Recensioni / Spazi marginali risorti a nuova vita

Verso l'immaginario legato al fenomeno dello scarto spesso si dirigono sentimenti ostili, consapevoli che le ragioni della sua esitenza sono rintracciabili nel fallimento dei processi che l'hanno generato o nella selezione naturale che necessariamente produce il rifiuto in vista della sopravvivenza e del rinnovamento. Anche l'esercizio dell'architettura e la dottrina del paesaggio producono scarti, spazi residui, vuoti incompresi o inespressi, privi della longevità funzionale che il progetto pone come propria finalità, ma che spesso disattende: sono gli spazi che il tempo ha reso marginali, devitalizzati dalla sovrapposizione di forze inaspettate che hanno spinto altrove la nostra prospettiva. A volte questi vuoti appaiono inespugnabili, come accade per le grandi aree industriali dismesse sparse sul nostro territorio dalle ex-Falck di Sesto S. Giovanni a Bagnoli.

Ma proprio questi scarti improvvisamente si aprono al nostro sguardo come una risorsa, non più come un fallimento. Le "nuove terre" di Sara Marini (Nuove terre. Architetture e paesaggi dello scarto, Quodlibet, pp. 204, euro 20) sono la riappropriazione – a volte ideologica – di quegli spazi che hanno fallito il compito che il progetto aveva loro attribuito, ma che improvvisamente rinascono alla luce di nuove potenzialità e di rinnovate necessità. Non solo pagine nuove, ma palinsesti dai quali grattar via programmi ormai sbiaditi per scriverne di nuovi. L'autrice propone una nuova ricerca del senso nelle cose che sembrano averlo perduto e disegna l'identità dello scarto incrociando le esperienze che hanno già maturato l'idea di soffermarsi su quel che esiste, ma che il tempo e l’irragionevolezza hanno reso inutile. Lo scarto diventa oggetto d'arte nell'opera Reality Properties: Fake Estates di Gordon Matta-Clark: spazi dimenticati nella città americana, lotti fuori misura per eccesso o per difetto e dunque inutilizzabili, residui di speculazioni o prodotti dell'incuria diventano protagonisti della catalogazione serrata dell'artista che attribuisce loro nuove virtù nell'attesa che altri processi o progetti se ne approprino. E mentre l'opera di Matta-Clark si riferisce alla propria contemporaneità, la città dell'ultimo e incompreso film di Akira Kurosawa Dodes'ka-den prefigura un rassegnato susseguirsi di scarti, nel quale gli spazi eletti scompaiono in un'inquieta ed infinita bidonville. Continuamente nel libro si scorgono riflessi di altre opere nell'universo dell'arte e della letteratura che conducono alla scoperta dell'inaspettata nobiltà dello scarto e alla necessità di rivitalizzarlo. Inseguendo, infatti, la risposta all'interrogativo che Gilles Clément pone nel suo Manifesto del Terzo Paesaggio riguardo alla necessità di un nuovo sguardo sulle aree incolte, Sara Marini attraversa la riflessione di Kevin Lynch, che sottolinea l'importanza del ciclo naturale nel quale il deperimento genera nuova vita e viene coinvolto nella strategia progettuale, ed approda alle esperienze che proprio nella progettazione architettonica hanno capitalizzato la fenomelogia dello scarto come l'architettura flessibile e volutamente incompiuta di Yona Friedman o l'abbandono selettivo di Rem Koolhaas, che ribalta una logica consolidata e struttura il nuovo insediamento proprio su quelle aree escluse dalle dinamiche di costruzione della città. Nel saggio di Sara Marini scopriamo quel valore negato allo scarto da una modernità così ansiosa di ordine da dimenticare il fluire naturale e incontrollabile delle cose che invece,opportunamente, circoscrive nuove terre silenziosamente in attesa di nuovi occhi.