Giorgio Manganelli, Balena

Balena
di Giorgio Manganelli

Mentre scriviamo le nostre inutili, quanto non colpevoli parole, mentre saliamo sugli autobus, andiamo al cinema, e barcolliamo tra le folle dei supermarket, eccitati dalle radioline, qualcosa sta accadendo che non sembra avere alcuna misura con i nostri gesti: qualcosa sta accadendo nel mare, questo pianeta nel pianeta, luogo enorme, mutevole, feroce, infecondo, affollato di forme clandestine. Le balene, le grandi navi di carne, le macchine carnali che pascolano per l’oceano, stanno, giorno dopo giorno, scomparendo. Oh, molti animali sono scomparsi, come il dodo, o vanno estinguendosi, come il verdone, uccello dai sempre più rari, diligenti nidi; va smarrendosi il seme della tigre, ed al fulvo re della foresta è proibito fare attentati, perché la giungla ha già deciso di costituirsi in repubblica. Tuttavia, l’uccisione dell’ultima balena, cresciuta in pazienza di anni fino a tramutarsi in regale belva del mare, ha in sé qualcosa che non pare solo penoso, non pare ulteriore indizio di quel modo di usare il mondo per cui l’uomo non ha più dove vivere.
La creazione della balena fu un momento drammatico della nascita del mondo, certo non meno della creazione del serpente. La balena connotava il mondo, ne era uno degli stemmi, un luogo di viva carne collocato nel mare a numinoso possesso delle onde. Ed ebbe un nome proprio, di misterioso battesimo: fu Leviathan. I marinai videro balene millenni or sono, impararono a conoscere quelle strane fontane che bizzarramente ornano i grandi corpi barocchi; delle balene ebbero riverenza e terrore, ed il primo uomo che trovò modo di uccidere la balena fu guardato come eroe ed empio.
Ma la balena era cosa troppo grande perché potesse restare nella pace gelida dei mari; distratta abitatrice di tumultuose correnti. Invase, immagine leggera e sterminata, le menti geroglifiche dei poeti, dei narratori, dei predicatori, dei mistici. Abitò la fine del mondo, fu testimone dei giorni finali del grande anno; fu demone e segno sacro; orrore e stupore; ed alla fine in uno dei grandi libri che consegneremo al Bibliotecario supremo, a giustificazione della esistenza di noi uomini, nel Moby Dick di Melville, trovò il monumento in cui tutto si mescolava: l’odio, la venerazione, l’inseguimento, la perdizione, la gloria, l’infamia, la paura, il terrore, il sacrificio. Giacché la balena era un abitatore del Vecchio Testamento, e di quei giorni remoti e irrecuperabili recava testimonianza.
Ora, commissioni di economisti ed ecologi discutono del modo da tenere per non completare lo sterminio dei cetacei; nella commissione non siedono, che io sappia, preti, esorcisti, scrittori, fenici, onirocritici e simbolologi; dunque si parlerà della balena, del Leviathan, l’animale totale che turbò la mente distorta ed esatta di un Hobbes, come se quella belva e bestia, vagabonda badia di carne, fosse un animale. In realtà, l’arpione insegue il cuore tranquillo di un simbolo, qualcosa di terribile e antico, che conobbe il mondo deserto di uomini, qualcosa di onnipotente e di mite, delegato di una grande e insondabile forza. Se moriranno le balene, moriranno i draghi, perirà Atlantide, il lutto delle Sirene renderà invalicabili i mari, Proteo non leggerà più il suo Ovidio, e San Nicola di Bari assieme a Nettuno gemeranno come Giobbe.
La nostra miserabile fantasia diventerà ulteriormente immiserita e trista, qualcuno ci ha tolto i dinosauri, ma ora noi abbiamo ucciso le linci, i leoni, le tigri, il trepido verdone che galleggia tra due dita, l’animale isola di cui si può disegnare la pianta, sul cui dorso crescono le alghe e riposano i bianchi uccelli del mare. I nostri nipoti leggeranno Moby Dick come un bizzarro esercizio di erudizione sacra, a proposito di un animale estinto, un continente di carne affondato, un tempio, demonico e sacro, un’equorea reggia che accolse Giona, l’iracondo e il pio Pinocchio; leggende, solo leggende, pittoresco folklore, come i Sioux, gli Etruschi, gl’inferi di Ulisse, le fate, i giganti e gli dèi.