Vite vere compresa la mia
Vite vere compresa la mia
 
Prefazione di Enzo Jannacci
Con un’introduzione di Stefano Bartezzaghi
e una nota ai testi di Gino Cervi
 
 

Dal 1977 al 1982 Beppe Viola collabora con «Linus», la leggendaria rivista di fumetti, ma anche di cultura, satira e arte varia. In una rubrica che si intitola «Vite vere» gioca da battitore libero attingendo alla sua vena lunatica di umorista e di scandagliatore di vite, compresa la sua. Sì, perché ai pezzi di colore sull’attualità di quello scorcio di anni tutt’altro che colorato, anzi assai plumbeo, Viola alterna irresistibili sketch tratti dalla sua professione di giornalista sportivo fuori dal coro e da quel mondo favoloso e stravagante di una Milano «che non è mai tardi».

Le Vite vere qui raccolte, oltre che la sua, sono quelle di Oreste del Buono e dei colleghi di corso Sempione, di Gianni Rivera e di Renato Pozzetto, dell’avvocato Agnelli e di Marco Pannella, di scommettitori clandestini e di giocatori incontinenti, dell’Ernestino «sempre impiantato in Galleria Vittorio Emanuele col suo bravo seggiolino, la sua bella valigetta vetrinesca, il suo cravattificio open, tipo Wimbledon quando c’è la bella stagione», della Malpensa, una tipa che «balla senza appoggiare i piedi per terra, sembra che voli» o degli abituali frequentatori dei giardinetti di viale Argonne che, come sanno tutti a Milano, stanno lì per «tenere insieme la nebbia fino all’alba e anche più in là».

 

Recensioni 
Simonetta Sciandivasci «Il Giornale » 04-11-2015
Marco Pastonesi «OnRugby.it» 18-11-2015
Andrea Saronni «Avvenire» 06-11-2015
Alessandro Beretta «La Lettura - Corriere della Sera» 08-11-2015
«Gazzetta di Parma» 01-11-2015
Gianni Mura «la Repubblica» 13-11-2015
Marco Ciriello «Il Mattino» 17-11-2015
Marco Pastonesi «TuttoBiciWeb.it» 10-11-2015
Giorgio Vasta «Il venerdì di Repubblica» 20-11-2015
Emiliano Liuzzi «Il Fatto Quotidiano» 27-11-2015
«La Guida» 27-11-2015
Michele De Mieri «Domenica - Il Sole 24 ore» 06-12-2015
Luca Bottura «Radio Capital» 09-12-2015
«Rete 8» 11-12-2015
«Sportweek» 12-12-2015
Christian Giordano «Guerin Sportivo» 09-12-2015
Alessandro Robecchi «Pagina 99» 12-12-2015
Fabio Ravera «Il Cittadino» 24-12-2015
Matteo Massi «Il Giorno, Il Resto del Carlino, La Nazione» 02-01-2016
«Quelli che il calcio (Rai 2)» 31-01-2016
Stefano Serpellini «L'eco di Bergamo» 01-02-2016
Angelo Murtas «Il Mucchio» 20-12-2015
Carlo Martinelli «Alto Adige» 14-02-2016
 
La Milano struggente di Viola e Jannacci
Simonetta Sciandivasci «Il Giornale » 04-11-2015
Fortunatamente per noi, la madre di Beppe Viola preferiva un asino vivo a un professore morto: quando nevicava, consigliava a suo figlio di starsene a casa al caldo. Il padre, poi, era più attaccato alle scommesse a San Siro (ippodromo) che al risparmio. Se così non fosse stato, il figlio sarebbe nato ricco, di quelli che «quando vengono al mondo parlano quattro lingue, sono abbronzati e hanno le mèches», dopo la prima bocciatura lo avrebbero spedito alle scuole private e poi all'università, anziché ad arrangiarsi da solo e noi ne avremmo guadagnato, con ottime probabilità, un giornalista asino, solone e «perbenista senza patria né paura», uno di quelli che più che il tennis, a Wimbledon, amano la duchessa di Kent e quando finisce il campionato sono felici che si parli di esteri e finanza, di cui non frega assolutamente nulla a nessuno, soprattutto a loro.
Invece, Beppe Viola è cresciuto in via Lomellina, lontana 70 minuti a piedi da Corso Magenta, dove c'è il collegio San Carlo per i bambini che nascono italo-anglofoni, e vicina 4 minuti, sempre a piedi, da via Sismondi, dove abitava Jannacci, suo grande amico. Lì ha morosato con la Franca, donna che ha sposato e con la quale ha fatto quattro figli, mantenuti tutti tramite stipendio da giornalista col tesserino, però non tesserato. «Trattare Viola come un giornalista che fa ridere o un umorista che si guadagna il pane facendo servizi sportivi per la tv è un modo per allontanarlo», scrive Stefano Bartezzaghi, nell'introduzione a Vite vere compresa la mia (Quodlibet, pagg. 288 pagine, euro 17), il libro-raccolta delle vite di Viola, Gianni Rivera, Pozzetto, che Beppe pubblicò nell'81 per la Milano Libri Edizioni, la stessa casa editrice che fondò Linus. Bartezzaghi non spiega cosa sarebbe meglio dire per avvicinarsi a Beppe Viola (breve bio: giornalista Rai, morto in redazione nell'82, a 43 anni, mentre veniva montato un suo servizio su Inter-Napoli, mai avute troppe promozioni).
Viola si spiega benissimo da solo, basta leggere Vite vere compresa la mia, che sembra scritto dopodomani, sebbene racconti, di sguincio, una città che ci si affanna a definire sparita, ma che è, più che altro, nascosta. La Milano di Jannacci e Cochi e Renato che insieme non facevano brainstorming bensì bevute di bianchino spruzzato col campari «e abbellito col limone», la Milano senza la darsena color Vodaphone e col Matarel (trattoria a Brera), che ha da poco perso il suo gestore, uno che se gli ordinavi una mozzarella ti dava del turista se era di buon umore e del terrone se era di ottimo umore. La Milano che si teneva in forma perché sapeva di essere più struggente che bella e oggi pretende di essere solo bella, si esibisce, ospita l'Expo e lo fa un po' a forma di sagra, come avrebbe fatto Roma, ma mille volte meglio, perché è pur sempre Milano. Non è sparita, però si nasconde perché è diventata più provinciale come accade quando si vuole essere per forza internazionali. E nasconde anche quelli come Viola, uno che scriveva liberamente di terroni che abitavano vicino ai giardinetti di Viale Argonne senza che nessuno riuscisse a sentirsi offeso; inceneriva chi salmodiava sull'inutilità del calcio senza capire che un popolo, senza partite di cui parlare, è costretto a parlare di politica, cioè a fare la guerra; era capace di pagine di misericordia verso i ladri della sua macchina («i giornali sul cruscotto li ho letti tutti, buttateli pure») ma non verso i tennisti «borghesucci di carriera» che avevano dimenticato il loro pubblico di «proletari in attesa».
Immune all'inglese, Viola ha vissuto soprattutto tra gli studi Rai di Corso Sempione e San Siro (stadio), il «luogo di esasperato romanticismo dalle 14.30 alle 16.15 di ogni domenica» che gli dava il pane, godendosi flusso della sua intelligenza che spogliava sempre tutto tanto che sembrava cinismo. «Ma la voce della coscienza», scrisse Beppe e aggiunse: «Toh, anche lei a Milano?». Non poteva essere cinico uno che viveva in una città dove s'incontra la voce della coscienza per strada: per questo Milano ha salvato l'Italia e la salverà di nuovo, compresa Roma, che tanto dista solo 2 ore e mezza di treno Alta velocità.
Vite vere, come quella di Beppe Viola. Giornalista ovale a sua insaputa
Marco Pastonesi «OnRugby.it» 18-11-2015

Torna in libreria, con una versione aggiornata e arricchita, un volume che ci porta alla scoperta di un grande italiano.

“Rivera, Mazzola, Thoeni e Mennea, gente da 60 chili non di più, gente che se gli dai una sberla pirlano in giro per un quarto d’ora, se ne sono andati incastonati in benemerenze, rappresentanze, ovazioni, giubilei. Lui, sarà che è grande grosso (97 chili per 1,85), dopo 25 anni di botte, ha rimediato una medaglia (non più di 30mila lire) e un grazie tanto tradotto in 10 righe sui quotidiani sportivi di questo Paese di sedentari”.
Basterebbero queste otto righe dedicate a Marco Bollesan per assegnargli il titolo di “man of the match”, conferirgli la William Webb Ellis Cup del giornalismo e invitarlo a un terzo tempo come si deve da Cabrio. Beppe Viola aveva studiato biliardo, si occupava di calcio, giocava ai cavalli, scriveva anche film e canzoni, avrebbe potuto farlo – magari con eguale competenza no ma con effetto sì – anche di dressage e curling, sul niente sarebbe stato capace di tutto, macchina per scrivere e sigaretta, insomma era un fuoriclasse, e chissà che cosa avrebbe inventato immaginato fantasticato liberato improvvisato sul rugby.
Pensate a un pezzo su Memo Geremia, a un’intervista a Martin Castrogiovanni, a un ritratto del presidente Gavazzi, a una giornata con Sergio Parisse, a una gita in un’osteria con Tana Umaga. Continua a leggere

Beppe Viola, biografie di un mondo perduto
Andrea Saronni «Avvenire» 06-11-2015
Uno sfondo rosso mattone e sopra un faccione disegnato che nemmeno la matita sovversiva di Altan è riuscita a rendere sconosciuto, illeggibile. Pochi centimetri più in alto c'è scritto Beppe Viola, e qualsivoglia dubbio scompare. Vite vere compresa la mia, c'è pure scritto, e tutto insieme forma la copertina che al pari degli scritti è stata mantenuta pari pari all'originale, datato 1981, da quelli di Quodlibet, coraggiosi a riproporre il volume che rappresenta il fior da fiore di un genio riduttivo, sbagliato parlare solo di giornalismo rimasto ancora pezzo unico nel panorama culturale italiano e milanese in particolare. «Lì c'è dentro il Beppe Viola più autentico, le cose più sue e se lo dice Giorgio Terruzzi, erede di penna e di anima, ci si può credere dalla visione dello sport tipo Romanzo Popolare, il film di Mario Monicelli per cui scrisse i dialoghi, ai bar perduti di una Milano straordinaria, colma di energia, piena di tutto, dal cabaret all'architettura, dai nuovi imprenditori ancora odoranti di strada alla malavita con la "m" minuscola». E a fianco di un Gianni Rivera e di un Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto, ecco allora emergere dalla serie dei racconti pubblicati originariamente per il Linus di un altro gigante di quella Milano, Oreste Del Buono le vite vere di Ninone Del Tonno, così chiamato per avere della sua auto stipato il baule con scatolette e pacchi di pasta, si sa mai di avere un languorino, oppure della Malpensa, che ballava così bene «che pareva che i piedi non poggiassero per terra e la gente diceva, và quella lì, sembra che voli». «Per non parlare del carattere di "Wonderful a me?", tipo che ho conosciuto veramente fa sponda Terruzzi -, o del testo iniziale, "Mio padre giocava ai cavalli, mio nonno a scopa", lì c'è lui, la sua famiglia, la sua vita. I suoi personaggi nascevano da un istinto guidato dalle facce, microscopici tic e gesti che opportunamente isolati e messi in un contesto diventavano storia, gag. Tutto quasi sempre preso dal marciapiede, il marciapiede sacrosanto per Viola. E poi l'ippodromo, o il suo "ufficio" alla Pasticceria Gattullo, popolata dagli "abbronzati a novembre" che allora saltavano all'occhio e oggi sono in maggioranza, al potere. La leggerezza combinata al suo vivere faceva sì che tutto fosse naturale, un attimo e tac, la storia era lì». Vite vere, compresa la sua, quella di "Pepinoeu", come lo chiamava Gianni Brera: tra la matrigna Rai e l'agenzia da lui creata, un laboratorio giornalistico zeppo di creatività, dove il ragazzo di bottega Terruzzi si guadagnava la micca tra bastonate col sorriso del maestro e spedizioni in rosticceria, «un progetto bellissimo, frequentato da una fauna strepitosa. Ai tempi dell'uscita del libro la sua vita era lì, Rai permettendo. Il cinema, il Derby e anche un certo rapporto più felice con Jannacci appartenevano a un tempo precedente».
E il problema è che oggidì a un tempo precedente appartiene l'universo Beppe Viola: «La verità è che rimane una nicchia di innamorati di certe cose. Nessun editore, nessun direttore intende più o privilegia la qualità, quel giornalismo fatto di diritti e di doveri, di scrittura, di genio creativo. Morirà con la nostra generazione, temo». Pensieri amari. Ai tenutari della poca e residua cultura il compito di muoversi, smentirli. Nel frattempo meglio ripassarsi qualche vita vera.
Il milanesco di un milanese ritrovato
Alessandro Beretta «La Lettura - Corriere della Sera» 08-11-2015
Spesso è una questione di ritmo vivere Milano e raccontarla, ma per stanare e amare certo battito della «brutta e mal combinata città» (Gadda) ci vuole orecchio, curiosità, fantasia e una buona dose di ironia. Sono qualità autoriali che non rientrano nel bagaglio poetico di tutti, è ovvio, e che certo sono diverse da chi rende Milano un Simbolone passateci l'accrescitivo metafisico da spingere ora in tragitti decadenti ora verso nuovi trionfi morali. È un'altra via, rasostrada e ormai meno frequentata, nonostante abbia una lunga tradizione lombarda, ed è quella di chi ne ruba piccoli episodi e personaggi nascosti e li fa ballare con la propria penna. Beppe Viola, che sta stretto nelle definizioni di «umorista» e «giornalista sportivo» che incorniciano la sua breve biografia milanese, scomparve a 42 anni nel 1982 ma fu anche sceneggiatore e autore di canzoni per Jannacci -, è uno di loro ed è bello riscoprirlo in Vite vere compresa la mia, titolo introvabile uscito per Milano Libri nel 1981, ritornato grazie a Quodlibet. Un libro nato dall'omonima rubrica che Viola tenne su «Linus» da11977, allora sotto la direzione di Oreste del Buono, cui si aggiungono alcuni testi più lunghi. Il risultato è un caleidoscopio del mondo dell'autore che attraversa le sue passioni e la sua città tra sport, politica, brevi racconti folli, stralci autobiografici, incontri. Dietro l'umorismo che lancia la pagina, ritorna frequente il filo teso di certa «incazzatura», soprattutto nei brani autobiografici sul proprio mestiere di giornalista iniziato da giovanissimo: dalla celebre Lettera al direttore, dove si legge «tengo duro per battere, sempre più modestamente, il primato mondiale di mancata carriera», a Vita da Rai e Olimpiadi del tubo.
Aperto da bellissime pagine sulle proprie origini, «Mio padre giocava ai cavalli, mio nonno a scopa...», la Milano di Viola passa tra luoghi ricorrenti come San Siro, lo Stadio e l'Ippodromo, la Rai di Corso Sempione che diventano improvvisamente teatri di storie dove si incontrano personaggi di ogni genere, bari, ladruncoli, donne che fanno «la vita». Il tutto è accompagnato da una lingua che Stefano Bartezzaghi nell'introduzione chiama «milanesco» ovvero un milanese «furbesco, un gergo iniziatico», fatto di parole come «sbarellare» (essere in crisi) o «far la bella»
(evadere). Una lingua che sgorga da un modo dialettale di prendere la realtà, duttile e esatta per render conto dei margini della città attraversati in certe condizioni, come recita un incipit: «Ubriachi di miseria e di bianchini, costeggiamo il Naviglio in una notte senza fine».
Sono flash di una Milano che non c'è più, pre-Berlusconi e sul confine di quella da bere, attraversati anche dagli amici di Viola come Enzo Jannacci e Cochi e Renato, personaggi letterari scattanti e surreali nelle sue mani. È una voce cui ci si affeziona per i toni Gino Cervi nella Nota editoriale la avvicina giustamente a quella di un altro irregolare milanese, Giovanni Gandini e che il lettore porta con sé tra il divertito e il nostalgico.
Le novità della settimana
«Gazzetta di Parma» 01-11-2015
Dal 1977 al 1982 Beppe Viola scrive su «Linus», la leggendaria rivista di fumetti, ma anche di cultura, satira e arte varia. Nella rubrica «Vite vere» gioca da battitore libero attingendo alla sua vena di umorista e di scandagliatore di vite, compresa la sua. Sì, perché ai pezzi di colore sull'attualità di quello scorcio di anni tutt'altro che colorato, Viola alterna irresistibili sketch tratti dalla sua professione di giornalista sportivo fuori dal coro e da quel mondo favoloso e stravagante di una Milano «che non è mai tardi». Le vite vere, oltre alla sua, sono quelle di Oreste del Buono e dei colleghi di corso Sempione, di Rivera e di Pozzetto, dell'avvocato Agnelli e di Pannella, di tanti altri. Prefazione di Enzo Jannacci.
Beppe Viola e le vite vere per quelli che l'amavano e quelli che non c'erano
Gianni Mura «la Repubblica» 13-11-2015
Ripubblicato il volume del giornalista e scrittore scomparso nell'82: sport e non solo, con l'ironia di un grande.

A nome e per conto dei Senzaviola, giudico ottima l'idea di ripubblicare "Vite vere compresa la mia", a cominciare dalla copertina originale disegnata da Altan. Caldeggiato da OdB, non solo perché era milanista come Beppe, il libro uscì nel 1981. Beppe morì nel 1982. Ottima per tutti "quelli che". Quelli che non l'hanno letto perché non erano ancora nati, o troppo giovani. Quelli che non l'hanno letto perché veneravano Nicolò Carosio. Quelli che l'avevano letto, con dedica dell'autore, e poi prestato a uno che aveva detto "te lo rendo tra due settimane", mai più rivisto e chissà chi era quell'uno (è il mio caso). Quelli che né avevano rintracciato due copie, sulle bancarelle di piazza Cavour e di Porta Venezia (è ancora il mio caso). Quelli che hanno scoperto Beppe dopo che è morto, e sono tanti. Quelli che dicono: com'era bravo in tv.
Era bravo anche nella scrittura: l'osservazione di una Milano minoritaria ma viva, che s'arrangiava come poteva, che parlava una lingua particolare: tic significa orologio, rebonza malloppo. Gran parte del libro è costituita dai racconti scritti per Linus con l'obiettivo di arrotondare le entrate, non di vincere lo Strega. Da giornalista sportivo, in Rai certe battute non poteva farle, quindi finivano nel repertorio di Cochi e Renato: «Quando vengono al mondo i figli dei ricchi parlano già quattro lingue, sono abbronzati e hanno le mèches». Della Rai poteva scrivere: «Chi è sempre pronto a dire di sì è giudicato Buon Patriota; chi si permette di discutere un Sovversivo; chi contesta colla presunzione di produrre un risultato migliore un Mascalzone». Alcune di queste storie gliele avevo sentite raccontare in tempo reale. Le due più grosse occasione di fare soldi (una ventina di milioni) gli erano arrivate dai pubblicitari. La prima per il Nano ghiacciato (qualcuno se lo ricorda?). Amanda Lear batte Beppe Viola al fotofinish. La seconda dai sottaceti Cirio. Beppe sorpassato da Ilona Staller. C'è molto sport in queste pagine, anche la storia di un calciatore del Milan che si porta a casa i panettoni di Natale destinati agli orfanelli (anonimo nel testo, ma chi ha lavorato al Marchettificio sa chi è) , e molte vite, in una Milano che stava uscendo dagli anni di piombo per diventare una città da bere e di cui Viola rappresentava la parte resistente, con ironia. Stilisticamente lo avvicino a due giornalisti sportivi-scrittori: Damon Runyon e Ring Lardner (che tanto piaceva al giovane Holden di Salinger, ma anche a Fitzgerald e Virginia Woolf). Esagero? Leggete "Martina è un bel nome" e se ne riparla.
«Vite vere», ritratti d'autore compreso quello di Beppeviola
Marco Ciriello «Il Mattino» 17-11-2015
Nuova stampa per la raccolta dei testi del giomalista-star della «Domenica sportiva».
La scuola l'aveva fatta sul biliardo, e quando ci provava, dopo, si addormentava sulle solite prime due pagine di Umberto Eco, «perché Viola non legge nel senso concretamente semiologico della parola, cioè Viola legge quando telefona Pertini», diceva Enzo Jannacci del Beppe suo amico, uno che avrebbe dato la sua memoria per la seconda palla di servizio di McEnroe, e comunque lo trovava sempre qualcuno disposto a volergli bene, purtroppo non si trattava né di Faye Dunaway, né di Gianni Agnelli, ma era buono, buono lo stesso per sua ammissione come i panettoni difettati: troppo cotti, troppo crudi o con pioggia eccessiva di canditi.
Era così Beppe Viola, entrato alla Rai nel 1961, dopo aver risposto negativamente alla domanda: «Lei è comunista?». Esagerato al punto di poter fare tutto, cercando di battere il record di mancata carriera: giornalista si è detto per brevità; umorista si è aggiunto per dargli il giusto che gli spettava: era quello che sapeva farti ridere, sempre; scrittore gli andrebbe detto ma allora non era come adesso, allora quando a Milano se dicevi partito nessuno rispondeva Lega e se chiedevi del Milan ti dicevano in coro di Rivera mica di Berlusconi, e dietro c'era San Siro col padre prima e poi lui a giocarsi tutto il possibile sui cavalli e quello che resta è per il Totocalcio, puttana Eva di tanti zii nessuno con i soldi, e l'amore te lo spiegavano William Holden e Jennifer Jones in un cinema di via Vitruvio o le poesie sui muri, siam tutti di passaggio.
Whisky, rispettabilissimi giornalisti che poi hanno fatto carriera: loro, e lui, in mezzo, con l'impressione di essere preso per il culo, in transito come a centrocampo o davanti a un bar, a guardar passare palloni e anni, pochi, i suoi, ma buoni per noi e per quelli che verranno, per quelli che ancora leggeranno «Vite vere-comprese la mia» che torna in libreria con Quodlibet, e si rimette in gioco il mondo del Viola, per carità lasciamo perdere la faccenda dell'onestà: lui che avrebbe ceduto pezzi della sua rispettabilità per una villa sulla Costa Smeralda. In fuorigioco e in anticipo, l'han detto? E che scriveva lettere bellissime a chi gli aveva rubato l'auto? Cosa che gli ha impedito di battere l'altro record che inseguiva: quello del colesterolo più alto. Dando anche consigli ai fortunati ladri e scusandosi per gli inconvenienti: come non avere lo stereo e un sedile fuori posto e nel retro una vecchia guida Michelin da non seguire, mentre Marco Pannella cerca spazio per il tiro come un Gigi Riva, con soli due cappuccini a colazione, però.
Beppeviola è così che è diventato, dopo la morte, un nome cognome che si stende su tutti quelli che vogliono guardare non solo al calcio, non solo allo sport ma alla vita intera: diversamente. Che, disincantati, malinconici, allegri, senza mai un dribbling un solo dribbling fatto con rabbia, cercato con rancore. Una ala che da sinistra a destra del foglio prima e poi al centro della tivù, regalava stupore, ad ogni servizio, per ogni commento, anche solo per come sorrideva prima di dire la battuta che aveva in mente e che poteva sempre costargli il posto ma come un tiro in porta o una scommessa all'ippodromo si dovevano fare, cercare, e poi mandare tutto a quel paese. Che poi era il nostro, riassunto in tre righe: «L'Italia viveva il suo consueto momento di disagio economico, Ugo la Malfa diceva sempre le stesse cose, il Milan andava malissimo e Cochi e Renato cantavano "a me mi piace il mare"». Dove lo trovate un altro così? Uno che si porta il suo idolo Rivera in tram – il 15 per la precisione – e lo intervista o che manda il derby dell'anno prima alla Domenica Sportiva perché quello visto faceva pena, eh sì, zero a zero 'sto Milan qua, e pure l'Inter non è che viene giù fischiando, con Jannacci allo stadio e in giro per la città nascono le canzoni ma niente a che vedere col quartetto Cetra o con quello che cantano alla Scala, era una roba differente che capiva solo Oreste del Buono. Perché Viola era proprio quell'insegna al neon che quando piove pare l'arcobaleno sul palazzo, tanto che ancora confonde la gente che legge in tram.
Beppe Viola, l'uomo che sgasava. Torna in libreria "Vite vere compresa la mia"
Marco Pastonesi «TuttoBiciWeb.it» 10-11-2015
Svariava, sconfinava, sgasava. Sui tedeschi, per esempio: “Ce n’era uno appassionato di ciclismo col quale ho chiacchierato del Giro d’Italia. Mi ha detto che dalle loro parti la bicicletta non è stata ancora inventata e quando torna su pensa di poter fare un sacco di soldi brevettando quell’idea del pedale legato alle ruote. Ha voluto sapere della moltiplica e del sellino anatomico perché pare che loro non siano fatti esattamente come noi, ma abbiano qualcosa di diverso proprio dalle parti del sellino. A me non interessava tanto questo argomento perché tra l’altro avrei anche fatto la figura del finocchio e, sai bene, coi tempi che corrono quanto sia difficile sganciarti da quel giro. Gli ho fornito tutti gli indirizzi utili, da Anquetil a Dezan perché potrebbe mettere insieme un baraccone tipo Tour e venirne fuori bene”.

Beppe Viola: 34 anni dopo, rinasce “Vite vere compresa la mia” (Quodlibet, 288 pagine, 17 euro), in versione maggiorata grazie ad altri sette testi pubblicati da “Linus”, più un’introduzione di Stefano Bartezzaghi e una nota di Gino Cervi. Stessa copertina (di Altan), stessa prefazione (di Enzo Jannacci), stesso surrealismo e umorismo, stessa libertà ma anche stesse regole, ferree, prima fra tutte quella di non annoiare, tediare, intristire i lettori, e seconda, alla larga dai luoghi comuni, dalle frasi fatte, dagli attacchi loffi, dai finali scontati. E invece denunciare, ma con eleganza, lamentarsi, ma con ironia, e scherzare, ma con serietà. Svariando, sconfinando, sgasando.

“Vite vere compresa la mia”, nonostante i 34 anni, non invecchia, anzi, ha il dono di rigenerarsi, è ancora all’avanguardia, e continua a stupire, sorprendere, calamitare. “Quando vengono al mondo i bambini ricchi parlano già quattro lingue, sono abbronzati e hanno le mèches”. “Mia madre era una donna eccezionale. Lo capii una mattina quando venne a svegliarmi dicendo: ‘Fuori c’è una neve mai vista, fa un freddo cane. Fossi in te non andrei a scuola oggi. Meglio un asino vivo che un professore morto’. L’asino è vivo e vegeto, modestamente”. “Per fortuna c’è qualcuno che mi vuol bene. Purtroppo non si tratta né di Faye Dunaway, né di Gianni Agnelli”. “I giardinetti di viale Argonne servono a tenere insieme la nebbia fino all’alba e anche più in là”. “Ditemi se non è il caso di prendere tutti quelli che fanno gli spiritosi sui 90 minuti domenicali e mandarli in Siberia a vendere gelati”. “Ho trovato un macellaio che è la fine del mondo. Pensa che ammazza i vitelli a baci e carezze perché la carne sia più tenera”.

Giornalista sportivo, Viola era molto di più e molto d’altro, anche se sua madre sosteneva che fosse “buono a nulla, capace di tutto”. Capace di saltare da un cross a una volata, da Ugo Tognazzi a Cochi e Renato, da Moser a Borg. Trovava il tempo per scrivere e giocare, per una moglie e quattro figlie, per la Rai e un’agenzia modestamente ribattezzata marchettificio, per vagare sui Navigli e sfogarsi su un panettone, per stabilire il nuovo record mondiale di colesterolo o quello personale sui due centimetri. Era un seigiornista, quando le seigiorni duravano sei giorni e sei notti, ma il settimo giorno e la settima notte continuava a pedalare, a piedi o in macchina, sulla tastiera o in tribuna, a San Siro o in corso Sempione. Fuori dagli schemi, tra bianchini e boeri, tra clanda e rebongista, tra fresca e rebonza (c’è anche un utile glossarietto, per chi non conosce i termini).
Beppe Viola è morto addirittura 33 anni fa. Ma la sua vita vera va avanti. E svaria, sconfina, sgasa.
I ritratti di Beppe Viola: ci scosse con un avverbio
Giorgio Vasta «Il venerdì di Repubblica» 20-11-2015
Apparso per la prima volta nel 1981 per Milano Libri Edizioni, e finalmente ripubblicato da Quodlibet con la copertina originale di Altan e recuperando alcuni pezzi non inclusi nell'edizione di quasi 35 anni fa, Vite vere compresa la mia di Beppe Viola raccoglie quanto il «giornalista e umorista» milanese pubblicò su Linus a partire dal 1977 (nella sua introduzione Stefano Bartezzaghi avverte che le due qualifiche – giornalista, umorista – sono comunque inesatte, essendo la figura di Viola incontenibile in una definizione rigida). In Vite vere ci sono descrizioni lunari, per esempio quelle dei sodali convenuti nel salotto di Renato Pozzetto per progettare un film: «Jannacci Vincenzo, l'unico del clan che guarda la Tv dalla mattina alla sera e quindi in grado di esprimere idee. Cochi Ponzoni, ingegno prensile, ma dispersivo per via delle scarpe», e poi lo stesso Beppe Viola, «Buono a nulla, ma capace di tutto». E c'è il calcio raccontato come un miscuglio di sport e politica («Almirante vittima delle brigate rosso-granata del Torino preme per un rilancio del Fronte della Juventus»). C'è San Siro – «luogo di esasperato romanticismo dalle 14.30 alle 16.15 di ogni domenica» – e compare anche un'indomabile insofferenza nei confronti dei tennisti di successo («Li odio tutti dal profondo del cuore. Giovani, magri, ricchi, fosforescenti»).
E poi c'è la Rai, dove Viola stabilì quello che in «Lettera al direttore» descrive come «il primato mondiale di mancata carriera», e c'è Milano («I giardinetti di viale Argonne servono a tenere insieme la nebbia fino all'alba e anche più in là»), o meglio quel «milanesco» che, lo segnala Bartezzaghi, è una lingua furba, furbesca, una versione del gergo della «ligéra» che all'autore di Quelli che... – a oggi il miglior catalogo del qualunquismo nazionale – tornava utile per dare forma ancora ad altre fantasticherie. E il diario di un'immaginazione al lavoro, un'antologia di digressioni visionarie, di distrazioni, di improvvisi détournement del senso; la cronaca lunare di uno sguardo sulle cose che, se sapeva scuotere una frase solo tramite un avverbio («Mi hanno rubato l'automobile, modestamente»), era in grado di tenere, in particolare nei suoi stessi autoritratti, disincanto e tenerezza.
Viola, il genio che manca (ancora) alla Rai
Emiliano Liuzzi «Il Fatto Quotidiano» 27-11-2015
Nessuno può fare satira senza partire da lui. Eppure allora fu persino osteggiato e lui, in un mondo di Gianfilippi e Pierfranceschi, non poteva che chiamarsi Beppe, all'anagrafe Giuseppe, il titolo di quel libro che resta oggetto fondamentale per chi opera nella satira e nell'umorismo, non poteva che essere Vite vere, compresa la mia. Perché Beppe Viola, uno dei tanti figliastri di Oreste del Buono, aveva tutto taroccato, trigliceridi, colesterolo, stazza fisica, ma quella che raccontava era una vita di sguardi e fotografie di una Milano che non c'è più, stretta tra corso Sempione, sede della Rai, dove lavorava, in via Lomellina, in arte via Lomella, dove era nato, fino al Derby Club (viale Monte Rosa) e San Siro, inteso come stadio e come ippodromo.
Come hanno scritto Gino e Michele, non poteva nascere diversamente da Beppe Viola, possibilmente tutto attaccato, perché di Beppe ce ne sono sempre meno, mai Viola restano abbondanti.
LA CASA editrice Quodlibetha deciso di ristampare il libro che uscì nel 1981, ma che sembra scritto ieri, per colpa del linguaggio, non solo per ciò che racconta. Uno dei mali di Viola era quello di essere troppo avanti, per questo alla Rai non fece una grande carriera, nonostante la tv ancora oggi si abbeveri di cose sue, come le canzoni sulle immagini (invenzione sua), i replay e rallenti.
Morì presto, e redattore ordinario, perché Viola era fuori dagli schemi. Non era controllabile, in una Rai dove ancora l'ufficio censura lavorava sodo. Tito Stagno, all'epoca suo direttore, lo scaricò spesso coi direttori accade quando mandò in onda le immagini di un derby Milan-Inter dell'anno prima, perché quello "di oggi è stato così brutto che ve lo risparmiamo".
No, non poteva in quella Rai ingessata di fine Anni Settanta godere dell'ammirazione dei suoi superiori, nonostante oggi la Domenica sportiva tenti di assomigliare a lui, al Beppe, ma senza riuscirci, con battute, comici, PaolaFerrari. Il calcio, in quegli anni, e la tv pubblica, soprattutto, erano santuari inviolabili, poco avvezzi all'ingegnosità dei singoli.
POTREMMO andare avanti per ore, ma vi toglieremmo il gusto di leggerlo, il libro, non importa dove: è una lezione di scrittura e di quel non prendersi mai sul serio che dovrebbe essere distribuito nelle scuole. Ci sono passaggi memorabili, come la lettera al direttore, ormai mitologica, o quella invece dedicata ai ladri che gli fecero sparire l'Innocenti, dove Viola si scusa per il
disordine trovato, chiede i gusti, nel caso si decidesse a comprarne un'altra. O il racconto di lui, Enzo Jannacci, amico d'infanzia, e Cochi e Renato. A proposito di Jannacci: troverete una sua introduzione, ma non è facile leggere Jannacci. Matto lo era. Un altro genio, ma completamente fuori dagli schemi. Buona lettura, sempre che di questi tempi ormai drammatici, qualcuno abbia voglia di sorridere con intelligenza. Siamo convinti che sì, ce ne sia bisogno.
Beppe Viola fu non solo un giornalista, ma un fine umorista
«La Guida» 27-11-2015
Dal 77 all'82 Beppe Viola collabora con la rivista "Linus", con la rubrica "Vite vere". Pezzi di colore sull'attualità si alternano a sketch tratti dalla sua professione di giornalista sportivo: le "vite vere", oltre alla sua, sono quelle di Rivera e di Agnelli, di Pannella e di Pozzetto, ma anche dei personaggi che incontra ai giardinetti o in galleria Vittorio Emanuele.
Pessimista? Nemmeno per sogno
Michele De Mieri «Domenica - Il Sole 24 ore» 06-12-2015
Ad un certo punto, diciamo passati i quarant'anni, la nostalgia avvelena e addolcisce, insieme, il presente incerto. Accade per un vecchio film, un programma tivù, un libro che riappare e ci riporta indietro, in un'agrodolce gita premio nel tempo abitato da un noi lontano, spesso con predominanza cromatica del bianco e nero. Così se prendete in mano Vite vere compresa la mia, l'indispensabile baedeker della creatività ironica del Giuseppe Viola, detto Beppe, faccia e fisico da film francese anni Settanta, roba tipo Bertrand Tavernier o Claude Sautet, cadrete immediatamente in un deliquio duraturo popolato di cose, persone, avvenimenti, parole degli anni a cavallo tra il decennio del conflitto e quello che sarebbe stato del riflusso, che lui non vide dispiegarsi perché se ne andò, a quarantatré anni, una domenica sera, fredda e milanese, il 17 ottobre 1982, mentre stava ultimando uno dei suoi non convenzionali servizi per la Domenica Sportiva – un Inter-Napoli 2-2. Ci sono persone che per innata capacità di galleggiare sul brusio del proprio tempo, riescono a polarizzare un sentire che solo a posteriori si presenta come comune, ecco Beppe Viola è stato uno così: capace di sintetizzare senza omettere, di raccontarci il calcio, la vita, Milano, l'Italia e gli ultimi anni in bianco e nero, e farci già scorgere l'edonismo anni Ottanta, il Paese a colori, insieme un po' più vero e un po' più finto. Vite vere era il titolo della rubrica che Viola teneva, invitato da Oreste Del Buono (tutto torna), su «Linus», uno spazio di libertà che l'autore occupava con pezzi molto diversi: racconti autobiografici tout court o di pura invenzione surreale, altri di ambiente sportivo. Un universo di generi che tiene insieme una versione milanese di Boris Vian e un Luciano Bianciardi meno cupo, ironico; un dizionario di nomi e situazioni che spazia da «quelli che» citano solo Ingmar Bergman a «quelli che»invece parlano solo di Ingemar Stenmark. Un punto di vista sulle cose che ha nutrito non solo il lavoro di Viola in Rai – con le punte della volta che, dopo il brutto derby milanese del 27 marzo 1977, decise di mandare in onda le immagini della partita di andata (scelta situazionista poco apprezzata dai dirigenti Rai), o della famosa intervista in trama Gianni Rivera ma anche le tante collaborazioni col cabaret, l'altro Derby, il locale (c'è n'era un terzo di Derby a cui teneva più di tutti: quello di San Siro, inteso come ippodromo), la televisione, il cinema, la canzone, e questi pezzi che ora Quodlibet ripropone (con l'aggiunta di inediti) nella veste grafica dell'edizione Milano Libri del 1981, col faccione di Viola ritratto da Altan.
Racconti sgangherati della factory (ma a Milano era clan) comico musicale composta da Jannacci, Cochi & Renato e Viola, modestamente, scriverebbe lui, pezzi di costume sulle vacanze deficienti (parodia di quelle intelligenti proposte da L'Espresso), siparietti milanesi nella sua topografia preferita: intorno a via Lomellina o al Bar Gattullo, esilaranti storie di appuntamenti con signorine che sanno il fatto loro: «Martina è un bel nome dissi. No, corresse, Martina è un bel culo, tanto per fami capire che non faceva la pediatra, né sua mamma era una contessa». E poi i pezzi dell'autoritratto: quelli sul lavoro, con la meravigliosa lettera al direttore generale della Rai, «col primato mondiale di mancata carriera» e «ho quarant'anni, quattro figlie e la sensazione di essere preso per il culo», quelli sulla vita di famiglia, o le due volte che perse l'occasione di fare un po' di soldi come testimonial per la pubblicità, battuto da Amanda Lear e Ilona Staller, modestamente, direbbe sempre Viola: «Pessimista? Nemmeno per sogno! Incazzato sì, beh almeno quello». Una vita vera.
Marina Viola racconta Vite vere
Luca Bottura «Radio Capital» 09-12-2015

Marina Viola racconta Vite vere compresa la mia a «Lateral».

Ascolta dal minuto 37.

Vite vere compresa la mia a «Calcio totale»
«Rete 8» 11-12-2015
Gino Cervi racconta Vite vere compresa la mia di Beppe Viola su Rete 8. Guarda dal minuto 29.
Vite vere compresa la mia
«Sportweek» 12-12-2015
Geniale miscellanea di esistenze, da quella dell'autore, grandissimo giornalista televisivo, e poi, pescando a caso in questo libro che ritorna, l'avvocato Agnelli, il comico Renato Pozzetto, confusi insieme a gente comune che con Viola diventa straordinaria.
Beppe Viola, Vite vere
Christian Giordano «Guerin Sportivo» 09-12-2015
Quante deve averne mandate giù, in redazione e fuori, il suo genio irriverente e anticonformista? Enfant prodige della scrittura, Viola entrò in Rai nel 1961. Passato inviato speciale e telecronista, dal 1979 al 1982 fu tra i conduttori della storica Domenica sportiva. Ha scritto per il cinema (Romanzo popolare di Monicelli; Cattivi pensieri di Ugo Tognazzi), per il cabaret canzoni con Renato Pozzetto ed Enzo Jannacci. Di aneddoti tipo, la celebre intervista a un cavallo o su un tram a Rivera tutto si sa, meno della sua innata verve di battitore libero. "Vite vere" era la sua rubrica sulla rivista Linus, e qui raccolte – oltre la sua – ci sono quelle di Oreste del Buono e dei colleghi di corso Sempione, dello stesso Rivera e di Pozzetto, dell'avvocato Agnelli e di Pannella. E di tanti povericristi come noi. I suoi preferiti. Prefazione di Enzo Jannacci. Introduzione di Stefano Bartezzaghi e una nota ai testi di Gino Cervi.
Le nebbie di Milano illuminate di Viola
Alessandro Robecchi «Pagina 99» 12-12-2015

Ritorni | Lo sguardo di Beppe, narratore della notte e dello sport, riaffiora nella raccolta Vite vere compresa la mia. Cosmogonia satirica e non conforme della città

La solita squadra di pirla vinceva due a zero e si fece rimontare: Inter-Napoli 2 a 2. Beppe Viola, che era milanista ma umano, ci stava scrivendo il pezzo per la Domenica Sportiva quando si accasciò sulla scrivania e morì così, quarantatré anni da compiere a giorni, ed ecco perché oggi non si può difendere dai complimenti.

Ora Quodlibet rimette mano a un bel po' di suoi scritti (ah, le rubriche su Linus!), racconti e deliri vari, tutta roba buonissima, con Vite vere compresa la mia, libro (qui ben arricchito) che uscì nel 1981 grazie alla tigna di Oreste del Buono. Non che Beppe Viola sia misconosciuto, certo, e va segnalato, per vederlo da un'altra angolazione, anche il bel racconto della figlia Marina, Mio padre è stato anche Beppe Viola (Feltrinelli, 2013). Ma sia: questo libro va sullo scaffale degli omaggi e dei ricordi, roba da leggere ghignando, come sicuramente ghignava lui scrivendo.

La Milano di Viola sa di anni Sessanta (le origini), parla dei Settanta e sfiora appena gli Ottanta. Viola se ne va che già la fabbrica di Vincenzina è in ristrutturazione (vedi struggente canzone), ma ancora non ci sono il luccichìo craxista, né il Pci migliorista, né tutto il brutto che verrà dopo da Berlusconi (uno nato all'Isola, come Beppe) in poi. Però c'era la nebbia, e Jannacci. C'era il Derby, inteso come cabaret (avvertenza: la Milano del Derby è come la Bologna del Dams, sembra che ci siano passati tutti, ma non è vero), c'erano Cochi e Renato, Dario Fo – che c'è sempre, e meno male – e c'era il Luciano Bianchi de La vita agra, il Tognazzi diretto da Lizzani, dal romanzo di Bianciardi, che veniva in città per far scoppiare il Pirellone: di grattacielo c'era quasi solo quello. C'erano un sacco di cose, compresa (si diceva già allora) la "capitale morale", che a quei tempi – come oggi – voleva dire i dané.

Il mischione non sembri casuale: se si mettono insieme le stralunate epopee proletarie di Jannacci, le periferie gelate di Romanzo popolare (ancora Tognazzi e la sua Vincenzina, qui la mano era di Monicelli, e Beppe figurava come "consulente per il dialetto milanese"), i bar brutti e quelli belli, il boom e conseguente delusione, lo stadio e l'ippodromo, Rivera e Mazzola, e molto altro, è perché era un mischione vero. Insomma, sì, chiedo scusa, lo scenario è ampio, Viola ne era una pedina preziosa, ma quel che si vuol dire qui è che esisteva una contronarrazione di Milano, quella che sarebbe diventata "da bere" (maledetti!). C'era un solido racconto della sua umanità, scontroso e satiricamente opposto alla vulgata ufficiale.

Mi scusino i tifosi del Beppe: per gli aneddoti e le battute strepitose leggete lui che è meglio. Però va detto: grazie a lui e a quelli come lui, che erano poi i suoi amici, Milano riusciva a non essere descritta nella monodimensione dei soldi e degli affari (e delle fabbriche, allora). Era una città con più udienza nell'immaginario del Paese, con più peso: la sua lingua non era bandita (si pensi a Bramieri nella tivù del sabato sera, oggi conclamatamente romanocentrica) e non era ancora diventata il basic italian burocratico-nordista delle reti Mediaset. Era in qualche modo una città contemporanea ma non ancora moderna, un po' gaddiana, con quartieri popolari affacciati sul salotto buono (come il Garibaldi, poi sciccosamente recuperato in stile «volevo essere Parigi»); e di Sesto San Giovanni si diceva Stalingrado, ma senza ridere.

Grazie a Beppe Viola e alla sua mirabolante cosmogonia, insomma, si vedevano sfaccettature di Milano non rintracciabili nella narrazione ufficiale, ma abbastanza popolari da diventare mainstream, si pensi alla famosa intervista a Gianni Rivera sul tram.

E qui sta il punto. Perché oggi esiste in effetti, per la prima volta  dopo anni, una narrazione milanese, approvata e consigliata. La vetrina sul mondo, la propaganda ottimista-governativa, il dogma del «grande successo di Expo» che guai a contraddire, la Bocconi che benedice, l'eccellenza lombarda nonostante il ciellismo-formigonismo, i grattacieli di vetro dove una volta c'era un luna park scalcagnato (e molto jannacciano), la moda, il design... C'è tutto, e anche troppo: compreso il modello Milano da esportare ovunque, toccasana per il Paese stanco che Milano dovrebbe, nel caso, energizzare.

Ma oggi la contronarrazione non c'è, non è data, non esiste. Ecco: in questi casi si innesta di solito un mix tra simulazione e nostalgia, e si immagina cosa avrebbe potuto dire un Beppe Viola di questo e di quell'altro, della sharing economy (traduco: utilitarie e biciclette), o delle periferie, visto che al Corvetto è più facile veder giocare a domino in djellaba che a biliardo in vestiti dell'Upim, e la vera cucina milanese si chiama sushi.

Sarebbe un esercizio divertente, ma impossibile. E questo proprio perché Viola – che viveva di sguincio le Vite vere che raccontava non era solo: era immerso, e ne era motore e interprete, in una voce collettiva che rivendicava una Milano per i milanesi (pugliesi, calabresi e "terroni" compresi, ovvio) e non per una milanesità da consiglio di amministrazione, international e cool.

Rileggere oggi il vecchio Beppe, quello che «sono entrato alla Rai rispondendo "no" alla domanda: lei è comunista?», quello dei panini di Gattullo e dell'Ufficio facce, quello del «il derby di oggi è stato così brutto che vi mostriamo le immagini di quello passato», fa dunque un effetto strano. Prezioso per quel che si leggeva (a suo modo un classico), e al tempo stesso deprimente per quel che non si legge oggi. Una prova che a ogni propaganda è possibile rispondere con un racconto alternativo e vivo, allegro e non conforme.

Ma anche una conferma che oggi quel racconto alternativo non esiste, silenziato dalle ondate contrapposte di indifferenza o di ottimismo obbligatorio. Il modello Milano ha oggi il suo canto e i suoi cantori, ma non il controcanto e i saltimbanchi. Una città a una dimensione, moderna, sì, vabbè. Ma il 3D che sapeva darle Beppe, così antico, era più moderno ancora.

L'eterno Beppe Viola e i sorrisi sulla vita
Fabio Ravera «Il Cittadino» 24-12-2015
"Giornalista umorista" (ma le due qualifiche, come avverte Stefano Bartezzaghi nell'introduzione, sono comunque inesatte, essendo la sua figura incontenibile in una definizione rigida), Beppe Viola era uno fuori dal coro, un battitore libero, troppo moderno anche a 34 anni dalla sua scomparsa. Basta leggere qualche brano di Vite vere compresa la mia, raccolta ampliata di quanto lo scanzonato "geniaccio" milanese pubblicò su «Linus » a partire dal 1977, per accorgersi che quello di Viola resta un talento all'avanguardia, allergico ai luoghi comuni e ai finali scontati. Nella Milano stravagante romantica degli anni '60 e '70, Beppe Viola, detentore del «primato mondiale di carriera mancata», sguazza, svaria e scandaglia vite (compresa la sua), raccontando e raccontandosi senza mai prendersi sul serio, tra passaggi memorabili (come la mitica lettera al direttore, «Ho quarant'anni, quattro figlie e l'impressione di essere preso per il culo»), battute entrate nell'immaginario collettivo e lezioni di scrittura senza tempo.
Beppe Viola, che nostalgia
Matteo Massi «Il Giorno, Il Resto del Carlino, La Nazione» 02-01-2016
«Erano quasi le tre, si perdeva di già e non ci hanno dato un rigore». Scanzonata come ogni canzone di Cochi & Renato, "Cesarini". Scanzonata come quella Milano lì che si allungava tra il bar Yamaica, di via Moscova, il Derby e la pasticceria Gattullo, il luogo dove Beppe Viola inventò l'ufficio facce, dove scommetteva se l'avventore del locale fosse milanista o interista. In una Milano che non era ancora da bere (fortunamente) ma in cui si beveva: bianchivi e Campari, cui anche il Beppe Viola non si sottraeva. Una Milano che quella generazione lì quella del Derby, dei ragazzi di piazza Adigrat come Jannacci e Viola – è riuscita a raccontare così bene da rendere nostalgici anche chi non ci ha mai vissuto o l'ha soltanto conosciuta, seguendo un particolarissimo filo rosso che si dipana da Bianciardi per arrivare appunto a Viola. E che comunque ha tra i riferimenti culturali il Linus di Oreste Del Buono. Quodlibet, casa editrice marchigiana, ha deciso così di (ri)pubblicare "Vite vere, compresa la mia"; gli scritti di Beppe Viola – che di professione faceva il giornalista sportivo in Rai, orgogliosamente redattore ordinario – apparsi sulla rivista di Odb dal 1977 al 1982. C'è tutto il mondo del Pepinoeu, come lo ribattezzò Brera nell'articolo che gli scrisse per salutarlo definitivamente. Ci sono pezzi spassosi e ormai celebri come "Lettera al direttore". «Ho quarant'anni , quattro figlie e la sensazione di essere preso per il culo. Non ho mai rubato né pianoforti né sulle note spese. Non ho attentato alle virtù delle numerose signore e signorine che circolano al terzo piano. Vado a Londra, a spese mie, per imparare l'inglese. L'hanno fatto Marx e Mazzini, posso permettermelo anch`io». E fulminanti come il pezzo iniziale «Mio padre giocava ai cavalli, mio nonno a scopa». Il libro rispetto all'edizione originaria esce arricchito da un`introduzione di Stefano Bartezzaghi che precede la prefazione storica di Enzo Jannacci e che parla di come Viola sia stato capace di inventare il milanesco e di crearsi un suo stile, inimitabile, fedele solo a se stesso, tanto da dimostrare una coerenza anarchica.
Quelli che aspettano
«Quelli che il calcio (Rai 2)» 31-01-2016
A «Quelli che aspettano - Quelli che il calcio» (Rai 2) del 31/01/2016 si parla di Vite vere compresa la mia. Per vedere il video, cliccare qui (dal minuto 14.35 circa).
Beppe Viola nella Milano di Serie B
Stefano Serpellini «L'eco di Bergamo» 01-02-2016
L'editore Quodlibet ripubblica i racconti del giornalista sportivo, usciti su «Linus» dal '77 all'82. Tra cumènda e onesti ladruncoli fa un ritratto colto, popolare e poetico della città, degno del suo amico Jannacci.
«Penso che mio padre abbia fatto bene a ballarsi i soldi sui cavalli perché se ne avesse lasciati in giro un po' per casa li avrei fatti fuori io, magari al bigliardo, dove, tra l'altro, si respira anche poco per colpa del fumo».
Beppe Viola era davvero uno così: dissipato per questioni di genetica, e non per posa. Aggredito da trigliceridi e colesterolo, i cui valori erano veri e propri bollettini di guerra: «L'ultima volta gli esami clinici mi hanno riferito che ho più salame io in vena che Peck in vetrina». Lirico e arruffato come un gattaccio appena sbucato da un vicolo cieco, quando sfornava incipit (da brividi) come quello di «Offerta speciale»: «Ubriachi di miseria e di bianchini, costeggiamo il Naviglio in una notte senza fine».
La sua genialità scanzonata, che la Rai – dove lavorò come giornalista sportivo fino alla morte prematura (17 ottobre 1982, a 42 anni) – faticava ad arginare, era tracimata in molti campi: cinema, canzoni, racconti. Aveva un pregio: raccontava senza il piglio respingente dell'erudito, ma con la scioltezza e quasi l'inconsapevolezza del narratore da tavolata che, davanti a un'ecatombe di cicche e bicchieri, guarda partire le sue storie per il loro viaggio in pubblico.
Colto era colto, nonostante le diserzioni scolastiche («avrebbero dovuto scrivere disperso, mica respinto»), e però le sue biblioteche di riferimento restavano i marciapiedi, i biliardi, la notte. Come il suo amico-fratello Jannacci, raccontava tipi strampalati e romantici, sputati fuori da una Milano non ancora da bere, e se sì, nelle bottiglierie di terz'ordine, non certo nei winebar coi vini barricati di adesso. Gente che parlava il lessico spurio e la sintassi asimmetrica e spericolata della «ligéra», la inala «leggera»: complici fidati che non aprivano bocca «nemmeno dal dentista», allibratori clandestini, avventori irascibili e a corto di inglese, buoni a nulla ma capaci di tutto. E poi la Malpensa, che «balla senza appoggiare i piedi per terra, sembra che voli». E il «Le Mans», ladro d'auto che non si vergogna del furto al miglior amico; perché, «ohè, Beppe, ol mesté l'è el mesté. Sul lavoro non si guarda in faccia a nessuno».
C'è tutto, questo sottobosco, in «Vite vere», la raccolta di racconti (usciti su Linus dal 1977 al 1982) pubblicata nel 1981 e ora riproposta, con qualche appendice, da Quodlibet (278 pagine, 17 euro). Un piacevole voltarsi indietro per i «Senzaviola» (copyright Gianni Mura): e davvero è come ripiombare in una Milano che non c'è più, avvolta dalla nebbia e dallo sferragliare dei tram, anche se relegare le sue pagine ad affresco puramente nostalgico sarebbe riduttivo. Perché Beppe, nella città dei «cumènda» e del benessere diffuso, di tante addizioni conteggiava soprattutto quel che andava perduto, a cominciare dai sogni per un Paese diverso.
Al bar-pasticceria Gattullo, dove pascolava quella post-scapigliatura che avrebbe lasciato il segno nella comicità anni '70 (Cochi e Renato, Felice Andreasi, Jannacci), Viola digeriva panini e delusioni, filtrate appena dal suo cinico disincanto. In «Costa smeralda», un reportage sociologico più che un racconto, registra la puerile competizione tra facoltosi con schizzi efficaci, come quello del proprietario di yacht scocciato perché «ha imbarcato una moglie pretenziosa e arrogante, offesa dalla vicina che porta mezzo chilo di oro più di lei». E, davanti alle maldestre infatuazioni intellettualoidi del jetset da diporto, scodella ironici rimpianti: «Requiem per il ricco che sta scomparendo mischiandosi col conformista d'avanguardia, nostalgia del commenda d'antan il quale si limitava a temere il comunista trinariciuto o il rapinatore di Rolex».
Ma è sui mezzi pubblici che la sua poesia stradale dava il meglio di sé, intercettando situazioni grottesche e un po' struggenti. Come la prima volta che a 28 anni Ottorino Vincenzi prese il tram e «si sentì vicino, molto vicino a questa gente in piedi, stanca come lui, sudata come lui, vecchia di centomila anni come lui. Solo che sentì di voler bene anche al tram e siccome era più forte di lui volle dirlo, sì insomma, farlo capire agli altri come era emozionato. Così alla frase: "Signore, ha visto che meraviglia quando piove in tram sembra l'arcobaleno anche se si capisce che è il neon..." si beccò un "vaffan..." appunto lungo come un tram. Ottorino Vincenzi era un oriundo pugliese e con una chiave inglese in mano faceva scappare un paese intero, ma questa roba qui non se l'aspettava, gli arrivò come una martellata in mezzo agli occhi. Così chiese scusa e scese. Ma piano».
A ciascuno i suoi
Angelo Murtas «Il Mucchio» 20-12-2015
Adesso che la vedo scritta, una lista dei libri più belli che ho letto in questo duemilaquindici, mi appare scontata, ovvia, o forse è solo una mia impressione, meno che per un titolo: quello di Beppe Viola, che non è una novità assoluta ma una raccolta di racconti pubblicati tra il 1977 e il 1982, anno della sua scomparsa, su una rubrica che ha tenuto per "Linus". Con Vite vere compresa la mia ho scoperto un personaggio – giornalista sportivo, uomo di cultura, dissacrante, umoristico, sincero, una sorta di Luciano Bianciardi meno rassegnato, se vogliamo che non ha fatto fatica a entrarmi nel cuore con le sue storie. Ritratti istantanei che riprendono una Milano che non c'è più attraverso i suoi personaggi più borderline (tra cui lui stesso, amici, colleghi).
La "Vita vera" di Beppe Viola, non solo un giornalista sportivo
Carlo Martinelli «Alto Adige» 14-02-2016

Gli attenti lettori delle pagine sportive di questo giornale non hanno perso l'appuntamento, venerdì scorso, con l'ampio spazio dedicato al torneo di calcio giovanile che va in scena ad Arco, Trentino, ed intitolato a quel grande personaggio a tutto tondo – chiamarlo solo giornalista sportivo sarebbe riduttivo – che fu Beppe Viola. Con dovizia di particolari Luca Pianesi ci ha raccontato vita, opere e precoce morte dell'irriverente Beppe. Ed ha accennato pure alla collaborazione che per anni portò Viola a firmare una seguitissima rubrica su «Linus», mensile di fumetti e non solo. Bene. Sappiate che da qualche mese una pattuglia di seguaci del beppeviolapensiero ha fatto sì che tutti i testi di quella rubrica tornassero nella disponibilità di lettori curiosi, mai sazi di vite vere, ché vita vera fu quella di Beppe Viola (26 ottobre 1939 - 17 ottobre 1982) e Vite vere compresa la mia è il titolo dell'imperdibile libro edito da Quodlibet. Doverosa spiegazione: il volume riprende la prima edizione, settembre 1981, quando Viola era ancora in vita, con la prefazione di Enzo Jannacci. La nuova edizione, fresca di stampa e di un successo inatteso nelle dimensioni, ripropone anche la copertina con il ritratto che Altan fece di Viola. Non solo. Recupera altri sette testi scritti da Viola per «Linus» che non comparivano nel 1981 e aggiunge un'introduzione di Stefano Bartezzaghi (con immancabile citazione enigmistica) e un capitolo A Milano con Beppe Viola – nel quale Gino Cervi, attento curatore del libro, ci restituisce l'ippodromo terra di storie e scommesse senza fine e lo stadio (entrambi: San Siro), i tram e il Derby nel senso di cabaret, le redazioni e la sede Rai. Già. In Rai Viola resterà per oltre vent'anni senza mai ottenere nessun avanzamento, neppure uno scattino, nel mentre – tipico costume Rai – giornalisti prossimi all'analfabetismo si producevano in prodigiose carriere. Lo stesso Viola, il 3 dicembre 1979, scrive alla dirigenza Rai e, con stile inimitabile, sentenzia: «Dal 1962, data ufficiale della mia assunzione, ad oggi senza nemmeno un saltino. Sono convinto di essere recordman e ciò mi rende orgoglioso». E orgogliose siano le terre alte dolomitiche, per aver saputo onorare al meglio il nome di Beppe Viola.

2015
In ottavo grande
150x230
ISBN 9788874627578
pp. 288
€ 17,00 (sconto 15%)
€ 14,45 (prezzo online)