Federico Fellini, A che cosa assomiglia essere morti?

A che cosa assomiglia essere morti?
La morte assomiglia moltissimo a certi momenti vuoti in cui ci sentiamo improvvisamente tuffati durante la vita. Ed M. si diverte a ricordarli:
a) alla remota, vasta, scintillante toilette di un aeroporto straniero.
b) a certi negozietti di provincia alle tre di un pomeriggio d’estate. Devi aspettare la coincidenza di un treno, sei uscito dalla stazione, hai guardato la piazza vuota, con un solo tassì fermo sotto al sole, ti sei messo a camminare in un gran silenzio, eppoi in una piccola viuzza carica d’ombra hai visto una vetrina di un negozio qualunque, diciamo di elettrodomestici, e dentro in un angolo c’era una ragazza né bella né brutta, e tu sei entrato…
c) ti risvegli di notte perché il treno si è fermato. Che silenzio! Dove sei? Fuori è buio pesto, si ode solo un rumore metallico, ad intervalli, leggerissimo, sotto le viscere del treno, qualche molla che si raffredda, una nota vibrata, appena percettibile. I compagni di viaggio dormono, sono ombre confuse con la tappezzeria del sedile di fronte.
d) apri gli occhi di colpo dopo un breve sonno. A pochi centimetri da te c’è la faccia sconosciuta della puttana che un’ora prima ti ha portato in quella bieca stanza a fare l’amore.
Momento di allegria sfrenata: davvero è morto? Ormai è fatta, non può capitargli più nulla di così estremo. Il grande varco è passato? Sì, è passato. In fondo non è successo nulla di così terribile, non è stato troppo difficile, non è stato nemmeno troppo doloroso; anzi non se n’è proprio accorto. Tenta con mezzi pateticamente umani di scoprire come ci si possa sistemare in questa nuova dimensione per «vivere bene», farsi amici, intrallazzare, ottenere raccomandazioni. E adesso non si morirà più? Ora quest’idea lo angoscia spaventosamente.