Recensioni / Gilles Clément

Che due case editrici come Derive Approdi e Quodlibet si contendano i titoli di Gilles Clément è un fenomeno da osservare con grande interesse. Ha cominciato Quodlibet nel 2005, precipitandosi a tradurre il testo più radicale, Manifeste pour le Tiers-paysage (2004). Nel 2011 escono Il giardino in movimento, sempre per Quodlibet– il libro che nel 1991 trasformò ufficialmente il giardiniere in un pensatore – e per Derive Approdi Nuvole, il diario di viaggio di una traversata atlantica a bordo di un cargo containers, a un anno di distanza dall’Elogio delle vagabonde (2010, ed. francese 2002).
 
In cataloghi densi di filosofia e politica, in mezzo a Tronti, Negri e Piperno o tra gli scritti di Koolhaas e Yona Friedman, può essere disorientante trovare le lunghe discettazioni di Clément sulla camomilla bastarda e il tasso barbasso, le enagre e gli onopordi, o anche sul cumulonembo a incudine e il cumulusmediocris. Ma i principi che informano il pensiero e il fare di questo jardinier engagé – che all’insediamento di Sarkozy ha manifestato con rara forza e chiarezza un dissenso totale rispetto alle politiche ambientali del presidente – sono indubbiamente molto attraenti: l’elogio dell’incolto, dell’entropia, della diversità contro l’ordine razionale imposto, il controllo, la purezza endemica. Osservando con insolita acribia i terreni abbandonati o marginali (le “friches”), in genere disprezzati o addirittura temuti come potenziali portatori di sventura, Clément ha mostrato che questi spazi sono di gran lunga i più importanti perché più ricchi di biodiversità e più veloci a evolversi nel tempo e nello spazio. Assecondare la mescolanza e l’erranza delle specie, limitare l’intervento umano al minimo dispendio energetico invece di distruggere, ricostruire e difendere artificialmente da ogni intrusione le specie selezionate,è una rivoluzione copernicana. E non solo rispetto all’universo delle pratiche del giardinaggio, ma in una visione più ampia – il passaggio al giardino planetario, coincidente con la biosfera – riguardo alla stessa idea di ecologia: una delle grandi battaglie politiche di Clément è rivolta contro quei movimenti ecologisti che propugnano (inutilmente peraltro) la conservazione delle specie locali attraverso l’impedimento di qualsiasi intrusione straniera.
 
Argomenti preziosi per un editore iperattivo sul fronte delle migrazioni e degli studi sul confine come Derive Approdi, e ancora di più per Quodlibet, che negli ultimi anni ha immesso sul mercato una serie significativa di classici dell’antimodernismo in architettura. Il fraseggio sincopato ed evocativo di Clémentè straordinariamente malleabile, si presta a diventare un’arma appuntita contro la pianificazione urbanistica, contro l’autoritarismo statale, contro le politiche della sicurezza.
 
Del resto, da che esiste la metafora, il giardino si è sempre rivelato una risorsa straordinaria: chi potrebbe dimenticare la faccia del presidente degli Stati Uniti in Beingthere (il film) quando Peter Sellers–Chauncey gli dice «Fintanto che le radici non sono recise va tutto bene. E andrà tutto bene nel giardino. Ci sarà la crescita in primavera»? Tormentato dalla crisi economica, gli risponde grato: «Signor Gardener, le do atto che non sentivo una dichiarazione così ottimista e confortante da molto, molto tempo. Ammiro il suo solido buonsenso. È proprio quello che ci manca in Campidoglio».
 
Nonostante la forma poetica della scrittura, però, Gilles Clément non appartiene a quella schiera di intellettuali-profeti usi ad alimentare l’ambiguità e la pluralità semantica delle proprie idee. Dalla teorizzazione del giardino in movimento alla formulazione del terzo paesaggio il suo pensiero si è evoluto nel senso di una radicalizzazione politica, da una gestione blandamente manipolatoria della natura alla proposta di un’astensione totale dall’intervento umano sulle zone residuali: è necessario «elevare l’indecisione (e l’improduttività) fino a conferirle dignità politica. Porla in equilibrio col potere». Ma, lo stesso Clément ha tenuto a precisare in più occasioni, il discorso è circoscritto ai rapporti tra l’uomo e gli spazi délaissés: non è assimilabile al laissez-faire dell’economia liberale né ad altri principi riferiti al consesso umano, perché natura e società sono sistemi incomparabili.
 
In Nuvole questa opposizione viene spiegata alla luce del concetto di elasticità biologica, cioè la tendenza conservatrice, comune ai sistemi antropizzati e non, di ritornare al punto di partenza dopo un trauma (una tempesta, ad esempio): laddove gli umani si irrigidiscono in una edificazione aggressiva uguale a se stessa, le specie si riorganizzano inventando nuovi schemi, lasciandosi correggere dalle forze esterne.
 
Nel viaggio marino del 2004, dedicato all’osservazione delle nuvole e più in generale dell’acqua come medium totale in cui siamo immersi, Clément affronta la scala più ampia della relazione tra uomo e natura: il clima. «La piccola macchina umana, con la sua esile nuvola espiratoria, avrebbe il potere, per addizione di miliardi di anime in combustione, di fare e disfare il clima?». La risposta non è netta: nella catena delle concause il riscaldamento c’è, «Ma c’è da sperare nella risposta dell’ambiente», in quella che la teoria del caos chiama retroazione. Se in una sola nuvola piccola (un cumulusmediocris, ad esempio) si trova energia sufficiente per illuminare una città, in effettisi può immaginare che Gaia non avrà difficoltà a tornare in equilibrio. Ma tornando alle politiche dell’uomo per l’uomo, quanti cicloni devastanti potrebbe costarci la retroazione? E quale parte dell’umanità ne patirà maggiormente le conseguenze?