Atlante delle micronazioni
Atlante delle micronazioni

 

Di motivi per fondare una nazione ce ne sono tantissimi: idealismo, goliardia, politica, persino l’evasione fiscale. Qui si raccontano i casi più strani e suggestivi di una pratica molto più diffusa di quanto ci si immagini, dichiarare l’indipendenza di una microscopica parte di territorio e proclamarsi re o presidente, almeno in casa propria.

Pochi sanno, ad esempio, che oltre a San Marino e al Vaticano, esistono in Italia un paese e un’isoletta che vantano la sovranità assoluta sui propri territori, sulla base di diritti acquisiti prima dell’unità d’Italia; o che in Australia è stata fondata una nazione per tutelare i diritti degli omosessuali, mentre in Africa e in Sud America alcuni «stati inesistenti» hanno dichiarato l’indipendenza al solo scopo di emettere buoni del tesoro fittizi. Questo libro vuole essere un atlante di storie e personaggi, una geografia di luoghi a metà strada tra realtà e immaginazione e che spesso si dissolvono con la scomparsa del loro fondatore. Piccole epopee che, nel bene e nel male, portano al parossismo l’irriducibile voglia di indipendenza e autonomia dell’uomo.

 

 

Recensioni 
Giuliano Santoro «Il venerdì di Repubblica» 25-09-2015
Marco Cubeddu «Il secolo XIX» 24-10-2015
Carlo Lottieri «Il Giornale» 23-09-2015
Mattia Salvia «Vice» 06-10-2015
«Rai Tre» 07-10-2015
«Radio3» 16-10-2015
Tino Mantarro «Touring» 01-11-2015
Tommaso Chimenti «Il Fatto quotidiano» 08-01-2016
Giuliano Milani «Internazionale» 02-02-2016
«D di Repubblica» 28-11-2015
Piero Meldini «Il Giorno» 28-11-2015
Stefano Valente «Artapartofculture.net (Web2)» 06-12-2015
Redazionale «la Riviera» 07-01-2016
Benedetta Marietti «la Repubblica» 17-01-2016
Redazionale «La Nuova Venezia» 10-02-2016
 
E sul delta del Po è nata una nazione
Giuliano Santoro «Il venerdì di Repubblica» 25-09-2015
In un curioso atlante la mappa completa  delle «microrepubbliche» indipendenti del mondo
 
Che cosa è una nazione? Quale misteriosa forza spinge milioni di persone a immolarsi per difenderne i confini? Di fronte all'enigma della «comunità immaginata» lo storico Benedict Anderson sostenne che la nazione moderna è tenuta insieme da un corpus di narrazioni che cementano l'identità collettiva. Un collante che si ritrova anche nella ricerca condotta da Graziano Graziani, che ha raccolto dati, biografie e miti fondativi per scrivere di piccole nazioni inventate ma collocate nella cartina geografica.
Un territorio, costumi, persino leggi e, in qualche caso, anche moneta. L'Atlante delle micronazioni (Quodlibet) ricostruisce confini arbitrari e racconta di sovrani autoproclamati. Le storie spaziano in tutti i continenti e spesso le micronazioni e i loro bizzarri fondatori esprimono voglia di autonomia e libertà. I personaggi che piantano una bandiera segnalano il paradosso dell'appartenenza territoriale e decostruiscono dall'interno il feticcio delle piccole patrie. Accade persino nell'ex Jugoslavia, nella Libera Repubblica del Liberland, che si estende per sette chilometri quadrati sulla riva ovest del Danubio, proprio al confine tra Serbia e Croazia. Il suo fondatore è un anarco-capitalista di nome Vít Jedlika.
Non c'è la Padania, tra le nazioni inventate dell'Atlante: «Non l'ho inclusa perché non ho tenuto in considerazione entità con larga rappresentanza politica», spiega l'autore. Ma c'è un Salvini: si chiamava Luigi e nel 1946 proclamò la nascita della Tamisiana Repubblica di Bosgattia, sorta su un isolotto sul delta del Po. Erano ammessi solo uomini in contatto con la natura, che si dedicavano a caccia e pesca. Durò fino al 1955. Più a sud, la Repubblica dei Piani Sottani, in Lucania, descritta da Rocco Scotellaro e che appassionò Carlo Levi: venne proclamata nel 1950 da Michele Mulieri, contadino insofferente alle beghe burocratiche sorte attorno a una pompa di benzina che aveva in gestione. 
Quasi quasi mi faccio uno Stato
Marco Cubeddu «Il secolo XIX» 24-10-2015

Sovranità individuali
A ogni latitudine si trovano uomini che rivendicano diritti su pezzi di terra: in un saggio le loro storie sorprendenti


Dominare il mondo, o gran parte di esso, è l'istanza sottesa alla maggioranza dei nazionalismi che si sono succeduti nella Storia. Illuminati pensatori, indomiti condottieri, feroci tiranni, guidati da vessilli ideologici più o meno nobili o più o meno biechi, hanno tentato di fare delle loro nazioni le più grandi in assoluto. Gengis Khan, Alessandro Magno, Napoleone Bonaparte, Adolf Hitler. Esempi e destini diversi per personaggi cruciali nella cronologia geopolitica con cui riassumiamo la nostra "grande storia".

Graziano Graziani – romano conduttore della trasmissione Fahreneit, su Radio 3 – in Atlante delle micronazioni (Quodlibet, 375 pagine, 16,50 euro) ci racconta una (micro)storia molto diversa, in cui ambizioni e aspirazioni di singoli personaggi e "Stati", tutte rigorosamente vere e verificabili, illuminano destini umani e geografici decisamente meno ingombranti e più farseschi. A cominciare dalla premessa filosofica del micronazionalismo: il destino dell'uomo è quello di superare l'idea di stato-nazione per approdare a una federazione globale di stati-individuo in cui ogni cittadino avrà piena cittadinanza su se stesso.

Con decine di esempi, il volume si presenta come un agile elenco inverosimilmente vero di tutte quelle realtà che "vantano un'estensione territoriale, sia pure minuscola, o ne rivendicano una".

Una successione di biografie ed eventi che farà sorridere i lettori più pragmatici, sognare i romantici e venire qualche grillo per la testa ai megalomani latenti. Perché chi è che non ha mai sognato di farsi re?

Adesso sappiamo che gli esempi concreti non mancano.

Si rimane di sasso nel leggere, ad esempio, di Joshua Norton, primo – e a oggi unico – Imperatore degli Stati Uniti d'America. Un tipo che, dopo aver perso tutto per un affare sballato, attraverso un'escalation di roboanti proclami (oggi custoditi presso il Museo cittadino di San Francisco) tentò di licenziare Abraham Lincoln, ordinare l'arresto del suo successore ("condannandolo a pulire gli stivali dell'Imperatore", cioè lui stesso), sciogliere i partiti e che, invece di essere arrestato, visse e morì nella sua città salutato con tutti gli onori dai gendarmi, nutrito gratis nelle osterie, ascoltato da cittadini grati dei suoi preziosi consigli.

Una favola. Spostando l'attenzione dai personaggi ai luoghi, il risultato non cambia. I racconti di certe rocce emerse da sommovimenti vulcanici vicino alle coste della Sicilia (Isola Ferdinandea), come quelli di piattaforme costruite su speroni di roccia sottomarini trasformate in improbabili principati (Principato di Sealand), ci sembrano del tutto simili a certe avventure lette su Topolino, con Zio Paperone nei panni dell'irriducibile esploratore/conquistatore (solo che al suo posto dobbiamo mettere personaggi ben più strani e Stati reali, come la Gran Bretagna, in qualità di contendenti).

Casi isolati? Scorrendo le pagine dell'Atlante apprendiamo che dar vita a nazioni improbabili per i motivi più svariati – trepidante idealismo, svagata goliardia, mero utilitarismo fiscale – è una pratica molto più diffusa di quanto si potrebbe immaginare. A ogni latitudine troviamo casi sui generis: dalla Svezia alla Nigeria, dall'Australia al Sudamerica, fino all'Italia, che vanta diversi esempi, dalla Repubblica di Frigolandia in Umbria all'Isola delle rose in Emilia Romagna.

All'appello non poteva mancare la Liguria, ben rappresentata dal Principato di Seborga – quattordici kmq di estensione, 366 anime, dotato di propri vessilli e di una «guardia nazionale» – nell'entroterra di Bordighera, che nel rivendicare la propria autonomia si avvale di un documento del 1934, firmato da Benito Mussolini, in cui si dichiara che il «principato di Seborga non appartiene all'Italia». Storia e microstoria si intrecciano in questa gradevolissima lettura per adulti che sarebbe anche un pregevolissimo testo scolastico capace di far riflettere con leggerezza sulle labili fondamenta su cui edifichiamo la nostra idea di "Stato sovrano", "identità nazionale" e "autodeterminazione dei popoli" attraverso luoghi e personaggi a metà strada tra realtà e l`immaginazione.

Il potere è per pochi
Carlo Lottieri «Il Giornale» 23-09-2015

Micro-nazioni, macro-libertà

Se un individuo è uno Stato

Un atlante cataloga le istituzioni più piccole del pianeta: alcune nate per rivolta, altre per scherzo: tutte esprimono una protesta contro iper-regolamentazione e burocrazia

Esistono ordinamenti politici minuscoli: da Andorra al Lichtenstein, dalla Città del Vaticano a San Marino. Ma pochi sanno che queste realtà sono perfino di grandi dimensioni se confrontate con decine di «micronazioni» che nel corso dell'ultimo secolo sono apparse sulla scena internazionale sotto forma di repubbliche o monarchie desiderose di essere riconosciute a livello diplomatico.

Un'interessante introduzione a quest'insieme assai variegato di piccole istituzioni si trova ora nell'Atlante delle micronazioni scritto da Graziano Graziai (Quo dlibet) che per l'occasione ha ampliato una ricerca compiuta qualche anno e che con questo libro permette di avvicinare un mondo pieno di bizzarrie, rivolte politiche, goliardate, truffe e molto altro.

L'idea che tiene assieme queste esperienze pur tanto diverse è che sia possibile, per un piccolo gruppo o anche per un solo individuo, proclamare la propria indipendenza. Qualche anno in Italia si parlò molto di Seborga, paesello della Liguria orientale che nel 1729 fu acquisito da Vittorio Amedeo II di Savoia senza che quella cessione, però, fosse mai registrata; e così nel 1960 il Principato ha iniziato a rivendicare l'indipendenza. E in questi ultimi mesi i giornali hanno dato spazio a Liberland, dopo che il politico ceco Vit Jedlicka ha scoperto un'area tra Serbia e Croazia che sembra sfuggire alle rivendicazioni nazionalistiche degli uni e degli altri. Ma il panorama è assai variegato. Al largo dell'Australia, ad esempio, c'è un regno che fu inventato dalla comunità gay dopo scelte legislative che essa contestò con forza. Per sottrarsi a norme considerate ingiuste, alcuni omosessuali australiani individuarono qualche atollo (abitati solo in estate) e ne dichiararono l'indipendenza. Così come ha fatto Salvatore «Doddore» Meloni, figura nota dell'indipendentismo sardo, quando nell'agosto del 2008 affermò che l'Italia non vantava alcuna legittima pretesa sull'isoletta di Malu Entu.

Com'è ovvio, queste realtà sono spesso espressione di sogni politici e disegni rivoluzionari, ma in qualche caso tutto questo sembra intrecciarsi con un vero spirito imprenditoriale. E così non è strano che Peter Thiel (uno dei fondatori di Pay Pal) abbia destinato più di un milione di dollari a favore del Seasteading Institute, che studia la possibilità di dare vita a città galleggianti fuori dalle acque territoriali, o che anni fa vi fosse un Dominio di Melchizedek collocatosi tra Pacifico e Antardide che vendeva passaporti, apriva banche (solo sulla carta) e che poi si è trovato al centro di vari imbrogli e inchieste giudiziarie.

Se gli Stati moderni appaiono apparati repressivi che inibiscono perfino le scelte più elementari – da lavorare come tassista ad aprire una banca – e se la competizione internazionale spinge capitali e imprese a dirigersi dove sono meno maltrattati, non è sorprendente che vi sia chi pensa a nuovi inni e inedite bandiere: al fine di lasciarsi alle spalle quelle prigioni. Anche se poi avvicinare queste realtà significa spesso fare i conti con una sequela di repressioni: dove il diritto internazionale è solo una maschera che la forza degli Stati usa per giuslificare la negazione di libertà anche elementari.

E così l'isola (artificiale) delle Rose posta al largo di Rimini nel 1969 fu fatta saltare in aria da 75 chili di esplosivo – su decisione del governo Rumor – collocato dai sommozzatori della marina militare, mentre la Repubblica di Kalakuta inventata dal musicista Fela Kuti fu repressa con la violenza da mille soldati della polizia nigeriana. Quali tra queste utopie sopravvivono e reggono nel tempo? Spesso sono quelle che in qualche modo negoziano con il potere statale «esterno», come nel caso del quartiere hippy di Christiania (a Copenhagen), o accettano di mantenersi su un tono semi-serio e di conseguenza inoffensivo: come nel caso del Principato (artistico) di Ladonia.

Perché è senza dubbio vero che alcune di queste realtà non sono mai state prese sul serio nemmeno dai loro fautori, trattandosi di invenzioni sul confine del paradosso. Questo comunque non toglie che perfino simili istituzioni siano un segno dei tempi, dal momento che il moltiplicarsi di tali iniziative ci aiuta a capire quanto le categorie concettuali elaborate da Jean Bodin e Thomas Hobbes siano oggi logore. La pretesa dei governanti di Stato di guidare un'istituzione «sovrana», a cui tutti i tedeschi o gli italiani devono per forza obbedire, cozza ormai con sentimenti e valori diffusi. In fondo, anche quando sembrano più un gioco letterario che una sfida ai poteri costituiti, le nazioni individuali o poco più censite da Graziani testimoniano un fatto cruciale: e cioè che l'età postmoderna è refrattaria al dominio di alcuni su altri, all'obbligo politico, al trionfo della costrizione regolamentare e burocratica.

C'è insomma una brezza di libertà che proviene da queste pagine e che ci può aiutare a immaginare un ordine internazionale un po' diverso, migliore, più variegato e multicolore.

Come e perché fondare una micronazione
Mattia Salvia «Vice» 06-10-2015

Quando ero piccolo, io e gli altri bambini del mio palazzo giocavamo a fingere che il cortile di casa nostra fosse uno stato indipendente. Ci eravamo dati ruoli e divisi i compiti, avevamo persino tenuto delle libere elezioni per stabilire chi dovesse essere il presidente del cortile e adibito determinati angoli – un certo albero, un certo muretto – a sedi istituzionali. Il gioco finiva lì: non c'era nient'altro al di fuori di questa complessa organizzazione.

Secondo Wikipedia, una micronazione è "un'entità creata da una persona, o da un piccolo numero di persone, che pretende di essere considerata come nazione o stato indipendente, ma che tuttavia non è riconosciuta dai governi e dalle maggiori organizzazioni internazionali."

In un certo senso, tramite quel gioco anche noi stavamo creando una nostra micronazione. A spingerci a giocare era un desiderio inconscio di libertà, e probabilmente tutte le micronazioni nascono da sentimenti di questo tipo. Alla luce di questo imprinting infantile, era naturale che un libro come l'Atlante delle micronazioni attirasse la mia attenzione. Ho chiamato l'autore, Graziano Graziani, per parlare di queste microscopiche anomalie, di come nascono e come muoiono e del perché sono importanti – e a volte anche rivoluzionarie – dal punto di vista politico e filosofico.

 

VICE: Da dove arriva il tuo interesse per le micronazioni?

Graziano Graziani: È nato tutto quando mi sono imbattuto nella prima storia, quella di Sealand, facendo un articolo per il settimanale per cui lavoravo. All'epoca mi occupavo di diritti digitali e si parlava molto di The Pirate Bay, un sito di p2p con base in Svezia che è stato al centro di molte polemiche e ha dato origine a un movimento che poi ha portato anche un parlamentare al Parlamento Europeo con il Partito Pirata. Ho scoperto che The Pirate Bay stava cercando di portare i propri server in un posto dove la legislazione europea non avesse effetto, e tra le varie opzioni c'era appunto Sealand.

Così ho scoperto la storia di questo "principato" su una piattaforma petrolifera abbandonata e occupata a largo delle coste inglesi. Documentandomi ho scoperto che esistevano diversi casi simili, magari meno reali dal punto di vista delle pretese d'indipendenza ma che comunque si rifacevano allo stesso modello. E da lì ho cominciato a scavare.

 

E hai deciso di farne un libro.

Sì, il libro esce adesso ma le mie ricerche sono iniziate nel 2005. Per dieci anni questa cosa è stata una vera e propria ossessione: ho deciso di fare un atlante giocando sulla letteratura di catalogazione d'ispirazione borgesiana, qualcosa che è a metà tra un libro di viaggi e un'opera di letteratura fantastica – perché sono tutte storie reali ma che sembrano fantastiche.

Mi sono documentato tramite internet ma ho attinto anche ai libri di persone che hanno vissuto in prima persona queste esperienze e quando è stato possibile ho anche intervistato i protagonisti. Insomma, ho cercato di mettere insieme più materiale possibile.

 

Perché nasce una micronazione?

In generale, per un desiderio d'indipendenza o, all'opposto, per una certa insofferenza nei confronti delle imposizioni di un'entità statale più grande. Le entità statali o sovrastatali – specie quelle di oggi che sono molto grandi, come gli Stati Uniti, la Cina, la Russia o la stessa Unione Europea – sono dimensioni macro spesso percepite come molto distanti, forse anche perché hanno preso una deriva tecnocratica di fronte alla quale l'individuo si sente schiacciato.

Se scendiamo nel dettaglio, ritroviamo nelle micronazioni l'arco costituzionale tipico delle utopie politiche. Ci sono casi che nascono da una volontà comunitaria, come esperimenti sociali differenti e innovativi, e viceversa tentativi di instaurare forme di assolutismo che rappresentano dei passi indietro dal punto di vista dei diritti. Ci sono anche casi di utopie che ideologicamente sono riconducibili all'anarchismo di destra, o tentativi turbo-capitalisti di miliardari che investono soldi per creare dei piccoli stati in cui risiedere per evitare la tassazione. Insomma, nelle micronazioni si può vedere tutta la storia del pensiero politico del Novecento, perché ognuna declina la stessa necessità di libertà in un modo diverso.

 

Alla base c'è sempre un tentativo di avere il controllo.

Sì, si preferisce essere re a casa propria, anche se questa è minuscola. C'è poi da dire che le micronazioni – che non coincidono con i microstati, e infatti non ho inserito nel libro stati come il Vaticano, il Principato di Monaco o Andorra – sono spesso delle epopee personali che falliscono quasi sempre e si esauriscono con la morte del loro fondatore e protagonista. Insomma, è molto raro che riescano, come invece fa un vero stato, a creare i presupposti per un tramandarsi della loro comunità nel tempo. Non c'è un riconoscimento, non c'è una vera base giuridica e molto spesso con gli anni il tentativo finisce per perdersi nel nulla.

 

Secondo te questo desiderio di libertà, controllo e indipendenza è una caratteristica fondamentale dell'essere umano?

Sicuramente è qualcosa di connaturato all'essere umano, e tutti soffriamo le imposizioni esterne anche se ci troviamo in un contesto democratico. Il fatto è che di solito accettiamo determinate limitazioni perché ne traiamo determinati vantaggi. C'è chi a questi vantaggi preferisce poter disporre effettivamente della propria libertà.

C'è anche da dire che non tutti i micronazionalisti hanno quest'indole: ci sono anche casi di goliardia, casi in cui non si crede veramente di poter dar vita a uno stato indipendente ma lo si fa lo stesso per spirito di sfida e per capire quanto si possono allargare le maglie dell'ordinamento statale e del suo storytelling. E ci sono anche casi di micronazioni nate come forma di protesta politica, come tentativo di contrapporre un'idea diversa di stato a quello esistente. È il caso del Regno Gay e Lesbo delle Isole del Mar dei Coralli, in cui la fondazione di uno stato in un'isola del Pacifico è stata una forma di protesta da parte della comunità LGBTQ australiana per una legge ritenuta omofoba.

 

Cosa intendi per "storytelling statale"?

In fondo se togliamo a uno stato l'unico elemento concreto di intervento sulla realtà con cui definisce se stesso – ossia il monopolio della violenza, sotto forma di polizia e forze armate – che tra l'altro spesso non ci tocca nemmeno direttamente, non resta che una sorta di confine mentale: noi rispettiamo le regole dello stato perché ci fa comodo, perché abbiamo paura delle conseguenze del non rispettarle o perché le riteniamo immutabili. Lo storytelling di ogni entità statale è esattamente questo. In questo senso, le micronazioni sono come una contro-narrazione: mettono in crisi quella narrazione e ne fanno vedere delle contraddizioni che solitamente vengono ignorate o negate.

 

Come finiscono in genere queste esperienze? Ce ne sono alcune che sono ancora in corso, mentre in altri casi lo stato ha fatto valere la sua forza anche in modo violento, come ad esempio nel caso dell' Isola delle Rose.

A seconda dei regimi in cui queste esperienze vengono a nascere, le risposte delle autorità sono differenti. Se in America o in Europa vengono trascurate e magari non perseguite, in Africa o in Asia "attentare all'integrità dello stato" in questo modo può essere più rischioso: ci son casi finiti con spargimenti di sangue, come ad esempio quello della Repubblica di Kalakuta in Nigeria.

Il più delle volte, però, questi casi finiscono insieme all'epopea che le ha fatte nascere, perché a meno che non diventino effettivamente degli esperimenti comunitari in cui la comunità prosegue l'esperimento, la micronazione muore con il suo fondatore.

Ci sono anche casi in cui l'esperimento prosegue perché la comunità riesce a portarlo avanti, come il caso di Christiania, a Copenhagen, che ha persino trovato un accordo di gestione del territorio con il governo danese. Ovviamente dal punto di vista dello stato si tratta semplicemente di tollerare una zona che si è arrogata da sé il diritto di essere a statuto speciale senza esserlo veramente, mentre dal punto di vista degli abitanti la narrazione è diversa.

 

Quindi le possibilità per un esperimento di questo tipo sono o essere preso sul serio ed essere represso in modo più o meno violento, oppure essere considerato uno scherzo e venire tollerato.

Sì, esatto. Come dicevo prima, le micronazioni mettono in discussione la narrazione dello stato e o falliscono oppure il massimo che ottengono è un riconoscimento indiretto che nasce dalla scelta, fatta dallo stato, di ignorarle. Prendi il caso di Sealand: ogni volta che c'è stata una controversa internazionale in merito, l'Inghilterra ha sempre detto che non era di sua competenza perché fuori dalle sue acque territoriali. Sealand ha sempre considerato questo come un riconoscimento indiretto – dal punto di vista delle micronazioni, la loro esistenza è giocata sempre su ambiguità di questo tipo.

Per gli stati, invece, le loro rivendicazioni sono prive di ogni fondamento giuridico. Ma è anche vero che quando gli stati europei hanno colonizzato l'Asia, l'Africa e il Sudamerica e vi hanno creato delle entità statali non hanno agito secondo nessun fondamento giuridico – si sono semplicemente annessi dei territori che, per quanto fossero abitati, non erano considerati sovrani da nessuno. Le micronazioni puntano il dito sull'aspetto arbitrario e violento del diritto internazionale e del sistema economico che stiamo vivendo – che nasce con il colonialismo e si sviluppa in senso economico dopo la decolonizzazione.

 

Come si può vedere bene osservando i confini degli stati africani che sembrano tracciati con la squadra.

Sì, da lì puoi vedere l'aspetto arbitrario e violento all'origine dell'attuale ordinamento giuridico e statale che suddivide il mondo in 205 stati. Le micronazioni si appellano proprio a questo "peccato originale" degli ordinamenti politici e nazionali che hanno creato gli stati attuali, per cui dal mio punto di vista possono essere un'ottima lente di ingrandimento attraverso cui guardare dei fenomeni che diamo per scontati ma che in realtà non lo sono affatto.

 

Sei stato in alcune delle micronazioni che tratti nel tuo libro?

Sì, soprattutto in quelle europee. Quelle italiane per esempio le ho visitate tutte – o comunque ho visitato i luoghi dove sorgevano. Sono stato a Seborga e a Tavolara e ho intervistato Giorgio Rosa, il creatore dell'Isola delle Rose.

 

Hai capito qualcosa di più su queste esperienze visitando i luoghi dove sono avvenute?

Direi che è un po' come quando vai in un paese straniero: ti può capitare di trovarci dei luoghi fantastici e dei luoghi che non rendono rispetto all'idea che ne avevi – e penso che questo sia interessante perché torna al tema dello storytelling. Ad esempio, ci sono posti che fanno sfoggio della loro "indipendenza" mentre altri la tengono nascosta. Alcuni ti mettono addirittura il timbro sul passaporto per rimarcare questo aspetto, mentre altri ne hanno fatta una dimensione turistica e hanno delle monete senza alcun valore – a parte forse in quel luogo – che vendono come souvenir ai turisti.

Oggi il mondo è completamente mappato, con Google Maps possiamo andare a vedere le strade di posti lontanissimi rimanendo a casa nostra, ed è praticamente impossibile trovare nuovi paesi e nuove esperienze. Pur essendo narrazioni (e a volte niente più che questo) le micronazioni ti danno l'impressione di stare in un luogo diverso. Occupandomene ho capito che è molto importate per un luogo il racconto che se ne fa: noi cerchiamo i luoghi per ciò che sono fisicamente ma anche per come vengono raccontati da chi li vive, da chi li ha vissuti e da chi li ha immaginati.

Graziano Graziani a "Pane Quotidiano"
«Rai Tre» 07-10-2015

Graziano Graziani parla dell'Atlante delle micronazioni a "Pane Quotidiano".

Guarda il video al minuto 11.

Graziano Graziani a "Radio3 Suite"
«Radio3» 16-10-2015

Graziano Graziani parla di Atlante delle micronazioni a "Radio3 Suite".

Ascolta il podcast.

Piccoli principi crescono
Tino Mantarro «Touring» 01-11-2015
Non bisogna essere Woociy Allen per inventarsi uno Stato e dichiararsi re o imperatore. Il mondo pullula di micronazioni nate dal mattino alla sera, luoghi a metà strada tra la fantasia e la rivendicazione politica. In Atlante delle micronazioni, Graziano Graziani racconta le storie vere e spesso surreali di quelle nazioni che nessun governo al mondo riconosce.
 
Come è nata la passione per le micronazioni?
«Dovevo scrivere un articolo sui diritti digitali e facendo le ricerche su The Pirate bay, una piattaforma di condivisione svedese, scopro che per aggirare la legge sul copyright volevano spostare i server su Sealand, piccolo principato al largo delle coste inglesi del mare del Nord. Avevo sentito parlare delle isole del Canale, non di Sealand. Era fuori dall'ordinario: una piattaforma costruita dall'esercito britannico durante la Seconda guerra mondiale e trasformata nel 1967 in una vera e propria nazione, all'inizio per aggirare le leggi nazionali sull'emittenza radiofonica. Erano storie da raccontare.»
 
Che cosa è una micronazione?
«Non esiste una regola, perché ognuno fa come gli pare, ma ci sono degli elementi costitutivi che sono messi in campo soprattutto da chi cerca di fare una tassonomia. Così. per esempio. la differenza che passa tra Christiania a Copenhagen e un'altra comunità hippie è la volontà di amministrare per sé il proprio territorio. Ovvero concepire un poco se stessi come un altrove. Forse basta questo: un dentro/fuori in opposizione con un altro. Poi, certo. ci sono gli altri elementi classici dello Stato Nazione ottocentesco: la bandiera, la moneta, alle volte il francobollo e il passaporto. Cose che non servono a nulla perché non riconosciute da nessuno, ma danno identità e costruiscono una storia.»
 
Perché uno decide di proclamare una micronazione?
«Di fondo c'è una voglia di indipendenza che è sempre presente nell'uomo, solo che ognuno la declina come gli pare. Qualcuno lo fa nelle vacanze, staccandosi dal mondo in cui vive abitualmente: altri in maniera più radicale e fantasiosa, costruendo una micronazione per cercare di togliersi dalle regole imposte dalla società complessa in cui viviamo. Molti lo fanno per insofferenza alle limitazioni delle leggi che sono imposte dagli Stati, altri per tornare a una dimensione politica più viva e umana, perché in una micronazione come l'isola di Sark in Gran Bretagna con i suoi 300 abitanti il potere è davvero vicino. Come concetto si torna un poco alla Polis greca, anche se in realtà molte sono monarchie assolute, altre utopie libertarie, alcune sono di destra, altre di sinistra.»
 
Oggi lo spazio giuridico per queste avventure si è però ridotto, vero?
«Ci sono meno spazi di manovra giuridica, sono cambiate le regole sulle terre emerse e la giurisdizione degli Stati ha colmato praticamente tutti i vuoti. Ma spazi anche mirini rimangono: ci sono alcune zone contese e altre non rivendicate da nessuno perché insignificanti. Questi, come il regno del Nord Sudan. sono territori dove ci si può insediare. Sono bolle, ma si possono sfruttare.»
‘Atlante delle Micronazioni’ di Graziano Graziani, uno sguardo ottimista sul mondo
Tommaso Chimenti «Il Fatto quotidiano» 08-01-2016
“El segna semper lù”, cantava la Curva Nord interista in direzione di Maurizio Ganz, piccolo centravanti tutto pepe anni novanta che poi fece il grande sgarbo e alto tradimento di passare ai nemici del Milan. Ganz che, una volta appeso le scarpette tassellate al chiodo, come in quella canzone di De Gregori, del calcio ufficiale, divenne il numero nove della nazionale della Padania che sfidava altre piccole nazioni non riconosciute, i Rom, Lapponia, Crimea, Tibet.
Parlando di nazioni microscopiche la mente va ad Andorra, San Marino, Città del Vaticano, il Liechtenstein, il Principato di Monaco. I famosi Stati cuscinetto. Niente, siamo ancora distanti. Parlando di secessionismo ci sovvengono le battaglie dei Paesi Baschi o dell’Irlanda del Nord, la Scozia o recentemente la Catalogna, o per stare in casa nostra appunto il tormentone della Lega di Bossi, o pre-Salvini, tutta concentrata sulla leggenda del guerriero Alberto da Giussano e il Po a fare da confine. Ancora siamo lontani dall’indagine, articolata e approfondita, che ha compiuto il giornalista Graziano Graziani nelle pieghe di stati minuscoli, veri, virtuali o di fantasia come “Redonda”, creati per gioco, per pagare meno tasse possibili, per truffare il prossimo o per altri mille motivi. Più si scorrono le pagine dell’Atlante delle micronazioni (Quodlibet, 380 pp, 16.50 euro) e più si aprono mondi e finestre sullo sconosciuto universo geopolitico, finanziario e immaginifico che ci gira attorno.
Nel mondo globalizzato, che tende ad appiattire, ad annettere, a uguagliare, alcuni rigurgiti ogni tanto emergono e si levano. Per costituirsi come Stato servono a grandi linee una moneta, una Costituzione, dotarsi di una forma di governo. Questo Atlante di nuova concezione dovrebbe far parte di qualsiasi corso universitario di diritto internazionale e costituzionale comparato, come dovrebbe essere un tomo da accogliere alle lezioni di geografia. Un volume ottimista e utopico come le tante imprese che ne vengono descritte, le storie portate a galla dall’oblio, il riposizionamento di personaggi, di incastri, di vicende tanto misteriose quanto curiose, tanto folcloristiche e incredibili. Per questo è anche un libro sul viaggio e sulla scoperta, sullo spirito d’avventura e sulla creatività umana, sul non arrendersi e sul lanciare il cuore oltre l’ostacolo, sull’indipendenza e l’intraprendenza, sul desiderio e la voglia di rivincita e riscatto, sul motto “un altro mondo è possibile”.
E se non esiste, i tanti protagonisti delle quasi 400 pagine di GG, se lo creano, se lo inventano, lo disegnano, tra inganni, sotterfugi e sogni. C’è chi vessato dalla onnipresente, assillante e asfissiante burocrazia un giorno ha detto basta e si è autoproclamato regnate di casa propria, chi ha cercato di acquistare scogli in mezzo all’oceano per crearvi paradisi fiscali, chi ha occupato un’isola per vivere con i ritmi della Natura e salvaguardare l’ambiente, chi ha occupato obsolete piattaforme petrolifere in mezzo al mare, nazioni basate sul genere sessuale e nate da discriminazioni, altre sancite per protesta, quelle di rifiuti che stazionano per chilometri quadri negli oceani, quelle ingegnate da gruppi di artisti e performer come provocazione sullo stato dell’arte, altri che sono quartieri che hanno voluto certificare la loro distanza culturale dal resto della città.
La voglia insita in ogni uomo di creare un qualcosa solo suo, dove essere padrone e dove far rispettare le proprie regole è alla base della proprietà privata. Storie bislacche, strambe, stranissime, ai limiti del possibile, curiose, bizzarre, strampalate, stravaganti, eccentriche, molte ricche di umorismo e fine sarcasmo sono i ritratti dei tanti uomini (di donne se ne contano su una mezza mano) che, per scherzo o interesse, disamore o al contrario troppa passione verso la propria terra, hanno preso carta e penna e hanno redatto statuti e leggi solcando quel limite che la maggioranza dei cittadini crede invalicabile: la territorialità dello Stato.
Ci sono micronazioni che hanno sviluppato il proprio regno sulle stelle e la Via Lattea, “Celestia”, per fermare i lanci di razzi nucleari, chi si è inventato un reame soltanto di carta e inchiostro, altri che di sana pianta hanno cominciato a far circolare informazioni su nuovi Eldorado per ricavarci contante, finanziamenti, denari dalla vendita di azioni o appezzamenti e titoli nobiliari. Molti sono ricordati dagli appassionati di filatelia, tanti altri hanno attivi ancora i propri siti internet e lì vendono regolarmente passaporti che servono più per le collezioni che realmente per varcare qualsiasi frontiera.
Dopo aver consultato le pagine di Graziani il concetto di “legittimo” e “illegittimo” si confonde, s’incrina, risulta labile. Ci sono Stati della mente e altri composti da un solo abitante, Stati virtuali e altri transnazionali che ribaltano la tesi di un territorio fisico abitato da persone ma che considerano la persona come portatore essa stessa di un pezzo fondamentale di Stato o dello Stato stesso. Molti di questi sono sul territorio (e anche questa nozione vacilla pesantemente) italiano, da “Cospaia” in Umbria che reclama una storia fin dalla lontano metà del Quattrocento, l’“Isola delle Rose” in mezzo all’Adriatico, “Seborga” in Liguria, l’isola di “Tavolara” in Sardegna, “Bosgattia” dalle parti di Rovigo, le artistiche “Alcatraz” e “Frigolandia” ancora in Umbria, “Malu Entu” in Sardegna, “Piani Sottani” in Lucania, la calabrese “Caulonia”. Storie da rivalutare, riprendere, studiare.
Piccoli stati, grandi ambizioni
Giuliano Milani «Internazionale» 02-02-2016
Una micronazione è uno stato territoriale, in genere molto piccolo, spesso creato da una singola persona, che pretende, senza successo, di veder riconosciuta ufficialmente la propria esistenza e la propria indipendenza dagli altri stati della comunità internazionale. Un tempo, nel medioevo e nell’ancien régime, di minuscoli staterelli ce n’erano tantissimi, poi l’ampliamento e il consolidamento degli stati nazionali ha ridotto brutalmente il numero di queste realtà politiche, lasciandone in piedi pochissime (come la repubblica di San Marino o il principato di Monaco).

A quanto pare, tuttavia, l’idea di fondarne di nuove non è mai venuta meno. Hanno contribuito di volta in volta ragioni politiche (la necessità di creare un cuscinetto tra due paesi più grandi), economiche (nuovi paradisi fiscali), utopistiche (nuovi mondi) o artistiche (rappresentare le contraddizioni della realtà in cui viviamo). Graziani le racconta con passione e ironia in questa guida a paesi che esistono, di fatto, quasi solo nella mente dei loro bizzarri presidenti o sovrani. Fa riflettere, attraverso questi casi limite (come il principato di Seborga, Sealand e l’Isola ferdinandea) sull’artificiosità di ciò che chiamiamo paesaggio politico e la relatività di quei rapporti, non sempre chiari, che definiamo relazioni internazionali.
I più strani del reame
«D di Repubblica» 28-11-2015

Un principato su una piattaforma, un regno su un'isola caraibica, una repubblica in terra di Francia: giro del mondo delle micronazioni e dei loro eccentrici capi di Stato di Luciana Grosso.

Ci sono quelle nate per un errore storico, come l'italiana Seborga, in Liguria, che deve la sua esistenza alla mancata trascrizione di un atto di compravendita di un angolo di terra, rimasto così senza padrone. C'è Sealand, nato per il sogno romantico e hippie di Paddy Roy Bates, avventuriero inglese che volle togliersi lo sfizio di incoronare sua moglie creando un principato su una piattaforma artificiale davanti all'Inghilterra (tra i titolari di un passaporto di Sealand c'era anche il killer Andrew Cunanan, accusato dell'assassinio di Gianni Versace). C'è una repubblica che occupa il quartiere di una città, quello del porto di Annapolis nel Maryland: i commercianti, ritenendo che i loro interessi non fossero tutelati dall'amministrazione locale, proclamarono uno Stato autonomo. Sono in Francia, invece, sia il Consolato di La Boirie (creato da tre amici nel 2006) che la Repubblica di Saugeais, fondata nel 1947 e composta da 11 comuni (con lingua autonoma: il saugette, parlato ormai solo dagli anziani). E ancora: il regno gaelico di Oilean Thoraigh in Irlanda, quello di Elleore al largo della Danimarca o quello di Redonda, isola disabitata delle Antille il cui ultimo re proclamato è stato lo scrittore Xavier Marias.

Le micronazioni sono tante e spesso assurde. E seguono un copione comune: un cocciuto sognatore deciso a inseguire un'utopia, per poter tracciare un improvvisato confine per terra e concedersi il piacere di dire: «Qui lo Stato sono io». Le storie di queste piccoli Stati sono state prima fotografate da Leo Delafontaine e raccolte in Micronations (da cui sono tratte le foto in alto), poi catalogate con aneddoti e coordinate geografiche in un Atlante delle Micronazioni, pubblicato da Graziano Graziarli per l'editore Quodlibet. «Le micronazioni», precisa l'autore, «sono una cosa diversa rispetto a secessioni come quelle del Somaliland o della Transnistria, perché nel primo caso non ci sono popoli che cercano un'autodeterminazione. Niente geopolitica, spesso le motivazioni sono di una sola natura: eccentrica».

In un fantastico Stato
Piero Meldini «Il Giorno» 28-11-2015

L'Atlante delle micronazioni. Terre di utopisti e picchiatelli.

 

Avrebbe potuto scriverlo Borges – autore di un Trattato di zoologia fantastica – questo repertorio di geografia altrettanto fantastica intitolato Atlante delle micronazioni (Quodlibet, pagg. 378, euro 16,50). Ci ha pensato invece Graziano Graziani, uno dei conduttori di "Fahrenheit", la popolare trasmissione pomeridiana di Radio3 Rai.

Sì, ma cos'è una "micronazione"? È un piccolo e più spesso minuscolo Paese che gli altri Paesi, e a maggior ragione le organizzazioni internazionali, si ostinano a non voler riconoscere. Si tratta a volte di Paesi puramente virtuali, senza un metro quadrato di territorio, che esistono solo nella fervida mente dei loro inventori e in qualche sito di quella caotica biblioteca di Babele che è il Web. Sono stati fondati da utopisti, avventurieri, speculatori, artisti, sognatori e picchiatelli. Costituiscono, nel loro insieme, il cosiddetto "quinto mondo", espressione che rimanda fatalmente al "quinto quarto" della cucina romana.

Graziani ha censito una cinquantina di micronazioni, quasi tutte ancora in vita. Tra quelle scomparse, la famosa Isola delle Rose, un'isola artificiale costruita nel 1966 al largo di Rimini dall'ingegnere Giorgio Rosa, aperta al pubblico nel 1967 e subito sospettata di ogni genere di illeciti. Venne fatta saltare nel giugno del 1968, due mesi dopo la dichiarazione di indipendenza, da sommozzatori della marina militare italiana. Alla vicenda Walter Veltroni ha dedicato nel 2012 un romanzo un po' sconclusionato – L'isola e le rose  che mescola realtà e fantasia.

VIVO E VEGETO è invece il Libero territorio di Mapsulon, i cui confini coincidono con quelli della frazione di Maresca, nell'Appenino pistoiese.

Dopo la proclamazione d'indipendenza, nel settembre del 1996, ha bandito le automobili e smantellato l'asfalto, ha oscurato la televisione ed ha eliminato i collegamenti telefonici internazionali. Ha anche dichiarato eroe nazionale il calunniato Maramaldo e concesso la cittadinanza onoraria a Saddam Hussein. Se andate a Maresca, ci trovate però solo una tranquilla e normalissima località di villeggiatura, perché Mapsulon è di Maresca la faccia nascosta, la dimensione fiivolosa, il doppio onirico.

A CIASCUNA micronazione Graziani dedica un'ampia scheda che ne ripercorre la storia, ne ricorda i padri fondatori e ne illustra gli ideali e gli intenti, non sempre nobili. Ci informa inoltre sulla relativa superficie, il numero degli abitanti (compresi tra zero e cinquanta milioni), la forma di governo, la bandiera, la lingua ufficiale e la valuta. Già, perché non è raro che questi Paesi disconosciuti battano moneta: il dollaro del principato di Sealand, un'isola del Mare del Nord, vale per esempio quanto quello statunitense; il "luigino" del principato di Seborga, nell'entroterra di Bordighera, di dollari ne vale almeno sei; l'örtug del principato di Ladonia, in Svezia, vale dieci corone; la moneta del principato virtuale di Lizbekistan, che porta il singolare nome di "capezzolo", ha un valore ancorato a quello di un pacchetto di Marlboro. Non sembrano monete da investirci un patrimonio. E meno comune, invece, che le micronazioni abbiano una propria lingua ufficiale, lingua che non coincide per forza con quella parlata: l'esperanto nell'Isola delle Rose e nella repubblica di Molossia, in Nevada; l'interlingua nel regno di Elleore, nell'omonima isola danese; il sarkese, un antico dialetto normanno, nell'isola di Sark, nel canale della Manica.

Leggendo le storie eccentriche, romanzesche e spesso in bilico tra dramma e farsa di questi fantomatici Paesi, apprendiamo che un buon numero dei loro fondatori era ed è animato da sentimenti universalisti, umanisti, pacifisti, ecologisti, libertari e ultraliberisti. Dopo di che lascia un po' perplessi il fatto che ben venti microstati su cinquanta si proclamino imperi, regni, principati e signorie, e che delle diciannove repubbliche residue, undici siano repubbliche presidenziali. Perfino il Gay & Lesbian Kingdom of the Coral Sea Island, la micronazione Lgbt fondata nel 2004 nel Mar dei Coralli, è retta da un monarca, l'"imperatore" Dale I. Segno che anche gli anarchici più convinti hanno bisogno di sudditi.

 

Le anarchie memorabili di Graziano Graziani
Stefano Valente «Artapartofculture.net (Web2)» 06-12-2015

Cosa lega un generale scozzese di inizio Ottocento e un ex contadino lucano invalido del lavoro? La risposta è semplice: sono entrambi fondatori di nazioni. Di micronazioni, per l’esattezza.

Lo racconta Graziano Graziani, giornalista (fra i conduttori di «Fahrenheit» su Rai Radio 3), critico teatrale e scrittore, nel suo – per l’appunto – Atlante delle micronazioni. A metà fra la divulgazione socio-antropologica e la raccolta di storie e ritratti (che strizza inevitabilmente l’occhio a Borges e a Calvino), il libro edito da Quodlibet è tutto questo e molto di più. È un’analisi e insieme il racconto dell’insopprimibile necessità di “essere altro”, di “porsi al di fuori” dell’essere umano. Che Graziani ha testimoniato in una ricerca godibilissima, in grado di stimolare riflessioni a diversi livelli.

Innanzitutto – ed è emerso subito alla presentazione del libro a Più Libri Più Liberi, con l’autore e Nicola Lagioia – sulla percezione di concetti come legge, confini; sull’essere cittadini (di che cosa? In che modo?). L’Atlante di Graziani, con la sua rassegna di cinquanta minuscoli regni, repubbliche, stati virtuali, città libere ecc., è la testimonianza di una forzatura continua delle sovranità nazionali precostituite – semplificando: del sistema politico come imposizione. La Storia, quella con la s maiuscola, è restia a registrare queste esperienze “minime”, a volte paradossali. Che esse accadano per sottrarsi a gioghi fiscali o avviare speculazioni, per coronare un sogno personale o collettivo, o dar corpo all’utopia, poco importa. Sono relegate al ruolo di aberrazioni episodiche, di eccentricità. Destinate all’obliterazione, o forse ancor peggio alla damnatio memoriae . Anche solo sfogliando quest’Atlante se ne intuisce immediatamente il motivo. Si tratta di esempi potenzialmente pericolosi, non soltanto dei meri «strappi in un mondo tutto mappato». Vette di anarchia, da far girare la testa.

Vale la pena allora tornare ai due personaggi citati al principio. Due ansie diverse, due insofferenze su tutte. Il generale scozzese, tal Gregor MacGregor (quasi un nome da fumetto), è un avventuriero che ha servito marine ed eserciti di varie corone, strappato isole alla Spagna, combattuto al fianco di Bolívar. Finché, un bel giorno del 1820, si esibisce nei salotti londinesi come «Cacicco di Poyais»: un fantomatico principato a nord della Colombia. MacGregor, tra banchetti e ricevimenti, alletta gli investitori britannici – mette in atto una truffa di proporzioni colossali che sfocia nella vendita di titoli di stato e appezzamenti di terreno. Il risultato non sarà solo mandare in tilt la stessa Borsa di Londra, o l’immensa fortuna che riempirà le tasche dello scozzese; alla volta di Poyais salperanno ben due navi di coloni – circa 250, tra uomini e donne, persino anziani – le cui vite e speranze soccomberanno davanti a una giungla inabitabile, tra malattie e stenti. (MacGregor non si fermerà. Via dall’Inghilterra, replicherà la medesima frode in Francia. Per poi terminare i suoi giorni in Venezuela, celebrato fra i liberatori della patria).

Il contadino lucano si chiamava Michele Mulieri. Viene ricordato come «l’uomo-repubblica».

1950, quattromila metri quadrati di terra abbandonata a Grassano, Matera. Mulieri, ex contadino e operaio reso invalido da un incidente sul lavoro, decide di installarvi uno spaccio e una pompa di benzina. Se l’italica burocrazia, contro cui ha lottato per tutta la sua vita (costandogli a più riprese le aule giudiziarie e il carcere), non glielo impedisse l’ennesima volta. Nasce così la «Repubblica dei Piani Sottani», dal nome della località dove è sito il mezzo ettaro che l’uomo acquista per farvi un punto di ristoro e un distributore. La storia attrae la stampa – gli automobilisti fanno tappa ai Piani Sottani dall’uomo che ha dichiarato se stesso «repubblica assoluta», che attacca ovunque cartelli pieni di errori sui quali denuncia i «Neghligenti, depravati e bastardi italiani…».

Furono in molti a occuparsi di Michele Mulieri. Il suo ritratto spicca in Contadini del Sud di Rocco Scotellaro, il sindaco-poeta di Tricarico – il primo vero studio sociologico sul Meridione del dopoguerra, come sottolinea Graziani. Vi si dedicarono ad esempio anche Napolitano e Nenni: il primo lo giudicò «personaggio socialmente e politicamente equivoco», il secondo disse: «sulla Costituente il contadino Mulieri la sa più lunga di me». Ma lasciamo il piacere di approfondire «l’uomo-repubblica» sulle pagine dell’Atlante delle micronazioni. Tra le altre narrazioni di tante “anarchie” memorabili. Tentativi di ridisegnare il mondo. Se non sulla carta geografica almeno nel pensiero.

 

Seborga nell’«Atlante delle Micronazioni»
Redazionale «la Riviera» 07-01-2016

Ripercorsa la storia del Principato rivendicato dalla principessa Yasmin von Hohenstaufen

 

SEBORGA (tlf) L’autoproclamato Principato di Seborga è entrato a far parte dell’Atlante delle Micronazioni (Quodlibet Edizioni), realizzato da Graziano Graziani e nel quale si raccontano i casi più strani e suggestivi di una pratica molto più diffusa di quanto ci si immagini ovvero dichiarare l’indipendenza di una microscopica parte di territorio e proclamarsi re o presidente, almeno in casa propria. Si scopre così che in Italia, oltre a San Marino e al Vaticano, esistono un paese e un’isoletta che vantano la sovranità assoluta sui propri territori, sulla base di diritti acquisiti prima dell’unità d’Italia. Il paese, naturalmente, è Seborga: l’isola, invece, è quella delle Rose. Nel capitolo dedicatogli, l’autore racconta la storia e le peculiaritàdel piccolo "Principato". A partire dal leggendario passaggio dei Templari, nel viaggio verso la Terrasanta, custodi del "grande segreto", in cui "Seborga - è scritto nel libro - non sarebbe altro che ‘l’avamposto del principato di Gerusalemme’, custode delle sacre bende di Cristo". Ma non è tutto. Si parla pure della principessa - il cui nome completo sarebbe Yasmin von Hohenstaufen Avril de Burey Anjou Puoti Plantagenet Canmore - che in passato rivendicò la titolarità del Principato. Si parla, quindi, di un’altra vicenda bizzarra che ha investito Seborga e "il contenzioso scoppiato nel 2001 - ancora nel libro - tra un certo ingegner Italo Colino e il governo del principato, che risiede in un palazzo di proprietà dell’ingegnere. Collino, avendo deciso di rientrare in possesso della ‘sede di governo’, intima lo sfratto ai ministri del principato i quali, dopo alcuni tentativi di accordo, decidono di sospendere il pagamento dell’affitto. Aldilà della situazione paradossale in cui il proprietario di un immobile può sfrattare il Consiglio dei ministri dello Stato su cui l’immobile sorge, la vicenda prende una piega ancora più irreale. L’ingegnere, deciso a far valere le proprie ragioni, si rivolge alla giustizia italiana. Dopo sei anni, il dibattimento giunge a una svolta. Il 5 aprile del 2007, il tribunale di Sanremo stabilisce che l’azione legale non può procedere perché non sussiste giurisdizione esclusiva di uno stato non riconosciuto da uno stato italiano...".

Piccole nazioni "indipendenti"
Benedetta Marietti «la Repubblica» 17-01-2016

Che cos’è una micronazione? Secondo Wikipedia è «un’entità creata da una persona, o da un piccolo numero di persone, che pretende di essere considerata come nazione o stato indipendente, ma che non è riconosciuta dai governi o dalle organizzazioni internazionali». Lo scrittore e critico Graziano Graziani raccoglie le storie più eccentriche e suggestive di piccoli territori autoproclamatisi indipendenti in un godibile "atlante" narrativo che mette in luce la ricerca di utopia e il bisogno di autonomia degli uomini. Così, per restare in Italia, si scopre che Seborga, un borgo ligure di 366 anime, si considera un principato dal 1963. O che l’isola di Tavolara è un regno che rivendica l’autonomia dal 1829, mentre l’isola sarda di Malu Entu si è dichiarata indipendente nel 2008. Ma l’epopea più incredibile è quella della Repubblica dei Piani Sottani, fondata nel 1950 in provincia di Matera da un contadino anarchico per protestare contro «l'Italia, la burocrazia, le piccole e grandi mafie e tutto quello che non consente di vivere in pace».

Le micronazioni diventano Atlante
Redazionale «La Nuova Venezia» 10-02-2016

Il libro di Graziano Graziani sui piccolissimi "Stati indipendenti"


Graziano Graziani presenterà L’Atlante delle micronazioni venerdì 12 febbraio, con inizio alle 20, alla libreria MarcoPolo. All’evento, in collaborazione con Quodlibet, con l’autore dialogherà il libraio Flavio Biz. «Chi non ha mai avuto voglia di dire basta e fondare un proprio piccolo microscopico stato, indipendente, senza più dover dare conto a niente e a nessuno? si legge in una nota di presentazione del libro – questo libro parla di chi non si è fermato a pensarlo ma lo ha fatto: qui si raccontano i casi più strani e suggestivi di una pratica molto più diffusa di quanto ci si immagini, dichiarare l’indipendenza di una microscopica parte di territorio e proclamarsi re o presidente, almeno in casa propria». Graziano Graziani è tra i conduttori di «Fahrenheit» e collabora con Rai 5. Ha scritto e scrive per diverse testate, da «Lo Straniero» a «Minima&Moralia». Scrive di teatro contemporaneo, come critico, o almeno ci prova. Prima di occuparsi di micronazioni ha pubblicato il romanzo Esperia (Gaffi, 2008) e una spoon river romanesca, I sonetti der Corvaccio (La camera verde, 2011).

2015
Compagnia Extra
120x190
ISBN 9788874627240
pp. 384
€ 16,50 (sconto 15%)
€ 14,03 (prezzo online)