Recensioni / L'arte secondo Cavazzoni

Quante volte vi siete trovati alle prese con testi astrusi che pretendevano di dare una definizione, una formula, di cosa è l’arte o la letteratura? Cercare di rispondere a simili domande è un po’ come cercare la risposta al “chi siamo, da dove veniamo” ed è sempre più necessario che chi decide di avventurarsi su un simile terreno custodisca non solo contenuti interessanti da comunicare, ma anche una discreta capacità narrativa per farlo.
 
Ermanno Cavazzoni (Reggio Emilia, 1947) è uno di quegli scrittori italiani di cui si parla troppo poco. Una di quelle penne che sanno mantenere uno stile in grado di affabulare il lettore anche quando sono alle prese con un testo di saggistica.  Cavazzoni scrive e pubblica dal 1976, e dalla fine degli anni Ottanta a oggi ha sfornato diversi libri, tutti necessari e lavorati con quell’amore per le lettere che ha caratterizzato la piana di Reggio Emilia e Modena come un’area emiliana fertilissima di grandi penne (da Ariosto a Paterlini, passando per Boiardo, Tassoni, Guareschi, Delfini, D’Arzo e Tondelli, solo per citare le maggiori).
Il libro che vi consiglio oggi è dunque Il limbo delle fantasticazioni e se ve ne parlo a distanza di quasi tre anni dalla sua uscita è perché è uno di quei testi senza tempo, che non ci si deve far scappare. Cavazzoni tratta di cosa è l’arte, cosa è la letteratura e cosa è la critica letteraria, ma lo fa in modo arguto e diverso dai soliti sproloqui in cui spesso si avventa la critica letteraria di basso cabotaggio: “Se potessi legiferare, decreterei che la questione dell’arte sia d’ora in poi trascurata, e che la cosiddetta letteratura coi suoi generi […] le sue figure […], con la sua organizzazione di giudici, la sua rete di promozione, le sue teorie (e la domanda tipica: che cos’è la letteratura?) decreterei che la letteratura sia un caso particolare, piccolo (anche se supponente e aggressivo), del più vasto, vastissimo e libero limbo delle fantasticazioni. Dico limbo perché, come si sa, nel limbo sostavano i non battezzati; e dico fantasticazioni per sottrarre le scritture all’apparato ministeriale della letteratura“. (26) (segue)