Catalogo / la capitale straniera

la capitale straniera
ISBN 0000000000016
2008, pp. 64
140x215, brossura
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Il libro

Al suo esordio narrativo, Evelina De Signoribus descrive il mondo della capitale da una prospettiva intima, indietreggiata, con cenni di femminismo critico, riflette sulla percezione dei flussi vitali all’incrocio tra sfera sociale, privata e lavorativa. Eppure lo sguardo interiore è tutto portato all’esterno nel manifestarsi e prodursi di questa forza o corrente. Entrati nel gorgo della metropoli – Londra come la nuova Ninive, per percorrere la quale s’impiegava un tempo lunghissimo e dove la creatura umana era ormai irrintracciabile –, i primi pensieri sono sopraffatti da una disorientante riflessione, ci si domanda: come finirà in questo gorgo di folle? La capitale straniera tratteggia un disorientamento, l’impossibile appartenenza al luogo della produzione virtuale, dell’endogenizazzione del globale – la capitale sussume in sé tutti i movimenti del globale e vi accentra i suoi dispositivi, lì si espongono luoghi e individui del lavoro precario, del salario insufficiente, integrati nella ipertrofica macchina lavorativa. Tutti sembrano tendere a qualcosa con determinazione, si dirigono con certezza da qualche parte, ma il qualche parte è un luogo mancante, deficitario. Quella determinazione apparente raccoglie una massa incontrollabile e indefinibile di figure-individui estraniate, febbricitanti, inappartenenti; i movimenti, i gesti, i pensieri si spingono in ogni direzione, lo sguardo si rivolge a destra e a sinistra, in maniera occasionale, come se i tutti indeterminati che percorrono le incessanti direzioni fossero automatizzati da un tic o risucchiati da una presa d’aria, poi incrociando qualcuno, evitando qualcun altro in un procedere incostante, in un’affannosa processione secolare. Nella capitale straniera si vorrebbe tendere a uno status superiore, a un intentato trascendimento, ché i margini e l’abbandono siano lasciati alle spalle; ma tutto converge verso un centro virtuale; il centro della luce abbacinante, in cui si produce l’endogenizzazione del globale, annienta le migliori aspettative. Anche l’occhio caritatevole si illude di trovare qui il suo luogo opportuno. Nello stesso istante si apre l’immagine di un ingorgo fatale: quando le attitudini e l’intrico di tensioni vitali falliscono la loro ambizione vincente, quando la somma delle folle si ingolferà da qualche parte, virtuale o reale. In quella rivelazione del vuoto, in quel vasto sgomento, avverrà forse un’intuizione sospesa, un istante sovvertito, l’unica rivoluzione possibile del ventunesimo secolo.

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