittore o musicista) non poteva più contare (e usare direttamente) i materiali della realtà empirica e le logiche in cui si sviluppano perché incorsi in un processo di mistificazione e manipolazione falsificatoria. E questo vale anche per l'oggi nonostante il parere contrario di Donnarumma e mi pare di Barardinelli i quali, scambiandolo per uno stile, sembrano essere convinti che il moderno è da tempo finito (e gli unici che non se ne sarebbero accorti sono gli autori della neovanguardia).
Ma non è di questo che voglio discutere ma sottolineare che la prescrizione ideologica pronunciata a metà Ottocento (l'arte non è lo specchio della realtà) è valevole anche per l'oggi e insistere che non è accaduto nulla (anzi solo segnali di conferma) che consenta di considerarla superata.
Lo sa bene Ermanno Cavazzoni che ci propone La valle dei ladri già uscito nel 1999 e oggi ripresentato con nuovo titolo e dovuti arricchimenti. Cavazzoni è un uomo molto colto (senza le rigidità dell'accademico) e non gli manca né lo sguardo alto di chi pensa (e riflette) sul mondo (e sulla letteratura) né quello basso di chi vive in un Paese che sfida se stesso a chi meglio (e con più profitto) si esercita in atti di corruzione e di cattivi comportamenti.
Ma Cavazzoni è anche uno scrittore che ha molto amato i romanzi di Lawrence Sterne, così bizzarri e così socievoli (li amava anche Marx), e vuole esprimere il suo sdegno di uomo civile per il male di cui è spettatore ma per farlo decide di raccoglierlo (di rifletterlo) in una favola che, come è caratteristica delle favole, sa rendere credibili (inscenando un teatro dell'evidenza) le cose incredibili di cui racconta. Così fantastica di un altomonte da cui guardare le nefandezze che avvengono appena sotto, appunto nel bassomondo, dove vivono solo ladri, grassatori, profittatori, fornicatori insomma ogni sorta di malfattori e di furfanti.
Certo il bassofondo è privo di tutto, case e strade diroccate, appena un filo di elettricità che tiene quasi spenti i televisori (con le parole che non si sentono), non arrivano i treni o (forse dal sopramonte) uno quasi vuoto anzi con un solo viaggiatore (che poi diventerà il protagonista della favola) che appena scende con la valigia viene assaltato dagli abitanti in attesa, che vantandosi fidanzate, zii e parenti lo sequestrano (in realtà sequestrano la valigia). Manca il lavoro ma non (non si sa come) il "mangiare" (che pure è sempre quello degli altri) inducendo a una vita teppistica di vagoni smontati, viti svitate, lamiere divelte, poltrone strappate. Qualche simulacro di uffici pubblici con impiegati inesistenti e file che durano giorni (per poi scoprire l'inutilità dell'attesa). I dirigenti della Società di elettricità (eleganti e severi ingegneri) vanno in visita, passando di casa in casa, a spiegare perché manca la luce (in realtà a scroccare qualcosa da mangiare) portando e distribuendo biglietti della lotteria che assicurano a tutti i possessori la certezza del premio di un viaggio all'estero. Molti o forse qualcuno vuole andar via e tra questi il protagonista sfinito dalla complicità con la vita teppistica e roso dalla gelosia per l'insidia di un rivale nelle sue fantasticherie amorose. Ma sa che non ci sono treni in partenza né autobus, almeno non ne aveva fin lì mai visti, finché un certo pomeriggio molto nebbioso (non solo per la nebbia) inseguendo il rivale per sorprenderlo sul fatto gli pare di vederlo imbucarsi in un fantomatico autobus al quale anche lui si aggrappa e poco dopo il "fantasma" misteriosamente parte. Viaggia per giorni e giorni attraverso luoghi, strade, pianure e paesaggi invisibili e finalmente arriva nella città reale, non per niente MILANO.
Davvero straordinario è il racconto stralunato di Bassofondo dove ciò che accade infrange il modello realistico e la realtà viene estraniata con una formidabile energia ironico-visionaria. Non c'è angolo (dunque pagina) che non garantisce grande godimento trascinando il lettore in performances inaudite tanto spettacolari quanto incongrue. Nel divertimento tuttavia non gli sfugge che quel simulacro di città dove sono tutti ladri sono anche tutti poveri disgraziati senza che questo giustifica i loro comportamenti e piuttosto serve all'autore non per pronunciare atti di denuncia (e di esibita esecrazione) ma per intensificare e dar forza alla qualità allucinatoria della rappresentazione. Così Cavazzoni considerato scrittore privo di ogni rapporto con la realtà, impegnato in virtuosismi e giochi di parole, si rivela (a prova di contestazione) un autore che sa che la realtà per chi scrive è un riferimento essenziale e obbligato (altrimenti in cosa consisterebbe la scrittura) ma sa anche che (se non si vuole mancarne la presa) occorre dotarsi di tutta la strumentazione formale e gli espedienti tecnici necessari per non farsela sfuggire.
Quelli di Ermanno Cavazzoni sono di Ermanno Cavazzoni, infiniti altri pur profondamente diversi sono a disposizione (a decisione di ogni diverso scrittore) ma tutti non devono confondere la scrittura con la realtà (questa a specchio di quella) che tuttavia dovendo rispondere all'obbligo dell'oggettività non può permettersi di non far posto, approntando i modi adeguati (che non sono la bella scrittura come è d'uso secondo Giglioli nei giovani scrittori di oggi), a l'altro, dunque alla realtà purché non immiserita nei suoi aneddoti piattamente realistici.
La valle dei ladri
Redazionale «Corriere della provincia di Viterbo» 25-03-2016

Uscito in un primo momento con il titolo Cirenaica per Einaudi, viene ora ripubblicato con il titolo originario e con le revisioni e correzioni dello stesso autore. Ermanno Cavazzoni è stato sceneggiatore (con Fellini) e regista (Vacanze al mare) e da scrittore di razza quale è, inscena in questo libro "lo spettacolo comico e scarsamente sensato dell’umanità, irrimediabilmente stolta e fallimentare", ambientandolo in un luogo immaginario chiamato Bassomondo, popolato esclusivamente da ladri, perdigiorno, truffatori e parolai.

 

2014
Compagnia Extra
120x190
ISBN 9788874626212
pp. 264
€ 14,50 (sconto 15%)
€ 12,33 (prezzo online)