Viaggio alle regioni equinoziali del Nuovo Continente
Viaggio alle regioni equinoziali del Nuovo Continente
fatto negli anni 1799, 1800, 1801, 1802, 1803 e 1804 da Alexander von Humboldt e Aimé Bonpland. Relazione storica
 
Antologia a cura di Franco Farinelli
Illustrazioni di Stefano Arienti
Traduzione di Giuseppe Lucchesini
 

“Fin dalla mia prima giovinezza ho provato un ardente desiderio di viaggiare in terre lontane e inesplorate. È un sogno questo che caratterizza quell’età in cui la vita ci appare come un orizzonte sconfinato, quando nulla ha per noi maggiore attrattiva dei forti turbamenti dell’anima e dell’immagine di pericoli concreti”.

 

La Coruña: 5 giugno 1799, un giovane scienziato prussiano s’appresta a varcare l’Oceano Atlantico lasciandosi alle spalle non soltanto l’Europa ma il XVIII secolo. Fino ad allora i viaggi erano stati d’esplorazione, occasioni per allargare i confini del mondo conosciuto. La spedizione che Alexander von Humboldt compie insieme all’amico e botanico Aimé Bonpland termina nel 1804, dopo aver percorso buona parte delle tre Americhe (Venezuela, Colombia, Ecuador, Perù, Cuba, Messico, per tornare poi in Europa dagli Stati Uniti) ed è, come scrive Franco Farinelli nell’introduzione, “il viaggio dei viaggi, nel senso che la sua forma ne riassume e comprende tutti i generi e tutti i modi: dal viaggio sentimentale a quello d’esplorazione, dal viaggio scientifico a quello letterario (…) per tale motivo, lo spazio americano viene definitivamente acquisito, finalmente depurato di ogni mito e credenza, dalla cultura europea”. Tornato in Europa raccoglie quest’esperienza, scientifica, intellettuale e naturalmente avventurosa, nei trenta volumi del Voyage aux régions équinoxiales du Nouveau Continent. L’antologia, a cura di Franco Farinelli, traccia un quadro esatto del personaggio e del viaggio ed è illustrata da Stefano Arienti.

 

 

Aimé Bonpland (1773-1858) è stato un botanico ed esploratore francese.

 

Franco Farinelli è direttore del dipartimento di Filosofia e Comunicazione dell’Università di Bologna e presidente dell’Associazione dei Geografi Italiani (Agei). Ha insegnato presso le Università di Ginevra, Los Angeles (UCLA), Berkeley e a Parigi alla Sorbona e all’École normale supérieure. Tra i suoi libri: Geografia (Einaudi, 2003) e Crisi della ragione cartografica (Einaudi, 2009). La sua ultima opera, La mente urbana. Saggio di geografia politica, e in uscita presso Einaudi.

 

Stefano Arienti, laureato in scienze agrarie con una tesi di virologia, esordisce come artista nel 1985 nella ex fabbrica Brown Boveri di Milano, dove incontra Corrado Levi, suo primo maestro. A partire dagli anni novanta partecipa alla Biennale di Venezia (Aperto 1990, 1993), alla Biennale di Istanbul (1992), alla XII Quadriennale di Roma, 1996 (primo premio) e alla Biennale di Gwangju (2008). Tra le personali più recenti: MAXXI, Roma (2004), Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino (2005), Isabella Stewart Gardner Museum, Boston (2007), Fondazione Querini Stampalia, Venezia (2008), MAMbo, Bologna (con Cesare Pietroiusti, 2008), Palazzo Ducale, Mantova (2009), Museion, Bolzano (con Massimo Bartolini, 2011). Appassionato viaggiatore, è oggi uno dei più noti artisti italiani.

Recensioni 
redazionale «Il Foglio» 10-09-2014
V. Co. «Il Messaggero - Pesaro» 09-10-2014
Luca Molinari «Abitare» 01-10-2014
Maurizio Stefanini «Libero» 12-11-2014
Giancarlo Alfano «alfabeta 2» 22-11-2014
Giulio Azzolini «la Repubblica» 23-11-2014
Massimo Bucciantini «Domenica – Il sole 24 ore» 05-04-2015
Francesco Guglieri «Studio Milano» 15-03-2016
 
Viaggio alle regioni equinoziali al nuovo continente
redazionale «Il Foglio» 10-09-2014
Titolo completo è: "Viaggio alle regioni equinoziali del Nuovo continente fatto negli anni 1799, 1800, 1801, 1802, 1803 e 1804 da Alexander von Humboldt e Aimé Bonpland. Relazione storica". Ma questa, curata dal presidente dell'Associazione dei geografi italiani Franco Farinelli, e impreziosita dai disegni di Stefano Arienti, è solo un'antologia. Rampollo di una nobile famiglia, il barone Alexander von Humboldt aveva avuto come padrino di battesimo il futuro re di Prussia, Federico Guglielmo II. Per questo, oltre che per la brillantezza dei suoi studi scientifici, a ventitré anni era stato assunto nella società mineraria statale prussiana, come sovrintendente. A ventisette anni, dopo la morte della madre, si trovò con una cospicua eredità e si dimise dalla carica, per progettare un viaggio di esplorazione tale da permettergli di costruire una "teoria della Terra". Il progetto iniziale di recarsi in Egitto e medio oriente fu impedito
dai contraccolpi delle guerre napoleoniche, che fecero saltare anche la spedizione francese nei mari del sud alla quale aveva pure tentato di unirsi. Fallito un ulteriore tentativo di imbarcarsi per l'Africa e rifiutatogli dagli inglesi un visto per l'India, come ripiego Humboldt riuscì ad avere un nulla osta per l'America spagnola.
Quell'itinerario tra il forzato e il casuale sarebbe diventato, spiega Farinelli, "il viaggio dei viaggi, nel senso che la sua forma ne riassume e comprende tutti i generi e tutti i modi: dal viaggio sentimentale a quello di esplorazione, dal viaggio scientifico a quelle letterario e a quello di pura e semplice intelligence". Il suo è anche il primo viaggio "moderno", che seppellisce definitivamente i repertori di meraviglie e portenti, quali erano stati in fondo anche "Il Milione" di Marco Polo e il "Giornale di bordo" di Cristoforo Colombo. A colpi di misurazioni e analisi, Humboldt procede alla definitiva acquisizione dello spazio americano alla scienza, fisica e antropologica: esemplari sono a questo proposito le pagine in cui decostruisce il mito dell'Eldorado. Ma questo lungo percorrere una terra ancora selvaggia in coppia con l'amico francese Bonpland, non è mai immune dall'avventura. Non solo gli scienziati moderni, ma anche la narrazione avventurosa venuta dopo di lui ha preso l'imbeccata dai libri di Humboldt. Ne sono esempio Emilio Salgari e Jules Verne, con i loro romanzi continuamente interrotti da notazioni didattiche; ma anche il Paperino di Carl Barks o i film di Indianti Jones.
In viaggio col barone von Humboldt
V. Co. «Il Messaggero - Pesaro» 09-10-2014
Una bella antologia "Viaggio alle regioni equinoziali del Nuovo Continente", curata da Franco Farinelli per la maceratese Quodlibet, e impreziosita dalle illustrazioni di Stefano Arienti. Si tratta del viaggio verso le Americhe nel 1799 del barone von Humboldt insieme all'amico botanico Bonpland. Per costruire una "teoria della Terra, il giovane rampollo intraprende un viaggio inteso in senso moderno come scoperta scientifica, fisica e antropologica che di fatto diviene "il viaggio dei viaggi", nel senso che li comprende tutti, "dal viaggio sentimentale a quello d'esplorazione, dal viaggio scientifico a quello letterario". Poiché fin da bambino il suo sogno era quello di "viaggiare in terre lontane e inesplorate. È un sogno questo che caratterizza quell'età in cui la vita ci appare come un orizzonte sconfinato, quando nulla ha per noi maggiore attrattiva dei forti turbamenti dell'anima e dell'immagine di pericoli concreti".
Il valore politico del viaggio
Luca Molinari «Abitare» 01-10-2014
«Fin dalla mia prima giovinezza ho provato un ardente desiderio di viaggiare in terre lontane e inesplorate. È un sogno, questo, che caratterizza quell'età in cui la vita ci appare come un orizzonte sconfinato, quando nulla ha per noi maggior attrattiva dei forti turbamenti dell'anima e dell'immagine di pericoli concreti».
Le parole di Alexander von Humboldt, probabilmente uno dei viaggiatori moderni più influenti e decisivi nel plasmare un modo nuovo di raccontare il mondo, fanno da viatico a questa elegante selezione dei suoi testi tratti dal Viaggio alle regioni equinoziali del Nuovo Continente, pubblicato in un'opera di 30 volumi tra il 1807 e il 1834. Questa bella antologia, curata dal geografo Franco Farinelli e impreziosita da una serie di potenti illustrazioni originali dell'artista Stefano Arienti, è un omaggio a quello che viene definito come "il viaggio dei viaggi" e a colui che ha cambiato il modo di pensare il mondo attraverso la compresenza di un modo emozionale, di vivere il paesaggio e la sua analisi scientifica. L'introduzione di Farinelli aiuta a comprendere il valore ideologico e politico del viaggio di Humboldt, che vedeva nella nuova geografia un terreno di affermazione della nascente borghesia, e nella ricerca di luoghi lontani interpretati come simbolici della rivoluzione sociale che avrebbe cambiato presto i destini del mondo occidentale.
L'Indiana Jones dell'Ottocento. La spedizione in Sud America
Maurizio Stefanini «Libero» 12-11-2014
Così Alexander von Humboldt creò l'avventura moderna a colpi di scienza.
Una favolosa isola che a volte si vede e a volte scompare nell'orizzonte. Un uomo che accudendo il figlio neonato mentre la madre è malata inizia a produrre dalle mammelle latte per nutrirlo. Un popolo indigeno che per scarnificare i corpi dei morti prima di seppellirli li dà in pasto ai piranha. Un altro che per due mesi ogni anno si nutre esclusivamente di terra. La tribù dei Caraibi in cui gli uomini parlavano una lingua e le donne un'altra. Il vecchio pappagallo, ultimo a parlare la lingua di un'etnia ormai estinta. I cannibali cristianizzati che in confessione assicuravano di aver compreso il male di mangiare carne umana ma chiedevano il tempo per disabituarsene poco a poco: «Vogliono poter mangiare carne umana una volta al mese, poi ogni tre mesi, fino a quando non perderanno l'abitudine»…
Va ricordato che questo Viaggio alle regioni equinoziali del Nuovo Continente fatto negli anni 1799, 1800, 1801, 1802, 1803 e 1804 da Alexander von Humboldt e Aimé Bonpland. Relazione storica ora pubblicato da Quodlibet/Humboldt (pp. 266, euro 23,50) è solo un'antologia, a cura di Francesco Farinelli. Non c'è dunque il villaggio in cui i serpenti durante la notte si arrampicavano sui tetti delle case per mangiare i pipistrelli e cadevano nel letto. Né i viaggi al centro del fiume per evitare le frecce avvelenate. I ponti sospesi sugli strapiombi. Le razzie dei bandoleros... Ma quel che c'è già basta a dare un'idea.
Avete presente Indiana Jones? Avete presente quei libri di Emilio Salgari e Jules Veme, dove ogni tanto l'avventura più vorticosa si interrompe perché un personaggio o lo scrittore stesso devono dare una spiegazione su un particolare fenomeno, paesaggio o popolazione? Ecco: vengono da lui. Zoologo, botanico, esploratore, geologo, geografo, astronomo, politologo, sociologo, storico, antropologo, diplomatico, persino precursore di Internet per il suo grande progetto di una rete intercontinentale di sapienti tra di loro in corrispondenza, Humboldt è anche il creatore dell'avventura moderna.
Tutto è misurato e analizzato, ma la scienza che spiega non uccide affatto la meraviglia, ma anzi la esalta. Appunto, alla Jules Verne. «Fin dalla mia prima giovinezza ho provato un ardente desiderio di viaggiare in terre lontane e inesplorate», raccontava Humboldt. Di famiglia aristiocratica (Federico Guglielmo II fu il suo padrino di battesimo), Alexander aveva 27 anni quando nel 1796 la morte della madre gli lasciò la cospicua eredità che gli avrebbe permesso di realizzare i suoi sogni, e decise dunque di dimettersi da sovrintendente minerario per organizzare il viaggio. Ne aveva 30 quando riuscì infine a lasciare l'Europa napoleonica per l'America spagnola: suo compagno di viaggio il francese Bonpland, valente botanico e forse anche suo amante. E a 35 anni ritornò, avendo annotato tutto ciò che gli capitava e usato oltre un terzo delle sue fortune. Il resto lo spese nel cercare di pubblicare questo monumentale resoconto, rimasto incompiuto al 23esimo volume. A quel punto fu costretto a accettare una pensione del governo prussiano, e poi a 60 anni ridivenne esploratore in Asia per conto dello zar.
Humboldt, o dell’immaginazione
Giancarlo Alfano «alfabeta 2» 22-11-2014
Un’immagine ci arriva dalla stratosfera. Striature di bianco fanno da intermezzo a larghe chiazze di grigio, che s’inffitiscono in linee più scure: sono i filamenti dei cumuli e cirrocumuli (il bianco); è il suolo terrestre (il grigio); sono le strade, le linee ferroviarie, forse i solchi regolari delle grandi piantagioni americane (il grigio più scuro). Commentando una delle prime fotografie scattate dalla stratosfera, il geografo Eugenio Turri osservava in Antropologia del paesaggio (1974) che, anche vista da così lontano, la Terra denuncia sempre le tracce della presenza umana.
Su questo stesso problema Turri sarebbe tornato trent’anni dopo con Taklimakan: il deserto da cui non si torna indietro, in cui è presentato, tra l’altro, il seguente, vertiginoso processo mentale: si pensa ai primi viaggi nello spazio, ci si intristisce per il fatto di non poter partecipare a quella straordinaria esperienza se non attraverso i racconti degli astronauti, si sposta il volto verso le dorsali cenozoiche delle Alpi e, ammirandole per l’ennesima volta, si capisce d’improvviso che lo stesso silenzio minerale che avvolge il cosmo si trova anche su questo pianeta. La madre-Terra condivide la stessa distanza siderale che gli astronauti hanno avuto negli occhi. Quaggiù e lassù si assomigliano: sono entrambi extra-terrestri, extra-umani.
Vengono in mente anche queste cose quando si legge l’antologia del Viaggio alle regioni equinoziali del Nuovo Continente di Alexander von Humboldt: anche grazie all’introduzione di Franco Farinelli (che peraltro tante volte ha recato omaggio a Turri), nella quale s’invita il lettore a riconoscere in questo libro tre diversi racconti: quello del viaggio, quello dei paesi attraversati e quello delle condizioni culturali del mondo cui il viaggiatore appartiene.
Farinelli c’invita insomma a leggere il carattere profondamente politico dell’opera di Humboldt, aristocratico convinto delle ragioni del pensiero illuministico e delle prospettive liberali della borghesia tra Settecento e Ottocento, che proprio fece del rapporto tra osservazione e misurazione la chiave di volta per la conoscenza (e il dominio) del mondo. Al tempo stesso, però, mostrando come Humboldt realizzi «una relazione continua e dialettica» tra osservazione scientifica e «immaginazione all’aria aperta», Farinelli ci suggerisce di considerare anche le ragioni dell’immaginare e dell’immaginario, che altrettanto legittimamente vanno collocate alla base di ogni attività scientifica e che nel volume sono valorizzate dalle splendide immagini di Arienti.
Lo si vede già nelle primissime battute del racconto, quando Humboldt, che si accinge a salpare dal porto di La Coruña, paragona la baia iberica alla Laguna del Obispo nel «nuovo mondo», concludendo che «nel mezzo della varietà che la struttura presenta […] si osserva un’analogia di struttura e di forme». Il metodo dell’osservazione immaginale, del riconoscimento delle analogie morfologiche del pianeta è seguito costantemente dall’autore, che a Tenerife spiega l’origine «di due piccole colline che si elevano in forma di campana» sulla base di «osservazioni fatte sul Vesuvio o in Alvernia», mentre apparenta l’«argilla indurita» al «tufo di Posillipo» e «agli strati di pozzolana» nella valle di Quito.
Il sistema delle analogie e del confronto va di pari passo con una sorta di «critica della misurazione», che è un altro aspetto importante di questo grande classico del pensiero geografico occidentale (e forse del pensiero tout court). Proprio perché gira il mondo (il nuovo e il vecchio) con barometri, cronometri, igrometri e termometri, Humboldt è sempre attento agli aspetti qualitativi di ciò che lo circonda: colori, temperature, salinità dell’aria, umidità sono da lui considerati sia nel risvolto percettivo, o insomma della sensazione, sia nel risvolto oggettivo, e dunque della misura.
Al rendere visibile attraverso la trasposizione su carta di valori metrici, l’iniziatore della nuova geografia contrappone dunque, da una parte, il racconto del visibile, dall’altra la verifica della misura attraverso il confronto dei valori. Per questo motivo Humboldt sente di dover spiegare che la visibilità (proprio quella su cui si poggia la possibilità stessa di individuare un punto sugli assi cartesiani cui riduciamo abitualmente il mondo) dipende dallo «stato dell’atmosfera». E per questo stesso motivo s’impegna a dimostrare che l’errore nell’individuazione delle longitudini di alcuni siti americani va addebitato alla falsa posizione attribuita al porto di partenza: il che non vuol dire soltanto che la misura – come si studia ancor oggi a scuola – va sempre considerata sulla base dell’errore medio, ma che essa è minacciata da un errore più insidioso, che proviene dalla stessa trasformazione del concreto luogo di partenza – infisso nel mondo – in un astratto punto geometrico.
Striature di bianco fanno da intermezzo a larghe chiazze di grigio, che s’infittiscono in linee più scure: la variazione di colori ci porta dal cielo alla terra, e qui distinguiamo le distese naturali dall’operato dell’uomo. La lezione di Turri, insomma, era già presente nel suo antenato: il quale, mentre attribuiva la forma di una collina all’evento sismologico che l’aveva generata o mentre spiegava le condizioni della visibilità del picco di un monte, riconosceva pure, nel tessuto della natura, il segno lasciato dagli esseri umani: la presenza di una pianta nelle Canarie e in Asia sarà dovuta alle migrazioni dagli uomini e una grotta in alta quota, trasformata in cimitero, reca il segno del conflitto tra popolazioni nemiche. Nella ricchezza delle sue osservazioni, il testo di Humboldt rappresenta a sua volta un segno: quello di una conoscenza che oscilla tra riduzione della diversità a posizionamento geometrico e riconoscimento, nella varietà del mondo, di quell’«analogia di struttura e di forme» che lo costituisce.

Nota di Andrea Cortellessa
Non credo ci sia oggi su piazza, fra le proposte editoriali che hanno regolare circolazione in libreria (grazie alla lungimirante coedizione con Quodlibet), una gioia per gli occhi paragonabile a quella che donano i libri di Humboldt Books. Ai già graficamente squisiti titoli della collana «Libri di viaggio» (ultimo uscito, terzo della serie, Tutta la solitudine che meritate. Viaggio in Islanda, di Claudio Giunta e Giovanna Silva), nei quali uno scrittore e un fotografo di oggi uniscono le loro forze per rivisitare e anzi «ri-esplorare» terre già note e tante volte descritte, si aggiunge ora il carico da undici della nuova collana «Atlas», di formato più grande, che propone invece veri e propri classici dell’«esplorazione» – quando il mondo era ancora, in parte, terra incognita – corredati da un apparato iconografico d’epoca, o comunque in qualche modo «anacronico» rispetto al presente. Non poteva cominciare, questo nuovo progetto, che coll’autore che alla sigla editoriale ha dato il nome, il fondatore della geografia moderna – presentato dal maggior geografo di oggi, Franco Farinelli (il prossimo titolo, annunciato per i primi mesi dell’anno venturo, è un altro irrinunciabile: L’Africa fantasma di Michel Leiris). Dal punto di vista editoriale, ilViaggio alle regioni equinoziali del Nuovo Continente è semplicemente irresistibile. Buona parte del merito va a Stefano Arienti, artista viaggiatore e bibliofilo se ce n’è uno, che ha illustrato l’edizione impiegando – come quasi sempre fa – materiali bricolés. In questo caso le tavole originali della monumentale princeps dell’opera, uscita in trenta volumi a Parigi fra il 1807 e il 1834: che ha successivamente fotografato, fotocopiato e pirografato. L’effetto è dei più stranianti: come se un artista del passato sognasse, per speculum et in ænigmate, un futuro remoto che – poi – è il nostro presente. Anche questo, certo, è un modo di viaggiare.
Addio Prussia vado ai tropici
Giulio Azzolini «la Repubblica» 23-11-2014
Quando nel 1796 rimane orfano, il barone Alexander von Humboldt ha appena vent’anni ma nella sua mente è già scolpito un progetto preciso. Non emulerà il fratello maggiore Wilhelm, filosofo e futuro ministro del re di Prussia: meglio dimettersi dalla carica di funzionario e investire tutta l’eredità materna nel viaggio dei viaggi. Un’impresa che inizia il 5 giugno 1799 a La Corufia e termina cinque anni più tardi, dopo aver esplorato in lungo e in largo i Tropici, dall’Orinoco alla selva amazzonica a Cuba. Tornato in Europa, si trasferisce a Parigi, dove tra il ’14 e il ’25 pubblica la Relation Historique. Sa che il peccato capitale di qualsiasi libro di viaggio è «infastidire il lettore con la monotona espressione della sua ammirazione», ma il suo sguardo è troppo sensibile e il suo stile troppo controllato per cadere vittima di questo rischio. La pregevole antologia curata da Franco Farinelli e illustrata da Stefano Arienti presenta un testo inclassificabile, appassionante e a suo modo politico. La vera ambizione di Humboldt, infatti, altro non è che rendere scientifica e funzionale la cultura estetica e contemplativa della borghesia tedesca.
Principe dei geografi
Massimo Bucciantini «Domenica – Il sole 24 ore» 05-04-2015

Quando dieci anni fa uscì ilromanzo di Daniel Kehlmann, La misura del mondo, molti – anche in Italia – si appassionarono alla storia di due giovani scienziati tedeschi, dei quali prima di allora pochi (con l'eccezione degli studenti di scienze e degli specialisti in cartografia) avevano sentito parlare: il matematico e astronomo Carl Friedrich Gauss e il naturalista e geografo Alexander von Humboldt. Un po' quello che successe a chi, grazie soprattutto al passaparola, capitò per le mani La notte di Keplero di John Banville. Nessuno, neppure tra i masochisti più impenitenti, avrebbe mai pensato di entusiasmarsi per un racconto epistolare che ha al suo centro la sensazionale scoperta dell'orbita ellittica dei pianeti, l'avventura così ricca di colpi di scena di chi spese diversi anni della sua vita a osservare Marte allo scopo di indagare quel sottilissimo spicchio di superficie che è una via di mezzo fra la forma di un uovo e quella di un cerchio.

L'invenzione letteraria ha questo di assolutamente peculiare: se riesce a catturare l'attenzione e la fantasia del lettore, ha il potere di portarlo dovunque. Persino in luoghi e in mondi insospettati, in cui mai uno avrebbe pensato di andare. E una volta proiettato dentro a situazioni o a vite neppure lontanamente immaginate, poi può accadere un fatto ancora più significativo: che in lui si accenda l'interesse per la storia, o almeno per la storia vera e reale di quella vicenda o di quel personaggio.

Chi è rimasto colpito dalla lettura di Kehlmann oggi può proseguire quel percorso tuffandosi dentro le pagine di un affascinante libro di viaggio che lo porterà nelle misteriose regioni tropicali dell'America Latina. Un'avventura che durò sei anni, dal 1799 al 1804, trent'anni prima del grande viaggio di Charles Darwin sul Beagle, e che ebbe come guida il principe dei geografi, il primo che trasformò il viaggio di esplorazione in autentico viaggio scientifico.

Come scrive Franco Farinelli, mentre «l'esplorazione si accontentava di raccogliere informazioni su una particolare estensione territoriale, utili alle politiche d'espansione coloniale dei singoli governi europei», a Alexander von Humboldt interessava invece «una complessiva e per ciò stessa critica teoria della Terra». Ma per raggiungere questo livello di conoscenza era necessario indagare l'intero globo terracqueo, gran parte del quale – per usare le parole di Humboldt – «giace nascosto sotto la pelle dei fenomeni». E per farlo l'esploratore deve appunto diventare scienziato, saper usare linguaggi e strumenti capaci di rilevazioni barometriche e trigonometriche, tracciare mappe dei campi magnetici, misurare altezze e delineare profili geologici.

Per l'ammiratore della rivoluzione francese e degli ideali repubblicani – che voleva essere chiamato Alexander Humboldt, sopprimendo così ogni riferimento nobiliare dal suo nome – il passaggio da una visione estetico-sentimentale della natura a una comprensione scientifica rientrava in una più generale trasformazione della cultura della società civile. Alla suggestione del paesaggio colto nella sua immediatezza, doveva subentrare prima la scomposizione in termini scientifici di quella totalità «romantica», e poi la ricomposizione di tutti gli elementi singolarmente analizzati in precedenza. Solo in questo modo «la totalità originaria viene trasformata e ripristinata, non più sul piano estetico e dell'impressione sentimentale ma su quello scientifico». Ed è da queste premesse che il "geognosta" Humboldt – così amava definirsi, invece di geografo – sviluppò una geografia verticale, fondata sull'esatta misurazione dell'altitudine di vulcani, montagne, altipiani.

A una geografia di tipo aristocratico-feudale, come nel 1817 polemicamente osserverà il geografo e filosofo Karl Ritter, interessata prevalentemente a fornire informazioni militari, utili alpotere politico esistente (che privilegia la rappresentazione orizzontale, perché è sul territorio pianeggiante che si combattono le battaglie e si vincono le guerre), si sostituisce una nuova «visione generale» della faccia della Terra. Ai modelli delle mappe bidimensionali, subentra la filologia, la fedeltà alla natura delle cose, allo scopo di «valorizzare ogni minima differenza e preservare il valore d'uso dei territori attraversati». «La speranza – scrive Humboldt – di raccogliere qualche informazione utile alprogresso delle scienze» prende il posto dell'immaginazione e dell'emozione di vedere da vicino una natura selvaggia e maestosa.

Come appunto si verificherà quando in compagnia del botanico e zoologo Aimé Bonpland salperà il 5 giugno 1799 dal porto spagnolo di La Corufia, in quello che verrà ricordato come il viaggio dei viaggi, e che come prima tappa lo porterà fino alla cima del vulcano di Tenerife, all'imponente e misterioso picco del Teide. E qui è il limpido sguardo scientifico di Humboldt a colpirci: «Quando un viaggiatore si trova a descrivere le più alte cime del globo, le cateratte dei grandi fiumi, le tortuose valli delle Ande, si espone al rischio di infastidire il lettore con la monotona espressione della sua ammirazione. Conformemente al compito che mi sono prefisso in questa Relazione, mi sembra più corretto indicare il carattere particolare che distingue ciascuna zona. Tanto più si fa conoscere la fisionomia del paesaggio, tanto più si cerca di delinearne i tratti individuali, di compararli tra loro, e di scoprire, mediante questo tipo di analisi, le fonti di godimento che ci offre il grande affresco della natura». Un «godimento» della Natura che invece di affievolirsi si faceva sempre più coinvolgente e intenso con il crescere del discorso scientifico.

Ecco, forse non ci sono parole più adeguate di queste per capire un tratto essenziale della modernità e che passa sotto il nome di disincanto del mondo. Tutto è perfettamente coerente in queste pagine del Voyage. Così come l'abbattimento di miti e favole. Come quella della ricerca di El Dorado, che si era diffusa tra i conquistadores e trovò conferma nelle quattro spedizioni sull'Orinoco compiute nei primi del Seicento da sir Walter Raleigh: cioè del sovrano indio il cui corpo ricoperto di polvere d'oro si sarebbe dovuto trovare sulle rive di un grande lago, simile al mar Caspio, posto in mezzo alle montagne nella parte orientale della Guyana. E che Humboldt confutò attraverso un viaggio sull'Orinoco compiuto dalla sorgente fino alla foce, dimostrando così l'arbitrio di tante rappresentazioni cartografiche (a cominciare da quelle di Raleigh che aveva percorso l'Orinoco a partire dalla foce ma per appena 60 leghe). Dichiara Humboldt: «Il Dorado, simile ad Atlante e alle isole Esperidi, uscì a poco a poco dal regno della geografia ed entrò in quello delle fantasie mitologiche».

L'unico mito a cui non seppe rinunciare fu quello di credere nella corrispondenza tra gli interessi della borghesia e quelli dell'umanità intera.

Lui, amico di Simon Bolivar, e come il grande libertador acerrimo nemico di ogni forma di schiavitù, si augurò che in tutte le Antille si giungesse presto a eliminare quello che considerava uno fra i mali peggiori del mondo. Intanto però, dietro suo suggerimento, due anni prima di morire, il 24 marzo 1857, il re Federico Guglielmo IV pubblicò una legge in cui si riconosceva che ogni schiavo che avesse toccato il suolo dello stato prussiano sarebbe diventato automaticamente un uomo libero.

Dire attraverso la natura
Francesco Guglieri «Studio Milano» 15-03-2016

Viaggio alle regioni equinoziali del Nuovo Continente

Antologia illustrata dei testi scritti da Humboldt per i suoi avventurosi viaggi nelle Americhe dal 1799 al 1804. Può essere considerata l’origine del nature writing moderno. Alexander von Humboldt - Viaggio alle regioni equinoziali del Nuovo Continente, Quodlibet/Humboldt 2014.

 

Devo dire che il pensiero, per un attimo, sfiora anche me. Secondo alcuni detrattori il nature writing è solo un altro modo per trasformare la natura in merce, renderla "un’esperienza", qualcosa di vendibile e consumabile. Nel 2013, Steven Poole sul Guardian scrive che «il nature writing riduce l’ambiente a una specie di Prozac senza ricetta, una fantasia pastorale che nasconde il più trito escapismo borghese urbano». Questa volta solo un po’ più hipster, aggiungo io mentre sfoglio The Outsiders: New Outdoor Creativity, un volume molto ben illustrato di giovanotti (presumibilmente appartenenti alla classe creativa) immersi in ambienti naturali di composta bellezza mentre fanno camping con attrezzature dall’aria tanto cool quanto costosa. Ma se da un lato c’è senz’altro in giro un tentativo di vendere la natura come l’ultima esperienza dell’autentico, dall’ossessione per il cibo bio al diffondersi degli orti urbani, dall’altro ricondurre il nature writing a una moda sarebbe un errore. Il fatto è che comunque il sapere sulla natura, come ogni discorso culturale, è stato sempre il risultato di uno sguardo, qualcosa di inventato: non è un caso che si intitoli The lnvention of Nature la fortunata biografia di Alexander Von Humboldt uscita nel 2015 per Knopf. E sempre del 2014 è una magnifica edizione italiana del Viaggio alle regione equinoziali del Nuovo Continente (Quodlibet/Humboldt), di Von Humboldt.

 

2014
Humboldt
165x220
ISBN 9788874626267
pp. 272
€ 23,50 (sconto 15%)
€ 19,98 (prezzo online)