Recensioni / Un libro e un museo per il futuro

Il titolo che Luca Zevi ha dato al suo ultimo libro, Conservazione dell’avvenire, edito nel 2011 dalla piccola ma prestigiosa casa editrice Quodlibet, è un ossimoro multiplo ed ermetico che contribuisce a conferire a questa compatta e incalzante raccolta di saggi, unificati in una sequenza coerente, il carattere di un vero e proprio manifesto. Conservazione dell’avvenire significa che il futuro non deve mai compiersi in modo definitivo, esaurendosi così in una sola delle potenzialità che esso esprime. L’avvenire deve restare volta per volta un progetto, un ventaglio di direzioni che possono realizzarsi solo in quanto frammenti relativi e metamorfici di un disegno dall’impronta plurale, per molti versi indeterminata.

La parola conservare assume in questo contesto problematico non già il senso che le sarebbe proprio

etimologicamente. Essa vuole significare il lasciare aperto e disponibile il campo delle tante opportunità presenti e future tra le quali scegliere, tenendo sempre conto che si tratterà di scelte relative e transitorie. Conservazione dell’avvenire è un’ideale prosecuzione di Ebraismo e architettura, di Bruno Zevi, del 1993. A diciotto anni di distanza il figlio riprende le fila del discorso paterno proponendo una serrata concatenazione di argomenti cruciali per comprendere non solo la situazione attuale del territorio e della città, ma anche il loro consistere concettuale e fisico nonché le loro risorse implicite ed esplicite. Il tempo che separa i due libri, con tutto quello che è accaduto da allora - si pensi all’affermazione ormai consolidata della logica globale - ha reso sempre più attuali e urgenti i concetti e i fenomeni che Luca Zevi ha trattato. Concetti e fenomeni resi più agevolmente comprensibili da una prosa semplice e chiara, che consente di seguire senza eccessive difficoltà un discorso che tocca temi, come si è già detto, di fondamentale importanza. Conservazione dell’avvenire è articolato in tre sezioni.

La prima, intitolata Da un’altra tradizione, suddivisa in tre capitoli, affronta alcune questioni importanti a partire da una concisa ma esauriente analisi della concezione che nel corso del tempo, e tramite continue rimesse in discussione, la cultura ebraica ha costruito nei confronti dello spazio. Un’entità che non è considerata, come nella tradizione classica, qualcosa di fisso e di definitivo, in qualche modo invariante. Al contrario lo spazio urbano e quello architettonico si configurano nell’ebraismo come categorie intrinsecamente evolutive. Una delle conseguenze di questa visione processuale dello spazio è la dialettica, costantemente riformata e rinnovata tra stanzialità e nomadismo. Tale dialettica attraversa le dimensioni teoriche del territorio e della città delineando in termini positivamente ibridi e integranti la nozione di identità. Una nozione relativa, dai contorni sfumati, da assumere in modo ipotetico come un paradigma orientativo capace più di favorire connessioni, confronti e interferenze che di disegnare confini rigidi e fissi tra culture, comportamenti e strategie.

La stessa qualità adattativa, si potrebbe dire, che conferisce allo spazio architettonico nella concezione ebraica si ritrova, come Luca Zevi dimostra, pur se con una punta di schematismo, analizzando il tempo tematico della sinagoga. Particolarmente illuminanti si rivelano infatti le riflessioni su questo edificio, inteso come un organismo che ha sempre rifiutato una codificazione tipologica troppo strutturata, proponendosi per questo come un insieme mutevole di luoghi funzionali e rappresentativi. Messe in tensione con l’unicità del Tempio, le sinagoghe danno vita a una fioritura di soluzioni che accettano la stratificazione, la compresenza di riti diversi espressi dalle singole comunità della diaspora, la riutilizzazione di stilemi architettonici provenienti dalle località della stessa diaspora, da ricongiungere o da ricostruire.

La seconda sezione, Verso Oriente, affronta il piano della geopolitica come ambito di una verifica a livello planetario della validità che la cultura ebraica, attraverso la diaspora, ha dimostrato di possedere nel confermare i propri contenuti fondamentali. In un confronto con altre dispersioni Luca Zevi entra ancora più in profondità nel contesto delle distinzioni e dei chiarimenti necessari a dimostrare la specificità migratoria dell’ebraismo, la sua grande attitudine a metabolizzare e a far proprie le diverse mutazioni che si susseguono nella storia. Ne sono prova il ruolo di Gerusalemme e di Tel Aviv, luoghi di elaborazione di una tendenza autonoma all’interno del razionalismo purista degli Anni Venti. Un razionalismo messo a confronto con ancestrali motivi mediterranei all’interno di quel dualismo tra disseminazione e accentramento che attraversa la metropoli israeliana.

La terza sezione, la più propositiva, che Luca Zevi ha chiamato Usi e abusi di identità e memoria, cerca di definire alcune direzioni di ricerca relative al problema di come fare della Shoah non tanto e non solo il luogo di una rammemorazione costante, ma soprattutto uno spazio attivo di contrasto di ogni tendenza, anche se marginale o implicita, a reintrodurre nella vita contemporanea discriminazioni, intolleranze, conflittualità aprioristiche, ostilità astratte. Luca Zevi passa in rassegna rapidamente, ma con notevole attitudine critica, gli ormai numerosi memoriali e musei che sono stati realizzati a partire dalla fine del secondo

conflitto mondiale in molti Paesi. Il suo punto di vista su questa serie di edifici è da una parte molto chiaro e diretto, dall’altro si presenta articolato, pieno di cautele, denso anche di interrogativi. Ciò che egli sembra sostenere è una linea interpretativa della Shoah che non si esaurisca nella pura e semplice memoria di ciò che è accaduto, né in una celebrazione di questa immane tragedia, che a volte ha rischiato di tradursi in una sua impropria spettacolarizzazione. Per Luca Zevi costruire un museo che abbia come tema lo sterminio degli ebrei europei nel corso della Seconda Guerra Mondiale deve significare l’apertura di uno spazio di riflessione e di lotta su ogni tipo di violenza individuale e collettiva che abbia come oggetto qualsiasi individuo e qualsiasi comunità.

Alle idee espresse con le parole dall’autore di Conservazione dell’avvenire fa seguito il progetto per il Museo Nazionale della Shoah a Roma. Situato all’interno di Villa Torlonia, che circonda con un parco suggestivo l’architettura neoclassica di Giuseppe Jappelli, l’edificio si sviluppa prevalentemente in profondità, collegandosi alle antiche catacombe ebraiche, in un abbraccio fisico con una memoria radicata nella terra. Penetrando nelle cavità labirintiche del manufatto, conficcato nel suolo come un misterioso meteorite, il viaggiatore è coinvolto in un percorso spaziale che è anche una narrazione.

Mentre si scende l’urgenza della contemporaneità si attenua progressivamente, così come scompare il paesaggio urbano, che aveva fatto da scenario di verde e di architetture alla nuova costruzione.

All’interno di una sorta di vertiginoso modello cosmico, la mente del visitatore si apre a una coppia dialettica che vede l’individuo prendere coscienza di sé e al contempo del suo essere parte di una serie di comunità sempre più ampie e intersecate, le quali, formano al contempo un mosaico di identità mutevoli. La storia che si dipana con le sue terribili

testimonianze lungo il percorso ha la possibilità di permeare il pensiero e l’immaginazione del visitatore, il quale non è più considerato come un semplice ricettore di informazioni e di sensazioni. Egli diventa il protagonista di un’avventura conoscitiva, emotiva e spirituale annunciata all’ingresso dal grande volume nero sospeso nel vuoto, una presenza architettonica incombente che reca incisi i nomi degli ebrei italianiuccisi. Le migliaia di caratteri che ricoprono il prisma evocano visivamente una moltitudine che non ha più una quantità, fosse anche la più smisurata. L’infinità dei nomi attrae come un vortice nel quale la singola persona si dissolve. Scorrendoli chi s’inoltrerà negli inaspettati e sorprendenti meandri dell’edificio, che è una sorta di mappa tridimensionale dell’errore e dell’orrore, comprenderà il valore unico e irripetibile del proprio essere, un valore che può essere difeso solo mettendolo in comune con gli altri. Memore del monolite disteso sopra il Monumento ai Caduti delle Fosse Ardeatine del quale, per inciso, Adachiara Zevi

ha dato una straordinaria lettura, l’edificio evoca con la sua oscura lastra di copertura, la notte della ragione, di cui si deve sempre temere la ricomparsa. In questo senso il Museo Nazionale della Shoah, che nel libro trova un’estensione ideale nella proposta sperimentale per un Museo delle intolleranze e degli stermini, fa pensare alle parole di Rainer Maria Rilke “La bellezza è il terrificante al suo inizio”.

Scabro ed essenziale, lontano da eccessi drammatizzanti ma denso di sottili risonanze, il linguaggio architettonico di Luca Zevi invera il programma con una grande precisione tematica e con una indiscutibile autorevolezza formale. Plasmando il suo edificio egli ha rinunciato al principio tipologico, fosse anche inteso in senso evolutivo, in quanto da lui ritenuto il potenziale fattore di soluzioni funzionali e formali statiche e convenzionali. Tale principio è stato sostituito dallo

strumento orientativo del diagramma, concepito come uno schema pluridirezionale risolto nella relazione dinamica tra segni architettonici primari, ricondotti cioè alla loro nuda realtà vettoriale. Variabile nel suo assetto in ogni suo punto l’edificio si presenta come il montaggio dissonante e imprevedibile di brani di scrittura diversi, elencati in un collage di frammenti autonomi ma non autosufficienti. Messi in relazione dal percorso, questi frammenti costituiscono altrettanti

fuochi visivi, smaterializzati in nuclei plastico-materici incessantemente.

Negli ultimi anni si è assistito a una notevole produzione di libri, di saggi e di articoli che hanno come oggetto la situazione architettonica attuale.Questa vasta letteratura teorico-critica è stata sicuramente in grado di descrivere, spesso con appropriatezza analitica e correttezza espositiva, la complessità dell’architettura di questi ultimi decenni. Una complessità resa ancora più difficile da comprendere data l’idea diffusa che ogni posizione equivalga in fondo a un’altra. È possibile infatti constatare che nella maggior parte dei contributi offerti alla riflessione degli architetti si tende ad assumere un punto di vista relativistico. Tale strategia interpretativa non è però praticata tanto nei termini di una equivalenza pregiudiziale del confronto, vale a dire che ogni tendenza deve essere valutata con lo stesso impegno, ma in quelli di una inclinazione a rendere generica ogni visione del mondo e dell’architettura. Si tratta in effetti di un orientamento divenuto pressoché una regola, che vede le opinioni avvicendarsi l’una dopo l’altra nascondendo la presenza di autentiche idee. In questo abbandono quasi totale di una critica che esprima con il massimo della verità possibile un giudizio motivato su quanto si pensa, si progetta e si costruisce, ci sono, però, alcune eccezioni. Tra queste si segnala senz’altro il libro di cui si è parlato in queste note. Un’opera, Conservazione dell’avvenire, non limitata alla proposta di una serie di semplici pareri, magari condivisibili, ma che indica con lucidità e coraggio strategie concrete per intervenire sulle numerose e difficili situazioni vissute oggi dal paesaggio e dalla città. Situazioni che esigono soluzioni. Con il suo libro Luca Zevi fa rivivere con tratti originali l’attitudine militante del padre, dimostrando quanto sia necessaria, ancora una volta, un’azione teorico-critica e progettuale che sappia intervenire sul presente come premessa di un futuro che valga la pena di vivere, un futuro pieno di libertà, di bellezza, di senso del nuovo e dell’avventura conoscitiva e creativa.