Mosca-Petuškė. Poema ferroviario
Mosca-Petuškė. Poema ferroviario
 
Traduzione di Paolo Nori

Uscito dalla stazione Savelskaja avevo bevuto per cominciare un bicchiere di vodka del Bisonte perché so per esperienza che, come decotto mattutino, il genere umano non ha ancora inventato niente di meglio.

 

Questo romanzo, che Erofeev chiamava «poema ferroviario» perché si svolge in uno stato di estasi superalcolica tra la stazione di Mosca e quella di Petuškì, è stato uno dei libri più letti nella Russia dell’ultima era sovietica; circolava clandestinamente di lettore in lettore dal 1973, e fu pubblicato quello stesso anno in Israele in russo. In Russia fu ammesso ufficialmente e integralmente solo dopo il 1990, incontrando un successo e un apprezzamento enorme (Limonov ne parla con malcelata invidia e denigrazione): sembra che per desiderio dell’autore il libro dovesse costare quanto una bottiglia di vodka. Romanzo più che mai illustrativo dell’insofferenza per il regime morente, e del sordo, sotterraneo, costante boicottaggio messo in atto dalla popolazione, in particolare dalla larga popolazione di alcolizzati. La traduzione di Paolo Nori gli restituisce la vivezza del parlato anche gergale e la soffusa tragica comicità.

Recensioni 
Bruno Ventavoli «Tuttolibri - La Stampa» 06-09-2014
Tommaso Pincio «Alias - il manifesto» 28-09-2014
Luca Scarlini «pagina99» 04-10-2014
Marco Cubeddu «Il Giornale» 09-10-2014
Angelo Murtas «Il mucchio selvaggio» 01-10-2014
Arianna Mastriforti «Rivista Unaspecie» 14-11-2014
Stefano Ciavatta «Europa» 14-11-2014
redazionale «Il Foglio» 26-02-2015
«La Repubblica - Bologna» 30-08-2014
«Touring» 01-07-2015
 
Mosca-Petuskė
Bruno Ventavoli «Tuttolibri - La Stampa» 06-09-2014

Vodka, birra, acqua di colonia, lucido da scarpe... qualsiasi sostanza «alcolica» andava bene per essere trangugiata dalla pancia inquieta di Erofeev, il più eversivo artista dell'Urss che visse e morì (ne11990) nei bassifondi del socialismo reale, sbandato, spesso disoccupato, consolato solo dal bere e dallo scrivere.
Questo romanzo uscì in samizdat negli anni 70 e conquistò milioni di lettori per l'immagine ferocemente satirica e disperata di un paese a pezzi e dell'homo sovieticus nient'affatto redento dalla rivoluzione marxista. Il viaggio in treno di 130 km tra Mosca e Petuskì, scandito dalle stazioni ferroviarie in cui nessuno acquista il biglietto, si trasforma in monologo interiore sulle sbronze, l'alienazione del lavoro (nel paradiso dei lavoratori al potere), il male di vivere, la solitudine, l'amore per il mondo che «ci ha imposto Dio morendo in croce». Tra Bukowski e Joyce, un surreale materialismo etilico che riduce la storia russa a una lotta di bevute più che di classe. Un felice ritorno nelle librerie italiane (già esisteva da Feltrinelli) nella nuova, rutilante traduzione di Paolo Nori.

Un paradiso romantico affollato di visioni annegate nella vodka
Tommaso Pincio «Alias - il manifesto» 28-09-2014
Conosciamo già la fine che ci aspetta? In Vie di scampo, libro di ricordi e ruminazioni più o meno autobiografiche, Graham Greene avanzò l'ipotesi che la finzione narrativa sia una sorta di memoria preventiva. Lo fece portando l'esempio di Zola, il quale, descrivendo la disgrazia di un gruppo di minatori imprigionati nelle viscere della terra e uccisi dall'aria avvelenata, avrebbe prefigurato la propria morte causata dalle esalazioni di una stufa a carbone. Meglio che un autore non rilegga i propri libri, ammonì Greene, possono contenere troppi indizi di
un futuro felice. Casi simili se ne contano parecchi e anche a voler ragionevolmente dubitare che gli scrittori siano davvero dotati di simili capacità divinatorie, l'idea che il loro futuro replichi le storie che raccontano è comunque di vitale importanza per la formazione dei miti letterari.
Un esempio illuminante in questo senso è quello di Venedikt Erofeev: scomparve nel 1990 per un cancro alla gola le cui premonitrici avvisaglie sembrano contenute nelle sgozzamento dalle reminiscenze a dir poco kafkiane che serve da cruento finale a Mosca Petuski poema ferroviario. Molto si è speculato sulla macabra coincidenza e non senza ragione.
Erofeev, inafferrabile poeta della vodka, è infatti leggenda, l'ultimo mito letterario della Russia sovietica, e quando si è leggenda, simboli, premonizioni e significati più o meno riposti spuntano senza posa. Tutto acquista una luce speciale, sublime, incluse le beffe del destino, anzi soprattutto le beffe del destino. Come restare indifferenti, per dirne una, di fronte al fatto che l'opera alla quale Erofeev deve la sua grande popolarità venne pubblicata per la prima volta in forma ridotta su una rivista chiamata «Sobrietà e cultura» e presentata ai lettori come un contributo
fondamentale alla campagna contro l'uso dell'alcol promossa da Gorbacév?
L'impropria riabilitazione, avvenuta a cavallo tra il 1988 e il 1989, anticipò di un anno la scomparsa dell'autore (già malato da tempo) e la definitiva dissoluzione dell'Unione Sovietica. In precedenza il poema ferroviario di Erofeev aveva visto le stampe soltanto all'estero; era apparso prima in Israele nel 1973, in una rivista di emigrati, per poi raggiungere Parigi, dove fu pubblicato sia in francese che in russo, e, qualche anno dopo, nel 1980, il mondo anglosassone.
La prima traduzione italiana, intitolata Moska sulla Vodka, risale al 1977 e la si deve a Pietro Zveteremich. Un quarto di secolo dopo arrivarono quelle di Piero Caramitti e Gario Zappi, il che significa che quella appena mandata in libreria da Quodlibet (pp. 201, euro 15,00) in occasione del settantacinquesimo anniversario della nascita di Venedikt Erofeev è ben la quarta versione. Tanta abbondanza non è affatto priva di senso, considerato anche che l'ultima in ordine di tempo è firmata da Paolo Non, le cui traduzioni portano sempre il segno caldo e inconfondibile della sua cantilena di scrittore e lettore, una voce solo in apparenza stralunata e stolida, ma nei fatti sorniona e ricca di contrappunti, di scelte lessicali mai banali e spesso ardimentose.
Già nell'incipit salta agli occhi una sostanziale differenza coi predecessori: «Tutti dicono: il Cremlino, il Cremlino. Con tutto quello che ne ho sentito dire, non l'ho mai visto. Quante volte ormai (mille volte), con addosso il ciclone o l'anticiclone ho attraversato Mosca da nord a sud, da occidente a oriente, dall'inizio alla fine, da una parte all'altra e a casaccio, non l'ho mai visto neanche una volta». Ciò che Nori chiama ciclone e anticiclone nelle altre traduzioni trovava soluzioni decisamente più neutre. Zveteremich proponeva «ubriaco o in piena spighetta»; Caramitti,
«sbronzo o con la gola secca»; Zappi, «dopo aver trincato o prima di avere smaltito una sbornia». Le ragioni di una scelta tanto diversa emergono evidenti nella prefazione (somionamente svagata anch'essa), quando Paolo Nori ci rivela che «i russi hanno quaranta verbi per dire "ubriacarsi"», una cosa che viene facile credere se si pensa alla famosa massima di Majakovskij per cui sarebbe «Meglio morire di vodka che di noia».
In ogni caso, qualunque obiezione sarebbe pura accademia. L'esistenza di ben quattro traduzioni per un testo tutto sommato recente ha senso non soltanto perché Mosca-Petuski si apre a molteplici interpretazioni, quanto perché questa molteplicità è parte integrante della natura dell'opera, al modo in cui è stata concepita e per chi è stata concepita. La sua gestione, come anche la vita di chi la scrisse, è una storia incerta, nebbiosa. È datata in calce «Autunno dell'anno 69» ma pare risalga all'anno dopo. Stando a una delle storie che si raccontano, Erofeev
la concepì in una delle sue tante dimore di fortuna, i vagoni della linea Mosca-Petuski che stazionavano su un binario morto.
Secondo altri, l'avrebbe invece scritta al capezzale del figlioletto morente di appena due anni. Certo è che la scrisse per pochi, per una ristretta cerchia di amici che potevano facilmente riconoscersi nei personaggi nominati, nei pensieri, nelle situazioni. La scrisse, cioè, come si scriveva in quei tempi e in quei luoghi ovvero senza neppure sognarsi un editore, un libro stampato, una larga diffusione. Fu scritta per esistere nel circuito sotterraneo e precario del samizdat, una sorta di anticipazione sovietica del self-publishing (al netto della censura di regime, ovviamente). Servendosi di carta carbone, l'autore scriveva in più copie la sua opera e la distribuiva agli amici, i quali, tra i mille rischi che possiamo immaginare, allargavano il cerchio producendo altre minute o addirittura mandando a memoria il testo. Un artigianale metodo di condivisione per nulla privo di efficacia, tanto che il samizdat contava più lettori di quell'editoria ufficiale.
Mosca-Petuski fu tra i testi più letti e favoleggiati di questa letteratura clandestina. Lo scrittore Popov lo ha spiegato con il fatto che Erofeev, «diversamente da altri scrittori, non è venuto dal popolo, ma nel popolo è rimasto». Per venti anni, non fece che bere e vivere da vagabondo e disoccupato, sperperando se stesso, il suo talento, la sua erudizione, finché un bel giorno non tradusse in poema la miserevole odissea di un uomo che porta il suo stesso nome, un uomo che dopo avere perso un lavoro, uno dei molti ai quali si è dedicato svogliatamente, sale sul treno che va da Mosca a Petaki. In teoria, il viaggio , è tutt'altro che epico, poco più di un centinaio chilometri. Ma per Erofeev, Petaki rappresenta la culla di ogni bene, è una fantasia paradisiaca (e perciò irraggiungibile) dove gli uccelli non tacciono mai, il gelsomino è sempre in fiore e il peccato originale non tormenta nessuno. In questo eden forse mai perduto e sicuramente mai ritrovato, Erofeev è atteso da una «ragazza con gli occhi bianchi, un bianco che tira al bianchiccio, questa amabilissima sgualdrina, questa biondissima diavolessa» e, oltre a lei, un bambino, «il più paffuto e il più mite di tutti i bambini». A Petuski, dice Erofeev, «è tutto diverso, ma sempre lo stesso», il che è come dire che Petuski non è che una romantica illusione tenuta in piedi dalla vodka in un posto, l'Unione Sovietica, dove soltanto con l'aiuto della vodka la vita può essere sopportata. Per questo il poema è molto più che un semplice inno all'estasi etilica, è un canto d'amore al contempo gioioso e dolente verso tutti quei paradisi effimeri e dolorosi che danno un senso agli inferni. È un poema universale e se Erofeev lo ha definito poema non è tanto perché pensasse a qualche poema in particolare alle Anime morte di Gogol' o alla Commedia di Dante quando perché ambiva all'opera aperta, a un testo prossimo all'oralità, alla universale indeterminatezza, alla continua trasmutazione di tutto ciò che si propaga per mito, per sentito dire, per samizdat. Qualcosa di ristretto, di intimo, che diventa sterminato, universale.
«Scrissi quel libro per una cerchia di amici, per divertirli ma anche per rattristarli un po'. Ottanta pagine di baldoria e dieci che spazzassero via l'allegria» dirà Erofeev poco prima di morire. «Oggi la gente ride. Dice, ma quant'è divertente quel libro. Non s'accorgono del senso di tragedia. Non s'accorgono di nulla, quei bastardi».
Un classico alcolico
Luca Scarlini «pagina99» 04-10-2014
Questo poema ferroviario, di cui la traduzione ci restituisce la freschezza linguistica, è un classico della letteratura russa del secolo scorso. Non un classico come ci si può aspettare, fatto di misura ed elevatezza. Anzi. Si tratta piuttosto di un viaggio alcolico di bassa materialità, tra visioni, sproloqui, frammenti di narrazioni che non si sa bene dove conducano. Ci si possono trovare dialoghi con messaggeri angelici, ricette di cocktail a base di vernice, lacca e olioperfreni. Anche la sua circolazione non ha nulla di tradizionale: quando uscì nel 1973 circolò clandestinamente ciclostilato, per veder la luce ufficialmente solo nel 1990 quando l'Unione Sovietica e i suoi fondali di cartapesta della fase terminale non c'erano già più. Del resto il libro di Erofeev di quella dissoluzione non era nient'altra che una capitale anticipazione.
Cosė Erofeev si č bevuto i soviet nel libro vietato per immoralitā
Marco Cubeddu «Il Giornale» 09-10-2014
Il suo successo affonda nel fenomeno del samizdat (che significa autopubblicazione). È paradossale pensare, in tempi in cui ci sono più selfpublisher che lettori, all'abnegazione con cui questi libri, censurati dal regime stalinista, venivano letti febbrilmente, diffondendosi attraverso un incessante passamano di copie - pochissime - di norma in carta carbone, fino agli angoli più remoti del Paese. Oltre al ruolo politico del «dissenso il fenomeno del samizdat divenne presto anche una moda che raggiunse «le dimensioni dell'alcolismo» (leggere autori pubblicati ufficialmente era considerato «poco elegante») fino a varcare i confini nazionali per mano degli emigré.

«Uscito dalla stazione Savelskaja avevo bevuto per cominciare un bicchiere di vodka del Bisonte perché so per esperienza che, come decotto mattutino, il genere umano non ha ancora inventato niente di meglio». Non solo vodka del Bisonte, anche quella del Cacciatore, quella al Coriandolo, quella al limone, ërš (miscuglio di birra e vodka), xeres (vino sovietico, 19 gradi), fino alle ricette per assemblare miscugli a base di vernice per mobili depurata, Eau de Cologne, lacca per le unghie. L'opera di Erofeev, vissuto per anni come senzatetto nelle fredde strade di Mosca, emarginato dallo stalinismo, per stile e struttura allucinata, ricorda molto Paura e disgusto a Las Vegas di Hunter Thompson, con l'alcol al posto della droga a fare da viatico per la ricerca del “sogno americano” russo (e «saremmo degli idioti a non cavalcare questo strano siluro fino alla fine»).

Attraverso gli occhi «inciclonati» di Venja («Ho molto vissuto, molto bevuto, molto pensato, so, quello che dico») vediamo gli occhi della Russia: «Il mio popolo che occhi, che ha! Sporgono sempre in fuori, ma non c'è nessuna tensione, in loro. Completa assenza di pensiero, però che potenza! (Che potenza spirituale!). Questi occhi non venderanno e non compreranno niente. Qualsiasi cosa succeda al mio Paese, nei giorni dei dubbi, nei giorni delle gravose riflessioni, nell'ora delle prove di ogni tipo e delle sciagure, questi occhi non batteranno ciglio. Per loro è tutta manna dal cielo...».

La sagacia, il delirio, la parodia, la provocazione di queste pagine, ne fanno un libro leggero, ma non frivolo, intriso di interrogativi religiosi, di slanci, di tenerezza, come tenera, e sempre consapevole, è la lingua di Nori, qui mezzo e non fine. E dopo aver guardato negli occhi di Venja («Oh, quanto torbidume, quanta deformità doveva esserci in quel momento nei miei occhi, l'ho capito dai loro occhi, perché nei loro occhi si rifletteva questo torbidume e questa deformità»), i nostri diventano quelli dei passanti e dei compagni di viaggio, degli avventori e dei negozianti, che lo accompagnano nell'ebbrezza: «Ma forse questa è davvero Petuškì?», «I lampioni splendevano in un modo fantastico, splendevano senza tremolare. Forse ero davvero a Petuškì?», «Non era Petuškì, questa, no. Il Cremlino splendeva davanti a me in tutta la sua magnificenza. Ecco! Quante volte ho attraversato Mosca in lungo e in largo, sano di mente o privo di senno, quante volte l'ho attraversata e non ho visto il Cremlino neanche una volta. E ecco che adesso alla fine l'ho visto». Con i divertentissimi sproloqui di Erofeev possiamo permetterci il lusso di «Non dimenticare la cosa più importante, la commozione».
Mosca-Petuškė. Poema ferroviario
Angelo Murtas «Il mucchio selvaggio» 01-10-2014
A cavallo tra gli anni sessanta e settanta il regime sovietico ritrovava quella ferocia che, con la morte di Stalin e la politica distensiva di Chruščëv, pareva esaurita, anacronistica. Succedeva con Brežnev, volto cupo, sopracciglio folto, occhi tristi. In quella Russia austera un giovane Limonov cercava fama nei circoli intellettuali ma, a ogni tentativo, falliva. Non c’era spazio per uno come lui, la scena era occupata da un altro dissidente, letterato borderline, che rispondeva al nome di Venedikt Erofeev. Punk ante litteram, destinatario del culto sotterraneo innalzato da giovani sovietici alla ricerca della voce dell’insofferenza al regime e della rinuncia.
In quegli anni il Poema ferroviario di Erofeev circolava di nascosto, chiacchierato dabbasso e taciuto di sopra, e sintetizzava il contrasto di sentimenti nel popolo sovietico: da una parte l’ingenuo stupore, l’orgogliosa onestà d’animo, dall’altra l’annichilimento, il grado zero dell’arbitrio economico e sociale. Si legge: “Mi piace, che la gente del mio paese abbia degli occhi così vuoti e sporgenti. Questo mi ispira un sentimento di legittimo orgoglio... Ci si può immaginare che occhi ci sono là. Dove tutto si vende e tutto si compera; occhi ben nascosti, acquattati, occhi da predatore, spaventati... Svalutazione, disoccupazione, pauperismo... Guardano in tralice, con un tormento e una sofferenza incessanti, ecco che occhi ci sono nel mondo del guadagno...”.
Un viaggio in treno da Mosca a Petuški, offuscato dall’alcol, per un racconto grottesco e tragicomico, eppure miracolosamente lucido sullo stato d’animo di un popolo. Non un libro politico, né di reazione, ma di rassegnazione allo stato delle cose, in cui l’ubriacatura dilaga, l’alcol annacqua le pagine e stordisce. La nuova traduzione di Paolo Nori, poi, arricchisce il lessico di quello che era stato definito un libro intraducibile.
Mosca-Petuskė
Arianna Mastriforti «Rivista Unaspecie» 14-11-2014
Venja non ha mai visto il Cremlino. Questo romanzo sgangherato si apre con tale considerazione, ma il protagonista non ha tempo di pensarci; deve affrettarsi a raggiungere la stazione, da cui prenderà il treno per Petuškì, dove lo aspetta la sua donna, ma dove non arriverà. Venja, alterego dell’autore, è un ubriacone disoccupato, che pare di vedere bighellonare per strada e che intrattiene chi gli capita a tiro con aneddoti e considerazioni farnetiche. In realtà, i suoi, sono tutt’altro che i vaneggiamenti di un pazzo: tramite monologhi e conversazioni (intraprese con compagni di viaggio reali o fittizi), che colpiscono per lucidità, acume, nonché profonda autocritica, il protagonista conduce un’analisi viscerale sulla società in cui è immerso, che non lascia scampo ad alcuna contraddizione e debolezza dell’uomo del suo tempo.

Venja ci racconta di come le condizioni di lavoro in Russia siano assolutamente precarie e alienanti, di come la rivoluzione abbia fallito, scadendo in un’inerzia burocratica avvilente, di come tutti gli ideali e ogni forma di fiducia (in Dio, nell’amore, nel prossimo) si siano pian piano svuotati di significato, lasciando spazio alla solitudine, allo smarrimento, e all’alcol.

Siamo negli anni ’70: quella che fa da sfondo al viaggio allucinatorio del protagonista è una Russia slabbrata e zoppicante, una culla di incongruenze e delusioni, rappresentata dai suoi treni lenti, le sue bettole e i volti stanchi dei suoi figli. In questo contesto, l’alcol ha un valore fondamentale, salvifico; rappresenta una valvola di sfogo e una fonte di sogni per gli uomini che cerchino riparo alla miseria e all’isolamento. Non è un caso che Venja, perennemente «inciclonato», proprio grazie all’effetto della vodka dia origine a colloqui e visioni surreali, che si pongono come un mezzo di evasione da questo mondo da cui si sente oppresso.

Nonostante questa necessità di fuga, ciò che maggiormente colpisce consiste nel fatto che le considerazioni del protagonista non mancano mai di una pura quanto disperata umanità, che Venja cerca per tutto il viaggio, a partire dai gestori di un bar in cui cerca di acquistare altro alcol, dai suoi compagni di viaggio, dai suoi interlocutori fittizi (angeli, Dio, Sfinge, Satana), fino ai suoi assassini. Ciò che Venja cerca e chiede agli altri è un riconoscimento umano, una possibilità di fiutare sentimenti, un barlume di commozione, di resistenza alla miseria e all’incomunicabilità. Questo lo rende spesso incompreso, lo relega allo status di anima solitaria, ma irriducibile nel suo coraggio.

Venja si rivolge così al suo pubblico in maniera urlante, disperata: c’è una tale urgenza comunicativa in lui, che è probabilmente questa costante richiesta di ascolto, che ci convince a intrattenerci con lui, e che, nel buio della realtà che descrive, ci fa intravedere un accenno di speranza. E si intuisce con forza questo intimo bisogno di credere in una qualche forma di riscatto umano: «Mi rivolgo a tutti i parenti e agli intimi, a tutti gli uomini di buona volontà, mi rivolgo a tutti quelli che hanno un cuore aperto alla poesia e alla compassione».

In questo immaginario desolante, Petuškì, la meta del protagonista, si pone come luogo incontaminato, primordiale, in cui vige una sorta di inscalfibile età dell’oro: «Petuškì è un posto dove gli uccelli non smettono mai di cinguettare, né di giorno né di notte, dove né d’estate né d’inverno sfiorisce il gelsomino. Dove il peccato originale – forse è estinto davvero – non tormenta nessuno. Lì, anche quelli che restano inciclonati per delle settimane, hanno lo sguardo senza fondo e limpido…». Un sogno, insomma, a cui Venja sembra non avere alcuna intenzione di rinunciare, perché Petuškì, come la vodka, è ciò che al mondo rappresenta tutto quel che di buono gli umani devono cercare, l’ideale a cui è giusto tendere, in un mondo fatto solo di incomprensione e indifferenza.

In linea con la vena polemica del protagonista-autore, la scrittura del romanzo è vivace e serrata, grazie anche al costante stream of consciousness in cui Venja si immerge. Lo stesso fatto editoriale che il romanzo circolasse in samizdat (autopubblicazione clandestina di testi censurati), ci dà indizi sul fatto che il testo recasse in sé un taglio critico di rilevante portata. Ci sono alcune bizzarre trovate sperimentali (basti pensare alla scelta di intitolare i capitoli con i nomi delle stazioni ferroviarie della tratta Mosca-Petuškì), inoltre tutto il testo è intriso di riferimenti letterari, senza mai approdare però a un vacuo eruditismo: i capisaldi della letteratura russa – Turgenev, Čechov, Dostoevskij, Puškin – diventano qui personaggi con cui Erofeev si farebbe volentieri qualche bicchiere, con cui condivide quel «dolore universale» che caratterizza e allo stesso tempo condanna le anime dotate di intelligenza e sensibilità più acute.
Non c’č gusto in Italia a essere russi. Erofeev e gli altri, scrittori di culto per pochi
Stefano Ciavatta «Europa» 14-11-2014
Erano russi, prendevano sul serio la letteratura, perché la letteratura era una cosa dannatamente importante qualunque cosa accadesse nella vita. La crisi dell’editoria non era neanche immaginata, la vita era precaria mica la letteratura. Vivevano di letteratura, leggevano molto e ne discutevano come se fosse un letto nuovo da piazzare dentro casa, mandavano a memoria racconti e poemi. Fuori dalle misere stanze, in trincea o ai lavori forzati, intere pagine potevano diventare una patria portatile. Morivano per la letteratura, qualsiasi destino era un fatto sufficientemente drammatico, persino l’esilio poteva diventare «la notizia più tragica dopo la morte di Anna Karenina» (Dovlatov). Hanno masticato la lingua della rivoluzione, quella del regime e della propaganda, del dissenso e del disgelo, della persecuzione e della diaspora, hanno oscillato tra emarginazione e compromesso, ma non hanno mai smesso di credere che esistesse solo una lingua a disposizione della letteratura, quella russa.
«I russi, i russi, gli americani», cantava Lucio Dalla. Sugli americani spesso si dice che l’importante nel romanzo sia fallire, quasi un dovere altrimenti non vale l’impresa. Si cita una frase di Faulkner con leggerezza, come se fallimento non fosse una parola brutale e tremenda. Si dimentica di quanti fallimenti veri e non solo stilistici sia tappezzata la Terra Promessa e quanti pionieri si siano sacrificati sulla frontiera, strappando con i denti la terra al caos, spezzandosi il cuore pur di addomesticare la vita selvaggia. Nessuno di loro ha mai avuto tempo per l’epica dolciastra dell’uno su mille ce la fa, la tenerezza del successo giusto e meritato è stata ricostruita dopo.
Tutti i russi, ognuno a modo suo, sono stati dei pionieri, ma il fallimento per molti è stato più pragmaticamente che i loro manoscritti sono morti nei cassetti della Rivoluzione e dell’Unione Sovietica (che è durata più di qualsiasi saga di Guerre stellari), oppure sono stati distrutti dalla polizia e dal KGB. Per cui ci sono libri invisibili che sono rimasti tali, e altri diventati microfilm e fogli clandestini usciti in riviste di comunità in esilio. La fuga di cervelli è stata per molti una fuga per vivere, ma nessuno è fuggito via dai suoi libri. Per questo ogni scrittore russo è un caso vero e proprio.
Qualcuno tra i lettori li ha presi ancor più seriamente i russi. C’è stata in Italia per molto tempo la corsa al gusto «demoniaco, abissale, angosciato» dell’eredità dostoevskiana, da cui Silvio D’Arzo già sessant’anni fa metteva in guardia. C’è stata poi l’attesa engagée degli epigoni dissidenti e apocalittici alla Solgenitsin, pure il KGB li aspettava al varco sperando nel frutto proibito da stanare, fosse pure un graffito dei gabinetti della Stazione Kurskij (come ironizzava lo scrittore Erofeev). Poi finita l’Urss è arrivata l’ora del personaggio da sbornia, del macchiettismo alcolico, il pazzoide inaffidabile, l’agit prop, il cane sciolto senza più neanche il sole ingannatore. Un algoritmo volutamente impreciso che molti scambiano per la versione rossa di un’altra raccolta indistinta fatta da Miller, Kerouac, Burroughs, Bukowski e Hunter Thompson. Mentre la tragicità dei russi e il loro «incondizionato denudamento e resa totale di se stessi» ricorda molto di più gli oscuri Céline e Genet.
Comunque sia oggi sugli scaffali italiani i libri di narrativa russa che vendono sono pochi, noti e soprattutto scolastici, quindi legati a mondi completamente distanti da oggi. Insomma non c’è gusto a essere russi in Italia. Sembra passato un secolo dalla Guida alla formazione di una biblioteca pubblica e privata di Enaudi (981) quando i russi da leggere erano 100. Il solito Dostoevskij vende complessivamente meno di 25mila copie l’anno, Tolstoj meno di venti, Bulgakov circa diecimila, Pasternak non arriva a 5mila. Grossman è nuovo in chart, Puskin, Turgenev, Cechov, Gogol guidano la truppa degli scomparsi. Per non parlare dei moderni, i grandi moderni Dovlatov, Erofeev (entrambi morti nell’estate del 1990) e Limonov neanche loro salgono in classifica. La cosa sarebbe dispiaciuta molto a Mauro Martini lo studioso e accanito lettore di cose russe che tra i primi scommise sul valore dei tre scrittori (peccato che nessuno lo ricordi mai). Anche Adelphi prova la carta del gioiello raffinato con la riedizioni di Pietroburgo di Andrej Belyj, «un prodigio architettonico issato su vacillanti paludi» lo definì il suo traduttore e curatore, Angelo Maria Ripellino. Quale scrittore russo non si specchierebbe nella definizione?
Di Limonov grazie a Carrère sappiamo tutto e niente, ma i suoi libri si trovano spaiati tra editori falliti, fuori catalogo e di difficile reperimento. Dovlatov a lungo corteggiato da Einaudi resiste nel catalogo Sellerio che l’ha stampato quasi tutto. Da ultimo è tornato in libreria pure Venedikt Erofeev solo che lui è autore di un libro unico, quello della vita, di cui non si riesce ad avere ancora un’edizione stabile. Quella di Quodlibet è infatti la quarta traduzione italiana, un record per un un libro con neanche quarant’anni di vita. S’intitola Mosca-Petuski, ma pure il titolo è ballerino, infatti il testo è più conosciuto con il feltrinelliano Mosca sulla vodka. L’ultima ristampa era stata di Fanucci a cura di Mario Caramitti, ora tocca alla traduzione dello scrittore Paolo Nori rilanciare il celebre poema ferroviario circolato a lungo dal 1969 al 1973 in clandestinità su fogli copiati a mano e dattiloscritti, prima di trovare una sommaria edizione in una rivista israeliana.
A differenza di Limonov e Dovlatov, Erofeev è stato profeta esclusivamente in patria e come da copione votato al martirio. Ha avuto una vita leggendaria perché avvolta in una nebulosa molto povera. Ha prodotto un solo libro diventando una cometa della letteratura nazionale. Anche per lui la solita vocazione russa, la venerazione per la letteratura, “scrivo quindi sono”. Sul fuoco della scrittura ha gettato molto alcol ma senza mai chiedere il premio di consolazione all’ennesima bottiglia svuotata. Per qualche sprovveduto Erofeev può passare per un simpatico alcolista in preda a deliri. Quando invece l’alcol gli è costato caro persino con quei paradossi col sale sulla ferita, come quando Erofeev fu tra i pochi scrittori ripubblicati dalla glasnost, «ma in versione ridotta in 4 fascicoli della rivista Sobrietà e cultura – raccontava proprio Martini – spacciato come un contributo fondamentale alla campagna antialcolica promossa da Gorbacev». Quella stessa Russia gli negò pure il visto per andare in Francia a farsi operare per un tumore alla gola. Negli ultimi tempi il grande visionario parlava grazie a un apparecchio. Uno scherzo fatale per l’alcolista, tremendissimo per lo scrittore.
Venendo al libro Mosca-Petuski è un monologo dolente di un romantico salito sul treno che lo porterà dall’amata. Il tragitto dalla capitale a una sconosciuta stazione di provincia diventa il resoconto carnevalesco di una sbornia colossale, quella dello scrittore sarà una corsa gremita di diavoli, illegalità, eresie e diserzioni di vario genere. Erofeev mescola il poema tragico con la satira feroce, i gerghi ufficiali con la sfrontata citazione letteraria, attinge ai mistici, ai contemporanei, ai padri fondatori, ci ficca dentro l’intramontabile messianesimo russo, il misticismo, l’inutililità del marxismo burocratico e le speranze offerte dal capitalismo.
Pietro Zveteremich che per primo lo tradusse in Italia scrisse: «In un paese in cui per tradizione la letteratura è sempre stata presa sul serio ed essa stessa si prende sul serio, compresa quella di contestazione, al punto che questa serietà spesso è inerte e semplice grigiore, ecco un guitto che aveva il coraggio di presentarsi nelle sue vesti di guitto, con il suo linguaggio di guitto e i suoi lazzi. E non soltanto: ecco questo guitto mettere in piedi una recita così piena di verve, di genialità e di disperazione da far sì che dietro i modi della farsa la sua sostanza sia invece la tragedia e vi sia qui una serietà di fondo che pochi autori di intenzioni serie arrivano a toccare». Erano russi, facevano sul serio.
Mosca-Petuskė
redazionale «Il Foglio» 26-02-2015
La Mosca-Petuskì era una linea dove nessuno aveva il biglietto, perché il controllore capo Semenyc, ci informa l'autore, preferiva farsi pagare in alcol. "In tutta la Russia i camionisti si facevano dare dagli autostoppisti un copeco al chilometro, Semenyc prendeva una volta e mezzo in meno, un grammo a chilometro". Era pure una tradizione sovietica, quella di misurare gli alcolici in termini di peso, piuttosto che di capacità. "Se, per esempio, andavi da Cuchlinki a Usad, distanza novanta chilometri, versavi a Semenyc novanta grammi e continuavi il viaggio beato e pacifico, stravaccato sul sedile come un commerciante". Un'innovazione che, annota sempre Erofeev, "aveva rafforzato il legame tra i controllori e le masse, ne aveva abbassato il prezzo, l'aveva semplificato e umanizzato". Solo che Venedikt Erofeev non pagava in quel modo. E non perché fosse astemio, ma perché, al contrario, alcolici di ogni tipo li trangugiava senza lasciarne traccia. Dalla birra al profumo, passando per la vodka e per vari tipi di imitazione locale dei più famosi vini occidentali. Il controllore lo pagava invece raccontando storie. E' dall'impasto di bevute e racconti che è nato questo "poema ferroviario": una lunga estasi superalcolica i cui capitoli sono scanditi dalle stazioni, attraverso una tratta da centotrenta chilometri che potrebbe anche essere vista come una rilettura dell'Ulisse" di Joyce applicata all'homo sovieticus". Verso la fine c'è perfino una specie di Sfinge, che fa all'improbabile Edipo perennemente brillo domande da quiz televisivo demenziale.
Nelle varie visioni etiliche, forse la più memorabile è quella sui protagonisti di un famoso gruppo scultoreo allegorico alto sedici metri, "l'operaio con il martello e la contadina con la falce", che si animano e marciano verso l'autore, sogghignando. "E l'operaio mi aveva colpito con il martello sulla testa, e poi la contadina con la falce sui coglioni". Si capisce perché le autorità sovietiche vietarono questo libro, ma forse è meglio dire che Erofeev non ci provò neanche, a farselo pubblicare per via canonica. Egli stesso era un personaggio a dir poco irregolare. Nato nella penisola di Kola nel 1938, in una "Breve autobiografia" ricordava di essere stato facchino, manovale, muratore, fuochista, portiere, addetto al recupero delle bottiglie vuote di vino, trivellatore in una spedizione geologica, guardia armata, bibliotecario, componente di una spedizione scientifica oltre il circolo polare artico, direttore di un deposito del cemento per la costruzione di una strada, lavoratore nel sistema delle comunicazioni. Ma soprattutto disoccupato senza fissa dimora, in un paese dove ufficialmente tale categoria non esisteva. Il "poema ferroviario" uscì nel 1969 come samizdat: quel tipo di editoria parallela, macchina da scrivere e tanti fogli di carta carbone, che durante il periodo sovietico pubblicava non solo i dissidenti dichiarati, ma anche coloro che, come Erofeev, sarebbero stati probabilmente anarchici sotto ogni tipo di regime. Solo nel 1973 sarebbe arrivata una prima edizione formale, in Israele. In compenso, il traduttore e curatore, Paolo Nori, ricorda che all'epoca del suo primo viaggio a Mosca, nel 1991, a poche decine di metri dalla Piazza Rossa c'era "una specie di libreria volante e informale che si caratterizzava, più che per il fatto di vendere un libro solo, pile e pile di `Mosca-Petuskì', il poema ferroviario di Venedikt Erofeev". L'autore era morto l'anno prima, riuscendo nell'impresa di uscire di scena appena prima della fine dell'Urss. Per lui, ben consapevole dei quaranta modi che i russi hanno per dire "ubriacarsi", l'alcolismo era stato un modo per diventare il lucido profeta della vacuità dell'Unione sovietica.
Il poema ferroviario di Venedikt Erofeev
«La Repubblica - Bologna» 30-08-2014
A molti il suo nome è noto perché ne parla Limonov, denigrandolo con malcelata invidia, nell'omonimo bestseller di Emanuele Carrère. Ma Venedikt Erofeev è uno dei più amati e noti scrittori russi del Novecento, dalla vita altrettanto travagliata del suo ormai celebre detrattore. Ora la casa editrice Quodlibet riporta tra gli scaffali delle librerie la sua opera più importante, "Mosca-Petuski. Poema ferroviario". Scritto nel 1973, circolato clandestinamente nell'ultima fase dell'era sovietica e pubblicato ufficialmente in patria solo nel 1990, è il racconto di un'estasi superalcolica tra la stazione di Mosca e quella di Petuskì, metafora per l'insofferenza del regime ormai morente.
Mosca-Petuškė. Poema ferroviario
«Touring» 01-07-2015
In Unione Sovietica dagli anni Sessanta in avanti la letteratura vera, non la mera propaganda, non veniva pubblicata dalle case editrici ma circolava in dattiloscritti autoprodotti e copiati con la carta carbone, i samizdat. Allucinato e alcolico, poetico e surreale il poema ferroviario di Viktor Erofeev per anni è stato il libro clandestino più letto di tutta l'Urss.
2014
Compagnia Extra
120x190
ISBN 9788874626533
pp. 216
€ 15,00 (sconto 15%)
€ 12,75 (prezzo online)