Tre per un topo
Tre per un topo
 
 

 

Toti Scialoja (Roma, 1914-1998) è stato pittore, scenografo e poeta. Pubblicò molti libri di filastrocche e poesie illustrate dedicate ai bambini, tra cui ricordiamo: Amato topino caro (1971); La zanzara senza zeta (1974); Una vespa! Che spavento (1975); Ghiro ghiro tonto (1979). Ma Tre per un topo, l’album originale con la copertina rossa, fu realizzato prima di tutti questi libri. Dedicato alle due nipotine Barbara e Alice fu a loro consegnato nel 1969, e da loro amorevolmente conservato fino ad oggi. Lo pubblichiamo qui per la prima volta con la coincidenza del centenario della nascita dell’autore. Tre per un topo è l’origine, il prototipo di tutte le successive raccolte di Toti Scialoja per l’infanzia.

 

 

Scialoja Tre topo2    

 

 

 

 

Recensioni 
Paolo Mauri «La Repubblica» 02-11-2014
Paolo Fallai «Corriere della sera – ed. Roma» 02-11-2014
Sebastiano Triulzi «La Repubblica» 02-11-2014
Arianna Di Genova «il manifesto» 22-11-2014
Stefano Bartezzaghi «il venerdì – la Repubblica» 18-12-2014
Domenico Scarpa «Domenica – Il sole 24 ore» 21-12-2014
Eloisa Morra «L'Indice dei libri del mese » 01-01-2015
Marco Belpoliti «La Stampa» 15-01-2015
 
La favola di Toti Scialoja
Paolo Mauri «La Repubblica» 02-11-2014
Toti Scialoja era un uomo capace di dolcezze infinite, ma anche di ire funeste come sa bene chi lo ha a lungo frequentato. D'altra parte ( ma quella non era ira) spesso gridava dipingendo, come a voler trasferire la forza che gli ribolliva dentro direttamente sulla tela o sulla carta. Di questa urgenza sua moglie Gabriella Drudi, che era un'eccellente critica d'arte oltre che scrittrice, è stata infinite volte testimone diretta. Così come ha condiviso i dubbi e i rovelli che un artista colto e profondo come Toti nutriva talvolta sul suo lavoro. Un lavoro, quello pittorico, che ha una lunga storia, partendo dal figurativo per sbocciare poi nelle superfici animate solo dal gesto, in un susseguirsi di tecniche diverse, quando il pennello cede allo straccio, fino alla creazione delle Impronte pensate e realizzate a Procida sul finire degli anni Cinquanta. Ha scritto confelice sintesi Fabrizio D'Amico che si tratta di "un miracoloso punto di sutura fra gesto e pensiero, fra parola e sentimento, fra consapevolezza e cecità della mano che appoggia colore sulla tela".
Il primo a usare il termine impronte, a proposito di certe prose dì Scialoja, era stato Eugenio Montale nel '52. Il ligure Montale attento alla moneta che, raccontava Toti, gli chiedeva i tubetti di colore non del tutto spremuti per i suoi piccoli quadri. E come Montale si faceva pittore, così Toti sarebbe diventato poeta, sia pure di un genere assai diverso: il "nonsense" creato prima per i bambini di famiglia e poi riusato in poesie per un pubblico senza età. Calvino si innamorò della poesia di Scialoja perché sua figlia Giovanna aveva imparato a memoria le storie della vespa e della zanzara e amava recitarle. Scialoja aveva in mente gli ottonari del Corriere dei Piccoli letti da bambino, ma poi si era accostato a Lear, a Canon, a Ragazzoni: ora c'è un bel libro di Alessandro Giammei, Nell'officina del nonsense di Toti Scialoja, pubblicato dalle edizioni del Verri che indaga i nonsense con cui l'altra metà di Toti si era creato un pubblico diverso da quello che aveva come pittore.
Eppure il pittore vantava non poche credenziali, l'attenzione di Pasolini (il Pasolini allievo di Longhi) e persino quella di Gadda che lo cita ( unico pittore ricordato in quel romanzo) in una pagina del Pasticciaccio, quando il brigadiere guarda dall'alto Roma "distesa come in una mappa o in un plastico dove una cupola di madreperla richiamava un mattutino di Scialoia" ( scritto così, con la i normale ) . Il Pasticciaccio è del '57: Scialoja ha poco più di quarant'anni e una cospicua attività alle spalle. Tra l'altro è stato anche critico o cronista d'arte per la rivista di Alba de Cespedes, Mercurio, a Roma nel dopoguerra. Negli stessi anni si apre la stagione americana: Toti a New York conosce e si confronta con i grandi dell'Action Painting. Ne ricaverà una lezione di libertà formale, dalui elaborata in modo molto personale, e i De Kooning, Rothko, Motherwell, Kline, Twombly entreranno nel pantheon dei suoi amici. Un pantheon affollato,
perché Toti ha sempre in qualche modo vissuto in pubblico: come insegnante all'Accademia di Belle Arti dove ha avuto allievi come Pino Pascali, Kounellis, Giosetta Fioroni, Nunzio, Gianni Dessi, Adrian Tranquilli e tanti altri ancora; come uomo di cultura che frequentava i pittori (Achille Perilli) ma anche i letterati, sicché a casa sua trovavi Raboni, Arbasino, Balestrini, Manganelli, Malerba, Giuliani, Pagliarani, Antonio Debenedetti... Non mancò il Convegno di Orvieto dell'aprile 1976 organizzato da Malerba con gli amici della neoavanguardia. Proprio Il Antonio Porta, cui toccava presiedere una riunione del mattino, annunciò che la sera prima Scialoja gli aveva detto un suo breve nonsense: "Il sogno segreto/dei corvi di Orvieto/è mettere a morte/i corvi di Orte". L'anno dopo eravamo tutti a casa Scialoja in piazza Mattei 10 per festeggiare l'uscita del libro La stanza la stizza l'astuzia pubblicato dalla Cooperativa Scrittori.

Nella storia del pittore Scialoja bisogna almeno ricordare le tappe parigine e il viaggio a Madrid, negli anni Ottanta, che fruttò l'innamoramento per Goya, il Goya nero. Bisognerebbe dire anche delle moltissime mostre e della presenza alla Biennale e della lunga teoria dei critici che della sua opera si sono occupati, a cominciare da Brandi, Briganti e Dorfles. E nella storia del poeta Scialoja saràalrneno da segnalare, dopo la lunga stagione dei nonsense, l'approdo a una ricerca metrica più classica (Rapide e lente amnesie). E poi Scialoja sapeva stare in scena. Tra l'altro aveva lungamente lavorato anche per il teatro e insegnato scenografia. Faceva talvolta splendide imitazioni gestuali di grandi pittori suoi amici: un vero cinema muto e recitava i suoi nonsense e lo si sarebbe ascoltato all'infinito. "Pipistrello ti par bello far pipì dentro l'ombrello?".
«Tre per un topo» da un gioco con le nipoti ecco il genio di Scialoja
Paolo Fallai «Corriere della sera – ed. Roma» 02-11-2014

L'inedito

Esce nel centenario della nascita.

In programma due mostre.

 

C'è un tempo sospeso in queste pagine scritte e disegnate da Toti Scialoja per le sue nipotine. Ed è un tempo che possiamo cogliere solo oggi che, grazie a una di loro, Barbara Drudi, quel libriccino arriva in libreria (Quodlibet) perché tutti possiamo godere del «topo proto», del bracco pasticcione, del'«istrice attrice illustre». Insomma di tutto quel bestiario immaginifico che Scialoja avrebbe riversato nella sua preziosa produzione editoriale e che solo lo sciocco linguaggio del marketing potrebbe qualificare «per bambini». Ma tutto comincia qui, nella casa di via Bocca di Leone, scelta da Toti e dalla moglie Gabriella al loro ritorno da Parigi. Dove i coniugi ospitano nei pomeriggi dopo scuola le piccole nipotine Barbara e Alice. Per loro – racconta oggi Barbara Drudi – «Toti aveva cominciato a scrivere le sue filastrocche popolate di topi, gatti, conigli. Ce li faceva imparare a memoria, poi ci travestiva con cappelli, scarpe strane, un pezzo di stoffa colorata, e ci faceva interpretare piccoli spettacoli». Tra il 1967 e il 1969 Barbara diventa «l'istrice, attrice illustre», Alice «il topino etrusco» e insieme recitano «uno, due, tre, quattro, passa un gatto quatto quatto». «Loro due, sul divano, si sbellicavano dalle risate. Non avevamo mai visto adulti giocare e divertirsi proprio come bambini».

Quei giochi finiscono in un libriccino consegnato alle bambine il 25 agosto 1969, con tanto di pagina dedicata. L'aveva intitolato «Tre per un topo» ma non rimase a lungo in casa. Venne mostrato a tanti amici, scrittori, pittori, intellettuali. Ugo Mulas lo propose a Rosellina Archinto e invano se ne interessò Lidio Bozzini. Fino a quando Ginevra Bompiani lo portò alla sorella Emanuela che scelse alcune filastrocche e alcuni disegni pubblicando «Amato topino caro». Lo conobbe così Italo Calvino quando scoprì questo piccolo libro nelle mani della figlia Giovanna. La collaborazione con Scialoja sarebbe poi durata anni.

La pubblicazione di questo libro è stata voluta dalla nipote Barbara Drudi, in occasione del centenario della nascita di Toti Scialoja. La ricorrenza sarà al centro di due mostre che si apriranno nelle prossime settimane a Roma: la prima «Scialoja illustratore e scenografo» sarà inaugurata il 6 dicembre all'Auditorio, con un centinaio di disegni per l'infanzia. Gianluca Giannelli, che la sta curando vuole realizzare alcuni bozzetti scenografici disegnati da Scialoja per una trasmissione tv che avrebbe dovuto intitolarsi «Le fiabe bianche» ma non venne mai realizzata. I bambini ci potranno giocare dentro. La seconda mostra, al Macro di Roma a fine gennaio 2015, e al cui allestimento stanno collaborando Alberta Campiteli e Barbara Drudi, prevede uno Scialoja a tutto tondo, con opere che andranno dall'astrattismo, alla scenografia, al teatro, alla pittura figurativa, ai tanti anni di insegnamento all'Accademia di Belle Arti.

Filastrocca per tre topi e tre nipoti
Sebastiano Triulzi «La Repubblica» 02-11-2014

NATO DAL DIVERTIMENTO, dal gioco, dal piacere grafico e calligrafico di comporre un quaderno pieno di disegni e scherzi linguistici da destinare alle due nipotine Barbara e Alice, Tre per un topo è il prototipo di tutti i libri per bambini pubblicati da Toti Scialoja. Per oltre quarant'anni è rimasto in un cassetto e ora viene pubblicato, in copia anastatica da Quodlibet, per il centenario della nascita dell'autore. Vi ritroviamo la stessa cura di Amato topino caro, La zanzara senza zeta o Ghiro ghiro tonto, l'offrire cioè un dono che abbia il pregio della follia e della insensatezza della parola, disegnando un mondo abitato da animali che hanno tutta la balordaggine e la sventatezza degli uomini migliori. Nel frontespizio, l'autore ricorda come queste sessantasette poesie con animali, le abbia cominciate a comporre nel '61 per James Demby, il primo nipote; col tempo sono state arricchite e raccolte a uso delle nipoti, ancora piccole il 25 agosto 1969 quando questo libro viene loro consegnato. Tre per un topo fu pensato subito come un testo da pubblicare e confluì, con variazioni, in Amato topino caro (Bompiani, 1971). Toti Scialoja era solito leggere queste filastrocche agli amici che andavano a trovarlo, e sotto la sua guida – era stato anche scenografo e librettista – le nipoti le recitavano nel suo salotto. Qui c'è tutto il futuro Scialoja: incontriamo già la zanzara di Zanzibar che va a zonzo ed entra in un bar, la luna piena a Siena che illumina una iena, l'allodola che si loda, il t'amo pio bue anzi ne amo due; ma in più c'è il divertimento calligrafico in scritture elegantissime in corsivo o stampatello, e il gioco tipografico di distribuzione delle parole e dei versi lungo i bordi delle pagine o in diagonale o in cerchio. L'osservazione permette di ricondurre il segno che Scialoja utilizzerà a quello di Andy Warhol illustratore, pre-pop, quando è ancora un designer pubblicitario.

Insieme, c'è una maggiore presenza di elementi caricaturali, comici o grotteschi, che in parte si perderanno per una maggiore uniformità stilistica.  L'indugiare nel piacere della libertà inventiva è evidente pure sul piano linguistico: sapendo che i testi erano letti dalla consorte Gabriella, si rivolgevano al nipotino ma anche alla lettrice, sollecitandone richiami, rinvii colti, allusioni erotiche deformate nello scherzo. Tanto che capiamo la doppia radice dei suoi libri, adeguati all'immaginazione di un bambino e anche all'esigenza di un adulto.

Se le lucciole vanno in brodo di giuggiole
Arianna Di Genova «il manifesto» 22-11-2014
Non è vero che il nonsense sia un gioco destinato esclusivamente ai bambini. I dadaisti e i surrealisti, così come molti poeti del Novecento, hanno fatto a pezzetti lo stereotipo vigente e piegato il linguaggio a un uso divertito e divertente: era un modo come un altro per introdursi nei buchi improvvisati nel reticolo della logica, per reagire alla noia dettata dall’ordine. Così, il nonsenso ha rappresentato l’elogio del caos rigoglioso contro il controllo poliziesco della grammatica.
Sappiamo però che quell’infrazione della sfera razionale, con l’assonanza, l’onomatopea, la parola reinventata, sezionata, prestata a significati strani, è da sempre l’accesso proibito (e preferito) al mondo degli adulti da parte dei più piccoli. Un accesso praticato con grande allegria. Ed è qui, in quel sollievo antico, che Toti cialoja ci riconduce. Nel gioco di «tana libera tutti» delle parole, scopriamo quanto è «languida l’anguilla mentre scivola nel fango, la saliva le scintilla come quando balla il tango...». Oppure facciamo la conoscenza della vanità animalesca quando «a Faenza le faine raffinate fan moine, dando rose senza spine, con sorrisi e riverenza, a chi arriva e a chi è in partenza». C’è poi una zanzara di Zanzibar (andava a zonzo, entrò in un bar, zuzzerellona le disse un tal, mastica zenzero se hai mal di mar) e pure un topo senza scopo (cosa vien dopo?). A Parma, invece, vive la tarma che mangia con calma e, in un altrove non ben definito, incontriamo un poeticissimo «orso di bambagia che corre scansando al rugiada...». E le lucciole? Quando possono, loro vanno in brodo di giuggiole.
Il bestiario fantastico e linguistico di Toti Scialoja, inventato per le sue nipotine Alice e Barbara Drudi (che si travestivano per interpretare meglio i personaggi fiabeschi e smorfiosi che molto ricordavano i capricci di loro stesse bimbe), è un delizioso dono anche per quei «grandi» in grado di vedere oltre le apparenze. Soprattutto, permette a tutti di viaggiare in geografie fuori dall’ordinario dove fiumi monti e mari sbucano nei luoghi più imprevisti. Le città nominate sono verissime, ma abitate da stralunati esseri, come ippotami senza popò.
Tre per un topo, il libro pubblicato da Quodlibet (pp.112, euro 18) e rimasto per quattro decenni in un cassetto, unisce insieme disegni e versi scherzosi che Scialoja dedicò alle due ragazzine Drudi (e prima ancora, nel 1961, a James Demby, altro nipote). È grazie al centenario dell’artista (1914-1988) che possiamo girarci fra le mani questo libretto così prezioso (un prototipo delle filastrocche che verranno), offerto ai piccoli di casa, ma non di meno alla adultissima moglie Gabriella. All’inizio, fu un album con la copertina rossa, un giocherello domestico per serate uggiose. Il tempo non lo smangiucchiò: rimase intatto, un gioiello affettivo, scrigno di ricordi e passioni condivise con un nonno un po’ eccentrico. Quel nonno pronto a poetare su una «talpa in una stanza che balla scalza fino all’alba (Alice danzava) e anche sulla «lepre che mesta rimesta la minestra e poi la rovescia dalla finestra». Un gesto di ribellione al rituale del cibo che sicuramente, ancora oggi, conquisterà molti riluttanti mini-lettori.
Letture giocose e filastrocche sotto l'albero
Stefano Bartezzaghi «il venerdì – la Repubblica» 18-12-2014
Un vero maestro della poesia giocosa italiana è certo stato Toti Scialoja, di cui esce ora un libro che riproduce fotograficamente un quaderno regalato dall'autore alle due nipoti, nel 1969 (Tre per un topo, pp. 112, euro 18). «Se l'allodola si loda / non s'imbroda che la coda»: i «versi del senso perso», delizia infinita per lettori piccoli e grandi, qui vengono scritti con matite colorate e illustrati dall'autore. L'edizione è semplicemente bellissima. Per conoscere meglio lo scrittore e artista è in arrivo, sempre da Quodlibet, Un allegro fischiettare nelle tenebre, ritratto di Toti Scialoja, di Eloisa Morra.
Topo, topo senza scopo
Domenico Scarpa «Domenica – Il sole 24 ore» 21-12-2014

 Nel centenario della nascita, torna Toti Scialoja, con la riproposizione di un suo quadernetto di disegni e nonsense: gli animali sono al centro delle poesie. E una biografia lo colloca al posto giusto nel Novecento

 

«Sha-lóy-ah»: così nell’estate del 1955 Milton Gendel sillabava il cognome di Toti Scialoja per insegnare agli americani come pronunciarlo, e lo tirava per la coda in un accento di stupore. A noi è toccato prolungare quella «ah!» fino a martedì 16 scorso, quando sono caduti i cent’anni dalla nascita di Scialoja e il novantaseiesimo compleanno di Gendel. Il quale Gendel, residente a Roma fin dal ’49, allorché pubblicava su «Artnews» quel ritratto di Scialoja era impegnato ormai da anni, con le sue fotografie, a far conoscere l’Italia agli italiani: dalla Sicilia al Salento alla stessa Roma, nuova Ville Lumière del mezzosecolo. Questa volta li introduceva nello studio del suo amico Toti, che proprio nella capitale, da un edificio di epoca umbertina, dominava Villa Medici; era esposto a sudovest, sicché buona parte del giorno bisognava tenere calate le tende, chiusi gli scuri.

Nel ’55 Scialoja usava dipingere di pomeriggio; il suo umore circadiano verso la luce naturale era più importante delle etichette di scuola. Proprio la data del primo di gennaio 1955 battezzava l’opera in cui aveva abbandonato per la prima volta il pennello, mettendosi a dipingere con stracci intrisi nel colore, impugnati a batuffolo. Scialoja era a una svolta: che avrebbe avuto un rilancio oltreoceano quando di lì a poche stagioni giunse a New York con lettere di presentazione – firmate da Gendel – per i critici e gli artisti americani. Lì a Roma però, e in quel frangente, a interessarsi di quel pittore tanto isolato dai colleghi (per propria scelta) furono gli spettatori privilegiati di sempre: gli scrittori. Il 10 gennaio 1955 Pasolini proponeva al direttore della rivista «Galleria», che era Sciascia, di dedicare a Scialoja uno speciale cui avrebbero contribuito, oltre lui stesso, Bassani e Bertolucci. Che era come dire il ramo letterario della scuola di Roberto Longhi al gran completo. Quella convergenza d’interesse su un pittore che proprio in quell’istante voltava le spalle all’arte figurativa non si realizzò. Ma Bertolucci si espresse comunque nel ’57, descrivendo Scialoja come un uomo che aveva errato: «e lasciate al verbo la sua ambiguità. Uomo di cultura egli ha scritto e dipinto molto in vent’anni, muovendosi in ogni direzione, provando e riprovando». Ora lo si vedeva «felice di entrare nella tela come in una giornata umana con infinite possibilità di incontri».

Molte annate e molte date, fin qui. Perché, se nel caso di Scialoja correnti e tendenze non soccorrono, la cronologia viceversa è essenziale. Lo testimonia la precisione con cui calligrafò – con le biro quadricolori che prendevano proprio allora a circolare: blu, rosso, nero, verde – il colophon del quadernetto familiare che intitolò Tre per un topo: «Sessanta poesie con animali, cominciate a scrivere nel 1961 per James Demby, che si è fatto grande – ora raccolte e illustrate per Barbara e Alice Drudi, che sono ancora piccole, nell’agosto 1969 a Roma, ispirato dalla sua Gabriella». I nomi dei suoi tre nipotini, di sua moglie, e basta. Il solo commento possibile sarà leggerne una: «L’uccello nero / salta leggiero, / si chiama merlo / senza saperlo». Leggiero, con grafia anticata; perché «Scialoja riesce a essere nello stesso tempo uno scrittore “barbaro”, dotato d’una grande capacità di donare evidentia alle immagini delle sue parole, e un classicista con un fortissimo senso della tradizione e delle convenzioni di genere». Il commento è di Eloisa Morra, la giovane studiosa autrice del ritratto critico Un allegro fischiettare nelle tenebre: che sarà il migliore accompagnamento per questi nonsense con animali e per chiunque desideri inseguire la biografia intellettuale di questo pittore-scrittore nel centenario della sua nascita. Ma andiamo con ordine, e guardiamo un’altra poesia: «Ieri al crepuscolo, tra il lusco e il brusco, / vidi un minuscolo topino etrusco».

Da piccolo Toti veniva chiamato «topino americano»: un segno del destino, e il topo fu il re degli animali per l’illustre dinastia degli Scialoja. Il quadernetto del ’69 conteneva per l’appunto, a fronte d’una terna di nipoti, tre poesie dedicate a un topo ma ben undici disegni con topi: dodici con la copertina, tredici con il dipo – lunghi arti posteriori da saltatore, lunga coda a fiocco, bianconera – che sbircia il lettore dall’ultima pagina: «Il libro è finito, al posto / dell’indice c’è un dipo». Quando finì quel libro Scialoja aveva quasi cinquantacinque anni: quali erranze lo avevano portato fin laggiù?

«A tentoni, ma con infallibile istinto, Toti afferra il suo destino» scrive Morra in una sintesi che corrisponde alla seguente dichiarazione d’autore: «il nonsense mette la parola alla prova del nulla, a confronto con il suo mentito significato». Per tutta la sua vita, fino ai tardi esperimenti con quelli che volle chiamare «esametri», Scialoja praticò la poesia come il modo per restituire alla parola pulsazione, dopo averle tolto peso. Può darsi che si possa dire qualcosa di analogo per la sua pittura, ma per accertarsene è opportuno ricorrere al Fischiettare di Morra: più che una «biografia disorientata», come l’autrice l’ha definita sull’esempio di Barthes, è una biografia snodata: sciolta ed elegante nel procedere, esatta nel suo inscriversi nello spazio-tempo, limpida e cordiale nel tono; un libro dove la descrizione decolla sempre in interpretazione, animato dallo stesso sentimento che Scialoja diceva di provare verso i suoni: «una grande, una smaniosa simpatia per le parole, quasi che le parole fossero spiragli di luce». Gli esordi di Scialoja come narratore e come critico si trovano così retrodatati di più anni, tra il ’35 e il ’37, mentre emerge l’importanza di letture eclettiche, da Trilussa a Stevenson. Negli anni della sua prima giovinezza sotto il fascismo, Scialoja allargava le sbarre di una gabbia politica, morale, perfino acustica. E il magistrale confronto Mino Maccari vs. Toti Scialoja assume il valore di uno spartiacque – stilistico, civile, antropologico – tra due idee dell’Italia e del modo di esprimerla: due idee che nel 1941 si trovarono a coabitare su una stessa pagina di una stessa rivista, «Il Selvaggio» fondato da Maccari.

Ma è tempo ormai di fare nuovamente gli auguri, saltando per l’ultima volta a venti, anzi a trent’anni più tardi: non al 1961 quando Scialoja cominciò Tre per un topo, ma al 1971 quando su un foglio inedito disegnò per l’ennesima volta il suo animale-totem con questa didascalia: «Il topo è del 1971 ma ha sempre in cuore l’amico Milton». Usciva proprio quell’anno, da Bompiani, la sua prima raccolta pubblica, Amato topino caro, e la storia poteva ricominciare: «Topo, topo, / senza scopo, / dopo te cosa vien dopo?».

Un "poeta di nascosto"
Eloisa Morra «L'Indice dei libri del mese » 01-01-2015

Non sono le poesie di un pittore più di quanto i suoi quadri siano quadri di un poeta; cioè molto, ma non tanto da impedirne una fruizione perfettamente autonoma". Quest'intuizione di Giovanni Raboni torna spesso alla mente di chi guardi alle due facce dell'opera di Toti Scialoja, a prima vista difficilmente conciliabili: quale legame stabilire tra nonsense e arte astratta, tra automatismo gestuale e versi dal senso perso e inaspettatamente recuperato? Di fronte alle splendide poesie illustrate di Tre per un topo, quaderno di nonsense con animali rimasto a lungo inedito e appena uscito per Quodlibet (pp. 112, € 18), viene però spontaneo tornare a porsi qualche domanda sulla doppia vocazione di un artista-scrittore unico nel panorama italiano.
Chi era davvero il "ragazzo del '14" (la definizione è di Alberto Arbasino) che avrebbe compiuto cent'anni proprio questo 16 dicembre, e qual è la storia di questo album dalla copertina bianca capace di schiudere le porte di un talento rimasto a lungo sepolto? Per rispondere dobbiamo risalire al lontano 1961: è all'inizio di quell'anno che Toti Scialoja fa ritorno dal suo secondo viaggio a New York per trasferirsi a Parigi. È già da tempo un affermato pittore astratto, ma nonostante possa contare sulla stima dei migliori artisti e critici d'arte (da Dore Ashton a Philip Guston, fino a De Kooning, Afro e Alexander Calder) il soggiorno nella Grande Mela lo spinge a tornare in Europa nella speranza di trovare un ambiente più stimolante e ristabilire un contatto con i fili della grande tradizione espressionista dell'Ottocento.
Gli bastano poche settimane nel nuovo studio di Rue de la Tombe Issoire per capire che la capitale francese non è la sua città; eppure alla fine vi resterà per tre anni, arrivando a "pensare, parlare", addirittura "sognare in francese". È proprio la scorrevolezza di quella lingua straniera a rivelargli per contrasto le potenzialità dell'italiano, con le sue parole che sgusciano "come ciottoli", e a fargli tornare una segreta voglia di scrivere poesie. Tornare, non scrivere per la prima volta, perché Scialoja avrebbe voluto fare il poeta da sempre, e ci sarebbe anche riuscito se non fosse stato per una fatale stroncatura ricevuta in gioventù (del colpevole, un "noto poeta" conosciuto nella Roma di metà anni trenta, si sarebbe sempre rifiutato di rivelare il nome).
E come spesso capita, l'occasione giusta per tornare alla poesia gli si sarebbe presentata quasi per caso: un giorno di febbraio 1961 nel suo studio parigino arriva infatti una lettera senza senso che lo diverte moltissimo. A scriverla (anzi, a dettarla alla zia Gabriella Drudi, nota critica compagna d'arte e di vita di Scialoja) è il nipotino James Demby, sei anni, che sta a Roma e si vede arrivare una risposta entusiasta: "Scrivimi ancora, le tue lettere mi interessano molto!". Per restituire il sorriso ai suoi due destinatari lontani, Scialoja dà vita a dei piccoli inaspettati capolavori in parole e immagini, inizialmente inviati per lettera. È così che, su semplici fogli a quadretti dattiloscritti, James e Gabriella si appassionano alle poesie e alle illustrazioni che tracciano una galleria di personaggi indimenticabili: dalla sarta tartaruga alle giraffe tra le graffe, dalla zanzara di Zanzibar alla malinconica istrice che recita "parti tristi", senza tralasciare il "topo senza scopo" protagonista dei versi forse più noti tra gli happy few amanti del poeta. "Topo, topo / senza scopo / dopo te / cosa vien dopo?"; parafrasando il famoso incipit, cosa vien dopo?
Nel 1964 Scialoja fa ritorno a Roma, dove continua a scrivere e illustrare nonsense per le altre sue due nipotine, Barbara e Alice Drudi. E pensando a loro (e a James, ormai cresciuto) che nel 1969 Scialoja decide di raccogliere i disegni e le poesie per farne un piccolo libretto artigianale. Il titolo, Tre per un topo, non lascia dubbi: se il topo è in realtà Toti stesso, come del resto si intuisce anche da un indimenticabile nonsense ("Quando il sorcio / beve un sorso / di fernet / si contorce / dal rimorso / d'esser me"), i tre animaletti in copertina rappresentano i nipoti-bambini, che erano soliti mettere in scena le poesie per il divertimento degli zii e degli amici. Di mano in mano il libretto artigianale era arrivato fino all'occhio attento di Emanuela Bompiani, che (consigliata da Ginevra Bompiani) ne aveva apprezzato immediatamente "il gusto della parola e dell'allitterazione", e aveva proposto al poeta-pittore di rivedere le immagini in vista della pubblicazione nella collana per l'infanzia da lei curata per Bompiani; pochi mesi dopo viene stampato il primo (e oggi davvero introvabile) libro di Scialoja, Amato topino caro. A quel volume seguono, nel corso degli anni settanta, La zanzara senza zeta (Einaudi, 1974), Una vespa! Che spavento (Einaudi, 1975), Ghiro ghiro tonto (Stampatori, 1979).
Pur dovuta al caso, l'avventura editoriale di Scialoja non era certo un'eccezione nel panorama italiano: molti dei libri illustrati di allora erano caratterizzati da un misto di occhio per l'altrui talento e amore per la sperimentazione tipico di diverse iniziative dei primi anni settanta, un'età dell'oro documentata dalla mostra a Roma (Palazzo delle Esposizioni, 20 marzo-20 luglio 2014) I nostri anni Settanta. Libri per ragazzi in Italia (a cura di Silvana Sola e Paola Vassalli, pp. 218, € 24, Corraini, Mantova 2014). I libri di Scialoja erano accostati alle maggiori testimonianze grafiche di quel fortunato decennio: dai "libri-progetto" di Bruno Munari alle realizzazioni di Tela Mari, fino alle variopinte illustrazioni di Lele Luzzati e Grazia Nidasio. Ma se a Toti non mancava né la tecnica né la volontà di giocare dei suoi colleghi, molto diversa è la ricezione delle sue poesie (fra cui quelle della raccolta Versi del senso perso, pubblicata da Einaudi nel 2009): fin da subito è stato considerato un poeta per bambini e per grandi, presto salutato da Italo Calvino come "il primo vero esempio italiano di un divertimento poetico congeniale alla straordinaria tradizione inglese del nonsense e del limerick".
Le immagini giocano a questo proposito un ruolo essenziale, e tanto il catalogo della mostra quanto Tre per un topo hanno il merito di restituirci uno Scialoja "a tutta pagina". L'accostamento (finora mai messo in pratica) tra l'album e i libri stampati tra il 1971 e il 1975 avrebbe messo in risalto l'unicità dell'inedito, che raccoglie quasi tutte le poesie poi pubblicate ma dà ai lettori molti piaceri in più: il primo è scoprire uno Scialoja in veste di grafico, che sperimenta colori, dispone e varia la grandezza dei caratteri allo stesso modo in cui si diverte a giocare con le sillabe. Il secondo è rivedere finalmente i versi uniti alle immagini: perché, come ricorda Alice, "a che serve un libro senza figure?" Si aggiungono poi al bestiario dodici inediti ritratti animaliste: e, che si tratti dell'aringa bilingue o delle faine di Faenza, ci si trova sempre davanti a quel prodigioso perdersi e riaffiorare del senso che oltrepassa i confini del nonsense per diventare poesia.


Toti topo senza scopo
Marco Belpoliti «La Stampa» 15-01-2015
A cent’anni dalla nascita di Scialoja, esce in copia fotografica il libretto di versi e disegni realizzato nel ’69 per le nipotine: l’esordio (privato) del maggior autore italiano di nonsense.
Prima scena. Il 25 agosto 1969 il pittore Toti Scialoja consegna alle sue due nipotine, Barbara e Alice Drudi, un taccuino con la copertina rossa. Contiene sue poesie accompagnate da disegni, titolo Tre per un topo. Il libretto ha 117 pagine e 67 brevi componimenti in rima. Scritto con biro di vari colori e disegnato con matite a pastello, segna l’esordio, per il momento privato, del maggior autore italiano di nonsense. Scialoja, nato nel 1914, è sino a quel momento un noto pittore della scena romana, docente di scenografia all’Accademia delle Belle Arti, autore di pezzi critici e persino di un volumetto poetico nel 1952, di cui si sono però perdute le tracce.
 Opera unica, il volumetto viene dato e ripreso varie volte alle dilette nipoti: l’autore desidera farne una pubblicazione. Offerto alla Emme Edizioni di Rosellina Archinto, è invece stampato da Bompiani tre anni dopo.
L’estate in casa Calvino
Seconda scena. Nel 1971 Italo Calvino, che conosce da tempo Scialoja, acquista per la figlia Giovanna di sette anni un suo libro, Amato topino, appena pubblicato da Bompiani. Come tanti bambini che crescono in mezzo ai libri, Giovanna lo guarda e poi l’abbandona. Al momento di partire per le vacanze l’infila invece
nella valigia. L’estate in casa Calvino trascorre con la recita ad alta voce delle poesie di Scialoja:
«Una zanzara di Zanzibar / andava a zonzo, entrò in un bar, / "Zuzzerellona!" le disse un tal / "Mastica zenzero se hai mal di mar». Oppure: «Questa sarta tartaruga / fa modelli in cartasuga,
/ sotto gli occhi ha qualche ruga / con due foglie di lattuga / se le bagna, se le asciuga, / ma non sogna che / la fuga». Risultato: quattro anni dopo esce da Einaudi, con una nota di Calvino Una vespa! Che spavento. Poesie con animali, dove lo scrittore racconta la vicenda.
Terza scena. Orvieto aprile 1976, la Cooperativa Scrittori, per iniziativa di Luigi Malerba, Nanni Balestrini e Antonio Porta, organizza un convegno su «Scrittura e Lettura». Sono presenti gli autori che più di dieci anni prima hanno dato vita al Gruppo 63. Una mattina nel Teatro Mancinelli, aprendo una delle sedute, Porta, a sua volta poeta, declama versi che Toti gli ha detto la sera prima in albergo: «Il sogno segreto / dei corvi di Orvieto / è mettere a morte / i corvi di Orte». Le quattro strofe diventano l’emblema del convegno, interpretate come parte del conflitto che attraversa la letteratura italiana: neoavanguardia contro conservatori. Da lì spunterà un nuovo libro di Toti: La stanza la stizza l’astuzia, Cooperativa Scrittori 1976.
Da pittore a poeta
A cent’anni dalla nascita di Scialoja, esce in copia fotografica, fedele all’originale, il primo libretto per le nipoti, Tre per un topo (Quodlibet, € 18), e vengono pubblicati due volumi dedicati alla sua opera poetica e di disegnatore: Alessandro Giammei, Nell’officina del nonsense di Toti Scialoja. Topi, toponimi, tropi cronotopi (Edizioni del Verri, pp. 239, € 23) ed Eloisa Morra, Un allegro fischiettare nelle tenebre. Ritratto di Toti Scialoja (Quodlibet, pp. 231, € 24), mentre è stata ristampata la raccolta delle sue poesie nonsense: Versi del senso perso (Einaudi, pp. 285, € 14,50) nella collana «Rebus» diretta da Stefano Bartezzaghi.
Com’è accaduto che uno stimato pittore e maestro di pittura, si domanda Paolo Mauri nella prefazione al volume, si sia trasformato in poeta? E poi, che tipo di poeta? Toti è il continuatore
di una tradizione di nonsense che ha in Lewis Carroll e Edward Lear i suoi esponenti più celebri. Giammei, nel suo saggio, racconta le origini di questo filone poetico, che incrocia in Italia Collodi e il suo Pinocchio. Per quanto amato da bambini e lettori piccini, Scialoja non è però solo, o tanto, un poeta per l’infanzia. Toti, mostra Morra nel suo saggio, rende esplicito un problema che si annida nel nonsense, nel suo senso enigmatico, immediato e insieme difficile.
Come raccontano i due giovani studiosi, in realtà l’artista romano aveva esordito come poeta, poi, dopo un presunto fallimento letterario, s’era dedicato alla pittura, diventando sodale di personaggi come Libero De Libero e Alberto Moravia, muovendosi nell’ambiente artistico romano tra Guttuso e Togliatti, nel momento in cui il realismo impegnato si evolveva verso l’astrattismo. Transitando per la lezione di Picasso, l’arte di quel periodo, fine Anni Quaranta, approda all’informale, poi al pop. Molti degli allievi di Scialoja all’Accademia faranno parte della generazione dei giovani artisti romani, da Pino Pascali a Giosetta Fioroni.
Altro che versi per bambini
Il segreto della poesia di Scialoja, come del suo tratto d’illustratore, risiede in un fallimento. Sono reiterate crisi che dalla scrittura l’hanno portato alla pittura, e poi da questa, dopo almeno altri due momenti d’impasse, di nuovo alla poesia, così da recuperare memorie infantili, letture curiose, riferimenti letterari e visivi della propria giovinezza. Nella logica che va oltre il senso dei giochi di parole e dei nonsense, per dirla con Gilles Deleuze, si nasconde in effetti qualcosa di angoscioso, seppur non immediatamente afferrabile come tale. La poesia più famosa di Scialoja suona: «Topo, topo, / senza scopo, / dopo te cosa vien dopo?». Domanda inquietante, che Toti non solo rivolge a se stesso – lui è il Topo –, ma che contagia il lettore, senza che questi ne colga immediatamente l’ansia che vi si cela.
Scialoja evidenzia con i suoi versi il momento culminante in cui l’artista guarda negli occhi le proprie angosce, e subito, con uno scatto fulmineo, supera la crisi creativa. Morra, citando Ugo Mulas, il grande fotografo, parla di «struggenza», ovvero del rischio che l’artista corre sempre di condannarsi al silenzio di fronte all’insostenibilità del reale e alla difficoltà di poterlo rappresentare. Quello di Toti è, come accade per la miglior poesia del Novecento, «un fischiettare nelle tenebre». Altro che versi per bambini. O meglio: solo i bambini li sanno capire, anche se non sempre, per fortuna, sanno dire perché. La poesia come custode sollecito delle nostre angosce.

2014
Quodlibet ragazzini
150x205 cartonato
ISBN 9788874626540
pp. 112
€ 18,00 (sconto 15%)
€ 15,30 (prezzo online)