Recensioni / Moraldo Rossi, "Sogna Federico sogna" e Rosamaria Salvatore, "La distanza amorosa"

Due libri che più diversi tra loro non potrebbe darsi, eppure idealmente legati da una stessa furia giocosa (e gioiosa) d'intrecciare percorsi che dalla dimensione del sogno (più o meno sognato) trapassano nell'estensione estetica dell'opera realizzata. Il primo. Sogna Federico sogna – scritto da quel Moraldo Rossi che è stato amico e sodale, oltre che collaboratore, di Fellini sino alle soglie della Dolce vita, e poi con lui in ideale consonanza" per tutta la vita – si serve del mitico Libro dei sogni del Grande riminese per costruire un racconto che schivando la semplice esegesi s'inoltra nei territori affascinanti di un artista al lavoro. E così, con dialoghi sempre "sulla soglia”, materialistici disinvolti iperreali e surreali a un tempo snoda il diuturno colloquio fra l'anima (creatrice) del Maestro e la carne (indagatrice) dell'Amico. Un libro per giocare seriamente con la psicanalisi d'artista.

La distanza amorosa invece si presenta in una forma più classica, strutturato in capitoli in cui l'autrice, Rosamaria Salvatore, si destreggia con profondità prospettica sulle opere di Truffaut, Ferreri, Drever, Haneke, Beckett (attraverso Film, 1965, da lui scritto e diretto da Alan Schneider). Lo sguardo è acuto, il "disordine interrotto" con cui si guarda alle opere discende da Lacan, il piacere che se ne trae dalla lettura trascende le strette interpretazioni psicanalitiche del caso per volare alto.