Catalogo / La fine dell’Avanguardia

La fine dell’Avanguardia
A cura e con un saggio introduttivo di Paolo D’Angelo
ISBN 9788874622030
2008, pp. 204
120x180 mm, brossura con bandelle
€ 16,00
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Il libro

Il saggio che dà il titolo al presente volume è del 1949, e costituisce uno di quei felici casi in cui non solo un testo dopo tanti anni non ha perso smalto e vigore interpretativo, ma addirittura non smette di abbracciare ambiti del reale non prevedibili per lo stesso autore.
Parlando di «fine dell’avanguardia» Brandi chiama in causa un paradigma dell’opera d’arte e della funzione dell’artista che fa risalire al romanticismo – l’arte come rivolta, come rottura, la metafisica del nuovo a tutti i costi – che per l’appunto con le avanguardie novecentesche raggiunge il suo punto di estenuazione e che, a quanto pare, non sembra più lasciare spazio a nuove modalità espressive degne del titolo di «arte». L’unica supplenza è ormai costituita, in Occidente, dai «circenses»: il cinema, che per Brandi non potrà mai costitutivamente assurgere alla funzione di opera d’arte, e lo spettacolo sportivo, che dà luogo al penoso propagarsi di quella che per l’autore è la forma di alienazione contemporanea per eccellenza, il tifo sportivo. La parabola presa in esame, in cui viene alla luce una formidabile padronanza non solo nel campo della pittura, ma anche in quello dell’architettura, della musica, della letteratura, coinvolge ambiti culturali più ampi, dalla politica alla filosofia, e si rivela in grado di setacciare ogni tipo di geografia spazio-temporale.
Gli accenti sono sovente quelli del pamphlet (esemplari a riguardo le pagine sull’America, il proibizionismo, l’isolazionismo, l’ambiguo rapporto da un lato col jazz e dall’altro con la madre Europa), ma i pamphlet spesso guardano al passato per castigare il presente; in questo caso la voce di Brandi avvolge soprattutto ciò che viene dopo, ciò che ci ha riguardato negli ultimi decenni e da cui ancora non si può dire si sia preso commiato.

L'autore
Cesare Brandi

Cesare Brandi (Siena 1906-1988), critico e storico delle arti, per molti anni direttore dell’Istituto Centrale del Restauro, ha insegnato all’università di Palermo e a quella di Roma «La Sapienza». I suoi interessi hanno spaziato dalla storia dell’arte italiana (Quattrocentisti senesi, 1949; Duccio, 1951; Disegno della pittura italiana, 1980) all’arte contemporanea (Morandi, 1942; Burri, 1963; Scritti sull’arte contemporanea, 1976-1980) alla storia dell’architettura (Struttura e architettura, 1967; La prima architettura barocca, 1970; Disegno dell’architettura italiana, 1985). Ma Brandi ha sempre manifestato fortissimi interessi teorici, testimoniati dalle sue opere di estetica (Carmine o della pittura, 1945; Segno e immagine, 1960; Teoria generale della critica, 1974) e dalla Teoria del restauro (1963), divenuta un punto di riferimento internazionale e tradotta ormai in moltissime lingue. Collaboratore a lungo del «Corriere della Sera», Brandi si è distinto anche per la sua strenua opera di difesa del patrimonio artistico e paesaggistico italiano (Il patrimonio insidiato, a cura di M. Capati, 2001) ed ha scritto molti libri di viaggio nei quali le sue doti di scrittore si esplicano appieno (Viaggi e scritti letterari, a cura di V. Rubiu, 2008).

Pubblicazioni dell'autore
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