Luca Parmitano, 90 minuti

90 minuti
di Luca Parmitano

Qual è il valore che diamo a 90 minuti del nostro tempo? Per un giocatore di calcio, può essere la finale del campionato mondiale, la differenza tra la vittoria, che vale una vita intera, o la sconfitta che non dimenticherà mai. Per un viaggiatore, può essere il tempo necessario a riabbracciare una persona amata. Per un astronauta, 90 minuti è il tempo necessario a percorrere un’orbita intorno al nostro pianeta, a 400km di quota.
Qualche giorno prima del mio rientro sulla Terra, dopo oltre 6 mesi passati in orbita, mi sono ritrovato in una situazione che per me non aveva precedenti, e che ho percepito come un privilegio e un lusso rarissimo: l’ultima domenica a bordo, ebbi l’inaspettata epifania e sensazione di aver completato tutto il lavoro che mi ero imposto di eseguire – la preparazione per il rientro, l’organizzazione dei miei effetti personali, l’esercizio fisico – e di potermi del tutto rilassare.
Le nostre giornate, a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, sono scandite da una coreografia lavorativa estremamente compressa e impegnativa, che ci concede pochissimo tempo libero – relegato normalmente solo alla domenica. E anche nei fine settimana, di norma un equipaggio utilizza il tempo cercando di organizzare delle attività che, considerata l’ambientazione, acquisiscono un valore aggiunto non irrilevante. Attività che forse non è lavoro, ma riposo non è. Tutto a un tratto, avevo questa libertà: scegliere di trovarmi qualcosa da fare o, per una volta, semplicemente concedermi di osservare…
La Stazione sorvola il Pacifico del Sud. Dalla Cupola, l’elemento della Stazione con sette finestre che permettono una visione del nostro pianeta a 360 gradi, vedo il nero della notte orbitale. Volando verso le finestre, spengo tutte le luci del Nodo3. I fari esterni, normalmente utilizzati dai centri di controllo a terra per eseguire operazioni robotiche, sono spenti. In pochi secondi i miei occhi si abituano al buio, e comincio a vedere le migliaia e migliaia di stelle, la loro luce senza filtri che giunge da distanze cosmiche a riempirmi gli occhi. Mi rilasso e guardo nel nero, lasciando che la messa a fuoco si perda nella distanza, uno sforzo notevole per un cervello umano, che non ha esperienza dell’incomprensibilità degli spazi interstellari. Forse è per questo motivo – rendere comprensibile ciò che comprensibile non è – che dopo un po’ mi accorgo che l’immagine acquista una tridimensionale concretezza. Mi sembra di trovarmi immerso in un reticolo spugnoso, la cui struttura è formata dalla luce, intorno a inenarrabili enormità di vuoto: forse è illusione ottica, forse immaginazione, ma in quel momento è il pensiero più vero e tangibile che i miei poveri sensi sovraffollati riescano a creare nella mia mente.
Perdersi in questo viaggio e lasciarsi annegare in un mare schiumante di nero è tutt’altro che spiacevole. So benissimo che è un viaggio al contempo infinito e tuttavia limitato nella mia percezione umana del tempo: già i primissimi indicatori di un’alba deviano il mio sguardo in direzione della curva ancora scurissima dell’orizzonte a tremila chilometri di distanza. Non è ancora luce, ma un’intuizione di qualcosa che sta per accadere. In quasi un anno di tempo cumulativo passato in orbita, di albe ne ho viste a centinaia. Eppure l’emozione è ancora intatta, come la prima volta, come ogni volta – e senza alcuna fretta, osservo, lasciando che la natura scolpisca immagini e sensazioni intagliandole come bassorilievi tra i meandri neurali della mia memoria. I primi fotoni attraversano gli strati più alti dell’atmosfera, la incendiano di colore e calore bianco, che si fonde nell’azzurro di infinite sfumature giungendo, in un’esplosione di colore, alla linea demarcante il globo terracqueo; e infatti acqua e terra riflettono i mille colori del nostro pianeta, l’azzurro sprofonda nel blu abissale del Pacifico ancora sotto di me, onde oceaniche si infrangono bianche e inesorabili sulle coste del Sud America. Il colore della sabbia è ocra, che diventa cumino, e poi cioccolato fondente e nero di lava, mentre la luce si innalza scorrendo verso i grandi altipiani deserti delle Ande – che già si avvicinano, stagliandosi grandiose e superbamente inviolabili, ammantate della neve dei ghiacciai, una veste quasi azzurra nel suo purissimo splendore.
Sto per sorvolare il Cile. Laggiù è una mattina di fine estate, il cielo completamente sgombro di nubi. Del tutto inconsapevole del mio sguardo ammirato, Valparaiso è già visibile, sdraiata nella sua baia. A est, incastonata in una valle alla base delle montagne, vedo Santiago: uno sguardo veloce al computer con il nostro tracciato mi riporta per un attimo a bordo, e vedo che passerò perfettamente sulla verticale. Sarebbe un’ottima occasione per immortalare la città con uno dei vari apparati fotografici a mia disposizione… anche solo per vederne più da vicino le varie strutture umane, grazie alle lunghe lenti già pronte e predisposte…
La tentazione è fortissima, ma fortunatamente riesco a farmi nuovamente rapire dallo spettacolo che continua a scorrere sotto i miei occhi, e attraversando la barriera andina mi ritrovo a sorvolare un’altra città – Còrdoba. Sono già in Argentina e continuo a volare in direzione nordest, sul nostro binario rigidamente inclinato a 51,6° rispetto all’equatore. I colori del deserto ora si stemprano in quelli più brillanti della foresta e dei campi coltivati, varie tonalità di verde corrispondenti a diversi tipi di coltivazioni, che tracciano le linee artificiali delle attività dell’uomo – ben diverse dalle linee casualmente entropiche della natura. E adesso, proseguendo nel suo percorso, la Stazione sta per sorvolare il Paraguay, e la sua capitale Asuncion sarà proprio sotto di noi, ancora una volta quasi perfettamente sulla verticale.
Da adolescente, studente di scambio all’estero, avevo un amico, anche lui borsista come me: Fernando, da Asuncion in Paraguay. Un quarto di secolo fa ero sicuro che un giorno sarei andato a trovarlo, anche attraversando mezzo mondo per esplorare un mondo così lontano dal mio – e non solo fisicamente. Invece non ho ancora viaggiato in Sud America, e ho la sfortunata consapevolezza che non mi basterà il tempo per visitare tutti i luoghi che vorrei.
Ed è così che, chissà come, quasi senza rendermene conto, mi ritrovo a guardare la città attraverso la lente da 800mm, come a cercarvi il mio vecchio amico, e a scattare foto dopo foto di luoghi che non conosco ma che per Fernando sono quotidianità, persone vicine e lontane, ritmo naturale della vita. Ecco, Fernando: queste foto sono un omaggio alla nostra amicizia, rimasta sospesa in un anelito incompiuto. O forse sono la promessa di poterle mostrare un giorno a te, alla tua gente: e sarà magari valsa la pena di averne rotto un’altra, di promessa, quella a me stesso di non fotografare nulla, oggi, ma essere solo un passeggero e un osservatore, un creatore di ricordi.
Sotto di me la foresta si riprende il suo spazio e i colori tornano a brillare di tonalità di verde, sfumature di azzurro e grigio, costellazioni di nubi bianche in un quadro puntinista che ora copre la visuale da orizzonte a orizzonte. Solo a est si intuisce la presenza azzurra dell’Atlantico. Il Mato Grosso è ancora territorio vergine, ma poco più a nord si comincia a intravedere l’opera devastatrice dell’uomo, che ha rubato e stuprato la Foresta Amazzonica, trasformandola in campi coltivati per alimentare e moltiplicare la nostra ingorda prosopopea. E forse tra le nubi naturali si confonde anche il grigio fumo di un incendio innescato dall’umana disperazione: l’ho documentata tante volte, e ogni volta provo la stessa vergogna. Mi salva dalla tristezza una visione colorata, che cattura i miei occhi e la mia lente, mentre sorvoliamo la Bahia di Melgaço: le acque della baia si trasformano in un’alchimia che dal blu, quasi nero, delle acque del fiume in ingresso porta al rame intenso delle correnti che sollevano il fango dei fondali, intorbidendo la miscela in un turbinio color caramello. In un istante siamo sul delta del Rio delle Amazzoni, immenso, primordiale nella sua continua, perfetta evoluzione. Come sempre, il gioco della sabbia che si versa nel mare, creando movimenti di seta liquida, e la diversa densità dell’abbraccio dell’acqua salata dell’oceano e quella dolce del fiume, disegnano ghirigori fantasmagorici che incantano lo sguardo, e mi perdo fra le mille insenature, la cui bellezza neanche i quattrocento chilometri di distanza riescono a celare. E mentre il volo prosegue verso nordest, il mio sguardo resta ancora qualche secondo vincolato allo spettacolo che si allontana verso la curvatura terrestre.
Pochi secondi dopo, le sentinelle dell’Africa occidentale mi aspettano sotto un cielo completamente sgombro: è pieno giorno nell’arcipelago di Capo Verde, e il gruppo di isole perfettamente delineato. Il riflesso del sole sulle acque che circondano la terra riflette splendidi effetti di correnti marine visibili a occhio nudo, e quando la Stazione le supera mentre prosegue nel suo volo orbitale – già sorvoliamo le Canarie – mi volto a guardare indietro, e colgo il gioco di ombra e oro fuso che delinea le isole in silhouette. Un meraviglioso segnale di commiato.
Mentre Lanzarote scorre sotto di me, provo a riconoscere i luoghi che ho attraversato, esplorandoli, da terra: qui la prospettiva è invertita, i coni vulcanici che allora dominavano la mia visuale adesso sono quasi disturbi appena percettibili, con l’eccezione della Caldera Blanca, inconfondibile anche nei miei ricordi. L’occhio verde smeraldo della laguna de Janubio brilla sotto il sole di fine inverno, senza nuvole a velarne l’incredibile magia del colore delle acque.
Adesso l’orbita scorre parallela alla costa Africana, e nomi esotici e al contempo stranamente familiari risuonano nella mia mente: Casablanca, Rabat, poi Tangeri un po’ più sulla mia sinistra. Lo stretto di Gibilterra, il limite del mondo per tanti antichi esploratori e navigatori, scorre alla periferia della mia visione, ma io sto guardando la costa orientale della Spagna, e osservo città viste decine di volte da quassù, le individuo con facilità: Valencia, le strutture del suo porto, e in unico colpo d’occhio quelle gemelle del porto di Sagunto. Posti visitati nella mia fantasia, tra una ricetta e una investigazione di Pepe Carvalho, oppure di persona, come ‘El quatre gats’ reso famoso nella misteriosa Barcellona nascosta dalla nebbia brumosa di Ruiz Zafòn. Tarragona scorre in un istante fuggente, e già con lo sguardo cerco proprio Barcellona. I miei occhi trovano subito il Montjuic e il vecchio villaggio olimpico, poi seguono il contorno regolare del centro città, con i suoi isolati dall’inconfondibile forma ottagonale. Lì, da qualche parte, il mio amico Luca – italiano ma trasferito da tanti anni in Spagna – gioca con la figlioletta, all’ombra surreale delle strutture della Sagrada Familia che, a modo loro, sfidano la gravità come adesso sto facendo io.
Senza confini è facile passare da un Paese all’altro, e in una manciata di secondi sto sorvolando la Francia della Costa Azzurra. Qui sono di casa: ho vissuto un anno bellissimo a Istres, e so bene come navigare queste zone dall’alto. Prima cerco le Camargues, gli stagni di acqua salmastra dal colore azzurro cilestrino, quasi trasparente, sui quali ho volato dozzine di volte, mentre mi addestravo al volo sperimentale; poi da lì è facile trovare con gli occhi Martigues, la cittadina in cui ho passato tante serate invernali a scrivere i rapporti di volo insieme al mio amico Stèphane, dodici anni e una vita fa.
Le nevi dell’arco alpino si tingono di rosa nel riflettere i raggi sempre più bassi sull’orizzonte di questo pomeriggio invernale; da questa quota vedo tutta l’Italia, e la prospettiva capovolta mi avvicina al nord e mi tiene lontano dalla mia Sicilia, visibile nelle tonalità dell’imbrunire che, in inverno, giunge ancora prima per chi vive all’ombra del maestoso vulcano che domina la costa orientale, e di cui indovino le dimensioni anche da varie migliaia di chilometri. In un silenzio che potrebbe sembrare una distratta preghiera, e che in realtà è pura empatia, saluto tutti quelli che immagino lì sotto in questo preciso istante, un’umanità che conosco bene e che sento intensamente vicina.
Ci approssimiamo al terminatore, un affascinante sogno in divenire che segna la demarcazione tra notte e giorno. Il tramonto orbitale avvolge rapidamente tutta la Stazione, inizialmente nell’oro rosso della luce riflessa sui pannelli solari, che si incendiano in una coreografia simmetrica e opposta a quella dell’alba; e un istante dopo l’intero universo sembra sprofondare nel vello nero della notte. Le luci del Nodo3 sono ancora spente, e di nuovo i miei occhi si abituano rapidamente al cambio di condizione di luce. Sotto di me, città piccole e grandi illuminano la notte terrestre come altrettante costellazioni, quelle dell’Europa orientale.
Le luci si fanno più rade mentre ci spingiamo ancora verso nordest, verso l’apice boreale della nostra orbita, ma già in lontananza indovino Mosca, l’unica metropoli di questa parte del mondo. San Pietroburgo è una luce soffusa e diffusa dalla distanza, ma non è lo spettacolo delle strutture umane a catturare il mio sguardo, bensì quello ben più etereo e naturale dell’Aurora. Il campo magnetico terrestre cattura il vento solare, trasformandolo in un caleidoscopio di verde cangiante, scolpendolo in una danza ipnotica come quella di un derviscio delirante, e per qualche minuto non ho occhi che per quella visione, che sorprenderebbe anche il più navigato degli esploratori spaziali. Il pianeta mette in mostra la sua maestria pirotecnica, e io mi lascio ubriacare dalla poesia di colori inebrianti, che nessuna parola umana può descrivere. Solo quando l’arco discendente mi allontana dall’Aurora e dalla sua perfezione, spingendomi verso sudest, riesco a distogliere lo sguardo.
Stiamo già attraversando i grandi deserti del sudest asiatico, e presto ci lasciamo alle spalle la costa per ricominciare il nostro sorvolo verso il Pacifico del sud. A un migliaio di chilometri da dove questo racconto è cominciato. 90 minuti fa.
Mi allontano dalla Cupola, e riaccendo le luci del Nodo3. Fra pochi giorni tutto questo sarà un ricordo. Fra pochi giorni tornerò a immergermi in una delle realtà che, per gli ultimi sei mesi, ho potuto osservare da lontano. Ancora pochi giorni, per creare nuovi ricordi, fissarli nella mia mente. E mi chiedo: quando tutto ciò sarà solo un pensiero nel mio passato, sfumato come il ricordo di un sogno, quale sarà il valore che riuscirò a dare a 90 minuti?