Recensioni / Recensione a "Lezioni sulla traduzione"

Il ripescaggio di una serie di materiali didattici che vengono a comporre, come ricorda la curatrice, l’“unica sintesi sulla traduzione letteraria” tentata da un poeta che vanta tra i suoi titoli più noti Traducendo Brecht (oltre a due Traducendo Milton, saggio e poesia, e a una nota proustiana Traducendo «La fuggitiva»), che ha compiuto l'impresa della versione del Faust di Goethe (oltre a traduzioni da Kafka, Eluard, Brecht, Weil ... ) e che ha consegnato alcune notevoli riflessioni sul senso e sull'arte del tradurre ( Traduzione e rifacimento e Cinque paragrafi sul tradurre, ora nel Meridiano dei Saggi ed epigrammi) non può che accendere una serie di interruttori.
È quindi un libro che si offre, soprattutto a partire dalla più provocatoria delle stie idee di fondo, a chi la traduzione la pratica: enfatizzando la (relativa) indipendenza del testo d'arrivo da quello di partenza.
L'assunizione di responsabilità non è dovuta solo alla lingua e al testo d'origine, ma anche alla cultura in cui si inserirà il nuovo testo. Si capisce che il discorso di Fortini interessa in primo luogo la traduzione di poesia. Insomma: una poesia tradotta è una nuova poesia, che non va valutata per quanti ostacoli ha saputo superare nel percorso di nascita ma come testo a sé, più fruttuosamente accostabile agli altri testi del traduttore e della cultura poetica di arrivo che all'originale: “L’accertamento del rapporto con l'originale cui si riferisce è cosa che riguarda l'editore o il linguista o il filologo o lo storico dei generi letterari, fra i quali ultimi vi è senza dubbio il genere del volgarizzamento e della traduzione come vi è quello della parodia o del rifacimento; ma il critico letterario avrà di fronte a sé un testo solo, quello di arrivo o quello di partenza, mai una relazione fra i due che non riduca quest'ultimo a ‘fonte’, a precedente, a schema direttivo». O ancora più netto, e corsivato ad aumentare l'enfasi: “Einterpretazione della traduzione di ‘poesia’ in ‘poesia’ nasce (meglio: può nascere) conrrastiva o comparativa ma si conclude nella valutazione critico-qualitativa del testo d'arrivo, indipendentemente dalla comparazione col testo di partenza”.
Pertanto questo è anche un libro rivolto agli studiosi di traduttologia, che possono datare e verificare consonanze e differenze (Fortini si confrontava csplicitamente con George Steiner, Henri Meschonnic, sulle spalle di una tradizione che va da Goethe a Benjamin, e con la produzione più specialistica, da Raymond van den Broeck a Robert de Beaugrande) e collocare le lezioni nell'evoluzione del dibattito italiano sulla traduzione. Fortini non poteva non notare la differenza di situazione dei suoi scritti più noti sull'argomento, dei primi anni Settanta, rispetto a queste conferenze tenute a Napoli nel 1989, quando le edizioni di poesia col testo a fronte e gli studi specializzati stilla traduzione si erano ormai diffusi.
E naturalmente il libro si offre ai lettori della poesia di Fortini, che sanno quale ruolo decisivo per la coniposizione dei suoi versi avesse la pratica assidua di traduttore, e quanto siano difficilmente districabili le svolte personali di poetica e di scrittura dai cambiamenti nelle scelte degli autori da tradurre (il passaggio da Eluard a Brecht, per esempio). Ma più in generale, scatta l'interesse degli studiosi della poesia italiana del Novecento, che trovano fini analisi di storia del gusto, avvincenti passaggi da inquadrature generali che delineano mutamenti decennali a primi piani ravvicinatissimi su singoli traduttori (Giudici, Bertolucci, Raboni...), ipotesi di classificazione da verificare. Altrettanto facile è sottoscrivere la breve e densa premessa del maggior conoscitore dell'opera di Fortini, Luca Lenzini, e apprezzare il lavoro filologico, l'interpretazione complessiva e la puntuale annotazione (non senza qualche correzione dl lapsus d'autore) di Maria Vittoria Tirinato, utile guida agli scarti e alle contraddizioni, alle revisioni e alle apologie proprie non solo di un insieme di appunti, addenda, appendici ma soprattutto di un pensiero che intende indicare Realtà e paradosso della traduzione.
Difficile, ancora una volta, è come porsi in una posizione tale da rispondere davvero alle domande più estreme dei libro. Cosa significa oggi pensare che “il grado di rapporto della traduzione con il sistema della o delle istituzioni letterarie dovrà essere visto come rapporto rivelatore, come indice privilegiato della qualità di relazioni, in un tempo e in una società data, fra le ideologie e le culture in conflitto”?
Di certo non si può dare una risposta indiduale. Per il momento, si può condensare la proposta fortiniana nell'esasperazione degli estremi di quella “serie multicolore” di scritture “che si chiamano interpretazioni ermeneutico-critiche, parafrasi esplicative, translitterazioni, imitazioni, parodie, rifacimenti e così via». Da un lato: meno genio, per favore! Di fronte a grandi testi che vengono da lontano (nel tempo o nello spazio) è bene enfatizzare il lavoro di servizio, la traduzione come glossa, commento, vocabolario portatile; quindi servono imprese collettive ben coordinate, con criteri saldi e condivisi. Dall'altro, accentuare l'intervento personale in direzione del rifacimento, della parodia, fino al limite della traduzione immaginaria, quella con originale inesistente.
Si salverebbero così le due esigenze contrapposte: restituire il senso della diversità, tipico della traduzione moderna; e assimilare il diverso, proprio di un millennio di traduzione in contesto classicista. Ma in quest’ultimo caso si tratta ormai di una classicità paradossale, che non normalizza il diverso all'interno di una cultura salda ma sposta in avanti i fronti, tentando di rovesciare la natura conservatrice profondamente annidata nell'atto del tradurre.