Consigli inutili
Consigli inutili
seguiti da Biografie immaginarie

 

Se avete dei figli fategli mangiare fichi con formiche. Arricchirete in questo modo i loro ricordi d’infanzia.

 

 

La miglior vena comico fantasiosa di Malerba. Dagli anni Novanta fino al 2008 Luigi Malerba ha coltivato questo genere che chiamava «consigli inutili». Sono brevi e molto divertenti storielle su come produrre il fango, su come riuscire a stare in piedi, su come perdere involontariamente una lettera sgradita, su come avere un’ombra, sulla difficile arte di non far niente, e così via. Si tratta di scritti inediti, tranne alcuni usciti in rivista.
A seguire otto biografie di personaggi immaginari, mediamente strambe e paradossali, dall’antichità classica al Settecento.
Le due raccolte sono state preparate e ordinate da Malerba nell’aprile 2008.

 

 

Recensioni 
Paolo Mauri «La Repubblica» 07-12-2014
Eleonora Marangoni «pagina99» 13-12-2014
Alessandra Iadicicco «ttl – La Stampa» 13-12-2014
Ivano Mugnaini «DEDALUS: corsi, testi e contesti di volo letterario» 10-12-2014
Marco Belpoliti «l'Espresso» 30-12-2014
Alfonso Berardinelli «Il foglio» 28-01-2015
Kristine Maria Rapino «Italia magazine online» 23-01-2015
Guido Caserza «Il Mattino» 15-02-2015
Simone Gambacorta «La Città» 22-02-2015
Fabio Donalisio «Blow Up» 02-03-2015
Francesco Muzzioli «L'immaginazione» 01-05-2015
Valerio Cuccaroni «ARGO» 19-06-2015
 
Un consiglio? Meglio le formiche della televisione
Paolo Mauri «La Repubblica» 07-12-2014

Luigi Malerba è sempre stato un cultore di paradossi, un po’ perché li trovava divertenti e un po’ perché i paradossi insegnano a pensare, guardando le cose da una angolazione inedita. Questi suoi postumi Consigli inutili, raccolti in un libretto che potremmo definire di rapida meditazione, insinuano situazioni che di solito non si considerano. Prendiamo quello dedicato al fango: «Non è facile», dichiara lo scrittore, «produrre del fango di buona qualità», specie se non si vuole lasciar fare alla natura che il fango lo produce, ma seguendo i suoi ritmi e i suoi capricci. Comunque Malerba è categorico: per ottenere il miglior fango che esista ci vuole la creta, che «è la composizione terrestre più antica» che ci sia. Dunque fatevi il vostro fango, magari con l’aiuto di un cavallo. Col fango si possono fare pentole e mattoni. Poi se volete, conclude l’autore, potete anche modellare una figura che vi assomigli e provare a soffiarci sopra. Altri consigli sono meno impegnativi, come quello che suggerisce di non confondere l’albero di Natale con l’uovo di Pasqua, mangiando il primo con tutti gli addobbi. E che dire della proposta di osservare le formiche mentre vanno avanti e indietro in lunghe file? È meglio della Tv, si sostiene e d’altra parte c’è un altro capitoletto in cui si parla dei Mezzi di Comunicazione di Merda. Uno degli ultimi consigli è relativo ai giornali, usati una volta per difendersi dal freddo da chi andava in moto o come carta igienica rudimentale... Oltre ai consigli inutili, Malerba ha raccolto qui anche alcune biografie immaginarie. La più bella è quella di tale Credenzio che sosteneva di aver inventato la polvere.

Libri per Natale
Eleonora Marangoni «pagina99» 13-12-2014
«Sarà opportuno dunque rivedere il conteggio dei valori che ci opprimono quotidianamente. Perché mai dobbiamo dare addirittura un posto privilegiato al lavoro quando tutti sappiamo che l'ozio è il massimo produttore di idee e quindi di civiltà. E che cosa mai dire della ricerca universale della felicità quando ogni persona assennata sa quanto la felicità sia stata sopravvalutata».
Fabbricare ombre, allevare querce, come riuscire a non calpestare le formiche e a perdere involontariamente lettere che ci sono sgradite. Il tutto seguito da una serie di biografie immaginarie di otto personaggi "storici", dall'antichità classica fino al Settecento (insuperabile quella dedicata all'uomo che inventò la polvere). Con calviniana leggerezza il grande Malerba ci intrattiene, ci consola e ci prende in giro.
Nel museo dove non si fuma voglio esibire una pipa
Alessandra Iadicicco «ttl – La Stampa» 13-12-2014
Un consiglio inutile è ipso facto una contraddizione, un paradosso, dal punto di vista logico un’assurdità. Ma, specie se si definisce in partenza come tale – e non certo per modestia, per scetticismo o pessimismo – toglie subito dall’imbarazzo e riesce spiazzante come uno scherzo, uno sberleffo, una boutade. Sono inutili, ma dal primo all’ultimo irresistibili, i consigli che Luigi Malerba butta lì al suo lettore come una sfilza di argute provocazioni, l’invito bonario a partecipare a una rivoluzione, «un tentativo di sfuggire ai condizionamenti della necessità». Chi accetta di ascoltarli farà delle scoperte. Scoprirà le qualità nascoste del fango e dell’ombra: anche la propria, quella che non si può saltare ma non ci si può neanche rifugiare. Gli usi inattesi ma non inconsulti del treno, o del giornale (bene preziosissimo, anche escludendo del tutto l’ipotesi che lo si legga). I trucchi per zittire il proprio interlocutore, per mascherare o smascherare uno sbadiglio, per esibire indisturbati una pipa nel museo dov’è vietato fumare. Sono burle ferocemente innocue, o soavemente dirompenti: «inutili» a sventare l’ideologia del superfluo ma buone a fare «un uso nuovo e meno inquinante della civiltà».
Guardare le formiche
Ivano Mugnaini «DEDALUS: corsi, testi e contesti di volo letterario» 10-12-2014

Divagazioni semiserie su Luigi Malerba e i suoi Consigli inutili, Quodlibet, 2014.

Un consiglio se non è inutile non è buono. Non è un paradosso, o, almeno, non lo è quando si parla di letteratura e di tutto ciò che vi è correlato, filosofia, ragione, follia, forse perfino la vita. Un consiglio è buono se ti conduce a riderne, per poi, un istante dopo, ripensarci sopra, con un riso modificato, quasi geneticamente, concludendo che forse, tutto sommato, non è vero, certo, ma potrebbe anche essere vero, anzi, forse è vero proprio perché non lo è, perché non dovrebbe essere così. Su quel terreno fertile e friabile, quella terra vulcanica e pericolosa che sa di zolfo e di humus, di secoli antichi ma anche dell’urgenza del presente, si è sempre mosso Luigi Malerba. Su quel versante vulcanico costantemente sospeso tra il rischio della deflagrazione e il gusto del ragionarci sopra, magari quando si vedono già lapilli rosso fuoco. Malerba si muove tra gli ossimori, danza con studiata lentezza tra pareti di diversa natura che fanno da specchio le une alle altre creando sempre un’immagine altra, una prospettiva aliena, un punto di vista ulteriore. L’ossimoro per eccellenza è quello celato nell’intento del consiglio: ci avvisa del rischio, dell’assurdo, sapendo di non essere ascoltato, essendo perfettamente a conoscenza dell’inutilità del messaggio. Il vulcano esploderà, anzi, è già esploso e i più non se ne sono neppure accorti. Ma allora perché dispensare la parola, l’esercizio vitale del comunicare? Per quei pochi che ascolteranno, per consolarci, per ridere insieme dei vivi e dei morti, dei sordi e di quelli dotati di udito? Forse perché il consiglio deve essere dato a prescindere, fa parte del gioco, anzi, è il gioco, senza il gioco della parola, crudele ed essenziale, non esisterebbe la terra, il vulcano, il pomodoro e la vite, l’assurdo e il sublime.

Malerba è un prestidigitatore. Uno che avrebbe potuto mettersi a un tavolo e spennare tranquillamente tutti i polli. Avrebbe potuto mostrare agli occhi degli altri solo quello che gli faceva comodo, mani rapide, ma anche uno sguardo serio e monotono, tutto sommato rassicurante. Avrebbe ottenuto un’attenzione ammirata ma serena. E invece no. Ha voluto mostrare il trucco, la finzione che è insita nel meccanismo stesso, nell’utilizzo della carta come codice, oggetto simbolico. Ci ha mostrato che ogni seme in realtà contiene altri segni, solo in apparenza invisibili. Ogni carta ha due facce, e, dal raffronto di esse, deriva una figura differente, o un numero che varia a seconda dei contesti e delle situazioni. Ecco perché, descrivendo episodi apparentemente banali o comunque “normali”, intrisi di quella ordinaria follia a cui siamo assuefatti, ci consiglia di diffidare, delle luci del locale, di chi ci siede a fianco o sopra, e, soprattutto di noi stessi.

L’uomo è l’oggetto dello studio, anche quando l’attenzione si concentra “sugli alberi e sui suoni da essi prodotti”. L’uomo è l’eterno interrogativo, senza risposta o con innumerevoli risposte. Lo sguardo è diretto, crudo, mai connivente. Eppure, alla fine, se si ritiene qualcuno degno di ricevere un proprio consiglio, forse lo si considera ancora salvabile, oppure, semplicemente, si vuole ragionare sul perché della sua traiettoria, quella specie di “inchino schettiniano” che sarebbe stato bello poter vedere commentato da Malerba, lui che subiva il fascino senza tempo dell’anomotecnicon, l’esperto dei venti.

In fondo Malerba stesso ha condotto in ogni suo scritto uno studio su quella materia immateriale eppure imprescindibile che è la parola. Ne ha colto la natura essenziale, quel suo fare la differenza tra la fluidità dell’acqua e il rischio letale dello scoglio, tra comunicazione e rumore, comprensione e fallimento del dialogo. Ha sempre scelto rotte difficili, volutamente. Si è sempre mosso lungo direttrici che richiedono mappe nautiche molto dettagliate. Ma non ha mai lasciato a terra nessuno. Come hanno osservato più volte vari critici, tra cui Umberto Eco, l’utilizzo del double coding, pone in gioco la possibilità di una doppia lettura. Malerba “non invita tutti i lettori a uno stesso festino, […] li seleziona, e predilige i lettori intertestualmente avveduti, salvo che non esclude i meno provveduti. Il lettore ingenuo, se per caso l´autore mette in scena un turista ingenuo che, sbarcando al Charles De Gaulle, dice Parigi a noi due!, non individua il richiamo balzacchiano, e tuttavia può appassionarsi ugualmente alla spavalderia di quella figura comica. Il lettore informato “becca” invece il riferimento, e assapora la citazione che in quel caso produce un effetto di abbassamento”.

Nessuno scrittore degno di tale nome sceglie di lasciare immobili sul molo con la valigia in mano tre quarti dei suoi potenziali passeggeri. Si tratta solo di immaginare e creare preventivamente percorsi differenziati, oggi le agenzie parlerebbero di “itinerari personalizzati”. L’importante è che tutti i passeggeri, di qualsiasi genere, qualunque sia la cabina in cui si vanno a collocare, sappiano bene prima di salire a bordo che il viaggio c’è ma in realtà non c’è, o forse che non c’è ma in verità è reale. Se solo potessimo stabilire cos’è la realtà. Si tratta di rendere chiaro, tramite tutte le complicazioni possibili e immaginabili, tramite gli arabeschi di tragitti circolari e panoramici, che è tutta una menzogna, una menzogna geniale, per dirla ancora con Eco, ma sempre e soltanto una finzione. Pirandello riflettendo su questa consapevolezza si sarebbe toccato la testa dolente e avrebbe chiuso mezzo occhio con un profondissimo tic. Malerba sulla medesima presa d’atto ci fa toccare la testa surriscaldata mentre ci osserva fumando la pipa e scrutando la nostra sorpresa per tutto ciò che abbiamo compreso e tutto ciò che crediamo di avere compreso. Ghigna, e ridiamo anche noi, con un riso amaro ma sapido.

Un resoconto inattendibile, una verità che sfocia nella menzogna, una barzelletta senza finale o con un finale volutamente anticipato o deliberatamente spiazzante. Oppure, appunto, un consiglio inutile. Ma, in quest’ottica, se il resoconto rende conto di altri numeri e altri segni, se della verità si svela la natura ambigua e bifronte, allora, beh, come non detto: il consiglio non è inutile un bel niente! Diventa utilissimo, il consiglio. Per evitare di ascoltare nel nostro sdrucciolevole presente accorati consigli dall’arringatore di turno che vorrebbe darci a bere che di consiglio valido ce n’è uno solo, il suo. Per tenerci alla larga da quel tipo che vichianamente riappare sulla scena italiana, quello che ne I Neologissimi, pubblicati di recente dai Quaderni dell’Oplepo, Malerba definisce con un’acrobazia linguistica aspra, divertita e tagliente, “ammalùcco”, “andreòtto” o, all’occorrenza, “bugiàdro” e “personàccio”.

Ecco, forse questo stravolgimento della parola, mai causale, mai fine a se stesso, è di per se stesso la chiave, o forse una delle chiavi possibili. O magari contiene l’unico consiglio vero, quello di non tenere conto delle cose così come sono, o meglio di tenerne conto ma con un salvifico mélange di serietà e distacco, attenzione e disincanto. Come un bambino che osserva il giocattolo con uno sguardo tanto intenso da lasciar presagire che il gesto successivo, ineluttabile, necessario, sarà quello dello smontaggio. Ne nasce qualcosa di nuovo, un occhio diverso, un nuovo modo di osservare e raccontare. Con queste rinnovate pupille si impara di volta in volta, grazie a Malerba, l’arte di indagare su “L’utilità del treno”, oppure sul modo più o meno congruo di usare “La pipa”, oggetto caro all’autore, non solo nella sua funzione simbolica. Ma soprattutto, accanto alle “Biografie immaginarie”, in cui ci beffa dell’esattezza dei dati e dei moduli, delle anagrafi e dei resoconti di vite, morte e presunti miracoli, si giunge al sacro atto di “Guardare le formiche”. La ricchezza della costante ambivalenza di senso e contenuto propria di Malerba ci fa intuire, mentre ancora una volta sorridiamo, che in effetti in quell’attività apparentante vana c’è tutto il senso possibile. Quell’animaletto nero e scuro come un segno d’inchiostro porta tenacemente sulle spalle un carico di un peso identico al suo: il senso del suo agire e la sua assurdità, la sua minuscola e tenace verità e il fardello della sua inutilità.

Ridi funambolo
Marco Belpoliti «l'Espresso» 30-12-2014
Come fabbricare ombre, come allevare querce, come produrre fango, come scrivere un trattato sui suoni prodotti dagli alberi, e altro ancora. Tra gli anni Novanta e il 2008, anno della sua scomparsa, Luigi Malerba si dedicò, tra le altre cose, a scrivere una sorta di trattato intitolato "Consigli inutili” (Quodlibet, pp. 156, € 14), cui unì anche una serie di biografie immaginarie, purtroppo rimaste incomplete. Il libro, che raccoglie entrambe le serie, esce ora nella collana Compagnia Extra, che s’è presa l’incarico di far finalmente circolare gli scritti eccentrici di uno dei maggiori scrittori italiani della seconda metà del Novecento. Per chi non conosce Malerba, o lo conosce poco, è un’ottima occasione per entrare nella sua opera e gustare la vena comico-grottesca che l’anima. Malerba fa ridere mobilitando il gusto dell’assurdo, che alimenta per mezzo di una prosa precisa, esatta e insieme fantasiosa. Non sbaglia un colpo, senza mai alzare la voce o esagerare; colpisce nel segno grazie alla sua arte, che ha nel paradosso il proprio centro irradiante.
Paradosso e intelligenza, cultura e sottigliezza sono le doti di un narratore che ha innovato la narrativa italiana. Malerba è stato il più "scrittore" tra i membri del Gruppo 63, dotato di una fantasia che trasforma lo sperimentalismo in un’avventura senza fine tra labirinti, menzogne, doppie verità. Non c’è nessun libro suo che non contenga una sfida al lettore, un gioco continuo a rimpiattino con la cosiddetta "realtà”. Così è anche in questi "Consigli": presi alla lettera producono piccole catastrofi quotidiane, deragliamenti del senso, inghippi e stramberie. Ci si diverte e si ride, spesso tra sé e sé. Era quello che Malerba, funambolo solipsista, probabilmente auspicava.
Niente è così utile come gli inutili consigli dell’inessenziale Malerba
Alfonso Berardinelli «Il foglio» 28-01-2015
Scusate, nella fretta avevo dimenticato qualcosa. Che cosa? Una cosa in verità facile da dimenticare, perché ha un nome, esibisce un’etichetta che la candida immediatamente all’oblio. Sto parlando dei "Consigli inutili" di Luigi Malerba, un libro uscito qualche mese fa (Quodlibet, 145 pp., 14 euro) e se ne era rimasto lì in un angolo, in silenzio, sfidando l’imperterrita disattenzione degli individui distratti. Ahimè, ci sono cascato. Non ci ho fatto caso. Per i consigli inutili c’è sempre tempo. Non sono mai urgenti. Se è l’autore stesso a definirli inutili, è un provocatore, un malcelato arrogante, uno che crede che sarà letto anche se dice "è inutile leggermi".
Questo è proprio Luigi Malerba: scrittore inessenziale, superfluo, inutile, non invadente né rumorosamente autopromozionale. Ma se tu, lettore, hai voglia e tempo per riposarti dalle tue sempre incombenti faccende, facendo fare al tuo cervello, per ragioni di salute, movimenti inusuali, qualche torsione, qualche stiramento insolito che la norma usuale non prevede, allora, se il caso è questo, i consigli inutili che ti offre Malerba sono la cosa che ci vuole.
Il primo colpo, o colpetto, o scossone, arriva subito, con le prime righe: “Occorre una buona salute mentale e tanto ottimismo per disporsi all'attesa finché una quercia appena nata dal seme diventi un albero secolare o per costruire un grattacielo allo scopo di goderne l’ombra rettangolare...".
Siamo sempre di più abituati a concatenazioni veloci, immediate, da constatare entro un breve spazio di tempo, per cui a una causa chiara segue subito un prevedibile effetto, nasce un desiderio e viene subito soddisfatto, voglio vedere una persona lontana e parlarci e subito le parlo e la vedo davanti a un video... Far crescere una quercia, piantarla e aspettare che cresca, o costruire un grattacielo in attesa che mi faccia ombra: questo è veramente troppo. Manca la pazienza. Non pianteremo più alberi? Non costruiremo più niente che duri? Forse saper aspettare è il sale della civiltà.
Si potrebbe dire (è stato detto) che per camminare bisogna anche respirare e la letteratura, sempre sospettata di essere inutile dalle persone pratiche, permette di respirare mentre si cammina, si lavora, si produce, si immagina di mandare aventi la macchina del mondo.
Il chiaro sottinteso dei giochi letterari o esercizi mentali proposti da Malerba è che niente può essere utile come sono utili i consigli inutili. Malerba è un appassionato esperto di marchingegni verbali così esageratamente assennati da essere insensati. Per esempio, a proposito del proposito lunatico di "fabbricare ombre", si esprime così: "Teoricamente l’ombra di massima estensione e durata si può fabbricare soltanto con una montagna, ma nessun uomo vorrà affrontare il problema di fabbricare un simile oggetto".
Alla notizia letta sui giornali che un cacciatore umbro è stato arrestato da un guardiacaccia per aver ucciso un cardellino, il consiglio di Malerba è di uccidere anche il guardiacaccia, fingendo di averlo fatto per sbaglio, senza intenzione.
Al coltivatore di querce viene per prima cosa consigliata la pazienza, perché è vero che in fondo la quercia nasce solo da una ghianda e basta mettere a ottobre la ghianda sotto un po' di terra per veder spuntare, a primavera, una minuscola quercia che in pochi mesi sarà alta dagli otto ai dodici centimetri, ma... "non si illuda il coltivatore": le querce che ammiriamo e che fanno nascere la voglia di piantarne una, con i loro tronchi possenti e i loro rami nodosi, "sono alberi di almeno cento anni ma spesso superano i duecento”. Li vedranno i nostri pronipoti.
Al capitolo "I fichi dell’infanzia” l’autore, per illustrare quanto poco felice ma comunque definitiva può essere l’infanzia, racconta che da bambino, nell’Appennino parmense, raccoglieva dagli alberi dei dolci fichi, li sbucciava ma non li apriva per "soffiare via le formiche che all’interno stavano consumando il loro pasto”. Con i fichi mangiò parecchie formiche, che come si sa contengono l’acido formico. Quel sapore strano e schifoso è rimasto
per sempre nella memoria di Malerba: un ricordo più nitido e tenace di tanti altri e che tuttora gli fa visita. Il consiglio perciò è questo: "Se avete dei figli fategli mangiare fichi con formiche. Arricchirete in questo modo i loro ricordi di infanzia".
Sembra che per aiutarsi a vivere la finzione sia sempre consigliabile, secondo Malerba. Se vuoi godere i piaceri dell’onestà, fingi di essere onesto anche se sei profondamente disonesto: se fingerai l’onestà comportandoti bene, sarà un bene per tutti. Se vuoi dimenticare cose sgradevoli, bevi del buon vino bianco, lo consigliava anche Ippocrate, principe dei medici. Se vuoi godere in anticipo i piaceri della vecchiaia, fingi di essere vecchio. La finta vecchiaia è anche più piacevole di quella vera.
Erano consigli inutili, ve lo avevo detto.

Un consiglio inutile: non mangiate l’albero di Natale
Kristine Maria Rapino «Italia magazine online» 23-01-2015
Ho comprato un deodorante per gorgonzola. È utilissimo per scacciare i pipistrelli, insieme a una forchetta da olive taggiasche. Lo consiglio a tutti.
La vita è disseminata d’interessanti scoperte. Ad esempio, ho saggiato la sensibilità alla luce delle spigole al cartoccio. La migliore cottura si ottiene durante un’eclissi totale di sole, fenomeno che si verifica quando Sole, Luna e Terra si trovano perfettamente allineati. In Italia, questo avviene ogni sessant’anni. Per evitare di attendere tanto, ognuno potrà procurarsi senza sforzo un’eclissi domestica, ritagliando la lastra di una vecchia frattura al malleolo e incollandola sul vetro della cucina. Provateci.
Negli ultimi anni hanno brevettato posate di seta, ventilatori da piatto, rubinetti portatili e ombrellini per sandali. Con scarso successo. Perché in pochi, finora, hanno avuto l’ardire di capire che «eleggere l’inutilità a ruolo distintivo dell’uomo evoluto sarà sicuramente la prospettiva nuova di un diverso e meno inquinante uso della civiltà». Luigi Bonardi, pseudonimo di Luigi Malerba, l’aveva capito prima di tutti. Anche prima di me. Mi scuserà se ho tentato, indegnamente, di seguirne la scia.
In una società come la nostra, pressoché nessuno disprezza l’utilità. Eppure è prevedibile, noiosa, invadente. In circostanze diverse, ipotizziamo, Forrest Gump avrebbe ottenuto il Nobel per il suo allevamento di gamberi e Steve Jobs avrebbe trovato più intrigante la coltivazione biologica delle mele in Val Venosta. Solo Malerba, il geniale maestro del paradosso, l’ha intuito. Che esiste un modo stravagante di vedere le cose. E che è di gran lunga più sorprendente.
Ci sono voluti secoli di azzeccagarbugli e decine di manuali di bricolage per arrivare a ‘Consigli inutili’. Il tanto atteso riconoscimento del primato dell’inutilità. Pubblicato postumo per la casa editrice Quodlibet, il libro è stato presentato lo scorso mese di dicembre in occasione della Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria ‘Più libri, più liberi’, alla presenza di Paolo Mauri, Gabriele Pedullà e lo scrittore Ugo Cornia. «Era un libro comunque già pronto», rivela la figlia Giovanna Bonardi. «I consigli inutili contenuti in questo libretto sono un primo timido tentativo di sfuggire ai condizionamenti della necessità e di ritagliare una superficie dignitosa alla logica renitente dell’ottimismo totalmente ingiustificato che solo l’ideologia del superfluo ci può procurare», scrive lo stesso Malerba nella prefazione. Un libro che finalmente rende merito ai farnientisti professionisti, agli sventolatori di foglie di palma e gli addormentatori di bradipi. Era ora.

Paolo Mauri, giornalista, critico letterario e autore della monografia su Luigi Malerba, così si è espresso durante la presentazione del libro: «A Luigi Malerba piacevano molto i paradossi. Questo libro ne è pieno. La letteratura è il luogo adatto per dare consigli, soprattutto consigli inutili. La parola “inutili” deve essere messa tra virgolette, perché c’è sempre il tentativo di dire qualche cosa in più. Il consiglio inutile può anche essere utilissimo. Per esempio, c’è il consiglio sull’uso dei giornali. Malerba comincia dicendo che quando era un ragazzo, i giornali si mettevano sullo stomaco, per difendersi dal freddo. I contadini usavano i giornali come una specie di rudimentale carta igienica, a pezzettini. I giornali si possono usare in tanti modi. Per avvolgere cibi, anche per lavare i vetri. Forse l’unica cosa per cui non servono, è quella di dare le notizie».
Quello di Luigi Malerba è un mondo che va osservato a fondo, nei suoi dettagli «bizzarri e contraddittori». Soffermarsi, ad esempio, a osservare e formiche. Non precludersi la possibilità di partecipare alla loro vita sociale stando comodamente seduti in poltrona, attirandole in casa con un comune stratagemma: una sogliola alla mugnaia. Decidere di stare nella vita come ci stava Malerba significa accorgersi che gli antiquari, che considerano antichi gli oggetti del Cinquecento o del Seicento, minimizzano con astuzia il valore di una semplice pietra modellata dalla natura, vecchia di ben cinquecento milioni di anni. «Direi che se qualcuno di voi, per caso, non conosce Luigi Malerba», prosegue Mauri, «potrebbe essere un libro che fa da introduzione al suo modo di guardare la realtà quotidiana. Vedere che cosa succede quando il mondo si guarda da un’angolazione inedita, come se ci mettessimo a rovescio». Potrebbe sempre verificarsi il caso di qualcuno che confonde l’albero di Natale con l’uovo di Pasqua, e malauguratamente tenti di mangiare l’uno al posto dell’altro. «Per quanto le scorie siano raccomandate dalla moderna dietetica», scrive Malerba, si finisce all’ospedale. Quindi, attenzione.

Gabriele Pedullà, scrittore, critico e docente di Letteratura italiana contemporanea dell’università ‘Roma Tre’, pensando a Malerba in sede di presentazione del libro, coglie un interessante paragone con lo scrittore Julio Cortázar. Di quest’ultimo, legge un passo tratto da ‘Storie di cronopios e di fama’: «Per combattere il pragmatismo e l’orribile tendenza al conseguimento di fini utili, mio cugino il più vecchio sostiene che il metodo più acconcio sia quello di strapparsi un bel capello dal capo, fargli un nodo nel mezzo e lasciarlo cadere dolcemente nel buco del lavandino». Ecco come passare il resto della vita senza perseguire un fine utile: trascorrere gli anni nelle fogne a cercare di ritrovare esattamente quel capello. Figuratevi la gioia se si riesce a rintracciarlo. Pedullà commenta: «Vi ho letto queste righe per l’affinità con lo sguardo sbilenco, umoristico di Gigi, che ci fa vedere il mondo in una prospettiva diversa».
«Dietro questi racconti godibilissimi e divertentissimi», continua Pedullà, «c’è una grande serietà, un attacco al modo in cui l’occidente ha pensato i rapporti fra causa ed effetto». Assistiamo ad un attesissimo derby: Malerba-Aristotele 1-0. Causa vs effetto. La figlia dello scrittore rivela un aneddoto del padre: «Quando tornò dal suo viaggio in Cina, ci raccontava con grande entusiasmo il fatto che in Cina, non avendo avuto Aristotele, ci sono dei negozi divisi per tema, non per causa-effetto. Per esempio, c’è il negozio della luce, dove si vendono gli accendini, i fiammiferi, le lampade, i paralumi, le lampadine e le candele. Per lui, questo era un segno di grandissima fantasia e libertà».
Aristotele distingueva il mondo in sostanze e accidenti. Le sostanze sono regolari. Non cambiano, sono universali. Gli accidenti, invece, non hanno una causa. Prosegue Pedullà: «Quello che ha cercato di fare Malerba è una scienza esclusivamente degli accidenti, cioè di quelle cose che sembrerebbero non avere una legge. Non hanno regolarità, importanza. Eppure è necessario parlarne. Tutto ciò che è piccolo, apparentemente trascurabile, che però ci consente di accedere in maniera diversa al nostro mondo». Basta liberarsi del rapporto tra causa ed effetto. Questo suggerisce Malerba: guardare il mondo con lo stupore di colui che vede la polvere e non si domanda da dove viene. Discutere sul diverso sapore tra le gambe destre e sinistre dei polli; dimezzare il tempo di lettura leggendo solo le pagine pari o quelle dispari; prendere degli oggetti che comunemente ricolleghiamo a una funzionalità pratica e proporne un altro uso. Come il treno, ad esempio. Scrive: «È ormai provato che il treno non serve per rompere il guscio delle noci, delle mandorle, delle nocciole». Eppure, la ricerca ha ancora ampi margini di miglioramento. Infatti, «non si sa quale risultato si otterrebbe mettendo un dito sul binario. Nessuno finora ha voluto fare la prova».
Si spiega così anche l’inserimento di una stravagante appendice del libro, occupata da otto ‘Biografie Immaginarie’. Sembrano vite di uomini illustri, esistiti a tutti gli effetti. Come quella di un tale Aulo Porfirio Credenzio, a suo dire, l’inventore della polvere. Pedullà commenta: «Queste biografie immaginarie hanno una dimensione satirica, sono personaggi che si occupano di cose inutili e dedicano le loro vite intellettuali a cercare di svuotare l’oceano con un cucchiaino». Ecco gli eroi che non si conoscono. «Queste biografie sono un risarcimento a quelli che hanno coltivato delle scienze futili», aggiunge Paolo Mauri.

La moglie dello scrittore, Anna Malerba, racconta che il marito era affascinato dai quadri che recavano la scritta “ritratto d’ignoto”. Svela come si proponesse di scriverne la storia. Luigi Malerba era il solo che potesse restituire dignità a quegli ignoti dalla vita inutile, deprecabile, insignificante. Per lo meno, apparentemente. «Ma papà ti ha mai dato consigli inutili?», domanda la signora Malerba alla figlia. Lei risponde: «Mai inutili. Paradossi sì. Confusione. Ci proponeva delle cose molto problematiche, come la tipica macchina con quattro ruote che va alla metà delle velocità della macchina con otto ruote». Ecco l’inconfondibile papà Malerba.
Un ultimo consiglio, questa volta utilissimo: leggete questo libro. Vi divertirete.
Gli inediti. L'ultimo Malerba tra paradossi e consigli inutili
Guido Caserza «Il Mattino» 15-02-2015

Dagli anni Novanta fino al 2008 Luigi Malerba scrisse una quarantina di prosette che amava rubricare nel fantasioso genere letterario dei «consigli inutili». Alcune di queste prose uscirono su riviste, le altre sono rimaste inedite fino ad oggi. Ora la casa editrice Quodlibet le ha pubblicate sotto il titolo Consigli inutili (pagg. 148, euro 14), seguite da otto Biografie immaginarie. Entrambe le raccolte erano state preparate e ordinate dallo stesso Malerba nell'aprile del 2008, un mese prima di morire.

Leggendo questi inediti viene alla mente il Diario diun sognatore del 1981, nontanto perché fra le due opere vi sia contiguità di stile e di tematiche, quanto perché entrambe muovono dalla stessa premessa antifreudiana. È noto che Malerba rimproverava a Freud di avere colonizzato i sogni e la fantasia e che riteneva entrambi un mondo polisenso, impossibile da ingabbiare in una catalogazione psicanalitica. A differenza del Diario di un sognatore, nei Consigli inutili Malerba descrive però non tanto il mondo onirico, quanto le cose consuete della vita, ma muovendo dalla premessa epistemologica che è «venuta l'ora di rinunciare alle cause efficienti e agli effetti coerenti», in nome di una «ideologia del superfluo» e di un «rigoroso culto dell'inutilità». Le cose della vita subiscono così un tenace processo di straniamento tutto basato sulla logica del paradosso, insieme logico e poetico. Il paradosso del fabbricatore di ombre, pensare per esempio, con il minuziosissimo corredo tipologico di ombre; o il paradosso dell'uomo che vuole fare il fango, con il sublime divertissement del terreno cretoso e concavo da impastare con gli zoccoli dei cavalli; o il sillogismo spiazzante del cardellino: se un uomo uccide un cardellino c'è l'arresto immediato. Se uccide il guardacaccia no. Tanto vale uccidere il secondo.

Sembrerebbe sin troppo scontato il riferimento ai Cronopios e ai Fama di Cortázar e alle loro attività inutili, ma gli strumenti narrativi sono assai diversi. Per l'impiego della tecnica dello straniamento, lo spiazzamento della prospettiva con cui si è soliti guardare alle cose, si potrebbe piuttosto pensare al surrealismo e al Dada. Ma la tecnica di Malerba è rigidamente controllata: lo spiazzamento è spesso innescato da procedimenti logici, come nella chiusa della prosetta «Tenersi in piedi» che implica questa devastante inferenza: Van Gogh si è tagliato un orecchio, Van Gogh è un grande pittore, quindi i pittori che si tagliano un orecchio diventano grandi pittori. Un'inferenza scorretta ma che fa vacillare il mondo delle cause efficienti e degli effetti coerenti.

Trasformare i chiodi in funghi (con i treni)
Simone Gambacorta «La Città» 22-02-2015

Pronto? Salve, sono Malerba, uno scrittore italiano. Parlo con Marshall McLuhan? Scusi se la disturbo, so che è morto, anche io del resto. Come dice? Ah sì, ha ragione: Luigi, mi chiamo Luigi. Senta McLuhan, ho scritto una prosetta che s'intitola "Coltivare querce". Querce, sì, ha capito bene: le querce, gli alberi, esatto. No no, querce, senza la "i". Ci siamo? Ecco, bene, ora ascolti: in quella prosetta dico che «il coltivatore di querce deve essere paziente e adeguarsi ai tempi lunghi» perché le querce impiegano tantissimo tempo per diventare grandi e perciò se uno ha fretta è meglio che «coltivi i carciofi». Come? No no, carciofi, con la "c", senza "k". Tutto chiaro? Perfetto. Vede McLuhan… oh, volentieri, grazie, sei gentile. Dicevo: vedi Marsahll, ho pensato di disturbarti perché tu hai scritto "Il villaggio globale", che poi stringi stringi è il mondo di oggi, quello dove vivono quelli che sono ancora lì, nella loro rassicurante e mai rassicurata realtà, ma visto che nel villaggio globale tutto è veloce e accelerato, visto che tutto è frenetico e addirittura simultaneo, allora mi è venuta la curiosità di sapere che cosa ne pensi, tu, dei tempi lunghi.

Potrebbe suonare così un dialogo possibile e impossibile tra Malerba e McLuhan, con lo scrittore che spiega al sociologo il senso del suo libro "Consigli inutili" e riflette con lui sull'eresia di un simile titolo nell'era (elettrica prima ed elettronica poi) dell'utile a oltranza: app utili, informazioni utili, notizie utili, acquisti utili, utili idioti eccetera. Questo succulento volumetto malerbiano, fatto di testi brevissimi, offre in effetti una serie di indicazioni straordinariamente superlfue, e tanto originali e sorprendenti quanto spiazzanti e imprevedibili. Come evitare di schiacciare le formiche, come togliersi dalle scatole una lettera a cui non si ha nessuna voglia di rispondere, come trasformare la guerra comunemente detta in
una meno pericoiosa guerra omeopatica, come leggere velocemente un libro di cinquecento e rotte pagine, come tenere nel giusto conto la propria ombra, come mandare via dalla memoria ricordi poco piacevoli, come sconfiggere l'invidia altrui, come non confondere l'albero di Natale con l'uovo di Pasqua, come (e perché) fingere di essere vecchio, come adescare le formiche e come far prendere ai chiodi la forma dei funghi con la complicità dei treni. Il primo pensiero di fronte a questo libro stralunato e divertentissimo è che il punto di vista sulle cose è davvero tale se riesce a mostrare, per burla ma non solo per burla, come la giusta scansione del ritmo di una trovata – di un'idea – dipenda non tanto (non soltanto) dalla sua complessità o dalla sua originalità, ma dal modo in cui la si coglie, cioè dal modo in cui si impugna un pensiero. D'altra parte non è la biglia né la superficie a fare una traiettoria, ma il tocco. La riuscita della carambola dipende da un angoletto, da uno spicchietto minimissimo della sfera, che è quello dove la stecca va a battere: e per la legge di conservazione della quantità di moto, come le biglie inventano geometrie sul panno verde, così le parole descrivono nella pagina un arabesco che rivisita la realtà e che può anche darle (può anche volerle dare) un'altra voce.

Ma in realtà sono due le raccolte che formano "Consigli inutili": il titolo completo è infatti "Consigli inutili seguiti da Biografie immaginarie" (Quodlibet, pp. 145, 14 euro). Entrambe le raccolte sono state «preparate e ordinate da Malerba – informa il risvolto di copertina – nell'aprile 2008» (Malerba è morto il mese successivo). Dentro c'è un po' tutto quello che questo grande scrittore aveva a cuore. C'e il comico, c'è il paradosso, c'è la messa alla berlina del linguaggio attraverso se stesso (vedi "Far niente") e c'è anche (perciò) la dimostrazione – la prova provata – di come le parole possano significare altro rispetto a quello che, per prassi verbale consolidata a suon di pigrizia di pensiero, sembrerebbero significare (il fatto di "sembrare" accomuna sia le parole che la realtà?).

Le "Biografie inventate" si trovano nella seconda parte del volume, sono otto e sono sunti di vite redatti con la fantasia che canta a briglia sciolta. Ricorre, fra di esse, il tema della dimenticanza, da parte dei posteri, dei personaggi che ne sono protagonisti. Qualsiasi ricostruzione biografica – suggerisce Malerba anche quella in apparenza più rigorosa e scientifica, non può che essere una costruzione, non può che avvalersi di un dato narrativo, cioè finzionale, che può essere più o meno consistente. Il che indica, per estensione, come si possa oscillare dall'invenzione di sana pianta di una vita (del tutto falsa) all'invenzione di parti o momenti di una vita (non del tutto falsa). Questo dato finzionale invalida però più o meno profondamente, più o meno completamente, l'attendibilità di ogni ricostruzione e ne evidenzia la natura di surrogato, di rappresentazione convenzionale.

In Dürrenmatt si legge che un fatto, un semplice fatto, non può tornare perfettamente, che i conti non possono mai ridare in toto: figuriamoci allora se può tornare una vita, qualunque e comunque sia. Quindi: se non può tornare, perché dovrebbe tornare? Da qui si arriva a un monte di riflessioni possibili sullo scrivere. Il campo diventa ampio e tocca la truffa sia pure parziale e innocente e onesta – così come il compromesso e la falsificazione totale. In questo senso la scrittura sembra dire Malerba – è davvero una concubina capace di tutto: a patto, manco a dirlo, che si abbia la perizia per piegarla alle voglie della creatività non meno che alle perversioni (necessarie e felicissime) dell'affabulazione Nel bluff del racconto è l'illusione a rendere avvincente la partita: tutto dipende da come si mostrano le cose. Ma con le "Biografie inventate" a quale altra riflessione ci spinge Malerba? A questa. Se si è nati, se si è vissuti, dopo che si è morti (non sempre dopo) si perde ogni diritto di amministrare la verità su di sé, che peraltro, essendo inconoscibile, non si può amministrare nemmeno in vita. Se invece non si è mai nati, se invece non si è mai vissuti, se non si è mai esistiti in carne e ossa, se cioè si viene posti in essere come dicono i giuristi per i contratti, e il patto finzionale è un contratto – attraverso l'enunciato verbale di uno scrittore, se si esiste solo in quanto suo fantasma (romano?), in quanto suo personaggio, sua forma, ugualmente non si può amministrare alcuna verità su di sé. Prima di tutto perché non si ha un sé, se non altro per com'è comunemente inteso e ritenuto, e poi perché si è in balia delle visioni altrui. Perciò qual è secondo Malerba la morale della favola? Che può essere vero (verosimile) tutto e il contrario di tutto. Proprio come nella vita quotidiana, che inventiamo ogni giorno raccontandola a noi stessi e sforzandoci di raccontarla agli altri. E qui stop, perché sennò, tra crisi e conflitti, va a finire che entra in gioco Pirandello e poi non ci si capisce più niente. Non per colpa di Pirandello, ma perché è così che va avanti, per tutti, da quando è iniziata, da quando c'erano quei due e la mela: nessuno, alla fine, ci capisce niente.

Il libro del mese: Luigi Malerba
Fabio Donalisio «Blow Up» 02-03-2015

Un buon anno, quello appena terminato, per la riscoperta di Malerba, sublime penna, tra le più sublimi e insieme caustiche del secondo Novecento italiano, passato a miglior (?) vita nel 2008. Quodlibet ha infatti riportato in vita Le galline pensierose, uscito in prima battuta nel 1980 per Einaudi, ampliato da Mondadori nel '94 e ulteriormente aggiunto di 9 storie nel 2008, poco prima della morte. Si tratta di un libro, letteralmente, indescrivibile. Prose brevi? Certo. Brevissime anche, e tutte compiutamente (micro)narrate. Situate in un pollaio-mondo popolato di galline che, come e peggio degli uomini, pensano decisamente troppo, e con risultati catastrofici, quindi inesorabilmente comici. Si delinea così una spietata filosofia del pollaio che, con un tocco stilistico di una levità madornale (che solo un totale anaffettivo potrebbe scambiare per sciatteria, ed è invece lavoro di finissima pialla e calibro) strappa risate – anche a denti scoperti – per poi stilettare con spilli di durissima, perfetta tristezza dell'esistere. Un piccolo esempio, al numero 54: Una gallina filosofa guardava un sasso e diceva: "Chi mi dice che questo è un sasso?". Poi guardava un albero e diceva:"Chi mi dice che questo è un albero?". "Te lo dico io", rispondeva una gallina qualsiasi. La gallina filosofa la guardava con compatimento e domandava: "Chi sei tu che pretendi di dare una risposta alle mie domande?". La gallina qualsiasi la guardava preoccupata e rispondeva: "Io sono una gallina". E l'altra: "Chi mi dice che tu sei una gallina?". Dopo un po' la gallina filosofa si trovò molto sola. Se c'è un libro che può dimostrare come frammentarietà e coesione non siano termini in contraddizione, con buona pace dei principi aristotelici, è proprio questo. Bastano un paio di pagine per sprofondare nel pollaio e, una volta finito, porsi dei seri dubbi sulla consistenza reale del proprio mondo. Pagine infinite, si potrebbe dire. Che viene voglia di riaprire ancora, ciclicamente, perché in qualche modo azzerano la linearità principio-fine, creando un'oasi temporale del tutto parallela. Come dovrebbero tutto le zone franche del pensiero, che accolgono la vertigine e l'agio della familiarità nello stesso abbraccio. Una vertigine a tratti scopertamente metafisica, anche se continuamente camuffata nel dimesso, nel lieve, nell'inutile appunto, forse invece da questi denudata, è quella dei Consigli inutili, testi per lo più inediti, lavorati dagli anni '90 al 2008. Prosa breve anche qui, sebbene di respiro un po' più ampio, e dal tono apertamente gnomico-trattatistico, ma con la voce, un po' paterna, dei trattati morali dell'antichità, depurati invece dell'eventuale paternalismo. Un registro di pacata serietà applicata alla più formidabile – e ardua – delle materie: l'inutile. Vale la pena di ascoltare un frammento della prefazione: Sarà opportuno dunque rivedere il conteggio dei valori che ci opprimono quotidianamente. Perché mai dobbiamo dare addirittura un posto privilegiato al lavoro quando tutti sappiamo che l'ozio è il massimo produttore di idee e quindi di civiltà. E che cosa mai dire della ricerca universale della felicità quando ogni persona assennata sa quanto la felicità sia stata sopravvalutata dalla stessa letteratura che descrive in ogni momento gli infelici sensi della vita. Un testo che si presenta deliberatamente come sapienziale e che, saltando a piè pari la sua stessa ironia, lo è. Davvero. Un insieme di pagine brevi (o aforismi lunghi) dedicate ai campi più disparati (ferma restando la loro necessaria inutilità) dello scibile, dal fabbricare ombre alla coltivazione del fango, dalla memoria negativa alla differenza di consistenza tra coscia destra e sinistra del pollo ruspante, dal gusto delle formiche nei fichi alle inedite utilità del treno, concedendosi pure qualche stoccata critica: E le nuove scritture? Rimanete immobili e vi accorgerete che si allontanano da noi a velocità vertiginosa, sono subito archeologia. Dunque conviene ancorarsi alle riscritture o, se l'esercizio risulta ingrato, che si scrivano solo nuovi capolavori. Due libri da tenere sul comodino, da aprire alla fine dell'ennesima giornata che, con il senso, ha avuto palesemente poco a che fare. Non solo testimoni della vigorosa vitalità dell'ultimo Malerba, ma anche trampolino, per chi ancora non avesse avuto il piacere, per confrontarsi con l'opus magnum dello scrittore. Che tra le righe, pare così, lievemente, congedarsi: In questo mondo, con questa finzione della vecchiaia, mi alleno per quando non dovrò più fingere perché sarò vecchio veramente. Questo momento non è poi tanto lontano perché fra un mese compirò ottant'anni.

Consigli inutili
Francesco Muzzioli «L'immaginazione» 01-05-2015
Pubblicati postumi, ma seguendo il preciso progetto dell'autore, i Consigli inutili di Lugi Malerba costituiscono un libretto davvero gustoso e assai interessante. Apparentemente sarebbero classificabili nell'ambito di un Malerba minore rispetto ai romanzi e ai racconti; tuttavia al giorno d'oggi – di narrativa degradata e di "narratività" profluviante e rassicurante – il fatto che qui l'aspetto narrativo appaia concentrato non è poi un gran male, a mio parere. Pezzi troppo brevi perché lo spunto si dilati in una "storia", personaggi troppo improbabili per suscitare l'immedesimazione, questi brani sembrerebbero ereditare lo spirito delle antiche facezie, vivificato dal passaggio moderno dell'angelo del bizzarro". Si potrebbe sostenere che inaugurano un loro proprio genere, apertamente tendenzioso, come dimostra il brano introduttivo improntato all'elogio dell'infunzionale (questi scritti «sono un primo timido tentativo di sfuggire ai condizionamenti della necessità»), e di per sé contraddittorio, in quanto l'atteggiamento del "consiglio" dovrebbe essere improntato alla trasmissione di qualcosa di utile. Nei testi brevi malerbiani, invece, l'utilitarismo finisce invariabilmente a gambe all'aria sotto l'azione di un umorismo implacabile. Rimane tuttavia l'impostazione e l'andamento della forma trattato: che tale forma decisamente seriosa venga applicata a argomenti futili o a particolari inessenziali o sviluppata con svolte contrarie alla logica, fa sì che il libro costeggi costantemente il lato della parodia. Tanto per dire: argomenti futili, tra gli altri, sono: come produrre le ombre, i generi del fango, l'arte della dimenticanza, la semiologia dello sbadiglio, la descrizione della polvere; particolari inessenziali sono: quanto era grande la mela di Guglielmo Tell e quale baco c'era dentro; una svolta contraria alla logica è quella che conclude la puntigliosa ricerca dedicata a non schiacciare le formiche che, dopo minuziosi calcoli sull'estensione e il tipo della suola di scarpa, è risolta suggerendo lo spruzzo di «un insetticida spray molto potente», così non ci sarà più alcuna formica da rischiar di schiacciare.
Semplici scherzi e battute (c'è anche un brano sulla "battuta polivalente")? In realtà ho sempre pensato che il ricorso di Malerba al paradosso non sia mai così innocente come sembra. Non per niente l'introduzione dell'autore rivela un intento polemico e chiama in causa la tanto bistrattata nozione di ideologia. Poi, nel corso del libro, approfitta delle trovate per tirare i suoi strali contro i «cosiddetti Mezzi di Comunicazione di Merda» oppure contro il sistema fiscale, esortando alla "disobbedienza civile" mediante un buffo sistema non di omissione bensì di moltiplicazione delle denunce dei redditi: «Ognuno di noi farà dieci denunce riempiendo dieci moduli tutti diversi l'uno dall'altro, ma fra i quali ci sarà anche quello giusto. La firma autentica sarà soltanto una, sotto la denuncia giusta. Le altre saranno imitate in modo che anche di fronte a una contestazione risultino false. L'iniziativa naturalmente dovrebbe essere diffusa fra i contribuenti scontenti, che sono legione. In questo modo le denunce diventeranno cento, mille, diecimila. Quanto basta per bloccare gli uffici addetti allo spoglio delle denunce». Uno stratagemma che fa il paio con quello del Signor X di Testa d'argento per screditare le banche.
Personalmente, durante la lettura dei Consigli, ho notato che, così senza parere, parecchie suggestioni cadevano sul lato della teoria letteraria; così certamente i brani sulla riscrittura («non c'è dubbio che si tratta di una operazione inutile e parassitaria e perciò letterariamente degna di lode») o sulle citazioni, nonché tutta l'ultima parte delle Biografie immaginarie, intrisa di spirito borgesiano (e Borges è esplicitamente citato a p. 70). Ma al mio orecchio suonano come controcanto agli usi e abusi della attuale letteratura anche il brano sul ricordo d'infanzia con il suo sapore "guastato" o quello sulla memoria: quando Malerba scrive «Nessuno di questi libri fa cenno all'uso della memoria in senso contrario, vale a dire alla difficile arte della dimenticanza, a una inesplorata "ars oblivionis"» non è forse controcorrente rispetto al subisso di scritture autobiografiche e autobiografismi imperversanti? Ancora, il brano sui suoni degli alberi finisce per demistificare – attraverso la postura scientifico-tecnica – l'aura lirica molto dura a morire nella poesia, tanto più quando è ormai ridotta a sfogo del privato. Dai brani sulle ombre o sulla finzione emerge, a saperla vedere, una concezione della letteratura come "doppione della realtà" da praticare consapevolmente; ed emergono, per giunta, allusioni a nuovi criteri estetici con valutazione positiva della «discontinuità, imprevedibilità, asimmetria, ambiguità»; insomma, tutta l'estetica dello strano avanzata dalla modernità radicale.
I brani sono molto divertenti, senza dubbio: ma il divertimento malerbiano è anche diversione, sorpresa, straniamento. L'elogio dell'inutile è anche un elogio del contrario: ci insegna che il pensiero comincia quando si esce dalla banalità e si prova a mettere a rovescio le sicurezze del senso comune.
Luigi Malerba, "Consigli inutili"
Valerio Cuccaroni «ARGO» 19-06-2015

Luigi Malerba è un moralista che dissimula. In Consigli inutili, fingendo di fare altro, dispensa massime morali. «La finzione più sottile e sofisticata – afferma nel consiglio dedicato proprio a La finzione –, dal momento che sembra nascere da una contraddizione, è quella della sincerità. Fingere di essere sinceri nel momento in cui si finge, non contraddice la finzione ma ne esalta il profilo etico». Contraddizione e paradosso gli servono per indagare il mondo moderno, in sé contraddittorio e paradossale, perché privo di fondamenti certi e stabili. Così come ne La scoperta dell’alfabeto «gli sembrava un bel fatto che nello stesso mondo dove ci sono gli aeroplani con la gente che vola nel cielo, ci fossero anche le vacche che brucano l’erba e si fanno mungere tutti i giorni», in Salto mortale Malerba metteva in scena un personaggio che contraddiceva in continuazione se stesso, in Consigli inutili produce infine un catalogo di bagattelle, in cui lo scrittore si produce in acrobazie verbali che si concludono spesso con lapidarie asserzioni, che contraddicono l’apparente svagatezza del discorso: «Abbiamo a disposizione molti modi di far niente. […] Chi […] è abituato a pensare può ricorrere alla pratica zen del vuoto mentale, che è la strada più sicura, ma le pratiche zen riescono meglio in Giappone. […] A chi pretende di sollevare un problema etico a proposito del far niente rispondo che veramente immorale e socialmente dannoso è piuttosto il fare molto e male».

Così come la bagattella in musica, anche i Consigli inutili di Malerba non rispondono a norme fisse e precise, ma sono lasciati all’arbitrio dell’autore, salvo presentare tutti una dimensione contenuta, una certa leggerezza e serenità di tono, la chiarezza dello stile e talora, come la bagattella in Beethoven, un carattere malinconico.

Ultimo in ordine di tempo fra gli scritti postumi pubblicati finora, dopo il Diario delle illusioni (Mondadori, 2009) e la raccolta di disegni e scritti inediti Profili (Archinto, 2012), Consigli inutili è apparso nella collana Quodlibet Compagnia Extra, a cura di Jean Talon ed Ermanno Cavazzoni, a cui lo stile di Malerba si lega per la ricerca di quell’écriture à degré zero che è stato e continua a essere il sogno di tutta una generazione di autori, raccolti ai bordi della via Emilia più surrealista.

Lunatici, matti, «animi sensibili» sono allo stesso tempo gli ispiratori e i destinatari di questo tipo di letteratura, adatta a chi pensa che forse, davvero, «non ci sono regole, c’è solo l’intuito, la sensibilità dell’homo faber» (Il fango). Se il lettore è «dotato di pazienza» come il «coltivatore di querce», può dedicarsi alla lettura, altrimenti «se ha fretta che coltivi i carciofi». Perché «anche al buio chi ha sensibilità e sentimento si accorge» della presenza dell’Amica ombra e potrà evitare «lo sgomento della solitudine», senza dimenticare che «al tramonto anche gli uomini piccoli e depressi fanno le ombre lunghe».

All’altro capo della tastiera, la malinconia può lasciare il posto al suo corrispondente opposto, la comicità, come nella prosa L’albero di Natale e l’uovo di Pasqua: «Attenzione a non confondere l’albero di Natale con l’uovo di Pasqua. Conosco una persona che ha tentato di mangiare l’albero di Natale a causa di questa confusione».

Malerba fa appello all’«ideologia del superfluo» e al «culto dell’inutilità» per giustificare il suo «libretto», avvertendo che non si tratta di abbandonarsi a un «atteggiamento irrazionale giustamente paventato dagli spiriti illuminati», ma «si tratta dell’utilizzazione del superfluo, programmata allo scopo di dare un significato diverso alle cose e di goderne le qualità finora trascurate e in qualche caso segrete», come raccomanda nella Prefazione. Potrebbe sembrare un rigurgito di art for art, persino di cattivo gusto quando l’autore si domanda con finta ingenuità «perché mai dobbiamo dare addirittura un posto privilegiato al lavoro quanto tutti sappiamo che l’ozio è il massimo produttore di idee e quindi di civiltà», ma se si legge il libretto in controluce si scopre che non è così, si scopre che l’impegno c’è ed è quello della scoperta finzione, dell’ironia che smaschera la finzione dissimulata, come nella prosa La guerra omeopatica, in cui si illustra il modo di «ottenere una guerra omeopatica», «assumendo un elemento della guerra, per esempio una bomba […] e poi procedere alle successive diluizioni come per l’omeopatia», «per soddisfare le velleità belliciste dei generali, dei presidenti, dei fabbricanti di armi e di tutta quella sterminata burocrazia politico-militare che dalle guerre trae immensi vantaggi», «senza spargimento di sangue».

Puro elogio dell’otium litterarum sono invece le Biografie immaginarie che chiudono il volume.

2014
Compagnia Extra
ISBN 9788874626595
pp. 156
€ 14,00 (sconto 15%)
€ 11,90 (prezzo online)