Catalogo / Porrajmos

Porrajmos
(l'annientamento degli zingari)

seguito da uno scritto di Andrea Cavalletti

La questione rom da un punto di vista anarchico

ISBN 0000000000017
2009, pp. 44
140x215, brossura
€ 7,00
€ 5,95 (prezzo online -15%)
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Il libro

La scrittura di questo quaderno, dedicato alla questione rom e sinti, è stata affidata a Dijana Pavlovic, romnì serba, in Italia da alcuni anni, dove è impegnata pressoché totalmente nella tutela delle comunità di zingari. Porrajmos è il titolo di uno spettacolo teatrale, scritto in collaborazione con Claudio Migliavacca, che racconta lo sterminio degli zingari nei Lager nazisti, condizione ancora sempre attuale, sebbene trasfigurata, che Dijana Pavlovic non solo racconta nelle sue performance – si è laureata all’Accademia di Arte drammatica di Belgrado –, ma di cui si occupa costantemente, giorno dopo giorno, partecipando alla vita dei campi nomadi alla porte di Milano, condividendone problemi e inventando soluzioni, quando siano ancora possibili.
Nel poema Gli zingari, Zemfira – figura qui evocata come stereotipo romantico, ma si dovrebbe forse dire tropo, in quanto metafora dell’arbitrarietà dei rapporti – torna al campo, dove trepidante l’attende l’anziano genitore, accompagnata da un giovane che “Vuol essere zingaro come noi”, dice la giovane, “Si chiama Aleko; / È pronto a seguirmi ovunque”, recitano i versi di Pusˇkin nella traduzione landolfiana. Subito il vecchio accoglie Aleko, “Sii dei nostri, avvèzzati alla nostra sorte, / Alla errante povertà e libertà”. Aleko sembra non rimpiangere d’aver lasciate quelle che Zemfira, quasi echeggiando l’ultraumanismo dantesco o anticipando un nichilismo disumanante, chiama le “patrie umane”; la sua risposta, in definitiva, non è molto dissimile dalle parole del bambino intervistato che si leggeranno qui. “L’ebbrezza dell’ozio perenne” è infatti ciò, cui tuttora si aspirerebbe, alla stregua della dichiarazione del droit à la paresse, fatta da Lafargue, essa che tuttavia richiede una critica della proprietà privata e una prassi libertaria da applicarsi incessantemente nella vita quotidiana, e che a Aleko risultano al contrario inattuabili.
Infine viene qui ancora una volta riesaminato il rapporto con l’altro, quello che, spiega Ivan Illich, deve essere semplicemente assunto per quanto egli dice di sé, per la parola che porta – che non equivale ai valori che intenderebbe esporre, per lo più solo dispositivi di tirannia –, non come colui che, ormai sempre incapace di raccontarsi, occorre aiutare – secondo la modalità psicoanalitica e in ragione di una egemonia basata sulla detenzione dei mezzi di produzione – a rivelarsi, laddove bisognerebbe piuttosto lasciarsene sorprendere.

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