Il valore delle cose
Il valore delle cose
 
A cura di Michele Spanò
Con un saggio di Giorgio Agamben
 

 

 

In questo saggio esemplare, Yan Thomas, uno dei massimi conoscitori del diritto romano, mette in questione il primato giuridico della proprietà – definita come rapporto inderogabile tra pochi uomini proprietari e una immensa distesa di cose appropriabili – e propone una nuova e sorprendente archeologia delle «cose».
Perché qualcosa come un mercato, uno spazio in cui le cose sono scambiate contro un valore commerciale, potesse costituirsi, un gesto giuridico e istituzionale originario doveva essersi già prodotto: si tratta della santuarizzazione di un certo numero di cose qualificate come indisponibili. Le cose che non appartengono ad alcuno, sottratte al gioco dello scambio, inibite a diventare merci, identificano un’area dell’indisponibilità (al commercio, alla proprietà e all’appropriazione) e sono perciò destinate all’uso comune degli uomini. Parenti non troppo lontane degli oggi dibattutissimi «beni comuni», le cose indisponibili che Yan Thomas isola, offrono una nuova genealogia della proprietà e dello scambio, fornendo una lezione magistrale sull’istituzione giuridica del valore e su tutte quelle operazioni capaci di fare – o di non fare – di una cosa una merce.

Recensioni 
Giuliano Milani «Internazionale» 26-03-2015
Lorenzo Coccoli «Alfabeta2» 27-03-2015
Emanuele Coccia «Le parole e le cose» 19-05-2015
Angelo Guglielmi «Tuttolibri - La Stampa» 30-05-2015
Roberto Esposito «La Repubblica» 01-06-2015
Massimiliano Guareschi «il manifesto» 06-06-2015
Serena Sileoni «Il Foglio» 09-07-2015
E. Igor Mineo «Alias - il manifesto» 14-06-2015
Armando Torno «Il Sole 24 Ore.com» 01-09-2015
Paolo Napoli «L'Indice dei libri del mese» 01-11-2015
Redazionale «Internazionale» 18-12-2015
 
Cose di tutti e di nessuno
Giuliano Milani «Internazionale» 26-03-2015
Secondo Yan Thomas – storico del diritto romano dallo sguardo amplissimo scomparso qualche anno fa – l'operazione giuridica consiste nell'astrarre dalle cose e dalle persone tutte le loro caratteristiche individuali e singolari e vedere come agiscono esclusivamente quando detengono o esercitano diritti. Questa sua lettura del diritto romano come qualcosa di diverso, astratto e autonomo dalla società gli ha permesso di coglierne alcune caratteristiche sorprendenti e suggestive, come l'antinaturalismo che poteva consentire a un figlio di adottare il proprio padre, o la sua capacità creativa, che si sviluppava attraverso raffinate operazioni di finzione. In questo studio Thomas osserva il modo in cui il diritto romano vedeva le cose, e scopre che riflettendo sulle norme e le procedure con cui queste potevano essere acquisite, possedute, scambiate, i giuristi romani provvidero innanzitutto a separare un gruppo di cose che non potevano appartenere a nessuno, pertinenti alla sfera del pubblico e del religioso, per poi definire tutte le altre (quelle oggetto di appropriazione e di mercato) come diverse da queste. La ricostruzione di questa antica operazione intellettuale rivela un modo alternativo eppure lungamente praticato di organizzare le relazioni tra gli uomini: definire una sfera di beni o risorse comuni, fruibili da tutti, e regolare rigidamente il confine che le separa dal resto del mondo.
Fare cose con le parole
Lorenzo Coccoli «Alfabeta2» 27-03-2015
«Il valore delle cose» di Yan Thomas (Quodlibet, 2015) verrà presentato domenica 29 marzo alle 13.00 nell'ambito di Book Pride - Fiera dell'editoria indipendente a Milano (Frigoriferi Milanesi - via G. B. Piranesi 10). Interverranno Eva Cantarella e il curatore Michele Spanò.
È nota quale sia la «x» che, nel celeberrimo quinto capitolo del Second Treatise, consente a Locke di risolvere il problema della proprietà. Dio ha dato il mondo in comune a tutti gli uomini: com’è possibile allora che essi possano possedere alcunché in privato? La risposta, a suo modo geniale, è però quasi-tautologica: l’appropriazione mediante lavoro è il gesto che, prima e al di là di ogni contratto, istituisce un diritto soggettivo esclusivo sui singoli beni. Nulla di più naturale, nulla di più immediato. Così come naturale e immediata è quella Besitznahme, quella presa di possesso che inaugura per Hegel il ciclo dialettico del diritto astratto, o quel nemein (prendere/conquistare) a cui Schmitt rinvia in quanto radice etimologica e significato primo del termine nomos.
E in effetti, fatte salve oscillazioni, deviazioni e pur cospicue divergenze, il concetto moderno della proprietà pare originare da un medesimo quadro paradigmatico, il cui perimetro è definito da un triplice ordine di priorità. Primato dell’appropriazione, innanzitutto. Ma anche primato del soggetto sull’oggetto – di un individuo possessivo sovrano su un mondo di cose a sua disposizione – e della natura sull’artificio, dell’immediatezza dell’atto appropriativo sulla mediazione dello strumento giuridico.
L’indagine archeologica che Yan Thomas – uno tra i più originali romanisti della seconda metà del Novecento – conduce ne Il valore delle cose [qui un estratto] consente precisamente di mettere sotto cauzione questa genealogia proprietaria, inquietandone e dunque rivelandone l’episteme. L’analisi spregiudicata e filologicamente rigorosa delle fonti del diritto romano gli dà modo infatti di riportare alla luce una costellazione concettuale diversa e addirittura opposta rispetto a quella moderna, e in cui il prius logico non è assegnato al momento prensile e «guerresco» della occupatio ma, tutt’al contrario, alla delimitazione di un ambito primario di inappropriabilità, di indisponibilità all’appropriazione.
È l’ambito delle res nullius in bonis: cose pubbliche, cose sacre, religiose e sante la cui destinazione – rispettivamente: all’uso comune della città o al culto degli dèi – le sottrae perpetuamente alla sfera sociale della proprietà e del commercio, costituendo però allo stesso tempo la precondizione affinché questa sfera possa emergere come tale. La vocazione patrimoniale delle res «non si coglie infatti che per contrasto rispetto al regime di indisponibilità da cui esse sono eccezionalmente colpite […]. Perché appaia esplicitamente la loro natura giuridica di cose valutabili, appropriabili e disponibili, è necessario che alcune tra esse siano state escluse dall’area dell’appropriazione e dello scambio». Lo stato d’eccezione delle cose indisponibili è insomma il dispositivo che permette di liberare quelle disponibili, aprendole al gioco profano del mercato.
Su questo palcoscenico, sono le res le indiscusse protagoniste. Secondo, decisivo rovesciamento rispetto alla prospettiva moderna: il paesaggio del diritto romano è un paesaggio a forte connotazione oggettiva, che sospende e anzi ribalta il primato incontrastato del soggetto e il suo rapporto di «libero dominio» con l’oggetto. Come scrive Michele Spanò nella sua bella postfazione, «all’ipotesi secondo cui sarebbe un soggetto (proprietario) a governare un mondo di cose naturalmente disposto all’appropriazione, [Thomas] oppone un mondo di cose qualificate […] dal diritto che distribuiscono titoli e diritti in capo a soggetti». Occorre però intendersi sulle parole (e sulle cose).
Perché la «cattura giuridica» delle res non consiste in una mera operazione di trasposizione di un piano di realtà in un orizzonte di discorso, non si limita a usare parole per descrivere cose che esistono prima e indipendentemente dalla loro enunciazione. Il diritto (romano, ma non solo) fa, letteralmente, cose con le parole: le sue qualificazioni ritagliano le porzioni di volta in volta rilevanti del reale e le costituiscono in res, producendo un mondo preternaturale che però ha il potere di retroagire su quello naturale e di modificarlo.
La procedura è il luogo where the magic happens, dove il linguaggio giuridico – sottolinea ancora Spanò – mostra «al più alto grado» il suo carattere performativo. Di qui l’equivocità strutturale del termine res, che designa «allo stesso tempo la cosa e il processo, il valore e la procedura attraverso la quale esso è stabilito». Il valore delle cose patrimoniali, così come l’invalutabilità di quelle extra-patrimoniali, non sono perciò semplicemente ricavabili dalle loro caratteristiche fisiche o dalle loro qualità ontologiche (dal loro valore d’uso), né sono direttamente desumibili dal loro prezzo (nel senso del valore di scambio), ma sono invece il frutto di una decisione lato sensu politica, si tratti della prescrizione di un magistrato o dell’arbitrato di un giudice.
Da questa de-sostanzializzazione del diritto, che attraversa per intero l’opera di Thomas, deriva infine il terzo e forse più radicale rovesciamento. Perché se assumiamo per vera l’ipotesi che il gesto appropriativo dipenda da una preliminare definizione giuridico-procedurale, e se – come fa Agamben nel saggio che apre il volume – riconosciamo al diritto il suo statuto di «strumento di denaturazione del mondo», dobbiamo allora anche ammettere che il regime proprietario ha davvero ben poco di immediato e di naturale. Ciò peraltro non avrebbe in sé nulla di particolarmente straordinario, non fosse che la «lunga cottura della storia» ci ha ormai abituato a considerare la naturalità della proprietà come un dato incontrovertibile e un tratto inalterabile del nostro essere-insieme.
In un’epoca in cui un secondo movimento di enclosures intacca con sempre maggiore violenza le riserve di indisponibilità antiche (città, teatri, strade, spiagge) e nuove (dal genoma ai saperi alla rete), la lezione di Thomas sta a ricordarci che la proprietà riposa su una fictio, che il suo fondamento non è naturale né teologico ma artificiale, illusorio. Il che non significa ovviamente dichiararne ipso facto la vanità o sancirne in un colpo l’inconsistenza: l’illusio, nel senso bourdieuiano, è al contrario proprio quel rapporto magico che ci tiene avvinti al gioco, che ci spinge ad attribuire valore alla posta in gioco del gioco sociale.
E tuttavia, ecco il punto, ciò significa che con la proprietà si può e anzi si deve giocare, che nessuna legge di natura può pretendere di metterla al riparo dal raggio d’azione della politica e del diritto. La teoria e la pratica dei beni comuni sembrano appunto muoversi in questa direzione, prendendo a divisa il vecchio monito di Rousseau: «Guardatevi dal dare ascolto a questo impostore! Se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno, siete perduti!».
La santuarizzazione delle cose inappropriabili
Emanuele Coccia «Le parole e le cose» 19-05-2015
Storico del diritto romano, allievo di André Magdelain, Yan Thomas è stato una delle figure più singolari e inclassificabili delle scienze sociali francesi. I suoi seminari all’Ecole de Hautes Etudes en Sciences Sociales, bruscamente interrotti dalla sua morte nel 2008 (era nato nel 1943) attiravano studenti e colleghi di ogni disciplina, dalla letteratura alla filosofia, dall’antropologia, dalla storia alla sociologia. La sua opera, espressasi per lo più nella forma di saggi specialistici, ha influenzato storici e filosofi di più generazioni, da Pierre Legendre a Jacques Derrida e Giorgio Agamben. Il diritto, per Yan Thomas, non è il relitto storico di una civiltà perduta, ma una tecnica che attraverso il linguaggio costruisce realtà che la natura non è capace di creare. Riportiamo qui un frammento da un libro appena uscito per Quodlibet (Il valore delle cose, a cura di Michele Spanò), diventato un riferimento imprescindibile nel dibattito attuale sui beni comuni.
Quanto valgono le cose che non sono di nessuno?
Angelo Guglielmi «Tuttolibri - La Stampa» 30-05-2015
È Il valore delle cose il titolo del fascinoso saggio di Yan Thomas storico del diritto romano nato nel 1943 e morto (troppo presto) nel 2008. Intanto cosa sono le cose? Certo, sono entità dotate di natura fisica e metafisica (come predetto da Aristotele) insieme a tutti gli altri fatti e eventi del mondo. Ma questo non è vero per il diritto (almeno nella lettura che Thomas fa del Diritto romano) per il quale le cose non esistono se non come prodotto di un dispositivo formale che le liberi della loro singolarità e le traduca nel linguaggio del diritto.
Più chiaramente è il diritto che assegnando alle cose un nome (specificandone la natura e la funzione) le fa esistere e legittima come reali.
L'intervento prioritario è dividerle tra cose indisponibili al commercio (alla vendita) e cioè quelle appartenenti all'ordine del sacro, del religioso e anche del comune (nel senso di uso pubblico) dunque santuari, culti devozionali, sepolture e (allora) i fori e il Campo Marzio (oggi) i cosiddetti «beni comuni» chiamate res nullius in bonis (beni di cui nessuno ha la proprietà) e cose di nessuno (res nullius) cioè appartenenti a tutti in quanto titolari di cittadinanza (anche qui con qualche esclusione come é il caso nelle città delle strade piazze ecc di cui è consentito l'uso ma
non la proprietà).
Fissato questa riserva di indisponibilità (e dato il nome la qualificazione alle cose protette), tutto il resto è a disposizione del commercio e dunque munito di valore. Ma quale? A arbitrio del possessore? No, ma attraverso un processo denominato res (come l'oggetto in causa) in cui si forma (e definisce) il valore o pretium che tuttavia nelle fasi successive(sempre governate da un processo) può essere aggiornato e cambiare.
Naturalmente le varianti a questa messa in ordine del patrimonio delle cose tenuta ferma la divisione tra cose indisponibili al commercio e cose disponibili sono infinite che qui non possiamo inseguire. Quel che possiamo ricavare, al termine (anzi al cospetto) del grande impianto statutario eretto da Yan Thomas al Diritto Romano, sono due «verità».
La prima: il ruolo fondativo del linguaggio giuridico le cui parole, similmente a quel che accade per la creazione di un'opera d'arte, si identificano e coincidono con le cose. Se tra il dire e il fare (come si suole dire) c'è di mezzo il mare la parola del diritto scrive Michele Spano il curatore del testo lo prosciuga giacché «qualificando eventi e cose, istituisce gli uni e le altre». Le parole diventano cose e le cose parole; la seconda (messa in risalto da Giorgio Agamben che firma la prefazione al volume): la rottura dell'unità di diritto e vita, sventando le storture che questa unità comporta (e di cui anche oggi portiamo i segni). Per esempio in bioetica (proprio in Italia) dove si pretende che sia fissato per legge il momento esatto in cui nasce la vita se
al momento della formazione dell'ovulo o ancor prima quando lo spermatozoo incontra l'ovulo ."Non è allora difficile per Yan ricordare è detto nella prefazione che, dal medioevci agli stati totalitari moderni, la storia mostra come sia estremamente pericoloso affidare al legislatore la facoltà di definire la natura umana e, conseguentemente, di stabilire per legge che cosa è umano e che cosa non lo è».
E sempre per Yan Thomas non è difficile affermare che «sarebbe ora di comprendere il diritto piuttosto che come un freno messo a ciò che minaccia l'ordine umano, proprio al contrario come ciò che protegge il diritto stesso e lo definisce nel corso delle sue progressioni successive limes [linea di confine, ndr] sempre più avanzato dell'impero del diritto sulla gestione degli affari umani».
Benicomunismo. I nuovi diritti che crescono tra Stato e privato
Roberto Esposito «La Repubblica» 01-06-2015
In un testo pubblicato da Quodlibet col titolo Il valore delle cose, a cura di Michele Spanò e con un saggio di Giorgio Agamben, il grande storico del diritto romano, recentemente scomparso, Yan Thomas riconduce la genesi della cose destinate al libero uso di tutti i cittadini non solo all'ambito del pubblico, ma anche a quello del sacro. I primi beni comuni, nell'antica Roma, erano proprio quelli riservati alla città e agli dei e per questo sottratti alla proprietà individuale a favore dell'intera cittadinanza. In tal senso si può paradossalmente sostenere che sia stata proprio la religione che, rendendo alcuni beni e alcuni luoghi indisponibiliall'appropriazione, ha liberato gli altri alla possibilità di essere posseduti e scambiati.
Il cerchio magico della proprietà
Massimiliano Guareschi «il manifesto» 06-06-2015
Yan Thomas è stato un brillante e innovativo storico del diritto romano, docente all'Ehess di Parigi, prematuramente scomparso nel 2007. La pubblicazione di Il valore delle cose (Quodlibet,
pp. 98, euro 12), a cura di Michele Spanò, con prefazione di Giorgio Agamben, si presenta come una preziosa occasione per prendere contatto con l'opera di questo anomalo romanista.
L'itinerario di ricerca di Yan Thomas, infatti, per la ricchezza di spunti che dispensa si presta a suscitare un interesse che vada oltre la ristretta cerchia dei cultori di cose storico-giuridiche. Tutto ciò non certo per gusto dell'eclettismo o per quell'immancabile sollecitazione all'interdisciplinarità che, come parte integrante del nuovo galateo globalaccademico, spinge a infilare un po' ovunque qualche sparso riferimento agli immancabili Weber, Foucault o Lacan, assurti al rango di autori passpartout in gradodi fornire patenti di generalità anche alla più settoriale delle ricerche. All'opposto, l'impressione più immediata che suscita la lettura di Il valore delle cose è quella di una sorta di raffinata austerità, se il termine non fosse, in questi anni, compromesso dalla sua declinazione penitenzial-economica. Diciamo allora parsimonia, in senso epistemologico, con l'eleganza teorica che ne deriva.
Un problema di equivalenze nonostante i temi toccati suscitino un ampio spettro di associazioni e rimandi, in relazione a questioni quali il sacro, il valore, la proprietà e la scambiabilità dei beni, lo statuto del pubblico e del comune, Thomas si attiene strettamente al repertorio delle fonti del diritto romano, dalle XII tavole al Codex theodosiano e al Corpus iuris civilis giustinianeo,
e alla storiografia giuridica più immediatamente pertinente ai temi trattati.
Al centro del saggio di Thomas si colloca un interrogativo circa la costituzione giuridica delle cose, ossia il loro carattere di appropriabilità, possesso e trasferibilità, nel diritto romano. Contro ogni oggettivismo, si sottolinea in primo luogo come nelle fonti il termine res sia chiamato a identificare non solo le cose ma anche le cause, le procedure, le controversie in cui
sono prese. Numerose formule provenienti da giureconsulti, materiale epigrafico e letteratura didattica (Institutiones) sono chiamate a evidenziare come la cosa diventi tale in quanto passibile di controversia legale, dispiegando un vertiginoso gioco di sinonimie in cui res, causa, lis sono giustapposti come equivalenti.
Il tradizionale locus filosofico secondo cui ogni cosa rimanda a una causa e/ o a un processo salva così la propria letteralità attraverso una rideclinazione dei termini causa e processo dal contesto
fisico o metafisico a quello giuridico. E così si fa strada un'altra sinonimia, quella fra la cosa e il suo pretium, la pecunia: «la riduzione della cosa al suo valore
trova la sua collocazione tipica nell'antico processo civile, in cui la res era chiamata così perché costituiva la posta in gioco di una messa in causa, di un affare (detto anch'esso res), che comportava una stima pecuniaria». Ma a definire lo statuto giuridico delle res non è solo un gioco di equivalenze, lessicali e quantitative, ma anche una vera e propria topologia. Come ripete più volte Thomas, la vocazione patrimoniale delle res viene espressa dal diritto romano solo in termini negativi, a partire dall'indisponibilità che caratterizza una parte di esse.
A essere definito, infatti, è il regime delle res sottratte alla circolazione in quanto collocate nelle zone del sacro (templi e luoghi di culto), del religioso (luoghi di sepoltura legati ai mani), del santo (mura urbane e castrali) o del pubblico (strade, piazze, portici, litorali, corsi d'acqua ecc.).
Al di là di ogni distinzione, come ci può attendere da un popolo che aveva risolto la mitologia in storia della propria fondazione, le res sacre, religiose, sante e pubbliche appaiono caratterizzate dallo stesso statuto di inappropiabilità. Si tratta delle res in nullius in boni, ossia, secondo una formula un po' tortuosa, «cose appartenenti a un patrimonio che non appartiene a nessuno», da non confondersi, però, con le res nullius, ossia le cose vacanti, di cui il «primo arrivato» può liberamente appropriarsi.
A determinare lo statuto delle res in nullius boni non sono qualità loro intrinseche, quanto, il loro inserimento in una data categoria, legata a circostanze che possono essere contingenti. A definirsi è infatti una vera e propria topologia, del sacro, del religioso, del santo, del pubblico in cui l'istituzione in quanto tale di determinati luoghi rende privatamente inapproprabili le cose che su di loro insistono o transitano, Solo le aree e le strutture di fondazione erano sottratei a ogni commercio, mentre altri beni, per esempio le offerte o gli arredi, potevano assumere temporaneamente il carattere di indisponibilità delle per essere poi reimmessi in circolazione.
Fra i due estremi opposti delle res in nullius boni e delle res nullius si collocavano poi le res appropriabili, quelle passibili di commercio, che godevano di tale statuto fino a che non fossero catturate in una sfera di inappropriabilità. La codificazione del sacro Come si diceva, la lettura di Il valore delle cose suscita innumerevoli stimoli e associazioni, che elegantemente Thomas oltre a non esplicitare si guarda anche dal suggerire. L'unico rimando, da questo punto di vista, è riferito al Saggio sul dono di Marcell Mauss, alla cui insegna è posto l'intero volume. Sulla stessa linea,
viene immediatamente spontaneo invocare il nome di Durkheim. Da questo punto di vista, l'indagine di Thomas ci mostra una codificazione in senso spaziale e giuridico di quel sacro, insieme trascendente e immanente, a cui Le forme elementari elementari della vita religiosa affidavano la costituzione della dimensione sociale ricordandoci come l'esperienza dell' urbs, tramite la mediazione del maestro Fustel de Coulanges, abbia costituito la suggestione di partenza del viaggio all'interno di una stanza che avrebbe condotto il padre della sociologia francese a confrontarsi con i riti esotici dei «selvaggi» australiani per svelare i segreti della modernità.

Il libro di Thomas ci parla delle cose, del loro valore, di come le parole e le classificazioni giuridiche agiscono su di loro, qualificandole proceduralmente. E in tal modo ci conduce, al di là della sua dimensione antiquaria a una grande questione, forse una delle più urgenti della nostra epoca. Essa riguarda lo statuto della proprietà nell'età dell'accesso, per usare una fortunata formula di Jeremy Rificin, o in un presente in cui le caratteristiche che scolasticamente erano attribuite ai diritti reali immediatezza, assolutezza e inerenza e conferivano loro un'apparente autoevidenza naturalistica sfumano sempre più in quanto le res sono prese in costruzioni finanziarie sempre più complesse, fatte di cartolarizzazioní, swap, future, blind trust, operazioni collaterali ecc. E inutile aggiungere come ciò non significhi affatto un declino dell'appropriazione privata in termini generali e, anzi, si ponga alla base di pratiche estrattive e di sfruttamento sempre più intense e rapaci che, tuttavia, sempre meno appaiono inquadrabili all'interno degli schemi dell'individualismo proprietario tradizionalmente inteso.
Cosa c'è davvero dietro la retorica al quadrato dei benecomunisti
Serena Sileoni «Il Foglio» 09-07-2015
[…] Pur non essendo un concetto giuridicamente (ancora) valido, quello dei beni comuni è però già un concetto immaginifico, con profonde implicazioni anche sul piano della regolazione. È il cerchio del diritto: un sistema di catalogazione prima di tutto linguistica della realtà che, nella ritualità di un linguaggio performante, si trova viceversa a dare sostanza alle cose. Un'operazione nota al diritto classico, come spiegano Yan Thomas e Michele Spanò in un denso libretto su "Il Valore delle cose nel diritto romano" (edizioni Quodlibet), attraverso la quale le parole finiscono per creare le cose, il diritto finisce per creare il valore. Sullo sfondo, ad esempio, dell'espressione "acqua bene comune" c'è una scelta di campo, un'opzione di valore, che è il rifiuto ideologico della possibilità di dare a tale elemento una qualificazione e quantificazione economica, anche negli aspetti più pratici e gestionali. Se, come scrive Michele Spanò, "la retorica avrebbe offerto, in qualche misura, l'incunabolo di quel rapporto tra res e verba che il diritto avrebbe finalmente fissato", quella dei beni comuni è senz'altro una retorica al quadrato, che, inconsistente nel diritto positivo, ha già però dimostrato una forte capacità visionaria, retorica appunto, rispetto alla quale dovremmo iniziare a chiederci quali siano le conseguenze reali, e non solo retoriche.
Statuto e proprietà delle cose, un modello del diritto romano
E. Igor Mineo «Alias - il manifesto» 14-06-2015

Alla domanda in stile ontologico o metafisico «che cos'è una cosa?» se ne può opporre un'altra ben diversa: «come si istituisce una cosa?», secondo quali regole e per quali finalità? Un tale tipo di questione è ben presente, e da tempo, all'analisi antropologica, ma non succede spesso che essa venga fatta propria dal diritto. La ragione è semplice. Le cose, nel diritto (o meglio nella sua ordinaria autorappresentazione), costituiscono l'ambito nel quale un soggetto (poco importa se individuale, collettivo, pubblico) agendo in guisa di proprietario ne trasforma alcune in beni, acquisendole al suo dominio. In realtà, nella relazione proprietaria la cosa ha già la veste oggettiva di bene giuridico, e come abbia assunto tale veste non ha vera rilevanza; ciò che è rilevante è la centralità del soggetto, e la tecnologia, argomentativa e rituale, che gli consente di usare, difendere, e, se vuole, distruggere la cosa che gli appartiene: l'identità della cosa sta in questa relazione, e solo in essa. A tale relazione è stata assegnata per secoli una funzione fondativa del sapere giuridico, a sua volta incardinata in una tradizione agganciata a un'origine collocata nel diritto romano. Questa genealogia ha esercitato un'autorità talmente forte da rendere sempre ardue le prove di decostruzione; e ha legittimato un sapere capace di classificare ogni forma di appartenenza e di oggettivazione alla luce del dogma proprietario inaugurato appunto racconta la tradizione – dai romani. Per quanto numerosi siano stati i tentativi di addomesticamento dell'ideologia proprietaria, è evidente che essi abbiano sistematicamente cozzato proprio con l'intangibilità dell'origine.

Ecco perché sono risultate così innovative le ricerche che, tra gli anni settanta del secolo scorso e la morte prematura nel 2008, Yan Thomas ha condotto sul diritto romano, e in particolare, appunto, sullo statuto delle cose: perché hanno cambiato radicalmente, proprio dall'interno di un sapere tra i più tecnici, la prospettiva sull'origine. Se l'intangibilità del paradigma mostra oggi tutta la sua fragilità, è certo alla luce di un dibattito, economico e antropologico, che dura da almeno centocinquant'anni; al quale tuttavia è spesso mancato il fondamentale riscontro all'interno del diritto: la riduzione di quest'ultimo a ideologia o proiezione meccanica dei rapporti di produzione non è servita a spiegare uno dei dispositivi decisivi dell'appropriazione e dello scambio; anzi, ha contribuito forse ad alimentare l'alone di arcano che circonda la fondazione dei diritti e delle relazioni giuridiche.

Gli studi di Thomas hanno aiutato a colmare questo scarto: adottando sempre la forma del saggio asistematico, ma implacabilmente coerente, imperniato non sul grande tema (il «diritto di proprietà», ad esempio) ma su un nodo teorico. Il saggio che adesso viene tradotto in italiano, grazie alle cure impeccabili di Michele Spanò: Il valore delle cose (Quodlibet, pp. 108, € 12,00), è uno di questi esercizi esemplari e apparve per la prima volta nel 2002 in un numero delle «Annales». Grazie a esso riusciamo a capire molto meglio la ensità storica dello schema antropocentrico moderno che fa delle cose l'ambito nel quale si proietta la volontà di dominio del soggetto proprietario; e soprattutto diventa più facile storicizzare la fondazione antica, cioè romana, di questo schema.

La ricerca di Thomas riguardò le condizioni culturali e sociali attraverso cui una cosa, una res, emerge come oggetto giuridico. A Roma, prima che nell'astratta dimensione del mercato, queste condizioni si producono nello spazio ben determinato del processo civile. È qui che le res appaiono come tali, portatrici o meno di valore, appropriabili oppure no. Le cose appropriabili si dispongono in uno spazio ideale (sociale e economico) delimitato da due estremi: da un lato c'è il mondo della 'natura', delle res nullius, in attesa» del loro primo possessore; dall'altra le cose sacre o pubbliche, assegnate a un'entità astratta e imperitura (un dio, un defunto, una città) e sottratte (in certi casi per sempre) alla valorizzazione, agli scambi e all'uso privato: templi, tombe, santuari, vie, acquedotti, teatri… Due tipi dunque completamente diversi di inappropriabilità, pensabili però e definibili entrambi in rapporto all'appropriazione, alle pratiche disciplinate della proprietà, dello scambio e della trasmissione. Esiste cioè ci dice Thomas – un doppio baricentro nell'universo delle cose. Da un lato laddove si definisce il valore delle cose fungibili, e dall'altro, per differenza, nello statuto delle cose che 'non hanno valore': o perché sono, letteralmente, inestimabili (beni pubblici o sacri), o perché non sono state «ancora» stimate (beni naturali). In tutti i casi sono operazioni contingenti e istituzionali, ora di valorizzazione, ora di sottrazione ai giochi dello scambio, a costruire le cose, e a distribuirle nelle loro diverse categorie. È un costrutto, il mercato, nel quale liberamente circola la quasi totalità delle cose scambiabili, ereditabili, donabili; ma sono «istituzioni» artificiose anche la «natura» che accoglie i cosiddetti beni comuni, e la città entro la quale vengono demarcati tanto i beni «pubblici» quanto quelli sacri.

Ecco dunque che in diritto romano, spiega Thomas, lo statuto delle cose scambiabili, della proprietà e delle merci, piuttosto che essere affermato in positivo deriva dalla qualificazione delle cose sacre o pubbliche: cose invalutabili e senza soggetto, queste ultime; o, per meglio dire – secondo una formula paradossale o incomprensibile alla luce del paradigma proprietario –, cose che risultano «appartenenti a un patrimonio che non appartiene a nessuno» (res nullius in bonis). Thomas non afferma mai, né qui né altrove, che le seconde «precedano» le prime, che il sacro /pubblico incomba arcaicamente sulla società mercantile, o che la natura faccia da piattaforma al diritto e alla politica. Perché è sempre una relazione a creare una res; quella tra le parti che litigano nel processo e che, in questa speciale forma di transazione, rendono possibile il prodursi del valore della cosa contesa; e quella fra res commerciale o patrimoniale e il suo opposto, l'indisponibile e l'inestimabile delle cose pubbliche o sacre.

In questa complessa relazionalità cose e soggetti si desostantivizzano. La res è, quasi fin dall'inizio della riflessione giuridica a Roma, tra III e II secolo a.C., una qualificazione giuridica, un ammontare, un valore, non un fenomeno «del mondo esterno» catturato provvisoriamente dal diritto. Non è un caso che nel linguaggio giuridico romano res, pecunia, pretiurn possono essere sinonimi; così come non è un caso che la storia della parola riveli la sua nascita nel processo e che il suo significato rimanga costitutivamente ambiguo; ossia, come riassume in un efficace calembour Spanò nella postfazione, che la cosa contesa non sia discernibile dalla contesa che la rende una cosa.

A entrare nello scambio, insomma, solo in apparenza sono le cose; come aveva già insegnato Georg Sirrunel, sono piuttosto i loro valori. D'altra parte che non si sia più qui nei dintorni dell'originario paradigma proprietario viene confermato dal fatto che le cose pubbliche, le res populi, non sono di un qualche soggetto collettivo o di una qualche istituzione: sono indisponibili senza essere per questo assegnati a una «proprietà pubblica». Semplicemente «servono all'uso dei privati in base al loro diritto di cittadinanza», come recita un passo del Digesto. È vero che «pubbliche» potevano anche essere porzioni di patrimonio che la città o il fisco avevano nella loro piena disponibilità: ma ancora una volta, non dalla qualità intrinseca delle cose derivava un simili statuto, ma da una deliberazioni e da una distinzione (dalle cose propriamente sacre o pubbliche).

I beni comuni, di cui molto oggi si discute, e il loro contrario, gli oggetti della sovranità proprietaria condividono un carattere storico la loro costitutiva istituzionalitì che il lavoro di Thomas ha permesso di decifrare meglio.

Il valore delle cose
Armando Torno «Il Sole 24 Ore.com» 01-09-2015
Un giorno, non importa quando o perché, ci si chiede una definizione di cosa. Non conviene porsi il quesito “che cos'è?”, perché si ricorrerebbe alla stessa parola per definirla; né è facile districarsi tra le tante possibili “cose”. E' il nome più indeterminato che si riesca a pensare e, al tempo stesso, quello con cui diventa semplice indicare quasi tutto l'esistente. Con tale termine, inoltre, si potrebbe intendere un'antica città romana, ma anche un comune dell'Aragona in Spagna; molti libri l'hanno nel titolo e sovente si trasforma in un enigma. Inoltre ci sono fiumi o torrenti e perfino un supereroe (dell'universo Marvel) che si chiamano “Cosa”; quindi ecco i filosofi: ma, in tal caso, ci rifugiamo in un esempio ricordando che per comprendere il concetto de “La cosa in sé” occorre rivolgersi a Immanuel Kant; e il sommo pensatore tedesco vi dirà che essa designa la realtà in assoluto, al di là di qualsiasi esperienza possibile, in opposizione a quelli che chiamiamo fenomeni.

Se vi è capitato di incontrare il quesito da cui siamo partiti, allora conviene che leggiate il piccolo ma denso e intelligente libro di Yan Thomas (storico del diritto romano e intellettuale inclassificabile, scomparso nel 2008) da poco pubblicato presso Quodlibet, attento e acuto editore di Macerata: “Il valore delle cose” (pp. 108, euro 12). Non è una dissertazione sulla “cosa”, meno che mai un repertorio dei tentativi di definirla, ma ben più concretamente questo studioso partendo dal concetto romano di “res” (la cosa, appunto) esamina “la costituzione giuridica delle cose o meglio, e più precisamente, lo statuto conferito alle cose da quelle procedure tramite le quali esse sono qualificate e valutate come beni”. In altri termini, in tali pagine Yan Thomas discute il primato giuridico della proprietà proponendo una nuova archeologia delle “cose”.

Nota ancora l'autore: “E' un errore prospettico considerarle, come si è fatto così spesso, dal punto di vista della fisica e della metafisica greca, poiché ciò impedisce di vedere come il loro regime dipendesse in realtà da una costituzione del loro valore”. La cura dell'edizione italiana si deve a Michele Spanò, che pone in calce al libretto una postfazione dal titolo “Le parole e le cose (del diritto)”; l'opera è preceduta da un saggio di Giorgio Agamben.

Buone domande sulle “cose”, si avrebbe voglia di aggiungere. Ricordatevi soltanto che senza “cosa” non c'è merce, quindi mercato, ma non tutte le “cose” hanno un prezzo.
Un patrimonio che non appartiene a nessuno
Paolo Napoli «L'Indice dei libri del mese» 01-11-2015
Negli anni trenta del Novecento un noto filosofo analizzando l'elemento più comune che circonda l'esistenza dell'uomo, le cose, s'interrogava sulle condizioni che fanno sì che una cosa sia tale. L'esser-cosa della cosa era al centro di uno sforzo speculativo che trova all'inizio del nuovo millennio una risposta da parte di uno storico del diritto romano che, con gli strumenti propri alla sua disciplina, è assolutamente adeguato a raccogliere quella sfida. Chiariamo subito: tra Martin Heidegger e Yan Thomas la distanza non potrebbe essere più siderale sotto ogni punto di vista, ma è difficile resistere alla tentazione d'immaginare una contesa ideale in cui le ragioni dell'ontologia filosofica sono messe a dura prova dalle armi della tecnica giuridica. Per questo e per tanti altri motivi chi volesse sapere come stavano realmente le cose a Roma non può che salutare con soddisfazione l'iniziativa della Quodlibet di avviare un'edizione sistematica degli scritti di Yan Thomas, di cui Il valore delle cose rappresenta un'entrée magistrale. Sapientemente tradotto e post-fato da Michele Spanò, il libro si giova anche di un'introduzione di Giorgio Agamben che del prematuramente scomparso giurista francese fu amico nonché debitore di diverse intuizioni. Apparso originariamente in un numero delle "Annales" dedicato a histoire et droit  e di cui lo stesso Thomas è stato il curatore, lo studio è un concentrato delle qualità che fanno del suo autore un pensatore inclassificabile: sistematico depistaggio dei luoghi comuni della temente non sono reputate necessarie a storia del diritto, impiego de gli artifici giuridici non solo a uso dei giuristi ma soprattutto al servizio di problemi immediatamente riconoscibili dalle altre scienze sociali, rigoroso approccio procedurale e non sostanzialistico, preferenza accordata all'astrazione per via casistica e non teorica. Un materiale combustibile offerto alla scintilla di una riflessione spinta ai limiti della radicalità euristica e mai ideologica. E di questa radicalità penetrante Il valore delle cose porta in dote diversi frutti aggrappati a un tronco che indica la verità di fondo: il diritto romano attribuisce un ruolo decisivo alle cose, mentre le persone risultano una preoccupazione secondaria, in ogni caso derivata dalla prima. Alla luce di questa constatazione fondata su un minuzioso confronto con le fonti, si ricava la cifra materialistica di un'analisi che però è apertamente ostile a relegare le cose alla dimensione naturale, semplicemente perché questa natura non esiste se non in termini di costruzione istituzionale. Rispetto a questo ordine delle cose e dei luoghi che Thomas indaga miscelando materialismo e lezione strutturale, le persone appaiono dislocazioni riflesse, effetti secondari di un modus pensandi che attribuisce priorità immediata al non umano. Di qui un importante mutamento di prospettiva: non più una metafisica del soggetto celebrata dall'individuo romano sovrano del mondo, bensì l'invito a trovare du cóté des choses l'elemento della permanenza e della durata normativamente costruita e, di conseguenza, a tralasciare le spiegazioni dell'antropologia culturale in termini d'immaginario e di credenze. Non che queste componenti siano assenti nella società, semplicemente non sono reputate necessarie a chiarire il senso dei rapporti tra uomini e cose, più solidamente ancorati alla forza istituente delle procedure del diritto. E queste procedure sono tanto delle definizioni qualificate a un'opera di un'autorità quanto delle decisioni scaturite da una controversia giudiziaria. Nel perimetro così allestito, le cose acquistano un significato valido per tutti, cioè si socializzano. Questo è un passaggio dirimente che fa di questo studio sulle cose nel diritto anche un motivo di vibrante polemica tra Thomas e le scienze sociali, al punto che il contesto in cui il saggio fu ospitato, le "Annales", deve far riflettere sulla necessità per le scienze sociali d'inocularsi a mo' di vaccino rivitalizzante un siero a lungo rifiutato come pericoloso: "Se non si comprende che la storia del diritto partecipa a una storia delle tecniche e dei mezzi attraverso i quali si è prodotta la messa in forma astratta delle nostre società sfuggirà praticamente tutto della singolarità della storia e della specificità del suo oggetto". Ciò significa che è reputata ingenua, se non in malafede, ogni lettura sociale volta ad accorciare le distanze tra regole astratte e attori in carne ed ossa, inseguendo una trasparenza tra i due piani e non considerando, invece, la forza trasformatrice di questo rapporto propria alle mediazioni del diritto. Si tratta di una gigantesca impresa di tipizzazione astratta che non aliena l'uomo da una sua essenza, ma lo situa nello spazio in cui sono sospese le specificità individuali e una distanza s'interpone tra gli attori affinché un'oggettività dei rapporti sia possibile.
Forte di premesse così contundenti, Thomas dipana agli occhi del lettore una storia scandita dalla progressiva cattura giuridica delle cose, operazione che avviene in due tempi tecnici: qualificazione e valutazione. Le res romane non esistono se non organizzate, sono ascritte a diverse categorie ma riducibili a una summa divisio che le fonti giuridiche repubblicane e imperiali attestano con coerenza: da un lato ci sono le cose sacre e pubbliche caratterizzate dall'inappropriabilità, dall'altro le cose lasciate alla sfera della circolazione commerciale e come tali appropriabili. Qui lo studio scardina un tenace dogma ideologico del diritto romano: l'appropriazione privata delle cose non è un dato primordiale e non è neppure sancita dai testi normativi, mentre la preoccupazione principale dei giuristi è individuare innanzitutto le cose sottratte alla sfera del commercio e come tali sottoposte a un regime d'indisponibilità: sono quelle che la giurisprudenza imperiale unifica nella formula paradossale delle res nullius in bonis, "cose appartenenti a un patrimonio che non appartiene a nessuno". Vi sono incluse le res sacre (riservate agli dei celesti), le religiose (luoghi di sepoltura riservati agli dei mani), le sante (mure urbane e castrali) e le pubbliche (al cui interno si distinguono i beni di cui la città può disporre e quelle che invece sono sottoposte a un vincolo di destinazione per cui solo l'uso di tutti è consentito: piazze, teatri, mercati, strade, litorali, condotte d'acqua). Nessuna di queste cose possedeva una funzione intrinseca, solo un preciso atto di diritto pubblico o sacro poteva inscriverle in una riserva di non alienabilità. La sfera delle cose commerciabili veniva logicamente e giuridicamente in esistenza come puro effetto negativo di questa preliminare opera di santuarizzazione, la sola ad aver mobilitato le risorse del pensiero giuridico. Tutt'altro che espressione immediata dell'esistenza umana, il diritto dei beni circolabili e appropriabili, cioè il diritto privato, arriva in seconda battuta, quando la cartografia delle cose è già stata fissata dal potere. Ma c'è un vulnus più profondo che lo studio di Thomas infligge all'ideologia "privatistica" e all'antropologia che la innerva: una volta liberate dall'interdetto sacrale e pubblico – e il diritto romano prevedeva tutta una serie di meccanismi di mobilità di beni che potevano entrare e uscire dalla sfera del'indisponibile – le cose patrimoniali erano valutate non già sulla base dell'autonomia negoziale degli attori, bensì in virtù di un preciso passaggio istituzionale che vede nel processo, più che nello scambio, la fonte di produzione del valore. Il termine res designa infatti anche il processo, cioè la causa, che si sdoppia semanticamente nella "cosa messa in causa e nella messa in causa della cosa", come precisa l'autore con chiasmo efficace. Il pretium definito in quel contesto, cioè il valore della posta in gioco, non era la ritualizzazione di un'economia dello scambio, ma innanzitutto un criterio per identificare la cosa oggetto di controversia. La valutazione monetaria delle cose prese nelle maglie della procedura riguardava poi solo le cose private, mentre le pubbliche e sacre restavano letteralmente inestimabili perché sottratte al circuito del commercio. Come si vede l'anti-ontologia di Thomas acquista dimensioni programmatiche perché fa giocare l'astrazione formale del diritto come risorsa per neutralizzare quella che è anche un'astrazione, ma di tipo sostanziale: l'ineffabile Natur der Sache, l'essenza delle realtà giuridiche cui l'artificialismo dell'autore non fa sconti. Secondo lui: "È un errore prospettico considerarle (le cose), come si è fatto così spesso, dal punto di vista della fisica e della metafisica greca, poiché ciò impedisce di vedere come il loro regime dipendesse in realtà da una costituzione del loro valore".
La vera originalità del pensiero giuridico romano consiste allora nell'aver concepito una vita delle cose lasciando quest'ultime al loro proprio livello, senza farne, come erroneamente ha creduto la tradizione pandettista, delle semplici terminazioni della volontà del soggetto. Né la cosa in sé dell'ontologia, né la cosa per sé della metafisica soggettivistica: la cosa a Roma è pura istituzione e l'attributo della patrimonialità e disponibilità commerciale è solo un precipitato dell'inalienabilità.
Per pervenire a questa tesi di merito, Thomas deve necessariamente riscrivere la matrice genealogica del diritto, in particolare di quello privato. Il sottotitolo dell'originale francese recitava non a caso Il diritto romano fuoriuscito dalla religione. Se la nascita delle cose commerciali a Roma coincide con la loro emancipazione dalla sfera pubblica e religiosa, allora anche quel diritto privato che di queste cose commerciali è la costruzione formale potrà affermarsi solo in opposizione all'universo religioso. La posizione dell'autore al riguardo è la più ferma di tutto il saggio, al punto da essere rivendicata con assoluta intransigenza: il diritto romano nasce in contrasto con la religione e non ne è una filiazione. Di nuovo, senza citare nessuno, l'attacco ai padri nobili delle scienze sociali è evidente e, in particolare, alla sociologia religiosa di Émile Durkheim. Secondo il quale, com'è noto, il diritto è una forma pratica e spirituale che, come ogni altro fenomeno della civiltà, trova nella religione la fonte primordiale e di cui continua a soddisfare, con la specificità del suo apparato pratico-categoriale, l'identica funzione: celebrare la vita collettiva, cosa che la religione ha simbolicamente fatto dietro l'adorazione delle divinità. Per Durkheim la religione è il contenitore unico da cui hanno preso forma tutte le manifestazioni della vita collettiva, così come Louis Gernet, che a proposito della civiltà greca coniò il concetto di pre-diritto, sosteneva che gli antecedenti non esplicitati della funzione giuridica affondavano le radici in credenze e pratiche mitico-religiose. Ora per Yan Thomas questa cinghia di trasmissione tra religione e diritto è stata recisa dall'esperienza romana in cui "le categorie della religione appaiono nella forma più esplicita come l'inverso del diritto", poiché il diritto romano prende coscienza di sé, si autoafferma nel momento in cui pensa il commercio come "rimozione di un interdetto religioso". Liberata dal vincolo religioso la cosa si fa "pura", è cioè sottratta alla destinazione sacrale per immettersi nel circuito del valore. Questa rimozione dell'interdetto religioso libera le cose e schiude simultaneamente il campo del diritto privato. Il "pubblico" resta invece attratto nell'orbita delle cose sacre con le quali condivide, in virtù dell'indisponibilità che le contraddistingue, une vera e propria immortalità giuridica. Ecco che allora una lettura in cavo di questa liberazione del diritto privato dall'influenza della religione ci consente d'interrogare lo statuto complesso del diritto pubblico che permane, invece, nello stesso spazio del religioso. Si tratta di una prossimità che diverrà problematica col costituirsi della religione cristiana nella forma ecclesia e che comporterà evoluzioni storiche precise, tra cui il cesaropapismo orientale veicolato dallo scisma ortodosso è solo la più visibile. Ma dall'osservatorio au ras des choses costruito nelle pagine vertiginose di questo saggio riusciamo a proiettare in una luce totalmente inedita anche problemi teorici notevoli come il rapporto tra Dio immortale e Dio in terra (stato), che gli esausti paradigmi della teologia politica e della secolarizzazione hanno finito per offuscare. Tene rem, il resto segue.

I migliori libri del 2015 secondo «Internazionale»
Redazionale «Internazionale» 18-12-2015

Abbiamo chiesto a cinque giornalisti e collaboratori di «Internazionale» i loro cinque libri preferiti del 2015. Ecco le loro scelte

 

(…) Scelti da Giuliano Milani

(…) Il valore delle cose

Di Yan Thomas

Un grande storico del diritto fa capire come alle origini di ogni società organizzata ci sia la definizione di alcune risorse come non commerciabili. (…)

 

2015
Quodlibet
120x180
ISBN 9788874627097
pp. 108
€ 12,00 (sconto 15%)
€ 10,20 (prezzo online)