Recensioni / Adesso giochiamo in luoghi sicuri

 Una ricerca collettiva sulle relazioni tra politiche di welfare state e città.

Si giocava in strada o in spazi senza una precisa destinazione d’uso, a nascondino, a calcio, a bocce o altro ancora. E ogni caduta su terreni aspri erano dolori. Ricordi simili appartengono a città che non ci sono quasi più, occultate da un ordine tassonomico-giuridico dello spazio che non ammette imprecisioni. Anche la socialità si è ritirata, confinata in «luoghi sicuri», adatti allo scopo, ritualizzandosi sovente all’interno dell’universo consumistico. La stessa nozione di welfare ha perso i suoi connotati utopici per essere assorbita in quella più generica di «servizi» e per ciò «tariffabili», attività economiche, quindi privatizzabili. Questo volume dà pensiero a uno scarto possibile rispetto alla trionfante ideologia economicistico-monetarista. Apparentemente propone questioni antiche: un’indagine delle relazioni fra pratiche sociali e qualità degli spazi urbani. Terreno scivoloso per urbanisti e architetti affetti da volontà di potenza, ma l’approccio è diverso, attento ai fenomeni, capace di descrivere la povertà della città modernista senza facili nostalgie, cercando anzi con ostinazione le tracce di un possibile, di un ancora possibile. Non un nuovo ordine dello spazio, ma una riflessione sull’origine della spazialità urbana colta nel suo apparire, nel suo farsi cosa, nell’offrirsi a usi e pratiche anche promiscui per essere abitata da forme sociali inclusive ed egualitarie. Fenomeni spaziali e socialiche interrogano pratiche di progettazione ossessionate da horror vacui e, più in generale, chiedono un’idea di riforma nel senso più profondo del termine. Sullo sfondo si stagliano convitati di pietra: da un lato la stratificazione normativo giuridica delle consuetudini amministrative come forma di occupazione e presidio dello spazio e le procedure tecniche e politiche di gestione della città, modalità che si autoalimentano attraverso la tradizione prescrittiva della legislazione italiana che non incoraggia sperimentazioni, dall’altro lato le forme del pensiero dominante in assenza di piano, volte alla socializzazione dei costi e alla privatizzazione degli utili, città dell’esclusione e dellapaura (come ricatto). Tutto ciò è molto lontano dalla nozione di città ripensata nella sua natura d’infrastruttura, come affermano gli autori, e non può che essere molto lontano da ogni «buonismo», non sempre è sufficiente guardare «fra le cose»: non è che l’inizio. Tutto ciò «non garantisce il risultato, ma consente di giocare la partita», è un passo avanti!