Recensioni / Bibliche archistar

Per Luca Zevi nella costruzione del mondo contemporaneo gli architetti potrebbero trarre ispirazione dalla cultura ebraica e quindi dalla Bibbia. Il motivo è che la Bibbia nelle sue pagine privilegia la dimensione degli eventi e rifugge dall'idea del radicamento spaziale, cioè la storia rispetto alla geografia.

Una sensibilità in sintonia con la incalzante temporalità biblica non può quindi evitare di giudicare con sospetto le città ideali o gli edifici come quelli rinascimentali: troppo perfetti per guardare al di là di se stessi e prigionieri di un concetto astratto secondo il quale la bellezza è un risultato finale al quale nulla può essere aggiunto o tolto senza danno.

L'attenzione per il tempo implica invece un fare mai avulso dal flusso esistenziale, il predominio della funzione sulla forma e comunque un'idea di bellezza in perenne trasformazione che rifiuta la fissità statica e prospettica e non esita a lavorare sul non finito e sul precario intesi come condizioni di libertà e di creazione dalle quali l'uomo contemporaneo non può evadere.

A testimoniare la fecondità di tale approccio, la cultura ebraica con la sua esperienza spaziale di uno sradicamento originariamente subito, ma poi vissuto come stimolo creativo, può offrire "un contributo decisivo" alla configurazione di un'organizzazione territoriale in divenire.

La tesi, sostenuta da Luca Zevi nel libro Conservazione dell'avvenire, edito da Quodlibet, è affascinante per tre ragioni: perché storicizza una linea di pensiero anticlassica facendola risalire all'origine della civiltà ben prima delle avanguardie del novecento; perché suggerisce una lettura della storia secondo la quale la cultura greca e cristiana, che punta sulla certezza dello spazio, si contrappone all'ebraica, che invece meglio si confronta con i temi dello spaesamento e del tempo; perché propone un atteggiamento coraggioso verso la storia che non postula la museificazione dell'esistente - perché nulla è compiuto e perfetto- ma il continuo rigenerarsi della memoria, in un processo dialettico secondo il quale anche le due parole conservazione e avvenire, proposte nel titolo, non sono contraddittorie ma complementari.

Scritto al fine di raccontare due recenti progetti dell'autore, un museo della Shoah e uno delle Intolleranza e degli Stermini, il libro di Luca Zevi sistematizza alcune osservazioni  del grande critico e storico Bruno Zevi che erano state  pubblicate nel 1993 nel libro Ebraismo e Architettura, edito dalla Giuntina. Secondo quest'ultimo " la lotta tra tempo e spazio è lotta tra libertà e costrizione, tra inventività e accademia", "dall'osservatorio greco il mondo israelitico è esagerato, smoderato, discorde e di cattivo gusto" mentre l'ebraismo concepisce l'arte come una tensione depurata "da ogni connotato idolatrico". Visione affascinante ma storicamente contraddetta dal fatto che gli eroi zeviani di questo diverso sentire moderno, precario e dinamico - Michelangelo Buonarroti, Francesco Borromini e Frank Lloyd Wright- erano cristiani: due cattolici osservanti e un fervente protestante. Segno forse che una visione così ipostatizzata degli antagonismi in gioco forse non è essa stessa abbastanza dinamica e temporale.