Setta
Setta
Scuola di tecnica drammatica

 

Setta ha una finalità trasparente e dichiarata: la scuola; e una struttura intimamente connessa a questa finalità: gli esercizi e le giornate.
L’eserciziario giornaliero che compone l’opera tende sì alla fondazione di una scuola di tecnica drammatica, ma questa scuola: a) non è la scuola dell’autrice; b) non è un luogo in cui si impara a diventare attori apprendendolo dalla bocca di maestri di quest’arte; c) non è nemmeno un luogo; d) è una dimensione della conoscenza, non uno snodo nella trasmissione della stessa.

Una formula come: spazio collettivo ma non comunitario (ovvero non affettivo) volto allo sviluppo di una conoscenza agonistica (ovvero non pacificata) della realtà, potrebbe qualificare la sobria visione di Claudia Castellucci, equidistante da ogni tentazione magistrale così come da quella passiva e corriva tradizione che consiste nel distillare piamente, ad usum puporum, un lascito dalla propria esperienza, e attenta invece soprattutto al paradossale meccanismo della «setta»: un procedimento acritico destinato strutturalmente a produrre le condizioni soggettive dell’azione. Anche dell’azione teatrale.


Cinquantanove giorni
Diciotto materie
Trecentonovantasei esercizi
Ventinove discorsi

Recensioni 
«La Voce di Romagna» 12-03-2015
Marco Belpoliti «Tuttolibri - La Stampa» 28-03-2015
Sara Fulco «La danza nella cittą» 24-06-2015
Francesco Bove «L'armadillo furioso» 17-12-2015
Michele Pascarella «Hystrio» 15-12-2015
 
"Setta": il libro e i quadri didascalici
«La Voce di Romagna» 12-03-2015
In duplice modo trova compimento l'opera trentennale di Claudia Castellucci, co-fondatrice della Socìetas Raffaello Sanzio, esecutrice silente, artista dotata di attenzione assolata. Intanto, il libro. S'intitola Setta, ovvero, Scuola di tecnica drammatica, stampa Quodlibet. Cos'è questo oggetto lo spiega la stessa Castellucci: «le indicazioni contenute in questo libro non chiedono di essere meditate, bensì praticate. Tale pratica è finalizzata alla fondazione di un modo di stare insieme: la scuola. Il libro fonda una scuola se almeno tre persone decidono di metterlo in pratica. La tecnica drammatica è l'ambito utilizzato da questa scuola per conoscere agonisticamente la realtà, perciò è soltanto un mezzo e non lo scopo di questa scuola. Ambizione del libro è quella di essere utilizzato come un attrezzo utile a sviluppare una scuola». Il libro diventa atto al Museo Marino Marini di Firenze, dal 18 marzo al 4 aprile, come Setta. Quadri di comportamento, cioè: «Ho deciso di spiegare i contenuti del mio libro attraverso una serie di quadri didascalici. Le opere che faccio sono tutte, in un modo, o in un altro, didascaliche. Anche la tecnica e la materia sono utili ad apprendere. Non voglio esprimere una teoria, ma invitare alla prassi».
Quodlibet, "qualsivoglia cosa gradita" in campo bianco
Marco Belpoliti «Tuttolibri - La Stampa» 28-03-2015
Oggi c'è molta grafica senza grafici. E si vede. Ma ci sono casi in cui funziona. Ad esempio, Quodlibet. La casa editrice marchigiana nasce senza un vero grafico. Un giorno del 1993, una domenica mattina, usando un Macintosh (prima di essere una marca di computer è un impermeabile citato da Joyce nell'Ulisse), un gruppo di giovani intellettuali radunati intorno all'Università di Macerata, allievi di Giorgio Agamben, con tre libri pronti per essere stampati, scelsero la grafica della loro casa editrice. Scritta in alto su campo bianco, con nome dell'autore in rosso. Il carattere scelto insieme al tipografo è il Garamond, che ha segnato l'editoria italiana (il Garamond Simoncini dell'Einaudi). Il gruppo dei giovani era composto da: Gino Giometti, Stefano Verdicchio, Alejandro Marcaccio, Daniele Garbuglia, Elettra Stimilli, Elisabetta Baiocco. Il logo, di costa, raffigura Robert Walser. Il bianco è l'emblema di Quodlibet, ma già il nome dell'editore è un programma, e a suo modo un logo: così si chiamavano nel Medioevo le questioni che venivano discusse pubblicamente nelle università dagli insegnanti su argomenti proposti dagli ascoltatori; l'etimo: «intorno a qualsivoglia cosa gradita, o piacevole». C'è anche un significato musicale: «composizione scherzosa in cui si fondono melodie di tono contrastante». Questo carattere plurimo l'editrice marchigiana l'ha mantenuto nel tempo: 22 anni. Ora escono due libri esemplari: L'immagine occidentale di Emiliano De Vito nella collana «Quodlibet» e Setta. Scuola di tecnica drammatica di Claudia Castellucci (pp. 400, € 32) nella collana «Quaderni di Quodlibet». Uno più piccolo di formato, l'altro più grande, ma con la medesima grafica, che tiene molto bene in entrambe le dimensioni. Il libro di De Vito, con presentazione cli Agamben, è un «commento» di testi che stanno altrove, principalmente nelle opere di Benjamin; testo perfettamente Quodlibet di un giovane filosofo. Il volume di Castellucci è eccentrico e insieme straordinario: chiude una stagione di spettacoli unici di danza e movimento, ma anche della scuola istituita da Claudia Castellucci. A suo modo anche questo è un commento. Scrive Agamben nella presentazione di De Vito: «il testo commentato diventa la forma in cavo della scrittura che commenta». Quodlibet è un editore in cavo: fa posto svuotando e insieme riempiendo. Nel bianco.
Viandanti del piede danzante
Sara Fulco «La danza nella cittą» 24-06-2015
Claudia Castellucci, fondatrice con C. Guidi e R. Castellucci della Socìetas Raffaello Sanzio, ha da poco pubblicato un corposo libro per Quodlibet, Setta. Scuola di tecnica drammatica, un manuale empirico in cinquantanove lezioni rivolto idealmente a tutti quelli che passano ore «cariche di ansia costruttiva, in cui occorre cambiare immediatamente il mondo», un percorso fisico, immaginativo, filosofico, artistico nelle possibilità ancora non esperite del teatro. A Venezia presenta Esercitazioni ritmiche, un lavoro molto più concentrato, che così ci spiega.

Ci può introdurre l’azione per Biennale College Danza?
Ho proposto questo seminario a Venezia come quarto momento di uno studio iniziato a Cesena e proseguito ad Atene e a Teheran. Si tratta di un percorso che vuole riprendere in maniera iniziale la danza, ossia quando sorge spontanea, come qualcosa che deve avvenire e che riguarda il tempo in cui uno vive, trasformandolo. C’è un giorno in cui ci si accorge che siamo dentro una condizione superiore, che assomiglia al destino, contro il quale nulla è possibile opporre. Con la danza, invece, si oppone un altro tempo, un’altra condizione. Quando parlo di inizio non intendo riferirmi ad alcun atteggiamento archeologico, ma a qualcosa che è all’origine del movimento, associato indissolubilmente alla musica, considerata come cadenza ritmica. Il tempo è stato fin dall’antichità percepito come una scansione ordinata di frammenti temporali e la danza in termini di poesia concreta. Poesia, infatti, deriva da un verbo che significa fare, e la danza è veramente una poesia.

In quale senso?
Nella metrica greca le sillabe hanno un peso maggiore o minore perché si pronunciano in modo più lungo o più breve. Questa diversità comincia a essere materia poetica: per cui s’inventano i piedi che fungono da misura nelle poesie. A me interessa riprendere il discorso della danza come metamorfosi del tempo e della fisicità. Questo ha anche un rilievo di tipo morale: è una decisione morale danzare. Ho strutturato il seminario qui a Venezia cercando di abbracciare anche le parti in ombra del tempo, in particolare il tempo musicale formato da battute e da intervalli che distinguono le note tra di loro e servono per conferire ritmo. La prima parte di questo seminario è forzatamente orientata al fatto che di lì a pochi giorni dovrà essere veduta da una platea. Il fronteggiare è, inoltre, un tema di tale ballo perché la disposizione del corpo è un andare incontro anche all’imprevedibile, all’errore. Un atteggiamento attivo che risponde alla musica. Poi, c’è una parte più passiva che deve essere sempre pronta all’evenienza che il caso riserva e lì è importante essere ricettivi, per far sì che la risposta sorga. Ho creato azioni semplici: il difficile è farle proprie. Si tratta di un dato importante perché se avviene una distrazione il ballo decade e diventa immediatamente banale. L’altra parte del movimento è sondare la faccia in ombra della musica: la pausa.

Ha detto che prima sono arrivati i passi e poi la musica. Chi l’ha scritta e com’è avvenuta l’assimilazione del tempo della danza alla musica?
Dapprima, ho scelto in maniera diligente alcuni piedi della metrica greca e poi ho chiesto al musicista Stefano Bartolini di metterli in musica. Davanti ai suoi occhi li ho provati per vedere se funzionavano e lui ha proposto anche dei fraseggi, perché vi sono dei momenti in cui alcuni passi si intrecciano. Stessa cosa anche con le misure dispari, ad esempio il 7/8, che ci ha dato l’occasione di accelerare il ritmo, di poter dilatare o restringere il tempo con dei sincopati.

Il suo lavoro è stato inserito nelle sezione Agorà: come pensa che avverrà l’incontro della coreografia con il passante che è giunto a Venezia solo per visitare la città?
Noi stessi siamo innanzitutto passanti, tant’è vero che ci presentiamo nella piazza, Campo Sant’Agnese, provenendo da fuori, in un cammino. Questa danza è un cammino che procede e che misura; vi sono alcuni passi che computano lo spazio in senso cardinale. Dal punto di vista estetico è stato molto importante considerare l’aspetto cromatico. È fondamentale lo stagliarsi attraverso una uniforme nera o marrone, bicroma, perché permette alla singola figura di distinguersi e di esporre la concezione di fondo: entrare dentro a una struttura comune che io faccio mia, in cui è importantissimo il valore personale. Il nostro non è un ballo sincronico in senso stretto, non è una parata, è una struttura che decido di fare mia e che, accanto a me, vede altri farsela ritmicamente propria. La struttura è l’abito comune con la quale si contraddistingue la qualità del gesto personale, soprattutto il volto. In questo modo ci si riposa vedendo un’unità cromatica e ci si diverte a guardare le singole persone.

Lei parla spesso dell’importanza della consapevolezza soggettiva di stare fisicamente in un luogo. Qual è la sua posizione spaziale a Venezia?
È di una persona che sta accanto ad altre e studia insieme a loro un ritmo. Lo spazio è dato dal proprio essere dentro il ballo, è una forma di occupazione spaziale, oltre che temporale, soprattutto nel caso della manifestazione pubblica. Lo spazio diventa il nostro luogo: oltre che architettonico è costituito soprattutto dal fatto che noi ci troviamo insieme a studiare.
Setta. Scuola di tecnica drammatica
Francesco Bove «L'armadillo furioso» 17-12-2015
Setta. Scuola di tecnica drammatica è l’ultimo libro scritto da Claudia Castellucci, edito da Quodlibet, che ha fondato con Romeo Castellucci, suo fratello, e Chiara Guidi la Societas Raffaello Sanzio. Lei è l’anima teorica e filosofica del collettivo, nel 2003 ha fondato Stoa, una scuola sul movimento ritmico, che non si limita al teatro e alla sua comunità ma sconfina in contesti non teatrali facendo mescolare l’esperienza del movimento e del ritmo con una linea pedagogica molto marcata.
Probabilmente parte da qui questo testo corposo e denso sull’Attore, inteso come corpo-strumento, ma anche una scuola di Bellezza, sulla Bellezza, che permette al lettore di scrutarsi e di indagare il proprio essere al mondo come corpo parlante dove convergono sia l’Io che il ruolo giocato nella società e la propria rappresentazione (l’Io specchiato).
Claudia Castellucci offre lezioni laboratoriali quotidiane, dove le parole si trasformano in atti, esercizi giornalieri meditativi, come quelli spirituali di Ignazio di Loyola. Basta aprirlo per capirne l’intento: se hai quattordici anni, se ne hai quindici, apri il libro e costruisci, con i tuoi amici, un mondo vostro dove tutto può cominciare. Da tre persone, infatti, nasce una setta che, però, per esistere, necessita di una disciplina molto rigorosa. È la Castellucci pedagoga che parla e che invita i giovani all’azione, ad avere fame e a sfamarsi, offrendo un viaggio nel mondo della conoscenza attraverso una scrittura accattivante e veloce. Un manuale per niente didascalico, pieno di suggestioni, dove appuntare anche le proprie riflessioni e annotare i risultati del proprio personale percorso.
Setta, però, è anche una lezione di Teatro senza tempo, per niente accostabile alla saggistica classica sul tema ma, piuttosto, oggetto curioso e appassionante, il “castello interiore” della teorica di un collettivo che è già Storia e che ha saputo resuscitare un Morto nobile, prezioso, trasformandolo in un “dispositivo corpo-teatrale”, per citare Derrida, autonomo da ogni forma di rappresentazione. Per concludere, infatti, sempre con Derrida, “ciò che accade, e che non è accidentale, è una vera trasformazione del corpo” che, pian piano, s’inventa, si modifica, fino ad avanzare verso la sua sottile mutazione.
Il manuale iconoclasta della Socģetas
Michele Pascarella «Hystrio» 15-12-2015

Dopo molti anni di proteiformi esperienze didattiche, la co-fondatrice della Socìetas Raffaello Sanzio ha composto un corposo e rigoroso manuale di tecnica drammatica diviso in cinquantanove giornate e diciotto materie (dalla Catalettica alla Vocalità, dalla Psicologia della durata alla Fantasia), contenente trecentonovantasei esercizi e ventinove discorsi. L’autrice (o "scolarca", come preferisce definirsi), diffidando fin dalla prima pagina «chiunque pratichi questi esercizi a considerarli un metodo», precisa che esso «dovrebbe essere immediatamente usato, cioè seguito nella prassi, giorno dopo giorno,senza aspettare di averlo letto tutto». In Settasi intrecciano con sapienza indicazioni sulla "neutralizzazione" iconoclasta dello spazio di lavoro e frasi di e su Yves Klein, esercizi di disarticolazione e a-ritmia degli arti ed esperienze di recita consonantica delle Canciones del Alma di Juan de la Cruz, l’Alcibiade di Platone e l’ascolto di canti infantili del Gabon bevendo il tè. E tanto altro, davvero impossibile da riassumere qui. Quella di Claudia Castellucci è un’opera ostica e sistematica che, pur nelle profonde diversità, è forse possibile inscrivere nella feconda tradizione pedagogica alla base delle rivoluzioni teatrali di inizio Novecento, allorquando alcuni fondanti "libri-teatro" contribuirono a definire e al contempo a far evolvere questa disciplina (basti pensare a L’opera d’arte vivente di Appia, a Il lavoro dell’attore su se stesso di Stanislavskij, a Il teatro e il suo doppio di Artaud). L'appartata didatta cesenate precisa con una quantità di schemi e disegni la propria proposta, sempre attenta a spegnere «ogni inclinazione sentimentale», intendendo la scuola come spazio comune, ma non comunitario (non affettivo): «La solitudine la si istituisce con gli altri, non è un problema da fugare con il contorno degli altri. È una dimensione di verità che si prova con gli altri, i quali non sono più gli artefici della sua eliminazione, bensì i complici della sua manifestazione. È qui che l'amicizia veramente comincia: quando non è un obiettivo, ma soltanto, obiettivamente, un dono azzurro».

2015
Quaderni Quodlibet
160x225
ISBN 9788874626557
pp. 440
€ 32,00 (sconto 15%)
€ 27,20 (prezzo online)