Un allegro fischiettare nelle tenebre
Un allegro fischiettare nelle tenebre
Ritratto di Toti Scialoja

 

Pittore o poeta? E poeta per adulti o per bambini? E poi, poeta comico o poeta serio? Forse non esiste nel panorama letterario italiano un autore dalla fortuna critica più multivalente di Toti Scialoja. Definito di volta in volta come «il primo vero esempio italiano della straordinaria tradizione inglese del nonsense e del limerick» (Calvino), «il talento poetico più originale e compiuto rivelatosi in Italia nel corso degli anni Settanta e Ottanta» (Raboni), «uno dei fatti più singolari della letteratura italiana di questi anni» (Manganelli), pure resta poco studiato e poco conosciuto dai lettori di oggi. In occasione del centenario della nascita questo libro si propone di tracciarne la prima biografia intellettuale, ricostruita e raccontata attraverso scritti inediti, lettere private, documenti editoriali e materiale fotografico.

 

"Special Mention" Edinburgh Gadda Prize 2015 - "Novecento in Saggio" Harvard 2015

 

 

 

 

Recensioni 
Stefano Bartezzaghi «il venerdì – la Repubblica» 18-12-2014
Domenico Scarpa «Domenica – Il sole 24 ore» 21-12-2014
Marco Belpoliti «La Stampa» 15-01-2015
Alberto Cellotto «Librobreve» 03-02-2015
Francesca Scotti «Ho un libro in testa» 23-03-2015
Ilaria Batassa «Critcaletteraria.org» 26-03-2015
redazionale «Giunti scuola» 02-04-2015
Matteo Marchesini «Il Foglio» 16-05-2015
Riccardo Donati «La Ricerca» 14-05-2015
«Radio Statale» 10-06-2015
 
Letture giocose e filastrocche sotto l'albero
Stefano Bartezzaghi «il venerdì – la Repubblica» 18-12-2014
Un vero maestro della poesia giocosa italiana è certo stato Toti Scialoja, di cui esce ora un libro che riproduce fotograficamente un quaderno regalato dall'autore alle due nipoti, nel 1969 (Tre per un topo, pp. 112, euro 18). «Se l'allodola si loda / non s'imbroda che la coda»: i «versi del senso perso», delizia infinita per lettori piccoli e grandi, qui vengono scritti con matite colorate e illustrati dall'autore. L'edizione è semplicemente bellissima. Per conoscere meglio lo scrittore e artista è in arrivo, sempre da Quodlibet, Un allegro fischiettare nelle tenebre, ritratto di Toti Scialoja, di Eloisa Morra.
Topo, topo senza scopo
Domenico Scarpa «Domenica – Il sole 24 ore» 21-12-2014

Nel centenario della nascita, torna Toti Scialoja, con la riproposizione di un suo quadernetto di disegni e nonsense: gli animali sono al centro delle poesie. E una biografia lo colloca al posto giusto nel Novecento

[…] Molte annate e molte date, fin qui. Perché, se nel caso di Scialoja correnti e tendenze non soccorrono, la cronologia viceversa è essenziale. Lo testimonia la precisione con cui calligrafò – con le biro quadricolori che prendevano proprio allora a circolare: blu, rosso, nero, verde – il colophon del quadernetto familiare che intitolò Tre per un topo: «Sessanta poesie con animali, cominciate a scrivere nel 1961 per James Demby, che si è fatto grande – ora raccolte e illustrate per Barbara e Alice Drudi, che sono ancora piccole, nell’agosto 1969 a Roma, ispirato dalla sua Gabriella». I nomi dei suoi tre nipotini, di sua moglie, e basta. Il solo commento possibile sarà leggerne una: «L’uccello nero / salta leggiero, / si chiama merlo / senza saperlo». Leggiero, con grafia anticata; perché «Scialoja riesce a essere nello stesso tempo uno scrittore “barbaro”, dotato d’una grande capacità di donare evidentia alle immagini delle sue parole, e un classicista con un fortissimo senso della tradizione e delle convenzioni di genere». Il commento è di Eloisa Morra, la giovane studiosa autrice del ritratto critico Un allegro fischiettare nelle tenebre: che sarà il migliore accompagnamento per questi nonsense con animali e per chiunque desideri inseguire la biografia intellettuale di questo pittore-scrittore nel centenario della sua nascita. Ma andiamo con ordine, e guardiamo un’altra poesia: «Ieri al crepuscolo, tra il lusco e il brusco, / vidi un minuscolo topino etrusco».

[…] «A tentoni, ma con infallibile istinto, Toti afferra il suo destino» scrive Morra in una sintesi che corrisponde alla seguente dichiarazione d’autore: «il nonsense mette la parola alla prova del nulla, a confronto con il suo mentito significato». Per tutta la sua vita, fino ai tardi esperimenti con quelli che volle chiamare «esametri», Scialoja praticò la poesia come il modo per restituire alla parola pulsazione, dopo averle tolto peso. Può darsi che si possa dire qualcosa di analogo per la sua pittura, ma per accertarsene è opportuno ricorrere al Fischiettare di Morra: più che una «biografia disorientata», come l’autrice l’ha definita sull’esempio di Barthes, è una biografia snodata: sciolta ed elegante nel procedere, esatta nel suo inscriversi nello spazio-tempo, limpida e cordiale nel tono; un libro dove la descrizione decolla sempre in interpretazione, animato dallo stesso sentimento che Scialoja diceva di provare verso i suoni: «una grande, una smaniosa simpatia per le parole, quasi che le parole fossero spiragli di luce». Gli esordi di Scialoja come narratore e come critico si trovano così retrodatati di più anni, tra il ’35 e il ’37, mentre emerge l’importanza di letture eclettiche, da Trilussa a Stevenson. Negli anni della sua prima giovinezza sotto il fascismo, Scialoja allargava le sbarre di una gabbia politica, morale, perfino acustica. E il magistrale confronto Mino Maccari vs. Toti Scialoja assume il valore di uno spartiacque – stilistico, civile, antropologico – tra due idee dell’Italia e del modo di esprimerla: due idee che nel 1941 si trovarono a coabitare su una stessa pagina di una stessa rivista, «Il Selvaggio» fondato da Maccari.

Toti topo senza scopo
Marco Belpoliti «La Stampa» 15-01-2015

Da pittore a poeta
A cent’anni dalla nascita di Scialoja, esce in copia fotografica, fedele all’originale, il primo libretto per le nipoti, Tre per un topo (Quodlibet, € 18), e vengono pubblicati due volumi dedicati alla sua opera poetica e di disegnatore: Alessandro Giammei, Nell’officina del nonsense di Toti Scialoja. Topi, toponimi, tropi cronotopi (Edizioni del Verri, pp. 239, € 23) ed Eloisa Morra, Un allegro fischiettare nelle tenebre. Ritratto di Toti Scialoja (Quodlibet, pp. 231, € 24), mentre è stata ristampata la raccolta delle sue poesie nonsense: Versi del senso perso (Einaudi, pp. 285, € 14,50) nella collana «Rebus» diretta da Stefano Bartezzaghi.
Com’è accaduto che uno stimato pittore e maestro di pittura, si domanda Paolo Mauri nella prefazione al volume, si sia trasformato in poeta? E poi, che tipo di poeta? Toti è il continuatore di una tradizione di nonsense che ha in Lewis Carroll e Edward Lear i suoi esponenti più celebri. Giammei, nel suo saggio, racconta le origini di questo filone poetico, che incrocia in Italia Collodi e il suo Pinocchio. Per quanto amato da bambini e lettori piccini, Scialoja non è però solo, o tanto, un poeta per l’infanzia. Toti, mostra Morra nel suo saggio, rende esplicito un problema che si annida nel nonsense, nel suo senso enigmatico, immediato e insieme difficile.
Come raccontano i due giovani studiosi, in realtà l’artista romano aveva esordito come poeta, poi, dopo un presunto fallimento letterario, s’era dedicato alla pittura, diventando sodale di personaggi come Libero De Libero e Alberto Moravia, muovendosi nell’ambiente artistico romano tra Guttuso e Togliatti, nel momento in cui il realismo impegnato si evolveva verso l’astrattismo. Transitando per la lezione di Picasso, l’arte di quel periodo, fine Anni Quaranta, approda all’informale, poi al pop. Molti degli allievi di Scialoja all’Accademia faranno parte della generazione dei giovani artisti romani, da Pino Pascali a Giosetta Fioroni.

[…] Scialoja evidenzia con i suoi versi il momento culminante in cui l’artista guarda negli occhi le proprie angosce, e subito, con uno scatto fulmineo, supera la crisi creativa. Morra, citando Ugo Mulas, il grande fotografo, parla di «struggenza», ovvero del rischio che l’artista corre sempre di condannarsi al silenzio di fronte all’insostenibilità del reale e alla difficoltà di poterlo rappresentare. Quello di Toti è, come accade per la miglior poesia del Novecento, «un fischiettare nelle tenebre». Altro che versi per bambini. O meglio: solo i bambini li sanno capire, anche se non sempre, per fortuna, sanno dire perché. La poesia come custode sollecito delle nostre angosce.

Toti Scialoja nel ritratto di Eloisa Morra: "Un allegro fischiettare nelle tenebre"
Alberto Cellotto «Librobreve» 03-02-2015

Un allegro fischiettare nelle tenebre. Ritratto di Toti Scialoja è uscito da pochi giorni per Quodlibet (pp. 240, euro 20). Eloisa Morra ne è l'autrice. La raggiungo con le domande di questa intervista, che ora vi proponiamo per accompagnare una stagione di parziale riavvicinamento all'opera del pittore-poeta romano, del quale lo scorso anno ricorreva il centenario della nascita. Fortunatamente però quest'intervista esce nel 2015, e quindi siamo a 101 anni dalla nascita; 101 è un numero palindromo e quella di Eloisa è la cinquantesima intervista di questo blog, metà di cento. Insomma, questa numerologia mi solleva. Ringrazio l'intervistata e anche Mariagiorgia Ulbar per avermi parlato per prima, alcuni mesi fa, dello studio di Eloisa Morra.


LB: Come nasce e si sviluppa questo tuo studio su Scialoja? (E una curiosità personale: questo autore ha vinto su qualche altro autore che avresti potuto/voluto studiare e approfondire?)
R: Il progetto del libro nasce da una ricerca iniziata alla Scuola Normale Superiore di Pisa a fine 2010; mi sono resa conto quasi subito di avere a che fare con un autore non ancora “scoperto”, nonostante potesse vantare tra i suoi ammiratori Calvino, Manganelli, Porta e Raboni, senza dimenticare le poesie à la Scialoja di Alberto Arbasino… A parte gli scritti di questi grandi Toti Scialoja poeta e illustratore rimaneva inesplorato. Studiarlo (ma sarebbe meglio dire inseguirlo; i suoi talenti sfuggono a qualsiasi tentativo di incasellamento) era una sfida ardua: come muoversi nell’esplorare un autore su cui non esistevano studi organici? Il  maggiore rischio stava proprio nell’apparente facilità derivata dalla troppa libertà: ma mi sembrava valesse davvero la pena tentare una ricostruzione — e un’interpretazione — da zero di un’avventura intellettuale unica, che si snoda lungo tutto il Novecento per andare ben oltre i confini italiani. Girando per diversi archivi mi sono resa conto che c’era abbastanza materiale per tentare un ritratto critico di un artista capace di passare dal tono sofferto dei suoi dipinti più famosi, le “impronte”, a storie di animali che sembrano lievitare dalla trama invisibile delle sillabe:

L’istrice attrice illustre
recita parti tristi
con occhi lustri lustri
inchiostrati di bistri…

Mi affascinava scoprire cosa si nascondesse dietro l’apparente semplicità dei versi e dei disegni… Arrivata da Pisa a Harvard ho continuato a lavorare a questa ricerca grazie a un sistema bibliotecario straordinario. Quanto agli altri autori, sì, Scialoja ha “vinto” su Calvino, che però si è imposto comunque come una presenza forte all’interno del libro: Toti lo avrebbe voluto tra i collaboratori di “Rivista Bianca”, una pubblicazione di cui doveva essere co-direttore insieme a Elsa Morante e Mario Lattes all’inizio degli anni Cinquanta. Trent’anni più tardi sarebbero diventati amici: Calvino avrebbe spinto Einaudi a pubblicare il suo secondo libro di poesia, e — spinti da predilezioni visive simili — i due avrebbero lavorato intensamente al “Teatro dei ventagli”, un progetto di fiabe animate da mandare in onda per la RAI, poi non finalizzato… Insomma, attraverso questi inaspettati “incroci” ho avuto la fortuna di poter esplorare anche altri autori, italiani e stranieri.


LB: E, risalendo a prima ancora, ci racconti del tuo personale incontro con Scialoja?
R:  Ho “conosciuto” prima il pittore; a colpirmi era stata soprattutto l’evoluzione avventurosa del suo percorso (c’è uno Scialoja esordiente che guarda alla Scuola Romana, un altro che si ispira a Morandi, per poi passare ad assorbire la lezione di Picasso e infine trovare la sua strada all’inizio degli anni Cinquanta, col passaggio all’arte astratta e alle sue “impronte”) e anche la sua letterarietà: il Giornale di pittura, il ‘diario di lavoro’ che Toti inizia a scrivere nel ‘53, è allo stesso tempo una testimonianza sulla vita artistica dell’epoca e — lo ha ricordato bene Gillo Dorfles — un “documento poetico”. Solo dopo una compagna di studi mi ha raccontato che da piccola le leggevano le poesie di Scialoja; l’idea che un pittore scrivesse poesie e le illustrasse mi ha subito affascinata, come  mi ha colpita il fatto che la casa-biblioteca di Scialoja fosse a Roma, ancora intatta. Da qui è nata la curiosità che ha dato inizio alle ricerche di cui parlavo prima…


LB: Credo si possano ravvisare delle alterne vicende nella sua storia editoriale e critica. Pensi tuttavia che il futuro sia dei Scialoja? Voglio chiedere, al di là della battuta, se credi che ci sarà sempre più spazio e attenzione per figure così irriducibili, poco "pure", come il nostro poeta-pittore.
R: Senza dubbio la complessità della sua poesia è stata poco apprezzata a livello editoriale; i confini (tra poesia per adulti e poesia per l’infanzia, tra libro per bambini e libro “d’artista”) sono ancora oggi molto rigidi, e Scialoja sembra nato apposta per metterli in discussione: non è un secondo Rodari, i suoi nonsense non hanno morale, ed usano un linguaggio musicale e arduo insieme… Una figura straordinaria e non catalogabile, dunque poco valorizzata. Ma sono ottimista verso gli “impuri”, credo che la loro irriducibilità abbia molto da dirci ancora oggi: pensa ad Alberto Savinio, e al bellissimo lavoro di riscoperta/restauro dei testi portato avanti negli ultimi anni… Certo sono autori difficili da studiare: la pienezza dei loro interessi costringe l’interprete a muoversi attraverso campi non sempre battuti. Ma è proprio in quest’indisciplina (saper mettere insieme saperi diversi, oltre gli steccati tradizionali; fornire uno sguardo lucido ma non cinico sulla società, senza risparmiarsi un’analisi schietta del proprio lavoro e delle pressioni cui si è sottoposti in prima persona in quanto artisti-intellettuali: penso ai nomi fatti sopra, ma anche a Fortini) che sta il loro valore. E nel riscoprire i loro percorsi intellettuali spesso ci si trova anche a riflettere sulla specificità delle oggi tanto bistrattate discipline umanistiche.


LB: In una parte del libro, secondo me molto interessante, scrivi del rapporto di Scialoja con Mino Maccari e della collaborazione alla rivista "Il Selvaggio". Potresti ripercorrere le principali mosse di questo frangente del tuo studio?
R: Quando inizia a collaborare a “Il Selvaggio”, nel 1940, Scialoja è un ragazzo ancora indeciso tra le strade della letteratura e della grafica, della pittura. È stato interessante scoprire come la rivista diretta da Mino Maccari fosse per lui una specie di laboratorio letterario, un’arena da percorrere in direzioni diverse: su quelle pagine — spesso percorse dalle bellissime incisioni del direttore-fondatore — Toti pubblica prose poetiche dai toni malinconici, recensioni di mostre, ritratti critici di amici pittori, e i suoi primi disegni… Sono poi rimasta incuriosita da alcuni versi satirici, non firmati, che apparivano in coda ad un suo articolo del 1941. A chi appartenevano? In un primo momento pensavo si trattasse di Toti, ma lo stile ed altri dati esterni hanno portato invece ad attribuire le poesie a Maccari. E un confronto tra questi versi ed altri ‘scherzi’ e vignette pubblicati da Scialoja in quegli stessi anni hanno rivelato due diverse posture, stilistiche e gnoseologiche: se Maccari dà vita a un tipo di satira molto spiccia e ‘locale’, Scialoja spezza la gabbia etica e fono-simbolica dell’Italia fascista, nascondendo una realtà drammatica sotto segni e disegni solo apparentemente giocosi.


LB: Nella tua ricerca c'è qualcosa che ti ha sorpreso? Quel che vorrei chiederti ora è se il processo di ricerca ti ha portato anche ad affrontare degli elementi che ti hanno sorpreso, turbato, depistato o altro, comunque assai lontani da certe idee "iniziali" che ribollono quando si intraprende un ritratto del genere.
R: Certo, è stato un processo pieno di sorprese. Mi ha colpito sopratutto scoprire un primo Scialoja molto diverso — mi riferisco in particolare al suo stile degli esordi, con i racconti, finora dispersi, pubblicati a metà anni Trenta: sono pezzi immaginifici, ma anche molto letterari e ardui da cogliere a una prima lettura — da quello dei nonsense; per arrivare a quella sprezzatura ha dovuto percorrere un via fatta di molti ostacoli. La semplicità delle sue poesie è solo apparente, come pure la loro natura di divertissement: il nonsense è un talismano, un modo di dire l’indicibile nascondendolo, polverizzandolo… Forse è anche per questo che tra i versi ritroviamo echi, parodici e non, di una tradizione letteraria che va da Dante a Montale al “nonsense metafisico” di Eliot.
Un simile discorso va fatto per i disegni. Nel libro paragono per la prima volta le illustrazioni dell’inedito Tre per un topo, il quaderno disegnato da Scialoja per i nipoti nel 1969, con quelle poi pubblicate nei libri degli anni Settanta: ne vengono fuori delle varianti grafiche d’ incredibile finezza, molto significative per capire in che modo Scialoja intendesse il rapporto tra testo e immagine. Alla fine, sono rimasta sorpresa nello scoprire come una continuità tra i racconti degli esordi e la sua produzione poetica successiva al nonsense. Il confine tra leggerezza e serietà, tra gioco e tensione morale del gesto artistico in Scialoja è molto più sfumato di quanto pensassi all’inizio.


LB: Vivi negli Stati Uniti. Cosa ci puoi raccontare di Scialoja letto e visto da lì?
R: Negli Stati Uniti il ricordo di Scialoja pittore resta vivo grazie all’azione di ponte e filo conduttore tra due culture e scene artistiche che lui e la compagna Gabriella Drudi (una figura da riscoprire: scrittrice e critica d’arte, fu autrice della prima monografia italiana dedicata a Robert Motherwell) hanno esercitato per decenni. C’è ancora molto da fare però, soprattutto sul versante della poesia: spero che la monografia contribuisca a far conoscere la sua opera anche oltreoceano.


LB: Potresti scegliere una poesia e un'opera pittorica di Scialoja come saluto? Grazie.
R: Grazie a te! Il quadro si chiama Impronta bianca su sabbia (1959), ora al Guggenheim di Venezia.
Tra le mie poesie preferite c’è invece quella del dromedario:

Quando il tetro dromedario
giunse dietro al tetraedro
alzò gli occhi e disse: «Diamine!
Son davanti a una piramide!».

Le allegre tenebre di Toti Scialoja
Francesca Scotti «Ho un libro in testa» 23-03-2015

Uno studio della ricercatrice Eloisa Morra fa emergere lati ancora inesplorati del poeta del nonsense Toti Scialoja, nonché dei rapporti con gli autori a lui contemporanei, in particolare Italo Calvino.

 

«Quando la talpa vuol ballare il tango
il salone si svuota, ed io rimango.»

 

Toti Scialoja, Quando la talpa vuol ballare il tango

«A me pare che l’invenzione linguistica di Scialoja sia uno dei fatti più singolari della letteratura italiana di questi anni. È molto raro nella nostra poesia uno spostamento, così violento, così insieme schernevole e serio, verso il puro piacere della commistione sonora, direi dell’incesto sonoro tra le parole. In questo Scialoja mi sembra veramente un maestro.»

Giorgio Manganelli

 

Quando ballai il primo tango con la talpa di Toti Scialoja avevo pochi anni. Mi interrogavo su come una zanzara potesse essere senza zeta, e più mi accigliavo più il paradosso si avviluppava a me: era una sensazione di grande libertà riuscire ad accogliere versi come “L’ippopota disse: «Mo/nella mota ho il mio popò!»” e che “Fuori Farfa le farfalle/vanno in folla a far follie”. Ancora oggi non c’è viaggio a Orvieto durante il quale non mi ripeta mentalmente  “Ho visto un corvo sorvolare Orvieto./Volava assorto, né triste né lieto” e non c’è ombrello capovolto che non mi evochi “Pipistrello, ti par bello/far pipì dentro l’ombrello?”.

Queste – e molte altre – poesie nonsense affiorano nella mia mente più come musica che come parole: ecco una delle grandi meraviglie che la scrittura di Toti Scialoja porta con sé; il suono delle lettere, le sillabe che si ascoltano e il ricordo che si fa melodia. Se la ricerca nel campo delle neuroscienze (lo leggevo qui) ha confermato che il cervello si comporta in maniera simile durante l’ascolto di un brano musicale e durante un suo ricordo, o pensiero o allucinazione sonora, beh, credo che qualcosa di analogo a me capiti con le rime del poeta: attraversano il mio pensiero nei momenti più imprevisti, e mi regalano sorrisi anche a libro chiuso.

Con tali presupposti non potevo che accogliere festosa Un allegro fischiettare nelle tenebre – Ritratto di Toti Scialoja uscito per «Quodlibet Studio» di Eloisa Morra, giovane Ph.D. candidate in Letteratura Italiana alla Harvard University, che all’artista ha dedicato anni di lettura, studio e analisi. Scrittore, poeta e pittore, Toti Scialoja vanta numerosi ammiratori: Calvino, Manganelli, Porta, Raboni, Arbasino; nonostante questo la sua opera era ancora circondata da zone d’ombra, elementi che richiedevano di essere scoperti. Ed Eloisa Morra ha deciso di affrontare l’impresa, portata a termine ottimamente: Un allegro fischiettare nelle tenebre è un testo  ricco, completo, anche avventuroso.

L’autrice s’interroga sui rapporti tra le vocazioni di Scialoja e in queste pagine formula – come dice lei stessa – uno dei possibili tentativi di mettere le risposte in sequenza, di dar loro un intreccio seguendo la formula di Barthes della “biografia disorientata”. Ed è davvero piacevole perdersi e ritrovarsi tra versi e figure: si entra in punta di piedi nella vita di Toti bambino, il clima familiare, le prime letture e i simposi immaginari. Poi si avanza lungo gli incontri importanti, le amicizie e le scoperte intellettuali: dal «Corriere dei piccoli» a Stevenson, dall’«Enciclopedia dei ragazzi» a Carroll. Poi lo sguardo si concentra sulla pittura, alla quale Scialoja approderà a seguito di una delusione giovanile per la poesia.

C’è anche un altro filo rosso che Eloisa Morra fa affiorare in questo libro: quello di un possibile rapporto tra Italo Calvino e Toti Scialoja, forse compagni d’avventura, certamente entrambi amanti di trame filiformi, svezzati dalle opere di Rubino sul «Corriere dei piccoli». Gli ultimi capitoli del volume sono dedicati proprio ai miei amati versi nonsense, al percorso, quasi tracciato dal caso, che ha portato Scialoja verso la poesia per bambini (e non solo) e alla pubblicazione negli anni Settanta dei suoi volumetti illustrati. In queste 240 pagine troverete anche un interessante repertorio iconografico che spazia dalle fotografie del poeta a disegni e illustrazioni, elementi fondamentali dell’universo-Scialoja. Infatti è così che l’autrice ci saluta a conclusione della Premessa: «Le pagine di Scialoja le guardiamo, prima di leggerle, e anche dopo averle lette; speriamo che lo stesso piacere sia riservato a tutti i visitatori e spettatori della sua opera.»

Tre per Toti: Eloisa, gli Altri, l'arte
Ilaria Batassa «Critcaletteraria.org» 26-03-2015
Eloisa Morra apre la sua monografia con una domanda di Anna Banti (a proposito di Fenoglio): «Chi ha scritto le pagine che andiamo leggendo?» (p. 7). La stessa domanda si potrebbe porre il lettore del libro della studiosa, Un allegro fischiettare nelle tenebre. Ritratto di Toti Scialoja. Un volume considerabile una conditio sine qua non per tutti i futuri studi scialojani, non solo per la mole straordinaria di testi (inediti, sfuggiti alla critica, trascurati), ma soprattutto per il metodo di lettura (e non di analisi) utilizzato nel trattare i materiali.
Il sottotitolo “ritratto” è la vera chiave di volta per entrare nei meandri dell’operazione compiuta da Eloisa Morra: un ritratto cristallizza nel tempo e nello spazio, fissando qualcosa che resta immutabile e come lo si è colto in un determinato cronotopo.
Creare un ritratto dinamico è (quasi) impossibile: Eloisa Morra è riuscita in questo.
Ha scommesso su qualcosa che, in apparenza, potrebbe essere considerato fuori moda: il legame tra biografia e creatività artistica. Ripercorrendo le tappe della vita di Toti Scialoja, la studiosa costruisce un percorso biografico legato a doppio filo con un’artisticità a trecentosessanta gradi. Ma ogni fase della vita non è una mera manciata di anni, consumati tra le proprie carte, nella propria fucina di Efeso: è una fitta rete di incontri e di letture, di recensioni, di “sentito dire”, di viaggi, di scoperte.
Eloisa Morra riesce a ricostruire questo puzzle, mettendo al centro l’artista romano, senza togliere nulla a chi e a cosa ha interagito con lui: l’humus diventa, nelle mani della giovanissima studiosa, uno strumento per dipingere il ritratto di Scialoja, senza pretese di essere arrivata da qualche parte, ma quasi con la consapevolezza di aprire tante porte, di spalancare tanti mondi, vergini e inediti, ancora da studiare, ancora da approfondire.
Questa consapevolezza, a parere di chi scrive, porta la Morra a costruire un libro bussola, orientato secondo una precisa architettura, che poco presta il fianco a fraintendimenti, che non fa di Scialoja un eroe incompreso e da rivalutare, bensì gli restituisce la statura che ha avuto tra i coevi, che oggi va ricostruita, alla luce dell’interdisciplinarietà che lo contraddistinto.
Scorrendo i titoli dei paragrafi è chiara la volontà della Morra: quella di restituire metodologicamente ciò che Scialoja ha fatto artisticamente.
Si analizzino uno per uno: forse è l’unico modo per entrare nel mondo di Scialoja secondo Eloisa Morra.

1. L’isola delle voci. Le prime letture. Un’isola è sola in mezzo al mare: galleggia nell’acqua, elemento instabile, mutevole, capriccioso, ma anche motore di vita, di refrigerio, di sollievo. Un’isola chiude segreti che sfuggono alla terra, che rimangono sospese, che camminano in punta di piedi, a pelo d’acqua, come le voci, che si sentono, che si frangono e si rinfrangono nell’aria. L’isola delle voci sta alle prime letture, come le letture infantili stanno al nascondersi in un cantuccio per scrivere versi poetici. E allo stesso tempo, la formazione di quella vischiosità letteraria che caratterizzerà tutta la produzione scialojana.

2. Gli anni dell’attesa. Storia di un esordio. Come si può attendere un esordio? Si è consapevoli che sta per sbocciare qualcosa? O si attende l’indefinito, che, nel momento in cui esplode, diventa un prisma?
Un materiale magmatico che la Morra individua in: pregiudizi e intuizioni, nel rapporto tra Moravia e Scialoja, nella domanda sulla mancanza della poesia, e sull’attività di recensore dell’artista romano.

3. Paesaggi di parole. Scherzi e prose. Attingendo dal vocabolario della pittura, un’Eloisa Morra, padrona della materia, comincia un percorso all’insegna dell’ut pictura poësis che sfocerà nell’ultimo, magistrale, capitolo (che si analizzerà a breve). Un lavoro che si apre con la parola «paesaggi», ma che si nutre di musica, di giochi, di polemiche, di scaramucce ludiche, di vita vissuta, e che, al centro, ha una crisi, quella creativa, che non chiude, perché vissuta dall’interno, in maniera endofasica, ma che apre, e che cerca linfa per sbocciare e splendere.

4. Motivi e figure. Viaggio nei libri nonsense. Si può viaggiare in qualcosa che non ha un senso? Si possono trovare cronotopi (motivi e figure) nel nonsense? Eloisa Morra rintraccia nel labirinto vita-arte i punti di forza che fanno di Toti Scialoja un classico col quale si debbono fare i conti, un punto di passaggio obbligato, per chi vuole comprendere cosa significa far dialogare il proprio vissuto con la propria fucina creativa, senza perdere se stesso, anzi, cercando in se stesso la motivazione che spinge a fare arte. Un’arte a trecentosessanta gradi che si confronta con istanze diverse (il disegno, il nonsense, la perdita di un senso, la poesia), ma che dialoga anche con lettori diversi. Toti Scialoja non ha paura di destinare le sue filastrocche a bambini (Tre per un topo), lasciando spiragli anche a quel mondo degli adulti che troppo facilmente tende a mettere l’etichetta “infantile”.

Arricchendo il volume di una nutrita bibliografia su Toti Scialoja, la Morra fornisce un itinerario ragionato all’interno della produzione dell’artista, restituendo l’estrema varietà del mosaico dei suoi interessi e dei suoi guizzi creativi.
Una scommessa vinta, insomma, un rischio corso a perdifiato, ma che vale l’oro di una conquista, non solo per la giovane studiosa, ma anche e soprattutto per la letteratura italiana del Novecento.
Due note di merito, infine, che il volume cela, ma non nasconde.
La prima è doverosa nei confronti del linguaggio: la studiosa dimostra di essere in grado di saper usare e mescidare diverse lingue e diversi linguaggi artistici, trattandoli con eleganza e discrezione, senza lasciare che uno metta in ombra l’altro.
La seconda è l’uso delle fonti, italiane e straniere: una legge di vischiosità individuata dalla Morra non solo negli illustri e (quasi) ovvi referenti, ma soprattutto in quegli artisti che corrono sottotraccia, agendo dall’interno e sbocciando nella scrittura di Scialoja.

Una monografia da leggere, da studiare e da usare come strumento: un libro fresco, che trasuda l’entusiasmo della sua autrice, e la passione che la lega a doppio filo a Scialoja, all’arte e alla poesia in generale.

Anche Eloisa, come Toti, allegra fischietta nelle tenebre, conscia che qualcosa resterà, e qualcosa aprirà: al grido, che spesso (conoscendola personalmente) ripete sempre, «Viva Toti!».
Versi e immagini di Toti Scialoja
redazionale «Giunti scuola» 02-04-2015

 In corso al Macro di Milano una mostra sul pittore e poeta Toti Scialoja (1914-1998), che pubblicò molti libri di filastrocche e poesie illustrate per bambini. Ne abbiamo parlato con Eloisa Morra, autrice di un saggio su Scialoja.

Puoi raccontare ai nostri lettori chi era Toti Scialoja?

Toti Scialoja era un visionario dai molti talenti che ha attraversato tutto il novecento con “leggerezza pensosa”. Nasce nel 1914 in una famiglia dell'alta borghesia romana, composta perlopiù da giuristi ed accademici, ma già a vent'anni lascia l'università per seguire le sue due grandi passioni, la letteratura e la poesia. Due amori, e due talenti, che non vanno però di pari passo: Scialoja approda alla pittura solo sul finire del 1939, dopo una cocente delusione che lo porterà ad abbandonare l'arte poetica per qualche decennio. A inizio anni Cinquanta lo ritroviamo a New York, dove ha la possibilità di conoscere i maggiori esponenti dell'Action Painting americano, e di farsi mediatore tra quell'ambiente artistico d'avanguardia e l'Italia.
L'inizio degli anni Sessanta lo vede fronteggiare una seconda crisi, stavolta pittorica: ed è da lì che nascono i nonsense illustrati inviati senza molto pensare al nipotino James Demby nel 1961. È la sua rinascita come poeta, testimoniata da bellissimi libri pubblicati negli anni Settanta per Bompiani ed Einaudi. Ed oltre a questa doppia vocazione Scialoja è stato scenografo, critico d'arte, insegnante all'Accademia di Belle Arti di Roma (un percorso ricostruito da 100 Scialoja. Azione e pensiero, ovvero la retrospettiva in corso al Macro proprio in queste settimane). Insomma, un artista a tutto tondo che vale davvero la pena di riscoprire.

Scialoja dunque ha avuto contatti molto intensi col mondo dell'infanzia… ci sono dei suoi testi che consiglieresti particolarmente a chi lavora con i bambini della scuola dell'infanzia e primaria?

Sì, certamente, consiglio senz'altro i testi che compongono i primi libri nonsense, da Amato topino caro a Una vespa! che spavento. Sono storie che hanno come protagonisti gli animali, ma si distanziano del tutto dalle classiche fiabe (e annessa morale): nascono infatti dal combinarsi delle allitterazioni e delle rime, piuttosto che svilupparsi secondo la logica tradizionale.
"Topo, topo / senza scopo / dopo te / cosa vien dopo?": sono versi di una musicalità straordinaria, e (qui mi riferisco a un'esperienza personale, visto che li ho letti insieme ai miei nipoti) i bambini ne rimangono talmente affascinati da impararli a memoria senza particolare sforzo. È molto buffo sentirli pronunciare delle parole difficili o letterarie (secchia, proto, etc.), solitamente introvabili in altri tipi di filastrocche; questo perché Scialoja si rivolgeva direttamente a un doppio pubblico, di bambini ma anche di adulti... Dunque presentarli in classe sarà un doppio divertimento, per i piccoli alunni e per i maestri!

Che cosa pensava Scialoja della scuola? E dei bambini?

Scialoja ricordava sempre che a scuola lo obbligavano a imparare a memoria le poesie del nostro canone, da Leopardi a Carducci a Pascoli, e lui detestava questo processo forzato. Proprio da un moto di ribellione verso la scuola intesa in senso tradizionale aveva iniziato a scrivere le sue prime strofette comiche, a dieci anni. Ma il bello è che molti anni dopo, nei suoi nonsense, sarebbe ritornato con nostalgia proprio a quei versi imparati a memoria durante l'infanzia, creandone delle rielaborazioni giocose che mimano gli inciampi della memoria, come nel famoso episodio di Alice nel Paese delle Meraviglie. Così il Bove di Carducci viene alleggerito nel distico "T'amo, pio bue! / Anzi, ne amo due", il passero solitario si tramuta in una "cornacchia che sonnecchia nella nicchia / della torraccia vecchia. E non si impiccia", mentre la neve che continua a fioccare in Orfano di Pascoli diviene una lepre che "in fretta bruca bruca bruca"... Quindi paradossalmente è proprio dalle prime memorie scolastiche, e in particolare da quei classici oggi spesso letti stancamente, che Scialoja trae linfa vitale per la sua poesia.
Riguardo al suo rapporto con i bambini da molte interviste (e dalle testimonianze di chi gli è stato vicino a lungo) si intuisce l'inaspettato: Scialoja non li amava particolarmente; piuttosto, gli piaceva l'idea di ritornare alla sua propria infanzia attraverso la poesia. Ma forse l'aspetto più interessante è che per Toti il bambino non è un essere innocuo e pacifico, tutt'altro: è un intellettuale in miniatura dotato di grande immaginazione, che come tale vive momenti profondi di attesa, di vuoto, di angoscia... Proprio per questo le poesie nonsense non sono mai dolciastre o moralistiche, anzi, tendono a liberare il linguaggio dal peso del senso comune e nascondono sotto l'apparente leggerezza un sottile velo di malinconia.

Ti chiediamo un ultimo regalo: scegliere per i nostri lettori e i loro alunni e bambini un disegno dell'autore e commentarlo brevemente.

Ne ho scelto uno che avrebbe dovuto illustrare una delle poesie più famose di Toti Scialoja: "Il sogno segreto / dei corvi di Orvieto / è mettere a morte / i corvi di Orte".
Dico "avrebbe dovuto" perché non è stato incluso nei libri illustrati ed è rimasto per lungo tempo inedito.
Come vedete è un disegno ingenuo, il corvo è rappresentato nelle sue semplici caratteristiche, senza nessun tipo di arzigogolìo stilistico. Ma è interessante che Toti abbia pensato di far appollaiare l'animale sulla scritta "Orvieto", quasi a darci un indizio per risolvere l'enigma della genesi delle sue poesie. Che nascono sempre da una simultaneità: prima del soggetto-immagine della storiella viene la parola, e la parola stessa viene considerata in quanto immagine, aggregato di simboli, prima ancora che portatrice di un significato... Il segreto dei segni e dei disegni di Toti è tutto qui, in quest'alchimia.

Il poeta del senso perso
Matteo Marchesini «Il Foglio» 16-05-2015
"L'istrice, attrice illustre, / recita parti tristi / con occhi lustri lustri / inchiostrati di bistri". Questa breve poesia, che entra subito nel circolo della memoria e invita all'emulazione, è un tipico esempio di quei "Versi del senso perso", avvolti da disegni serpentini, che negli anni Settanta e Ottanta sono stati lasciati in eredità alla cultura italiana da Toti Scialoja (1914-1998), e che gli happy few a cui è stato concesso rigirarseli in testa, nell'infanzia o nell'età adulta, hanno messo subito accanto alle filastrocche di Rodari, più spericolate nell'invenzione fantastica e più castigate in quella fonica. Questi caratteri hanno viceversa favorito la loro liquidazione da parte della cultura ufficiale, che in casi del genere è dispostissima a spendere lodi iperboliche ma non a prendere davvero sul serio gli autori, e che nel suo canone ha accolto dunque solo lo Scialoja pittore, senza accorgersi di quanto ha in comune col poeta: cioè, in sostanza, la continua tensione tra espressionismo e astrazione geometrica, tra informale e formalismo, tra gusto delle simmetrie e visioni sinistre, mostruose, smisurate.
Ma come nasce, la contagiosa macchina allitterante che produce istrici imbistrate sulla scena? "La parola-melograno. Tutto sta lì", ha spiegato Scialoja. "Bisogna trovare quella parola, e poi, come i chicchi di un melograno, tutte le altre parole gli vanno intorno". A partire da un termine-totem ci si lascia trasportare sul tapis-roulant delle associazioni, lasciando che il significante solletichi il significato, e che il significato rifinisca poi le trovate sonore: finché, come succede nei solitari riusciti, non resta nessun chicco spaiato. In questo laboratorio poetico ci guida oggi Eloisa Morra con "Un allegro fischiettare nelle tenebre" (Quodlibet), un ritratto dello Scialoja illustratore e lirico "del senso perso" corredato da preziosi materiali d'archivio. Davanti al suo personaggio, la Morra ripropone subito i consueti dilemmi: "Pittore o poeta? Poeta per adulti o per bambini? Autore comico o serio?". Le risposte più energiche, contro la tendenza a chiudere tra ludiche parentesi o a dividere in compartimenti stagni la sua poesia, sono venute da Giovanni Raboni, che ha indicato in Scialoja uno dei lirici più originali del secondo Novecento, e ha cercato di assegnargli il posto che non avevano saputo garantirgli altri importanti ma estemporanei sponsor: Manganelli, Arbasino, e soprattutto Calvino, che lo considerava il primo erede italiano di Lear e Carroll, della tradizione inglese dei limerick e dei nonsense. Introducendo le "Poesie" Garzanti, che raccolgono l'altro versante, diciamo notturno, della produzione scialojana, Raboni avvisava che la letteratura non è per il pittore un violino d'Ingres, e che nella sua poesia non si dà soluzione di continuità tra toni umoristici e saturnini, tra "le buie ceneri dell'esperienza e il pulviscolo d'oro dell'immaginazione".
Ma per capire da dove viene questa miscela, seguiamo la formazione del giovane artista descritta nei dettagli dalla Morra. Non è irrilevante, ad esempio, sapere che Toti è figlio di un'ottima borghesia accademica e ministeriale. Ancora di più conta che la madre frequentasse Trilussa, e che un suo zio fosse Trompeo, pacioso erudito e francesista stendhaliano. Questo ambiente spiega almeno in parte la tranquilla disinvoltura inventiva di Scialoja: l'agio socioculturale, il liquido amniotico delle arti lo hanno evidentemente preservato dalla frenesia di farsi largo a ogni costo tipica degli intellettuali piccolo-borghesi, trasmettendogli un ancestrale "amore per la vita sgombro da ogni ansia di riuscita". Senza queste eclettiche sollecitazioni estetiche non si capirebbero le sue precoci prove di scrittura, in cui affiorano già i due ingredienti fondamentali dei futuri lambicchi in versi: l'artigianato goliardico della letteratura "minore", e le vertigini mallarmeane. Appena decenne, Toti usa il pennello, scrive "strofette comico grottesche" sugli animali, fonda giornalini e riunisce società gianburraschesche. Ma qui, sulle sollecitazioni famigliari s'innesta una cultura più diffusa. Questo artista versatile cresce infatti mentre sulla stampa italiana si moltiplicano le storie illustrate e i cruciverba di marca anglosassone su cui subito ironizza l'elzevirista Cecchi: quelli della Lettura del Corriere, e soprattutto quelli del Corriere dei Piccoli, che anche Calvino, Zanzotto e Dossena ricordano come una vera e propria "droga". Un'intera generazione si forma fantasticando con un occhio alle strofe e uno ai disegni dei nuovi inserti: e se c'è chi, come Toti, prova presto a cimentarsi col genere composito della striscia, c'è anche chi, come il futuro autore del "Castello dei destini incrociati", lega le immagini in una storia tutta sua ancora prima di imparare a leggere. La stampa popolare è insomma un prodigioso pozzo di acculturazione sotterranea; ed è, soprattutto, un bacino di novecentismo umoristico, falotico, dominato dalle buffe e sulfuree figure d'almanacco che Montale ritrovava allora in Delfini. Nell'Italia del fascismo e dei mass media, del classicismo spettrale e del design razionale, l'Ottocento macchiettistico e linguaiolo di Giusti e Fucini incontra il surrealismo tiepido di Palazzeschi, mentre la filastrocca palazzeschiana si mischia a sua volta col fumetto; Bilbolbul confina con Lear, e Campanile col poeta-pittore Antonio Rubino che incantò Calvino e Fellini; il marionettismo di Tofano stinge sulle gag del cinema muto, e la provincia strapaesana proietta l'ombra del "liberty nero" di Loria, Barilli e Landolfi. Il retroterra di molti intellettuali impostisi durante il boom va cercato in questo immaginario che riduce all'assurdo la modernità decadente; e anche Stevenson, dal quale sono precocemente stregati sia Calvino che Scialoja, propone in fondo un Ottocento ridotto all'assurdo, o come dice il poeta-pittore a un "teatro dei burattini" la cui moralità è tutta calata nel ritmo.
Altro tratto peculiare dell'atmosfera novecentista è poi lo scambio continuo tra pratiche figurative e letterarie, ben rappresentato a Roma dalla Galleria La Cometa del poeta De Libero, che forse stronca i primi tentativi letterari di Scialoja. È in questa Urbe scipioniana color pèrso, dove si addensa il clima cupo e vacanziero degli anni Trenta, che il ventenne Toti disegna per i "Sogni del pigro" di Moravia una copertina già incentrata sul motivo dell'uomo-animale. Ma simboli di questa contiguità tra le arti sono soprattutto Longanesi e Maccari, che con le loro caricature collegano la cultura d'avanguardia alla cronaca d'attualità: e Scialoja esordisce proprio sul Selvaggio, al tempo del "Mar delle blatte" del dialogico Landolfi, con un "Dialogo triste" tra un pittore e un verme. È un pezzo mortuario-mistico, oltre che sardonico, dove il verme di ragazzoniana memoria spunta per associazione fonica da un tubetto di vermiglione (e "vermiglio" è parola del Barilli verdiano amatissimo da Scialoja). Negli anni Trenta-Quaranta, il giovane autore prova anche a gareggiare col Maccari epigrammista, costruendo calembour sui nomi dei pittori e sfottendo poi il loro passaggio neorealistico dalle "bottiglie" alle "battaglie". Come si vede, quel ventenne è oltretutto un notevole talento critico: e più distesamente lo confermano le sue recensioni. Di Bacchelli, con metafora perfetta, scrive che i suoi personaggi stanno "nascosti come le uve passe nella polpa bianca del panettone; a masticare si rinvengono ogni tanto, dolci dolci, ma la sostanza rimane (...) nel panettone"; e di Mafai, che le sue pennellate sono "sangue o sugo".
Mentre disegna e ironizza, Toti accumula però anche un ombroso e lavoratissimo deposito di prose poetiche, il cui tono fa pensare a un ossimorico "rondismo del profondo". Le pubblica finalmente nel '52, sotto il titolo "I segni della corda": ma è un esordio che coincide con un addio, al mondo '900 e alle aspirazioni giovanili. Negli anni Cinquanta Scialoja diventa un nome dell'astrattismo internazionale; e solo nel decennio successivo, con gusto più vicino all'infanzia che alla giovinezza, riscopre la poesia. Succede a Parigi: dove i vocaboli italiani, straniati dal contesto, gli appaiono di colpo come misteriosi oggetti solidi. "Ciottoli", dice con una parola usata poi nelle "Poesie", dove stabilirà che "solo il ciottolo è più espressivo" del profilo dei gatti: e la metafora spiega benissimo la materica ma rotonda levigatezza del suo stile. La nuova stagione poetica comincia coi nonsense delle lettere inviate ai nipotini, cioè con la cucina di singoli pezzi d'arte a tecnica mista (collage di parole, disegni, carte speciali) che riflettono bene l'idea fisica e sensuale che Scialoja ha della poesia. Questi "ciottoli" vengono poi organizzati in un quaderno e nei libri degli anni Settanta, con un lavoro di varianti già studiato da Paola Pallottino. Nei versi come nel tratto grafico, l'autore cerca via via soluzioni più intense attraverso una serie di aggiustamenti molto duttili, dove l'artigianale ricerca dell'efficacia fa tutt'uno con quella dell'esattezza, e soprattutto con la fedeltà al clinamen da cui è affiorata la prima molecola linguistica. La poesia e il testo a fronte dell'illustrazione, disposta in modi sempre inattesi intorno ai versi, sono spesso inscindibili: l'uno non solo chiosa l'altra ma la potenzia, la dilata. La Morra indica qui i debiti con Lear, l'avvicinamento iconico alla perturbante "Commedia bestiale" di Grandville – increspata da acidi maccariani o da spezie orientali – e la semplificazione inquietante, emblematica ma insieme ironica di disegni originari spesso caratterizzati da una quasi ingenua e teatrale minuzia. Quanto ai testi, salta agli occhi il legame fonico tra bestie e toponimi "tappe obbligatorie, Zara e Orvieto" – e la comparsa dello zoo "piccolo-borghese (pulci, blatte, zanzare, pidocchi, ragni)" già evocato da quel Trilussa, di cui si avverte anche la lezione stilistica, nella "capacità combinatoria" come nella compresenza di satira e lirismo ad acquerello. Alcuni animali semidomestici e semiselvatici sono particolarmente cari all'autore perché sfidano l'ingegno a creare rime esotiche e acrobatiche: meglio insomma, più che i corrivi gatti, i topi e le lepri, i vermi e le carpe. I loro nomi funzionano già come costrizioni metriche: strappano la fantasia allo scacco delle varianti illimitate, e favoriscono la riunione dei chicchi intorno a un nucleo pregnante. A questo proposito, andrebbe indagata l'influenza esercitata su Scialoja, oltre che dai quinari di Giusti, dai lussuosi tecnicismi pascoliani e dannunziani ereditati da Gozzano e dall'autore degli "Ossi" (le "Poesie" più contratte, col loro "tu" e i loro "deliri", fanno pensare a un Montale rimasto nel giovanile solco fantasista): le sdrucciole, le rime ipermetre, i termini rari incastonati come perle in un tessuto più leggero... E a partire da qui, sarebbe interessante capire anche quanto il metricismo di Scialoja abbia a sua volta suggestionato Raboni o altri.
Ma ogni discorso sul riutilizzo di certe forme storicamente consolidate va commisurato al modo singolare con cui queste forme vengono assimilate dal poeta del "senso perso". Non è certo un caso che la sua vena lirica sia riemersa in una corrispondenza coi nipoti. Dei bambini, a Scialoja interessa la "inesauribile ma limitatissima astuzia" immersa in un tempo mitico, ripetitivo, ipnotico, e la "virtuosistica facoltà di sdoppiamento e di immedesimazione". Ora, è evidente che questa attitudine istrionica appartiene anche alla sua prassi di poeta incline ad appropriarsi di una stratificata tradizione letteraria, ma ben deciso a sottrarsi ai suoi diktat. La sua scrittura infatti, come tutti i seri giochi infantili, distanzia la Storia con una implacabile epoché. Dice bene la Morra, quando parla di versi "ricolmi di echi letterari, eppure come nati da se stessi", e di una freschezza "barbara" che convive con un forte senso "delle convenzioni di genere". Il risultato è una poesia insieme gratuita ed economicissima, satura di una cultura resa a un tempo irriconoscibile e memorabile. È, insomma, l'esatto contrario di ciò che la critica egemone chiede da decenni alla letteratura: il contrario dello sperimentalismo "per partito preso" e della troppa poesia avara ma antieconomica, povera ma culturalista, che mancando di una intrinseca tenuta cerca legittimazioni al di là della pagina, magari in qualche confuso alibi teorico. Perciò Scialoja è distante dai neoavanguardisti, ma anche dagli orfismi insapori e dal programmatico squallore lombardo pure così caro a Raboni. Gioca coi suoni, ma non balbetta mai, e anzi mantiene un ferreo controllo razionale-sintattico perfino negli scatti in apparenza più arbitrari, nelle più aspre dissonanze. Un discorso parzialmente diverso meritano invece le ultime "Poesie" garzantiane, che sono ormai al di là di un tale classicismo opulento. Questi testi arresi, "informali", dove ogni emistichio si trascina per conto suo, ci mostrano uno Scialoja esametrico e lunare, rabonianamente onirico e sanguinoso, che si rivolge un'ultima volta agli anni Trenta per evocare bui cancelli o femmine stordite di follia, e che scopre la morte "sorella di un luogo comune". I versi del "senso perso", conclude la Morra, sono stati anche un talismano contro il male: "Un delirio minimo o ilare – un fischiettare nelle tenebre", li giudica Scialoja stesso. Ma perfino nelle "Poesie", le tenebre sono illuminate da una riserva di felicità indistruttibile, perché radicata nell'infanzia della lingua madre. Dappertutto, quindi, si mescolano fino alla fine le ceneri e il pulviscolo, la solitudine immedicabile di chi si congeda dalla vita e la lievità danzante di chi vede davanti a sé un'interminabile vacanza senza pensieri. Da una parte, nei "Versi del senso perso", ci si dice con fiera malinconia che "Quando la talpa vuol ballare il tango/il salone si svuota, ed io rimango". Dall'altra, nella testamentaria "Ballabili" delle "Poesie", Scialoja ci avvisa che "Nell'Inferno manca l'aria la polca si balla di furia / il valzer si esegue al contrario
sul parquet del Purgatorio / in Paradiso non si danza ci si sorride a distanza".
Riossigenare il linguaggio: l'esperienza creativa di Scialoja
Riccardo Donati «La Ricerca» 14-05-2015
Capita che i poeti si rincorrano e si rispecchino nei modi più sorprendenti e imprevedibili. Dylan Thomas, una delle grandi voci del secolo scorso, in un'intervista del 1951 spiegava al proprio interlocutore come l'ascolto di filastrocche avesse determinato profondamente le sue prime impressioni sensoriali: «ciò che le parole rappresentavano, simboleggiavano o significavano», afferma Thomas, «era di secondaria importanza; ciò che importava era il loro suono la prima volta che le udii sulle labbra dei lontani e incomprensibili adulti che parevano, per qualche ragione, abitare nel mio mondo». In particolare, l'autore di Under Milk Wood ricordava quanto lo affascinassero «la forma e il colore e la misura e il rumore delle parole mentre scorrevano mormorando, strimpellando, danzando e galoppando. Quella era l'età dell'innocenza; le parole mi investivano impetuose, libere dall'impaccio di associazioni banali o portentose; le parole erano spontanee, sorgive, fresche di rugiada dell'Eden, mentre si materializzavano dal nulla». Queste dichiarazioni di uno degli scrittori per molti versi più disperati e tormentati della contemporaneità potrebbero benissimo essere state rilasciate da un altro poeta certamente più solare e meno autodistruttivo di Thomas, il suo coetaneo italiano – entrambi sono nati nel 1914 – Toti Scialoja.     

L'idea che le parole contribuiscano ad arricchire la realtà di suoni, colori, forme e rumori ancor prima che di significati è infatti il motore primo dell'attività poetica di Scialoja, come torna a ricordarci il bel "ritratto" a tutto tondo dedicato all'artista romano da una giovane studiosa, Eloisa Morra. Un allegro fischiettare nelle tenebre (Quodlibet, Macerata 2015) ripercorre la biografia intellettuale e artistica dell'autore di straordinari "versi del senso perso" come il celebre «Il sogno segreto / dei corvi di Orvieto / è mettere a morte / i corvi di Orte», prendendo le mosse dalle sue passioni infantili, a partire da quella sorta di imprinting verbo-visivo che furono per lui le filastrocche e i disegni insieme fantastici e geometrici di Antonio Rubino, avidamente cercati e divorati sulle pagine del «Corriere dei piccoli». L'ipnotico e memorabile ritmo delle strofette moraleggianti che corredano le  tavole del «Corrierino», rivista che svolse un ruolo decisivo nella formazione dei bambini italiani di inizio Novecento, si fonde armoniosamente nella mente del giovane Toti con stimoli provenienti da ambiti ben diversi: l'educazione al bello garantita dai familiari e dagli amici di famiglia, tra i quali Pietro Paolo Trompeo, voce tra le più raffinate del primo Novecento romano; certa tradizione “minore” e popolare della nostra cultura letteraria (la lezione dialettale di Trilussa, il sottile umorismo di Giuseppe Giusti, il gusto per il bozzetto robusto e sapido di Renato Fucini); la passione per la narrativa d'avventura. Morra si sofferma giustamente sulla lunga fedeltà che lega Scialoja alla figura di Robert Louis Stevenson, e in particolare al suo classico L'isola del tesoro, letto e riletto negli anni scoprendone a ogni attraversamento ulteriori livelli di profondità: da bambino, Toti lo gusta come una perfetta macchina di emozioni, travolgente e irresistibile; più grande, ne apprezza la compiuta dimensione di capolavoro stilistico, impasto verbale di mirabile e rapinosa musicalità, fino poi a coglierne e quasi mitizzarne lo statuto di classico, di opera cioè dotata di assoluta perfezione e poesia.

È attraverso questa dettagliata e vivace analisi del clima culturale entro cui si formano l’immaginario e le coordinate estetiche del giovane Scialoja che Eloisa Morra ci consegna alcune delle più belle e partecipate pagine che siano state scritte sul poeta romano. Meno innovativi, ma comunque riusciti, puntuali e interessanti, sono i paragrafi che l'autrice dedica alla poliedrica opera critica, grafica, narrativa di Scialoja negli anni immediatamente precedenti e successivi al secondo conflitto mondiale. L'attività di illustratore per Moravia, i rapporti con la Galleria della Cometa e con l'ambiente pittorico romano, le prove in prosa debitrici delle lezioni di Tommaso Landolfi e Bruno Barilli, i folgoranti ritrattini pittorico-satirici apparsi su «Il Selvaggio» di Mino Maccari rappresentano per molti versi esperienze che, se da un lato testimoniano dell'ampiezza e della varietà degli interessi e dei contatti di Scialoja, dall'altro fotografano bene il gioco di spinte e controspinte che il milieu intellettuale del tempo impone a Toti, il quale dal canto suo sembra fare il proprio ingresso nell'età adulta senza troppa convinzione, quasi di controvoglia: come se insomma la sua attività creativa negli anni della "maturità" non fosse altro che una sorta di limbo, una parentesi racchiusa tra due prolungate stagioni dell'infanzia (quella vissuta e quella poi "ritrovata" alle soglie della senilità).

Se gli anni Cinquanta, che sono gli anni più fertili per lo Scialoja pittore e intellettuale, trovano nel libro uno spazio ristretto, è soprattutto ai decenni Sessanta e Settanta, quelli del riconquistato diritto all'orizzonte ludico-infantile – il cui maggior manifesto resta, per la nostra cultura, la palazzeschiana smorfia di E lasciatemi divertire – che è dedicata l'ultima parte del volume, consacrata perlopiù al rapporto testo-immagine nelle cosiddette raccolte per bambini. Morra articola il proprio discorso prendendo in considerazione sia volumi più strutturati come Tre per un topo (1969, recentemente pubblicato sempre dai tipi di Quodlibet) che testi poco noti (come l'inedito Prime pagine di un libro per bambini), allo scopo di introdurre il lettore nelle stanze più segrete del vulcanico laboratorio verbo-visivo di Scialoja, là dove si aggirano i campioni ottocenteschi di quello che G. K. Chesterton chiamava the instinct of nonsense: Jean-Ignace-Isidore Grandville, Edward Lear, Lewis Carroll. È imitando e rielaborando il loro esempio che Toti ottiene di riossigenare la sua lingua poetica e grafica, restituendo così alla propria opera la freschezza delle percezioni infantili. In particolare, la sintetica ma utile analisi che in uno degli ultimi paragrafi Morra dedica alle tecniche compositive dei "versi del senso perso", con particolare riferimento ai concetti di parole-melograno e paesaggi di parole, ben dimostrano come buona parte dell’opera poetica di Scialoja tenda strenuamente al recupero di quell'age of innocence di cui parlava Dylan Thomas nell’intervista sopra riportata: quella sorta di incantato Eden fonico e pre-concettuale dove, tanto per il poeta-pittore romano quanto per il maestro gallese, le parole si materializzano dal nulla mormorando, strimpellando, danzando e galoppando nelle orecchie di coloro che soli hanno la possibilità di ascoltarle e viverle nella loro fisica pienezza, ossia i bambini.
Lituraterre #018
«Radio Statale» 10-06-2015

Nella puntata di Lituraterre #018 si parla di Un allegro fischiettare nelle tenebre, il saggio su Toti Scialoja di Eloisa Morra.

Clicca qui per ascoltare.

2015
Quodlibet Studio. Lettere
140x215
ISBN 9788874626847
pp. 240
€ 20,00 (sconto 15%)
€ 17,00 (prezzo online)