News / Festivaletteratura Mantova. Presentazione della collana Ardilut

Una lingua che esiste da sempre
Presentazione della collana Ardilut, con Giorgio Agamben e con letture di Mirko Artuso.

Non è un fatto sconosciuto che molta poesia italiana del Novecento abbia operato un consapevole recupero del dialetto. Giorgio Agamben, direttore della collana Ardilut (valeriana selvatica in dialetto friulano), fa propria la convinzione che la stasi dell’attuale parola poetica possa essere interrotta grazie a una nuova tensione verso il dialetto. Al Festival darà voce alla poesia di Francesco Giusti, alla “baraonda” della lingua del poeta, leggendo dalla sua ultima raccolta Quando le ombre si staccano dal muro. Partendo dagli immortali Pasolini e Zanzotto, Giorgio Agamben indaga la metamorfosi della poesia la cui vera essenza non si trova forse né nella lingua nazionale né nel dialetto, ma proprio nel costante dialogo tra di essi.


la collana
Il disegno dell’ardilut (valeriana selvatica), scelto dal giovane Pier Paolo Pasolini per le sue pubblicazioni in friulano, viene qui ripreso come simbolo della collana, che intende, a più di quarant’anni dalla morte del poeta, proseguire e verificare nella nuova realtà linguistica del xxi secolo la sua riflessione sul rapporto fra lingua e dialetto.
È stato Dante a porre sotto il segno del bilinguismo la nascita della poesia italiana. Nel De vulgari eloquentia egli contrappone il volgare, che «i bambini apprendono da chi sta loro intorno appena cominciano a distinguere le voci», e «senza nessuna regola riceviamo imitando la nostra nutrice» alla «lingua secondaria, che i Romani chiamavano grammatica nella quale siamo regolati e istruiti solo attraverso uno spazio di tempo e assiduità di studi». Nel momento stesso in cui decide di scrivere in volgare la sua poesia, a questo primo bilinguismo, Dante ne aggiunge subito un secondo, quello fra i volgari municipali e il volgare illustre, che paragona a una pantera profumata, «che fa sentire la sua fragranza in ogni città, ma non dimora in alcuna».
L’ipotesi che questa collana propone è che oggi alla grammatica di Dante corrisponda l’italiano come lingua nazionale e al volgare i cosiddetti dialetti e che, come allora, la poesia italiana, che sembra attraversare una fase di crisi o di stasi, potrà rinascere solo se tornerà a nutrirsi di questa intima diglossia. Non è certo un caso se la grande fioritura della poesia italiana del Novecento sia stata discretamente accompagnata da un’altrettanto grande fioritura della poesia in dialetto ed è probabile che esse siano così strettamente connesse, che senza l’una non avremmo avuto nemmeno l’altra. Per questo la collana, accanto ai nuovi poeti, ripubblicherà anche dei classici, a cominciare da Pier Paolo Pasolini e Andrea Zanzotto, che hanno scritto tanto in lingua che in dialetto, e seguirà con attenzione ogni ricerca di una lingua poetica che fuoriesca dal monolinguismo. Il «regresso lungo i gradi dell’essere» di cui parlava Pasolini per il suo dialetto è, infatti, innanzitutto un regresso lungo i gradi della lingua, che permette al poeta di scavalcare la lingua non più viva e corrotta che lo circonda da ogni parte verso una lingua che esiste già sempre e, tuttavia, ancora non esiste: la lingua della poesia. Il testo a fronte che caratterizza la collana rende visibile il movimento – e quasi l’andirivieni dal dialetto alla lingua e viceversa – che definisce il gesto poetico, quasi che il vero luogo della poesia non fosse né nell’uno né nell’altra, ma nell’ardua, incessante tensione fra di essi.