Recensioni / MUSEO DELLA SHOAH, UNA CASA CONTRO L'INTOLLERANZA

L'ARCHITETTO LUCA ZEVI FA IL PUNTO SUL PROGETTO PER ROMA. E, IN UN PAMPHLET, LANCIA UNA PROVOCAZIONE: «LA CULTURA EBRAICA? IL NETWORK ADATTO PER L'OGGI»
 
I progetto definitivo del museo della Shoah di Roma è stato approvato. Una scatola nera, otto piani, quattro interrati, con tutti i nomi delle vittime dell'Olocausto in Italia. Firmato da Luca Zevi e Giorgio Tamburini, costerà poco più di 1 milioni e sorgerà a Villa Torlonia. Analoghe strutture esistono già a Berlino, Parigi, Londra, Gerusalemme, Washington. Adesso deve essere avviata la gara d'appalto. Ma nel bilancio del Comune manca al momento la copertura di spesa.
Luca Zevi però è ottimista. «Abbiamo già incontrato e superato molti ostacoli. Perderemo ancora alcuni mesi prima di trovare la copertura finanziaria. Ma io punto a vederlo entro due, tre anni».
il progetto è già carico di simboli. Luca Zevi, indirettamente, ne parla in un libretto pubblicato da Quodlibet (Conservazione dell'avvenire). Qui Zevi insiste sull'importanza di applicare alcuni tratti della cultura e della tradizione ebraica ai nostri tempi, per rilanciare, tra le altre cose, il dibattito (spentosi negli anni Sessanta) sulla progettazione degli habitat dell'uomo.
 Kafka, Scholem, Freud sono state, per Zevi, le figure che hanno tradotto per l'umanità di oggi le radici millenarie dell'ebraismo. Con la stessa «audacia» con la quale un pugno di uomini ha fondato lo Stato di Israele. Ora questo patrimonio è a disposizione di tutti. L'ebraismo, sostiene Zevi, è stato «un network ante litteram, ha espresso una civiltà policentrica e a-stanziale molto adatta ai tempi che viviamo». Fu questa la profezia del filosofo Emil Cioran, quando disse che l'esilio del popolo ebraico «prefigura la diaspora universale: il suo passato riassume il nostro avvenire».
Questo può diventare dunque il museo della Shoah. Un cuneo piantato nel cuore di Roma contro l'intolleranza. Un luogo (come le sinagoghe, dove si studia la Torah e si conversa, più che officiare un culto formalista) di ricordo dell'orrore passato, ma soprattutto di dialogo futuro. Afferma Zevi: «Senza vittimismi, ma anche senza rimozioni. Erigere monumenti non serve. Serve un luogo che riscatti anche le ingiustizie inflitte ai portatori di handicap, ai gay, al popolo armeno. E che spezzi la morsa delle intolleranze».