Falsi d'autore
Falsi d'autore
Guida pratica per orientarsi nel mondo dei libri tradotti

 

Chi pubblica un testo in traduzione spesso fa di tutto per tenercelo nascosto. Perché? Cosa c’è sotto? Come mai sul libro quasi non c’è scritto che è una traduzione? Come mai è così difficile capire chi l’ha fatta? E soprattutto per quale motivo molto spesso non c’è niente, ma assolutamente niente, ma proprio niente nel modo più inverecondo e totale, sull’idea che a quella traduzione soggiace e sulle tecniche impiegate per portarla a termine?
Perché? È il traduttore che non vuole? Non glielo fanno dire? Tutt’e due le cose insieme? Mi sembrano domande importanti per chi legge libri tradotti.

 

Questa piccola guida semiseria vi aiuterà a capire se un libro è tradotto, se è ben tradotto, e soprattutto se la traduzione è di vostro gradimento. Solo scegliendo, e chiedendo a chi produce libri maggiore attenzione e trasparenza, si restituirà alla figura del traduttore il ruolo che gli spetta, non solo sul frontespizio, ma anche nella consapevolezza di chi legge.

 

Ascolta l'intervista di Loredana Lipperini a Daniele Petruccioli per Fahrenheit (Radio 3)

 

 

Recensioni 
Cristina Taglietti «Corriere della sera» 24-11-2014
Filippo La Porta «Il Messaggero» 07-12-2014
Paolo Jugovac «Evangelici.net» 10-12-2014
«Corriere della sera – ed. Roma» 06-12-2014
Isabella Mattazzi «Alias – Il manifesto» 14-12-2014
Frederika Randall «Internazionale» 05-03-2015
 
Traduzioni, la migliore č quella sostenibile
Cristina Taglietti «Corriere della sera» 24-11-2014
Tra i «mestieri del libro» uno dei più importanti, e sottovalutati, è quello del traduttore. Eppure gran parte dei libri che leggiamo, soprattutto romanzi, sono stati scritti in una lingua diversa dall’italiano. «Le traduzioni, come il vino, possono essere sottoposte a diversi procedimenti di lavorazione, partire da una quantità disparata di metodi, arrivare a risultati (ebbene sì) addirittura opposti». Ecco perché uno che questo lavoro lo fa con competenza e passione, Daniele Petruccioli, ha deciso di scrivere una «guida pratica per orientarsi nel mondo dei libri tradotti», intitolata Falsi d’autore (Quodlibet, pp.120, €10). Di una cosa bisogna essere certi: quando si compra una traduzione è inutile sperare di avere in mano l’originale, così come chi ascolta un disco contenente un’esecuzione degli Studi di Chopin non ha in mano lo spartito di quegli stessi Studi. Petruccioli porta il lettore in un excursus, anche storico, che passa attraverso il «traduttese» e il «tradiano», che svela trucchi, senza voler assolvere a priori il traduttore. Si arriva al capitolo finale per scoprire che esiste la «traduzione sostenibile». A patto, però, che si voglia essere «lettori consapevoli».
Se la traduzione č falso d’autore
Filippo La Porta «Il Messaggero» 07-12-2014

Sapete cos’è il "doppiaggese", e come si riconosce? Se leggendo un romanzo americano (tradotto) vi imbattete in frasi abbastanza improbabili nella nostra lingua come «Qual è il tuo nome?» o «Posso volare» avrete la certezza che si tratta di calchi dall’inglese, mentre si doveva dire «Come ti chiami?» e «So volare». Il "doppiaggese" (o "tradese") è una lingua italiana troppo appiattita sulla lingua da cui si traduce, ed è usata nelle traduzioni per il doppiaggio. Un’altra spia è il tormentose "fottuto"(o "fottutissimo") per "fuck", che ormai ha contagiato anche la fiction tv italiana, anche se nessuno verosimilmente in Italia usa questa parola! Altra cosa è il "traduttese", una lingua troppo pulita e asettica, legata a regole desuete di eleganza stilistica. Ad es. nel traduttese c’è una vera e propria fobia per la ripetizione di una parola, anche quando voluta dall’autore: non si ripete mai due volte la parola “disse” o “andò” (nel primo caso “sostenne”, “dichiarò”, “replicò”..., nel secondo “si recò”, “si diresse”, “raggiunse”). Inoltre il traduttese, corretto ma insapore, disdegna, chissà perché, elementi molto creativi della nostra lingua quali i “morfemi”, quei pezzetti di parole che le modificano, come diminutivi e accrescimenti(“casine”, “manone”, “occhietti”...), o superlativi(in un testo tradotto non si trova «case bellissime» ma «case molto belle»). Queste informazioni le desumiamo da un delizioso libretto, Falsi d'autore. Guida pratica per orientarsi nel mondo dei libri tradotti (Quodlibet) di Daniele Petruccioli che vale quanto un trattato completo sulla traduzione. Dopo una parte iniziale in cui prevale il (giusto) lamento e la protesta – il nome del traduttore spesso viene omesso o confinato nelle ultime pagine (nel colophon), violando un decreto regio del 1942, il traduttore è considerato sempre come un dilettante, e sottopagato, etc. – si passa a quella che è l’idea centrale dell`autore: la traduzione come falso d`autore. In che senso? È vano cercare errori in una traduzione perché questa non è una «trasposizione di codice neutra» ma anzitutto interpretazione, esecuzione di un originale. Ogni traduzione è “autoriale”. Casomai dovremmo chiederci se è coerente.

COERENZA
Se ad esempio leggiamo «Quel giorno John recandosi a scuola era troppo stazzato» non è coerente, e come minimo c’è stato un conflitto tra traduttore e revisore. Il lettore dovrebbe poter disporre del maggior numero di traduzioni di un testo, specie classico. Il che ci permette di superare il dualismo crociano tra belle e infedeli e brutte e fedeli. Una traduzione può anche essere parecchio infedele, magari per venire, incontro al lettore attuale, al gusto medio, etc. ma ciò deve essere dichiarato esplicitamente (oltre che spiegato) dal traduttore. Quanto al lettore, potrà scegliere liberamente se leggersi quella traduzione o le altre disponibili sul mercato. L’utopia di Petruccioli è quella di un libertinismo della traduzione: per ogni libro originale dovrebbero essercene mille e  – di traduzioni –, come la celebre lista delle conquiste di don Giovanni.
Ho un’unica obiezione. Va bene concepire il traduttore come esecuzione musicale, ma dovremmo pensare più alla musica classica (dove c’è comunque l’obbligo di seguire uno spartito) che al jazz (dove prevale l’improvvisazione), insomma più a Richter, Arrau e Pollini – interpreti di Chopin – che a Charlie Parker e Chet Baker.

Falso d'autore
Paolo Jugovac «Evangelici.net» 10-12-2014
Spesso i libri che leggiamo sono tradotti. Ma quanto sappiamo dei traduttori e del loro lavoro? Poco o niente, considerato che spesso non sono nemmeno citati nel volume che hanno curato. Eppure la traduzione è un elemento fondamentale, senza il quale il testo non arriverebbe al grande pubblico; anzi: la traduzione diventa parte integrante del libro, perché - checché se ne dica - non è un semplice atto meccanico ma un complesso lavoro creativo.

A rimarcarlo è Daniele Petruccioli, traduttore e insegnante di lingue, che in un simpatico pamphlet spezza una lancia a favore di questi oscuri operatori, sfruttati e misconosciuti.

La traduzione è fondamentale, e sapere chi la cura potrebbe giovare al lettore; la stessa legge sul diritto d’autore (la 633/41, per la precisione) impone non da ieri, ma da oltre settant’anni la presenza del nome del traduttore nel frontespizio (contrariamente a quanto si pensi comunemente, è quella - e non la copertina - la vera “etichetta” del libro). E invece il nome del traduttore, ancora oggi, è difficile da trovare per «una serie di concomitanze culturali e relazionali, di alta ideologia e bassa manovalanza»: meccanismi, abitudini, riflessi condizionati, spiegati dettagliatamente da Petruccioli, che influenzano l’ambiente letterario e culturale del nostro Paese. Uno di questi è quell’umanissimo - ma pericoloso - culto della personalità che, nel bene o nel male, ci porta a cercare in una singola persona, e non più di una, l’autore di un capolavoro o il capro espiatorio di un disastro editoriale.

«Vogliamo sapere di che lingua è fatto quello che leggiamo!» chiede Petruccioli, lettore appassionato prima ancora che traduttore: e invece, se è raro trovare a margine del libro il nome del traduttore, è tanto più difficile reperire qualsiasi nota su che cosa ci sia “dentro” il suo lavoro, sugli “ingredienti” della traduzione e sul pubblico cui si rivolge. Anche se sarebbe essenziale: la traduzione ha un peso notevole e la sua prospettiva condiziona - a volte compromette - l’originale.

«Quando compriamo una traduzione, infatti, è inutile sperare di avere in mano l’originale: non è così. Abbiamo in mano un’altra cosa», spiega Petruccioli: la traduzione non è mai «una trasposizione di codice neutra», ma il frutto di un’interpretazione, più o meno consapevole, di chi la realizza. Tradurre, insomma, è “eseguire una musica”, e l’esecuzione sarà sempre “bagnata anche dell’io dell’interprete”. A nulla vale la ricerca della “traduzione definitiva”, esemplare, che non può esistere e che anzi ci priva della gioia di una molteplicità di colori e sapori, “l’immensa ricchezza della pluralità delle traduzioni”.

L’interpretazione è un lavoro creativo (“ad alta specializzazione”, a scanso di equivoci) ed è fatta di conoscenza e intuizioni, di talento e sfumature; bisogna riuscire a rendere il senso e la lettera, la sintassi e il ritmo, in un continuo equilibrio tra “invenzione” e “comprensibilità”, senza lasciarsi andare a soluzioni troppo ardite, né a normalizzazioni. Inevitabile che qualcosa resti indietro, e proprio per questo, suggerisce Petruccioli, la molteplicità di traduzioni può aiutare ad apprezzare un’opera che altrimenti apprezzeremmo solo in parte.

Inutile dunque inseguire una finta neutralità, uno spirito mimetico, la perfezione formale: dato che non possono esistere è meglio chiarire subito, a se stessi e ai lettori, quali siano le premesse e gli intenti di una traduzione. E proprio perché inevitabilmente «ogni traduzione trascura qualcosa», non è importante mirare all’esaustività quanto alla coerenza dell’interpretazione.

Di fronte all’arringa di Petruccioli viene da pensare che questa operazione di coerenza e trasparenza potrebbe iniziare dalle versioni della Bibbia, che quasi mai citano i traduttori e i revisori. E, da parte del lettore appassionato, potrebbe tradursi nella ricerca di diverse versioni, per trovare nel confronto una più ampia gamma di sapori e una migliore comprensione dell’originale.
Omissioni e segreti, un mestiere nascosto
«Corriere della sera – ed. Roma» 06-12-2014
Chi pubblica un testo in traduzione spesso fa di tutto per tenercelo nascosto. Perché? Come mai sul libro quasi non c’è scritto che è una traduzione? Come mai è così difficile capire chi l’ha fatta? Daniele Petruccioli ha scritto per Quodlibet «Falsi d’autore», una piccola guida semiseria che ci aiuta a capire se un libro è tradotto, se è ben tradotto, e soprattutto se la traduzione è di nostro gradimento. Solo scegliendo, e chiedendo a chi produce libri maggiore attenzione e trasparenza, si restituirà alla figura del traduttore il ruolo che gli spetta, non solo sul frontespizio, ma anche nella consapevolezza di chi legge.
Travestito da manuale di self help, «Falsi d’autore» di Daniele Petruccioli
Isabella Mattazzi «Alias – Il manifesto» 14-12-2014

Nelle complesse mappe a più piani dei Megastore del libro i manuali fai da te rappresentano da anni una tra le zone più estese. Le guide per crescere bene i figli, per dimagrire, per potare le rose non sono che un piccolo esempio della smisurata ossessione paidetica che sembra animare la nostra contemporaneità. Non c’è pratica, non c’è soffio del cuore che non possa essere insegnato a una massa di lettori incapaci.

Generalmente del tutto inutili, i prontuari del nostro quotidiano sono qualcosa di necessariamente votato all’aleatorietà. Da pochi giorni però, il reparto manualistica delle librerie italiane si è arricchito di un testo piuttosto singolare, Falsi d’autore Guida per orientarsi nel mondo dei libri tradotti, di Daniele Petruccioli per Quodlibet (pp. 124, € 10,00). Volutamente travestito da manuale di self help di stampo americano, di cui ricalca la pragmatica e il linguaggio gentile, Falsi d’autore è in realtà tutt’altro che un libro stupido. Con una divertente operazione di mimetismo parodico, la guida per orientare il lettore sprovveduto a capire se un libro è stato tradotto bene o male si risolve in un saggio sulle diverse possibilità espressive.

Daniele Petruccioli, che di mestiere fa appunto il traduttore, prende per mano chi legge guidandolo passo passo all’interno del mondo dell’editoria contemporanea. Come si fa una quarta di copertina? Che cosa è il colophon? Perché a volte il nome del traduttore viene omesso, oppure si trova seminascosto tra le righe del copywriter? Partendo da queste semplici domande, con l’aiuto di disegnini a matita e di qualche battuta, ci si addentra lentamente nel mondo ben più complesso dei rapporti tra autore e traduttore, tra testo e parola, mettendo in gioco la nozione di «sbaglio» (quando una traduzione è »sbagliata»?), di transcodificazione, di interpretazione, di autorialità. La guida al benessere del lettore in libreria si trasforma così in un terreno di analisi e messa in discussione del gesto traduttivo stesso.

La tesi di fondo del libro della traduzione come atto fondamentalmente interpretativo comporta una serie di ricadute sulla figura del traduttore in sede teorica e anche pratica – per quanto riguarda il suo ruolo contrattuale con le case editrici – ancora oggi in fase di costruzione. Se un traduttore è anche e soprattutto un interprete (nello stesso modo in cui un violinista o un pianista sono interpreti di un brano composto da altri), a un unico testo-spartito corrisponderanno necessariamente infinite esecuzioni-traduzioni, tutte differenti e molte perfettamente legittime. Starà a questo punto al lettore, non più sprovveduto, la formazione di un proprio «gusto» e la preferenza per esecutori e spartiti ogni volta variabili. Ovviamente l’idea di un mondo in cui per ogni testo esistono in commercio più traduzioni e in cui i lettori, da bravi melomani del libro, abbiano orecchio e sensibilità per riconoscere, preferire un traduttore-interprete a un altro è del tutto utopica. Resta comunque come orizzonte a cui tendere, come esercizio di educazione sentimentale a cui sottoporci tutti, autori, traduttori, editori, lettori. «Nessuno al pari di un traduttore italiano sa maneggiare i suoi ingredienti linguistici per cullare, spaventare, irriverire, per poi consolare all’improvviso con un pizzico del caro vecchio recitar cantando. Vogliamo valorizzarle, una buona volta, queste nostre risorse nazionali?».

Falsi d'autore
Frederika Randall «Internazionale» 05-03-2015
Davanti hai un giornale di notizie scritte in una decina di lingue. E guarda un po', tutte leggibilissime in italiano. La figura del traduttore, sottovalutata, spesso neanche citata, rimane un mistero per i più. In questa breve, simpatica guida, Petruccioli spiega alcuni trucchi del mestiere auspicando maggior visibilità e compensi adeguati. Tradurre vuol dire interpretare un testo, come fa il pianista che suona Chopin, sostiene l'autore: non c'è una sola esecuzione corretta. Spesso avere più interpretazioni allarga il significato e aumenta il piacere del testo. Ma come riconoscere la traduzione fatta bene? In breve, quella fatta bene sembra pensata in una lingua sconosciuta che per sortilegio suona benissimo nell'idioma di casa. Non è traduttese, che per seguire troppo le regole stilistiche della lingua d'arrivo stravolge il senso, né tradiano, dove l'eco pesante dell'originale produce un brutto italiano. È quella meravigliosa stregoneria che da sempre crea un alone di sospetto intorno a questa professione (furono gli ottomani ad associare "traduttore" e "traditore" usando l'italiano). Eppure, è proprio la capacità di abitare due mondi in una frase che accorcia le distanze e fa unico il pianeta. Allora, faccio mio l'appello di Petruccioli: trattate meglio i traduttori, sono indispensabili.
2014
Vademecum
120x190
ISBN 9788874626755
pp. 128
€ 10,00 (sconto 15%)
€ 8,50 (prezzo online)