Recensioni / Non chiamatelo degrado

Quando un Sindaco viene chiamato a dimostrare l'impegno profuso nei confronti della comunità è probabile che citi - nell'elenco delle cose fatte o da farsi - un confortante progetto di building. Costruire infatti, formalizzare concretamente un intenzione, tranquillizza l'umanità spesso spaventata dal disordine e dal degrado. Eppure in alcuni casi il disordine naturale può trasformarsi in nuova bellezza. Questa riflessione è uno dei concetti fondanti della filosofia di Gilles Clément, paesaggista, ingegnere agronomo, botanico ed entomologo ma più semplicemente giardiniere, come lui ama definirsi. Il suo secondo libro, Il giardino in movimento, da poco edito in Italia per Quodlibet, è una via di mezzo tra un trattato di filosofia della natura e un manifesto programmatico della nuova ecologia, tra una guida di giardinaggio e un reportage letterario. Per anni infatti Gilles Clément ha osservato e fotografato con sguardo obliquo - "come i cani guardano le mosche" - le manifestazioni spontanee di questo nuovo giardino, un'entità comunissima eppure sconosciuta che sta prendendo forma nelle nostre città e ovunque non esista un ordine sistematico, ad esempio di tipo architettonico. Se pensiamo a un giardino, probabilmente la maggior parte di noi immagina un quadretto bucolico, con aiuole ben curate, prato tosato e magari una fontana. L'investimento umano di forza, capitale e buona volontà dev'essere evidente nel giardini tradizionali. Mentre nelle zone che sfuggono al controllo costante e ragionevole da parte dell'uomo, la natura si sta riappropriando della sua libertà d'espressione. I giardini descritti da Clément sono appunto queste aree abbandonate, rurali o urbane, in cui l'assenza di disciplina crea panorami inconsueti. Nessun erbario è capace di ricapitolare le specie vegetali presenti in questi luoghi perché si incrociano e si espandono sfruttando qualunque vettore: il vento, gli animali, le macchine, l'uomo. Posti diversamente belli che danno nuovo valore all'abbandono e ispirano un rivoluzionario approccio all'ecologia. Basterebbe cambiare il nostro atteggiamento: considerare il disordine naturale come una nuova opportunità, dare fiducia all'ordine biologico, accettare le erbacce e riconoscerle come risorse.Il libro è strutturato in due parti: una programmatica, scientifica e narrativa che illustra il punto di vista di Clément e lo approfondisce analizzando i casi concreti; l'altra parte totalmente fotografica che chiarisce, meglio delle parole, il significato del giardino in movimento. Si tratta di un’opera mutante, che si evolve di edizione in edizione (in Francia è già stata pubblicata cinque volte nel corso degli ultimi 10 anni) e che sfugge, proprio come la natura che descrive, alle classificazioni.