Guerra del ’15
Guerra del ’15
 
A cura di Giuseppe Sandrini
 

 

Due mesi di trincea raccontati, «di giorno in giorno, anzi d’ora in ora, da un semplice gregario». Questo è, nelle parole dell’autore, il succo di Guerra del ’15, una delle testimonianze più belle e più vere che siano state scritte sul primo conflitto mondiale. «Dal suo umile posto» Giani Stuparich, volontario triestino, intellettuale arruolatosi come un soldato qualunque tra le truppe italiane che, falciate dalle artiglierie, cercano vanamente di strappare agli austriaci le alture del Carso, ritrae la guerra in un diario «fresco e vivo di vita», che «afferra la cosa rappresentata con potenza incancellabile», come notò Gadda recensendo la prima edizione del libro (1931). «Ferma, contenuta, umana», la narrazione di Stuparich restituisce l’esperienza di un giovane, laureato a Firenze e collaboratore della «Voce», che affronta l’inferno della guerra, a fianco del fratello minore Carlo, con lo spirito di servizio e di solidarietà che solo un grande ideale può suggerire. Ma questo ideale, l’Italia, rimane fuori dalla trincea, dove contano solo la coscienza di appartenere a una generazione cruciale, il senso del dovere ereditato dalla famiglia e l’attaccamento alla vita moltiplicato dalla presenza continua della morte.

 

 

Recensioni 
Bruno Quaranta «Tuttolibri - La Stampa» 28-02-2015
Maria Vittoria Adami «L'Arena» 17-03-2015
Pierfrancesco Giannangeli «Il Resto del Carlino – Marche» 12-02-2015
Luca Scarlini «Alias - il manifesto» 22-03-2015
redazionale «Trentino» 23-03-2015
Camillo Langone «Il Giornale» 31-03-2015
Camillo Langone «Il Foglio» 02-04-2015
Giulio Gasperini «Chronica libri» 07-04-2015
Francesco De Filippo «Ansa.it» 11-06-2015
Luca Negri «La Confederazione Italiana» 25-06-2015
redazionale «La Provincia di Cremona» 29-06-2015
Francesco De Filippo «Gazzetta del Sud» 13-06-2015
«Corriere Adriatico» 01-08-2015
Redazionale «Qui Libri» 01-10-2015
Maria Vittoria Adami «Bresciaoggi» 31-12-2015
 
Guerra del 15
Bruno Quaranta «Tuttolibri - La Stampa» 28-02-2015
Fra le maggiori voci della letteratura triestina, il «vociano» Giani Stuparich partecipò come volontario alla Grande Guerra. Raccontando due mesi di trincea in un diario che «non può né vuol essere un documento storico, ma semplicemente un documento psicologico e personale». Nell'attesa, il capofila della «generazione carsica», di evocare romanzescamente il
'15-'18 in Ritorneranno, dove si contrappone il mondo di ieri (coscienza e libertà) al mondo «che si perdeva in tentativi crudeli per dividere gli uomini in dominatori e schiavi».
Paesaggio di guerra
Maria Vittoria Adami «L'Arena» 17-03-2015
Profili di montagne frantumati. Baraccamenti sulle vette. Mulattiere che li raggiungono arrampicandosi sulle pareti rocciose. La Grande guerra cambiò il mondo, non solo dal punto di vista politico, militare e culturale, ma il mondo in sé: la natura. Alla trasfigurazione del paesaggio come effetto del conflitto europeo è dedicato il convegno organizzato dall'associazione veronese Alba Pratalia domani alla Gran Guardia, a Verona: «Il paesaggio trasfigurato. Luoghi e memorie della Grande guerra».
Fra il 1915 e il 1918, spazi incontaminati furono aggrediti da una pesante militarizzazione e martoriati dalla guerra. Si coglie l'eredità di questo processo nel reticolo di strade carrabili
in alta quota tuttora utilizzate; nei complessi di fortificazioni e strutture militari oggi abbandonati o adibiti a museo; nelle trincee, inghiottite col tempo da prati e genziane, che intrecciano sentieri escursionistici di montagna.
«Analizzeremo tutte le ricadute che l'evento bellico portò sul paesaggio», spiega l'organizzatore Paolo Gazzi, di Alba Pratalia, «ma anche la percezione di quei luoghi trasfigurati che ispirò le arti figurative. La militarizzazione del territorio comportò devastazioni e trasformazioni violente e inusitate dell'ambiente, innestate su architetture che oggi ci ricordano quel periodo: le nostre montagne sono costellate di ossari, monumenti, trincee, caserme e postazioni, fortificazioni, camminamenti e strade». Complessi dal passato centenario che oggi consegnano all'archeologia nuovi ambiti di ricerca, e all'escursionismo percorsi tra storia e natura.
Emblema della militarizzazione dei pascoli montani fu l'Altopiano di Asiago che dopo il bombardamento austriaco del 1916 annuncio della Strafexpedition, la «spedizione punitiva» dell'Austria contro l'Italia si trasformò in una caserma a cielo aperto, dalla quale se ne andavano file dimesse di civili, gli abitanti evacuati, che incrociavano quelle dei militari che salivano. Altrettanto emblematica la strada delle 52 gallerie sul Pasubio, mulattiera costruita nel 1917 dalla 33ma Compagnia del Quinto Reggimento del Genio: sei chilometri scavati nella roccia, pur di rifornire le prime linee con una strada al riparo dai tiri dell'artiglieria nemica. L'aria compressa arrivava nei tubi ai martelli pneumatici da una centrale, azionata con un motore da transatlantico, arrivato apposta dall'America.
Tracce di baraccamenti, reticolati e trincee si trovano anche nel Veronese, dall'Alto Garda al Monte Baldo, fino in Lessinia. Anche la piana di Podestaria, da terra verdeggiante di pastori e malghe, divenne luogo strategico per la difesa dei confini nazionali, qualora gli austriaci avessero sfondato dalla Val d'Adige. Nonostante i combattimenti fossero vicini in linea d'aria, dall'Altissimo al Vicentino, qui non si sparò un colpo. Tuttavia, ci fu un complesso impiego di forze militari, già dall'estate del 1915, quando si decise di attrezzare le alture sopra Bosco Chiesanuova di trincee e postazioni. Per raggiungerle furono fatte nuove strade. Le malghe divennero alloggi per gli ufficiali. Bosco ed Erbezzo ospitarono panifici, lavanderie, laboratori di fabbri, maniscalchi e carpentieri a servizio di circa ventimila soldati e cinquemila operai impiegati nella realizzazione delle opere di difesa dell'altipiano: otto chilometri di trincee, trenta bocche da fuoco, centinaia di postazioni per mitragliatrici, piazzole, scale e gallerie nella roccia, caverne, baracche e camminamenti lungo una linea di confine di 15 chilometri.
Un'immensa opera ingegneristica testimoniata oggi dal complesso difensivo di Malga Pidocchio, riportato di recente alla luce dal gruppo Alpini di Verona, e dalla strada per Podestaria che da Bosco Chiesanuova e da Erbezzo sale a Castelberto, realizzata in 45 giorni dalla decima compagnia della milizia territoriale del Terzo Genio, nell'agosto 1915. Eredità ingegneristica della quale si trova traccia nella letteratura.
«Quante di queste strade di montagna che ora le automobili di lusso, per il piacere di tanti oziosi, percorrono in fretta lasciandosi dietro un'effimera scia d'ammirazioni e d'esclamazioni, sono state costruite da uomini che venivano da patimenti e dai pericoli delle trincee». È la penna di Giani Stuparich, letterato irredentista triestino che col fratello Carlo si arruolò nell'esercito italiano. Nel 1937, in terza pagina sulla «Stampa» pubblicò l'articolo La strada di Podestaria: Carlo, prima di morire al fronte sul monte Cengio nel 1916, aveva seguito i lavori di costruzione della strada di Podestaria. Nel 1937 Giani tornò sui luoghi che il fratello gli aveva descritto nelle sue lettere, sottolineando la tranquillità, quasi alienante, di quegli spazi lontani dai tumulti della guerra che pure si sentivano a distanza.  Sul legame dei fratelli Stuparich con Verona e Podestaria, proprio Alba Pratalia ha dedicato un volume una decina di anni fa, a cura di Giuseppe Sandrini, presidente dell'associazione e docente di letteratura all'università di Verona: La strada di Podestaria. Tema ripreso quest'anno con Giani Stuparich, Guerra del ‘15 sempre di Sandrini. 
A cento anni dal conflitto Quodlibet pubblica «Guerra del '15»
Pierfrancesco Giannangeli «Il Resto del Carlino – Marche» 12-02-2015
Nel centenario del primo conflitto mondiale, la casa editrice maceratese Quodlibet manda in libreria il prossimo 25 febbraio «Guerra del '15», testo del 1931 di Giani Stuparich, a cura di Giuseppe Sandrini (200 pagine, 17 euro). Ultimo rappresentante della grande stagione della letteratura triestina, Stuparich (1891-1961) è anche l'autore di «Racconti» (1929), recensiti con molto favore da Montale, il romanzo «Ritorneranno» (1941), dedicato anch'esso alla Grande Guerra, l'autobiografia «Trieste nei miei ricordi» (1948), che è anche il ritratto di una citta , e i «Ricordi istriani» (1961). Due mesi di trincea raccontati, «di giorno in giorno, anzi d'ora in ora, da un semplice gregario». Questo è, nelle parole dell'autore, il succo di «Guerra del '15», una delle testimonianze più autentiche che siano state scritte sul primo conflitto mondiale. «Dal suo umile posto» Giani Stuparich, volontario triestino, intellettuale arruolatosi come un soldato qualunque tra le truppe italiane che, falciate dalle artiglierie, cercano vanamente di strappare agli austriaci le alture del Carso, ritrae la guerra in un diario «fresco e vivo di vita», che «afferra la cosa rappresentata con potenza incancellabile», come notò Carlo Emilio Gadda recensendo la prima edizione del libro. «Ferma, contenuta, umana», la narrazione di Stuparich restituisce l'esperienza di un giovane, laureato a Firenze e collaboratore della «Voce», che affronta l'inferno della guerra a fianco del fratello minore Carlo.
Giani Stuparich, la lingua scarna nella sordida vita di trincea
Luca Scarlini «Alias - il manifesto» 22-03-2015

A distanza di molti armi dalla precedente edizione nei Nuovi Coralli Einaudi del 1978, torna in libreria Guerra del '15 di Giani Stuparich, penetrante memoria della Prima Guerra Mondiale, ora opportunamente riproposta da Quodlibet (con una precisa postfazione di Giuseppe Sandrini, pp. 195, ?17,00). Il testo, uscito nel 1930, deriva da un «taccuino tutto sporco di rosso terriccio del Carso», tenuto indosso al fronte, per registrare, con note brevi e nervose, le vicende belliche.
Come ha spiegato memorabilmente Marc Bloch nel suo La guerra e le false notizie (da poco ristampato da Fazi), il soldato non ha coscienza del quadro in cui si inserisce il suo terribile presente, fatto di trincee fetide e di una sequenza disperata di attacchi, secondo la micidiale «strategia Cadorna». In questo deserto di informazioni, il mito divampa, come ha dimostrato in modo altrettanto definitivo il maestro del gotico inglese Arthur Machen con il classico Gli angeli di Mons (da poco proposto in una efficace traduzione di Capuano, Mattioli 1885, euro 9,90). In questo racconto l'autore immaginava che i tedeschi venissero sgominati da San Giorgio alla testa degli arcieri di Hagincourt. Molti soldati, dopo la lettura, si affannarono a confermare la visione, scrivendo ai giornali effusive testimonianze. La prosa di Stuparich non corteggia visioni: è scabra, tagliente, porta in sé, nel sapiente montaggio dei frammenti, la lezione della «Voce», la rivista su cui aveva fatto i suoi esordi scrivendo di vicende della politica slava. L'autore era partito insieme all'amarissimo fratello Carlo e all'amico di sempre Scipio Slataper, dopo aver discusso una brillante tesi in letteratura italiana su Nicolò Machiavelli. Il viaggio in treno, inaugurato a Roma, tra promesse e pianti, era sotto il segno dei libri, di cui «avevano rimpinzato lo zaino», salvo doverli ovviamente abbandonare al momento dell'arrivo nel teatro delle operazioni. Guerra del '15 per esplicito intento vuole mantenere «intero tutto il carattere d'annotazioni fatte sul momento, di giorno in giorno, anzi d'ora in ora, da un semplice gregario, che riproduceva soggettivamente, sotto la prima impressione, tutto ciò che udiva o vedeva o sentiva». La cronaca di un momento di esistenza convulso (lo scrittore aveva peraltro avuto la medaglia d'oro al valore) è dunque anche il filo del debito di memoria, ín relazione al fratello e all'amico, morti in battaglia, di cui curerà le opere e a lungo scriverà nel corso di tutta la sua esistenza.

Dopo La nazione czeca, testo di intervento politico dedicato a Prezzolini, uscito nel 1915 mentre combatteva sul Carso, nel 1924 uscirono infatti gli appassionati Colloqui col fratello. Italo Svevo affermò che questo volume, di grande intensità emotiva, «pareva un tempio».
Qui invece gli aspetti più cupi, i più sordidi, della vita di trincea, vanno di pari passo alla incisiva sintesi dell'alienazione nel combattimento, quando «è doloroso accorgersi che l'anima non brilla più negli occhi di nessuno».

Grande guerra. Stuparich in trincea
redazionale «Trentino» 23-03-2015
Due mesi di trincea raccontati "di giorno in giorno, anzi di ora in ora, da un semplice gregario". Questo è, nelle parole dell'autore, il succo di Guerra del '15 di Gianni Stuparich, ultimo rappresentante della grande stagione della letteratura triestina. Quodlibet ripropone una delle testimonianze più belle la prima edizione è del 1931 che siano state scritte sul primo conflitto mondiale.
La «Guerra del '15» ci fa ancora paura
Camillo Langone «Il Giornale» 31-03-2015
Evviva gli anniversari! Se non fosse per il centenario della prima guerra mondiale, quando mai avrei letto Guerra del ’15 di Giani Stuparich? Il diario di trincea dello scrittore triestino non veniva ripubblicato da 35 anni, ora ci ha pensato Quodlibet che al merito della riedizione aggiunge quello della copertina: una foto strepitosamente ungarettiana con protagonista il Carso come può immaginarselo il lettore di Allegria di naufragi e quindi sassoso e ostile. Una copertina che, a saperla intendere, fornisce un’indicazione critica, un’idea di Stuparich come di un Ungaretti in prosa: altrettanto sobrio, appena meno laconico, forse anche meno sentimentale. Lo spazio e il tempo sono i medesimi, il fronte isontino durante la grande guerra, pochi chilometri quadrati che in breve lasso di tempo ingurgitano la meglio gioventù dell’epoca.
Il diario di Stuparich copre un periodo ancor più breve, poco più di due mesi, giusto la prima fase del conflitto. Come mai? Forse per non mettere nero su bianco la morte dell’amico Scipio Slataper e poi quella dell’amatissimo fratello Carlo, suicidatosi per non cadere prigioniero degli austriaci che lo avrebbero volentieri impiccato come Cesare Battisti (gli italiani irredenti che si arruolavano nell’esercito italiano venivano accusati di alto tradimento). O forse perché Stuparich in seguito viene nominato ufficiale e si merita una medaglia d’oro. La motivazione fa ancora venire la pelle d’oca: «In cruenta ed impari lotta, anziché porsi in salvo, come ripetutamente dai superiori era stato invitato a fare, a capo di un manipolo pressoché annientato si slanciò attraverso una zona battutissima dal fuoco nemico. Ferito si rifiutava di abbandonare il proprio reparto, dando così luminoso esempio di belle virtù militari».
Diventa insomma un personaggio importante ma non ha nessuna intenzione di scrivere un’autobiografia encomiastica. Per quell’attitudine antieroica che hanno molti veri eroi, preferisce fermarsi prima, all’estate del 1915, e raccontare la guerra vissuta da gregario, soldato semplice fra soldati semplici. Preferisce raccontare una vita quotidiana fatta di trincee scavate anche a mani nude, di notti all’addiaccio, perfino sulla ghiaia, di rancio a volte puzzolente a volte inesistente, di impossibilità di lavarsi e di ciò che ne consegue: «Ci siamo abituati alla sporcizia, a tenere le scarpe ai piedi per più giorni di seguito, ci abitueremo forse anche ai pidocchi, ma per ora è un martirio».
Stuparich è un letterato, è un collaboratore della Voce (in quel momento la più importante rivista culturale italiana), è amico di Soffici, di Rosai, di Prezzolini (che gli scrive spesso), eppure di letteratura non parla mai. Giusto, quando intorno cadono proiettili da 305 le discussioni delle Giubbe Rosse passano in secondo piano: «Siamo saliti quassù prima dell’aurora, per prepararci all’assalto. È la volta del nostro battaglione, il quale deve tentar la conquista delle trincee nemiche che tutta l’altra notte tutto ieri hanno resistito ai nostri assalti. Penso, con calma, che bisognerà morire». Erano carne da cannone, i soldati della grande guerra gettati da generali senza coscienza in attacchi senza speranza. Ciò nonostante Stuparich non maledice mai e si lamenta pochissimo.
Ho finito il libro pieno di ammirazione per lo scrittore e per l’uomo e lo so che non si dovrebbe fare, che le armi sono cambiate, che l’esercito è cambiato, che il mondo è cambiato, ma faccio un paragone coi giorni nostri, con queste altre guerre del ’15, del 2015 stavolta. E non riesco a immaginarmi, su qualsivoglia fronte odierno, un soldato-scrittore con un senso così alto del dovere e dello stile.
Dei cialtroni di fronte a Stuparich
Camillo Langone «Il Foglio» 02-04-2015
E’ devastante leggere Giani Stuparich (“Guerra del ’15”, Quodlibet) nei giorni del processo a Erri De Luca. E’ devastante per Erri De Luca. Sono entrambi animati dall’ideologia e non dirò che il nazionalismo dell’uno sia meno pericoloso dell’antagonismo dell’altro, dirò che il triestino è forse più bravo a scrivere del napoletano, usando un italiano asciutto ma non rachitico, ed è certo più bravo (molto più bravo) nel testimoniare la letteratura con la vita. Stuparich dopo avere scritto a favore della guerra, sulle riviste interventiste, coerentemente si arruola volontario e al fronte combatte da umile fante a ogni assalto rischiando la morte per pallottola o per forca (essendo cittadino austro-ungarico se catturato e riconosciuto verrebbe giudicato traditore). Sull’altopiano di Asiago si merita la medaglia d’oro e la motivazione fa ancora accapponare la pelle. Io credo che De Luca abbia il diritto all’ambiguità letteraria, allo scrivere a vanvera, all’armiamoci e partite, ed è un diritto da riconoscere a tutti i letterati, a tutti gli artisti. L’importante è che questo privilegio non impedisca di vedere che davanti a uno Stuparich noi scrittori odierni siamo innanzitutto dei cialtroni. E i lettori che preferiscono i libri del tribuno dei diritti a quelli dell’eroe del dovere? Cialtroni pure loro. Lo dicevo che la lettura di “Guerra del ’15” è devastante. Che poi non è mica un reato essere cialtroni, è sufficiente vergognarsene un po’.
Il diario di un ragazzo alla guerra del ’15
Giulio Gasperini «Chronica libri» 07-04-2015
 Ci sono dei libri oramai perduti che fa un gran piacere rileggere. Questo è il caso di Guerra del ‘15 di Giani Stuparich, uno degli ultimi intellettuali della cultura triestina, ristampato da Quodlibet nella collana “In ottavo grande”. La genesi di “Guerra del ‘15”, che in occasione del Centenario della Grande guerra diventa strumento notevole, è stata lunga e complessa: tanto ben descritta da Giuseppe Sandrini nel saggio a conclusione del volume: “Giani Stuparich: poesia e verità di un ‘semplice gregario’”. All’origine, “un taccuino tutto sporco di rosso terriccio del Carso”; di quel luogo dove Stuparich combatté come Sottotenente del 1° reggimento dei Granatieri di Sardegna, insieme al fratello Carlo.
“Guerra del ‘15” è un documento prezioso, per cercare di capire quella guerra che tanto ha significato per l’Italia e per intere generazioni di ragazzi entusiasti di un ideale. Dagli appunti di quel taccuino, Stuparich ha rielaborato le pagine di questo diario, pubblicato in una prima versione nel 1931. La guerra è fatta di appunti, di annotazioni, spesso in situazioni di emergenza (come le poesie di Ungaretti). È fatta di brevi e fulminanti considerazioni, spesso acquisite sotto il tiro delle granate o nei momenti di disfatta stanchezza. Quello che leggiamo, è un testo ovviamente riveduto e manipolato, ma ciò non lo priva della sua freschezza di testo diaristico, di narrazione intima e disperatamente autobiografica.
Sono frammenti di immagini, quelli che popolano “Guerra del ‘15”, schegge di ricordi che tessono una trama ancora più intensa e massiccia. La grande aggettivazione, l’accumulo sinonimico, il periodare breve brevissimo rendono un’immagine vivida, intensa, robusta del ricordo. È un diario che continuamente, ostinatamente (senza rassegnazione, però), ci parla di come la guerra cambia il mondo, peggiorandolo: “Le prime volte odoravano di pino tagliato di fresco, ora sanno, ogni volta di più, di marciume”). La natura viene descritta nel particolare, soffermandosi sulla sua bellezza, che spesso fa da contraltare alla furiosa devastazione prodotta dalla guerra o che viene distrutta e sterminata dalla barbara violenza della guerra stessa: un rapporto stretto e complesso, dunque, al quale il poeta-soldato non riesce ad abituarsi. La guerra è un meccanismo crudele, persino inspiegabile in certi elementi, è un abbrutimento umano dove ricompaiono i desideri dei bisogni più primari, a cominciare da quello del pulito. Tutto questo Stuparich ce lo racconta con uno stile perfetto, cesellato; l’italiano è elegante e ricercato (ma non artefatto né adulterato). Non c’è la fretta del diario, in questi appunti, ma c’è la naturalezza del racconto appassionato.
Quella della guerra del ’15 è stata senza dubbio una delle esperienze più impattanti della storia moderna dell’Italia, e dei ragazzi che si sono trovati a combattere tra trincee e montagne impervie per un’ideale che chissà quanto era stato compreso veramente. Giani Stuparich, con la sua testimonianza, ci prova che evidentemente l’ideale non sempre basta; e che, in definitiva, la guerra è soltanto un massacro.
La Grande Guerra di trincea di Stuparich
Francesco De Filippo «Ansa.it» 11-06-2015
Abituati ai tanti autori che descrivevano le inumani condizioni di vita, la perdita di dignità, il dilagare della spregiudicatezza e della ferocia, il racconto dei due mesi di trincea fatto da Giani Stuparich appare distaccato, quasi ingenuo. Somiglia a un angioletto che precipita, immacolato, tra gli escrementi, i sudori e il sangue delle buche dove si resta bloccati per giorni sotto il fitto bombardamento austriaco, e miracolosamente rimane tale: puro e incontaminato.
Eppure, al contrario, "Guerra del '15" racconta proprio questo, due mesi di carneficina in trincea sulle alture del Carso nel vano tentativo di strappare al nemico una parete, una cengia. Soldati-magma, militari-marea davanti alla famigerata Quota 121, oggi si avanza di cento metri, domani si rincula di altrettanti. E martellanti, incessanti, gli shrapnel, le artiglierie che falciano, le bombe che distruggono di giorno quanto si costruisce ogni notte. Giani, 25 anni, e suo fratello Carlo, di 22, intellettuali riconosciuti, trattano con cautela l'argomento: triestini, si sono arruolati volontari nel I Reggimento Granatieri e dunque il sospetto aleggia intorno a loro, rischiano di essere scambiati per traditori su entrambi i fronti. Per questo, secondo alcuni critici, la narrazione è innaturalmente limpida e la guerra un faticoso andirivieni dove si combatte a distanza. La morte è sempre in agguato ma viene da lontano, il nemico è sempre "oltre" qualcosa, non lo si vede mai in faccia. Soltanto una volta, dalla partenza da Roma nel giugno fino al 7 agosto 1915 al Lisert alla periferia di Trieste, Giani innesta la baionetta e spiana il fucile, è quando teme di trovarsi in campo nemico, nella nebbia, e di trovarsi davanti il nemico.
Nella post fazione Giuseppe Sandrini ricapitola e contestualizza la vicenda. Stuparich, medaglia d'oro, solo nel 1930 si deciderà a trasformare in libro un taccuino di "annotazioni scheletriche". Mentre i loro amici muoiono tutti nel conflitto e Giuseppe Ungaretti scrive "San Martino del Carso", i due fratelli intravedono ogni tanto tra la vegetazione Trieste in distanza, così vicina ma irraggiungibile, dove la madre li aspetta in apprensione. Il libro si ferma lì, ai fratelli, promossi ufficiali, che lasciano la trincea, con il senso di colpa di chi abbandona i commilitoni sotto il fuoco delle mitragliatrici e si mette in salvo. Il prosieguo vero, delle loro vite, non sarà così in discesa: tornati volontariamente al fronte, Giani verrà fatto prigioniero ad Asiago, Carlo per evitare di essere preso si suiciderà.
La prima edizione di Guerra del '15 uscì con Treves nel 1931, cui ne seguiranno altre. Da molto tempo esaurito, la raffinata casa Quodlibet lo ripropone oggi, nel centenario della Grande Guerra, ricollocando lo scrittore Stuparich nel posto di rilievo che gli spetta nel Novecento.
L’Italia eterna ed eclissata di Stuparich
Luca Negri «La Confederazione Italiana» 25-06-2015
Era il mese della Madonna e delle rose. E allora le donne gettavan rose dai balconi. Le gettavano madri, sorelle, mogli, figlie e sconosciute ai primi fanti diretti alle stazioni. E quei fanti italiani forse vedevano in quelle sconosciute generose la ben conosciuta madre di tutti loro, la Madonna fra le rose. Era il maggio di cent'anni fa, del 1915, e l'Italia si tuffava nel primo conflitto mondiale.
Anche Giani Stuparich partiva, il 2 di giugno, da Roma, sotto la benevola pioggia di rose. La meta era il Carso con le sue trincee sanguinose. Abbiamo un prezioso documento di quei giorni nel suo diario appena ripubblicato da Quodlibet: Guerra del '15.  Va letto perché è una preziosa dichiarazione d'amore all'Italia eterna, Italia vaga e mai pienamente manifestata, che pochi riuscirono a percepire ed incontrare grazie alla letteratura. Stuparich, triestino, avrebbe dovuto combattere fra le fila dell'esercito absburgico, ma innamorato dell'Italia incontrata nei libri e per le strade di Firenze, bella come la Beatrice incontrata da Dante, bella come la Madonna e come una rosa, si arruolò volontario per combattere sotto il Tricolore. Oltre al dono di sano patriottismo, che è altra cosa dall'insano nazionalismo, il diario di Stuparich può però farne un altro, soprattutto ai giovani lettori che mai son stati sotto pioggia di rose. Permette infatti di misurare la distanza fra la precarietà, l'entusiasmo, il dolore, il coraggio di quei giorni e il nostro presente eccitato e disperato.
Chiuso il volume, viene da augurare l'esperienza di una guerra alla gioventù vista oggi per strada, con cuffie sempre nelle orecchie e polpastrelli su schermi portatili. Non sia detto ciò per mancanza d'amore  nei confronti dei giovani, tutt'altro. Non sia detto nemmeno per mettersi nella posa del guerrafondaio che vuole tutti armati ma solo gli altri in partenza. Chiariamoci: la Prima guerra mondiale fu una sciagura, una strage non inutile come la definì Benedetto XV ma utilissima a chi seppe approfittare della prima fase della suicida guerra civile europea. Ne conseguirono solo disastri: esperimento socialista e concentrazionario in Russia, velleità imperiali a Roma, fantasie necrotiche e sataniche al potere nella Germania che ben altro aveva da dare a quest'epoca di civiltà, egemonia planetaria dell'apparato finanziario e militare a stelle e strisce. Di peggio non si poteva fare ai tempi, ma di peggio si potrebbe fare oggi. Che ne sapeva, però, del fosco futuro Stuparich sotto le rose? Che ne sapevano i primi fanti che udivano il mormorio del Piave? Gonfiati fino a levitare dalla retorica dannunziana nel maggio radioso, dalla necessità d'igiene futurista, dalla missione ancora risorgimentale, dunque altamente morale, suggerita da Prezzolini e dai vociani, di portare a termine l'unità patria, nulla potevano immaginare dei disastri a venire. Oggi qualunque quindicenne può elencare, saputo e ragionevole, i rischi nucleari di una  guerra. Siamo tutti pacifisti, per carità, per grazia ricevuta di esser nati e cresciuti in tempo e in zona di pace.
Ma allora sia detto con irresponsabilità, con leggerezza, con entusiasmo ben differente dall'eccitazione, che una guerricciola potrebbe fare non troppo male a quest'Italia decadente che non si ama più, a questi giovani  che sanno tutto e niente, a queste donne che non gettano più rose.
Ci farebbe forse bene, bene all'anima, la preoccupazione di uscir vivi da un assalto invece di quella del pagare l'Imu. E ci farebbe bene capire la  differenza fra l'amarezza del doversi liberare dei cari libri che fan pesar troppo lo zaino in marcia (Stuparich lo fece a malincuore) e quella del non riuscire a ricaricare le batterie dell'iPad mentre si torna a casa in treno.     In trincea, tra l'altro, non c'è campo, niente connessione. Non è possibile  fotografare e condividere sui social network la foto del compagno morto con la bocca digrignata volta al plenilunio. E tutti allora “con la paura  negli orecchi”, come ricorda il volontario triestino in mezzo ai bombardamenti, e non con musica robotica per esseri umani ridottisi robotici.
Ecco, sarebbe una grazia poter passare solo cinque minuti dentro una trincea con un compagno morto accanto o con Stuparich più vivo dei nostri scrittori contemporanei intenti a vincere il Premio Strega. Simile esperienza ci permetterebbe di apprezzar di più la pace e il benessere precari come le foglie d'autunno. Ci permetterebbe di vedere, fra i fumi di guerre non dichiarate, la pioggia di rose che ci manda la Madonna.                
La morte aspetta a Quota 121
redazionale «La Provincia di Cremona» 29-06-2015
Abituati ai tanti autori che descrivevano le inumani condizioni di vita, la perdita di dignità, il dilagare della spregiudicatezza e della ferocia, il racconto dei due mesi di trincea fatto da Giani Stuparich appare distaccato, quasi ingenuo. Somiglia a un angioletto che precipita, immacolato, tra gli escrementi, i sudori e il sangue delle buche dove si resta bloccati per giorni sotto il fitto bombardamento austriaco, e miracolosamente rimane tale: puro e incontaminato. Eppure, al contrario, ‘Guerra del ’15’ racconta proprio questo, due mesi di carneficina in trincea sulle alture del Carso nel vano tentativo di strappare al nemico una parete, una cengia. Soldati-magma, militari-marea davanti alla famigerata Quota 121, oggi si avanza di cento metri, domani si rincula di altrettanti. E martellanti, incessanti, gli shrapnel, le artiglierie che falciano, le bombe che distruggono di giorno quanto si costruisce ogni notte. Giani, 25 anni, e suo fratello Carlo, di 22, intellettuali riconosciuti, trattano con cautela l’argomento: triestini, si sono arruolati volontari nel I Reggimento Granatieri e dunque il sospetto aleggia intorno a loro, rischiano di essere scambiati per traditori su entrambi i fronti. Da molto tempo esaurito, la raffinata casa Quodlibet lo ripropone oggi, nel centenario della Grande Guerra, ricollocando Stuparich nel posto di rilievo che gli spetta nel Novecento.
La "Guerra del '15" attraverso lo sguardo puro di Stuparich
Francesco De Filippo «Gazzetta del Sud» 13-06-2015

Due mesi di carneficina in trincea narrati con ingenuo distacco.
Il nemico è sempre «oltre» qualcosa, non lo si vede mai in faccia.

Abituati ai tanti autori che descrivevano le inumane condizioni di vita, la perdita di dignità, il dilagare della spregiudicatezza e della ferocia, il racconto dei due mesi di trincea fatto da Giani Stuparich appare distaccato, quasi ingenuo ("Guerra del '15", Quodlibet, 195 pp., 17 euro). Somiglia a un angioletto che precipita, immacolato, tra gli escrementi, i sudori e il sangue delle buche dove si resta bloccati per giorni sotto il fitto bombardamento austriaco, e miracolosamente rimane tale: puro e incontaminato.

Eppure, al contrario, «Guerra del '15» racconta proprio questo, due mesi di carneficina in trincea sulle alture del Carso nel vano tentativo di strappare al nemico una parete, una cengia. Soldati-magma, militari-marea davanti alla famigerata Quota 121, oggi si avanza di cento metri, domani si rincula di altrettanti. E martellanti, incessanti, gli shrapnel, le artiglierie che falciano, le bombe che distruggono di giorno quanto si costruisce ogni notte. Giani, 25 anni, e suo fratello Carlo, di 22, intellettuali riconosciuti, trattano con cautela l'argomento: triestini, si sono arruolati volontari nel I Reggimento Granatieri e dunque il sospetto aleggia intorno a loro, rischiano di essere scambiati per traditori su entrambi i fronti.

Per questo, secondo alcuni critici, la narrazione è innaturalmente limpida e la guerra un faticoso andirivieni dove si combatte a distanza. La morte è sempre in agguato ma viene da lontano, il nemico è sempre «oltre» qualcosa, non lo si vede mai in faccia.

Soltanto una volta, dalla partenza da Roma nel giugno fino al 7 agosto 1915 al Lisert alla periferia di Trieste, Giani innesta la baionetta e spiana il fucile, è quando teme di trovarsi in campo nemico, nella nebbia, e di trovarsi davanti il nemico.

Nella postfazione Giuseppe Sandrini ricapitola e contestualizza la vicenda. Stuparich, medaglia d'oro, solo nel 1930 si deciderà a trasformare in libro un taccuino di «annotazioni scheletriche». Mentre i loro amici muoiono tutti nel conflitto e Giuseppe Ungaretti scrive «San Martino del Carso», i due fratelli intravedono ogni tanto tra la vegetazione Trieste in distanza, così vicina ma irraggiungibile, dove la madre li aspetta in apprensione. Il libro si ferma lì, ai fratelli, promossi ufficiali, che lasciano la trincea, con il senso di colpa di chi abbandona i commilitoni sotto il fuoco delle mitragliatrici e si mette in salvo.

Il prosieguo vero, delle loro vite, non sarà così in discesa: tornati volontariamente al fronte, Giani verrà fatto prigioniero ad Asiago, Carlo per evitare di essere preso si suiciderà. La prima edizione di Guerra del '15 uscì con Treves nel 1931, cui ne seguiranno altre. Da molto tempo esaurito, la raffinata casa Quodlibet lo ripropone oggi, nel centenario della Grande Guerra, ricollocando lo scrittore Stuparich nel posto di rilievo che gli spetta nel Novecento.

Due mesi in trincea con Stuparich
«Corriere Adriatico» 01-08-2015
Abituati ai tanti autori che descrivevano le inumani condizioni di vita, la perdita di dignità, il dilagare della spregiudicatezza e della ferocia, il racconto dei due mesi di trincea fatto da Giani Stuparich appare distaccato, quasi ingenuo. Somiglia a un angioletto che precipita, immacolato, tra gli escrementi, i sudori e il sangue delle buche dove si resta bloccati per giorni sotto il fitto bombardamento austriaco, e miracolosamente rimane tale: puro e incontaminato. Eppure, al contrario, «Guerra del '15» racconta proprio questo, due mesi di carneficina in trincea sulle alture del Carso nel vano tentativo di strappare al nemico una parete, una cengia. Soldati-magma, militari-marea davanti alla famigerata Quota 121, oggi si avanza di cento metri, domani si rincula di altrettanti. E martellanti, incessanti, gli shrapnel, le artiglierie che falciano, le bombe che distruggono di giorno quanto si costruisce ogni notte. Giani, 25 anni, e suo fratello Carlo, di 22, intellettuali riconosciuti, trattano con cautela l'argomento: triestini, si sono arruolati volontari nel I Reggimento Granatieri e dunque il sospetto aleggia intorno a loro, rischiano di essere scambiati per traditori su entrambi i fronti.
Guerra del '15
Redazionale «Qui Libri» 01-10-2015

Due mesi di trincea raccontati «di giorno in giorno, anzi d'ora in ora, da un semplice gregario». Questo è, nelle parole dell'autore, il succo di Guerra del '15, una delle testimonianze più belle e più vere che siano state scritte sul primo conflitto mondiale. «Dal suo umile posto» Giani Stuparich, volontario triestino, intellettuale arruolatosi come un soldato qualunque tra le truppe italiane che, falciate dalle artiglierie, cercano vanamente di strappare agli austriaci le alture del Carso, ritrae la guerra in un diario «fresco e vivo di vita» che «afferra la cosa rappresentata con potenza incancellabile», come notò Gadda recensendo la prima edizione del libro (1931).

La guerra di Giani
Maria Vittoria Adami «Bresciaoggi» 31-12-2015

Stuparich si arruolò con il fratello Carlo e con Scipio Slataper nell’esercito italiano per liberare l’irredenta città di Trieste: il conflitto riletto da un intellettuale.

 

È il diario di «un semplice gregario» del primo reggimento Granatieri, ma anche del «più discreto e meno in vista dei letterati italiani», come lo definì Eugenio Montale. La casa editrice Quodlibet rispolvera con una nuova edizione, a cura di Giuseppe Sandrini, Guerra del '15, di Giani Stuparich (1891-1961), facendo riscoprire ai lettori italiani una tra le più raffinate prose del panorama letterario triestino.

Giovane intellettuale vociano, laureato in Lettere a Firenze, Stuparich a 24 anni si arruola a Roma col fratello Carlo e l'amico Scipio Slataper nell'esercito italiano, anziché in quello austroungarico, per liberare la loro irredenta Trieste. Guerra del'15 è il diario dei primi due mesi di guerra sulla Rocca di Monfalcone, nel Carso, battesimo del fuoco per i due fratelli che in poche settimane da giovani ardenti idealisti si trasformano in uomini, senza tuttavia perdere i valori – seppur talvolta a fatica – che li hanno condotti al fronte.

Il diario è uno scorcio del primo conflitto mondiale da due diversi punti di vista: quello dell'intellettuale che nelle notti trascorse nelle buche-trincee del Carso, apre, con i ricordi, squarci sulla Firenze della «Voce» di Prezzolini e Papini, sulle serate trascorse al caffè delle Giubbe rosse con Slataper, Soffici, Rosai e Agnoletti; e quello dell'irredentista che si arruola per liberare la sua città, vicina al punto da immaginar di vedere la madre e la sorella, ma irraggiungibile per la snervante fissità della guerra di trincea che delude di continuo la smania di gettarsi all'assalto e conquistare Trieste.

Eppure, anche «quando l'anima non brilla più negli occhi di nessuno», le motivazioni dei volontari Stuparich, fonte talvolta di sospetti da parte di ufficiali e compagni («Tu sei un triestino e non si mai...»), non sfumano.

Due mesi, dal 2 giugno all'8 agosto 1915, cambiano Giani e Carlo partiti da Roma «nuovi, dalle scarpe al berretto» e con «lo zaino rimpinzato di libri». E poi le marce, la stanchezza, le notti all'addiaccio tra stagni e acquitrini e le trincee-buche, «sbrindellate» e piene di morti, catapultano in un mondo irreale i due fratelli, maturandoli: «La grande verdeggiante pianura che abbiamo attraversato baldanzosi, in un'aureola di gloria, si restringe in quella buca terrosa piena di cadaveri; lo sguardo abituato alla vaghezza di un'atmosfera di sogno, si fissa acuto in quello strappo livido del terreno».

Ma non viene mai meno l'ardore della scelta interventista: «Vita di stenti, senza orizzonti; tutto duole dentro di noi e tutto, fuori di noi, ci affligge. S'aggiunge il malessere della sporcizia e, più umiliante ancora, un senso disperato d'inerzia. La coscienza s'oscura nel dubbio, se abbiamo fatto bene a voler la guerra. Questo è il tormento più grave di tutti. Ma non può durare. L'animo si ribella a questa debolezza. No, nessun'altra via era possibile, se non questa scelta».

I due mesi sul Carso combattuti fianco a fianco, precedono la nomina dei due «dioscuri», così erano chiamati, a Ufficiali della territoriale di Vicenza e Verona, che condurrà Carlo nella placida Podestaria, in Lessinia, da dove scriverà a Giani di sentir nostalgia delle trincee del Carso. È un rapporto indissolubile il loro, che traspare in ogni pagina di Guerra del '15. Cuori e menti battono all'unisono e con loro quelli di Slataper. Ma Giani sarà l'unico a tornare.

Scipio morirà per primo, il 3 dicembre 1915, sul Podgora. Carlo, 21 anni compiuti nella trincea del Lisert, morirà suicida sul Cengio, il 30 maggio 1916, per non finire in mano agli austriaci. Giani sopravvivrà alla guerra e alla prigionia, portando per sempre nel cuore quelle due croci e facendosi custode delle loro memorie, vistando i luoghi che li riguardano ed editando i loro scritti.

A curare l'introduzione della prima edizione di Guerra del '15, del 1931, sarà un altro scrittore e volontario, fatto prigioniero e anch'egli in lutto per la morte dell'inseparabile fratello: Carlo Emilio Gadda. L'ingegnere prosatore, ossessionato dal «guazzabuglio» della Grande guerra, di Stuparich scrive: «Davanti a un simile stato di cose non reagisce né con la folle ira né con l'accasciamento che sarebbero stati nella mia propria natura, ma stupendamente si contiene in una nota di fermezza e serenità». È la «salda compostezza» a guidare la pacata prosa di Guerra del '15. Stuparich acuto osservatore dei compagni diventa sceneggiatore nel descriverli uno a uno, come fossero protagonisti di un film; l'indole intellettuale lo guida a confrontare le loro riflessioni sulla guerra con le sue; infine è poeta nelle descrizioni della natura «miracoloso conforto» per i loro «animi abbattuti» nonostante la potenza distruttiva della guerra: «Dei razzi illuminano a zone la valle con verdi abbaglianti; un terzo riflettore, di là di Gradisca, spunta e polverizza le sue lame di luce contro la volta celeste. Dopo mezz'ora tutto cessa e si spegne; là dove folgoravano i chiarori della battaglia, in un magico spettacolo di furie scatenate, brillano quiete le stelle. Vado ad accucciarmi vicino a Carlo: ho il viso freddo e gli occhi stanchi».

 

2015
In ottavo grande
150x230
ISBN 9788874626915
pp. 200
€ 17,00 (sconto 15%)
€ 14,45 (prezzo online)