Recensioni / Genealogia del capitalismo oltre Max Weber

A partire dalla famosa e fortunata tesi di Max Weber sul nesso inestricabile che lega ascesi e «spirito del capitalismo», si sono sviluppate molte e diverse riflessioni circa la natura «religiosa» del capitalismo. La tesi dominante, quella che tutti noi bene o male conosciamo - o meglio, che etichetta sociologicamente lo studio weberiano sino a farne un assioma indimostrato e indimostrabile - è che lo spirito capitalista par excellence, quello che per intenderci
dominava le azioni e i pensieri dei grandi capitalisti storici di quell'epoca, dai Buddenbrook ai Krupp, costituisse una derivazione diretta delle idee religiose - segnatamente, di quelle calviniste - che avevano contraddistinto la nascita della modernità tra XVI e XVII secolo.
Uno dei meriti - tra i tanti che si dovrebbero ricordare - di questo libro di Elettra Stimilli è di ritornare alla radice di questo assioma storiografico e culturale, rileggerlo coo occhi nuovi e ritrovarvi nuove direttrici di analisi e di ricerca. Sottesa cioè a questo assioma era ed è l'idea che la sfera religiosa si fosse camuffata, modificata e infine scomparsa in quella economica - che in tal modo risultava la «nuova religione» del Moderno, assunta apoditticamente come un articolo di fede. L'autrice invece ritorna per così dire alle origini
del paradigma weberiano, indagando «la prima esperienza cristiana nella sua singolarità, cercando di delineare in essa la peculiarità di una formulazione economica della vita che può contribuire alla comprensione di alcuni fenomeni specificamente economici, oltre che a una loro differente riattivazione» (p. 94). E questa citazione è particolarmente importante, non solo perché racchiude le direttrici analitiche e argomeotative di Stimilli riguardo al nesso capitalismo-religione, o più specificamente a quello tra ascetismo cd economia, ma perché contiene una parola chiave - riattivazione - utilissima per comprendere l'intenzione più generale del volume: cioè quella di riattivare un dispositivo ermeneutico che è anche, beninteso, una preziosa indicazione per l'oggi, in termini storici, filosofici, politici. Tale dispositivo ermeneutico è alla base del nesso tra ascetismo ed economia - appunto e l'autrice lo chiama «finalità senza scopo».
Che è poi quello che domina esattamente il paesaggio politico-economico odierno: organizzato secondo il criterio di «una forma perpetua di indebitamento» dell'uomo che, in quanto «vivente senza finalità estrinseche biologicamente determinate», si trova perennemente esposto alla condizione di «essere-in-debito». In tal modo «la sua esistenza viene trasformata to una mancanza, un vuoto incolmabile e, proprio per questo, continuamente da riprodurre, più che da riempire. Questo è il presupposto per l'asservimento che attraverso di essi si realizza» (p. 26). E sotto gli occhi di tutti il fatto che questa descrizione della condizione umana non è (solo) frutto di una raffinata analisi filosofica, ma prodotto di una condizione precisa e precisamente siruabile, tra Goldmann-Sachs e la Bce, che ci riguarda drammaticamente tutti.
Attraverso quindi un apparato argomentativo che va da Marx a Foucault, da Walter Benjamin (autore di un frammento noto come Capitalismo come religione, centrale in questo libro e oggetto di una raffinata e dettagliata analisi dell'autrice) a Max Weber, dai padri del deserto siriaci ed egizi dei primi secoli del cristianesimo alla letteratura monacale medievale, in particolare quella francescana (cui Stimilli dedica un'analisi illuminante, utile anche a depurarne l'immagine da una certa retorica «rivoluzionaria» che alcuni studi più o meno recenti le hanno, sostanzialmente in maniera indebita, attribuita, e volta invece a leggere nella «povertà» francescana piuttosto un dispositivo attivo della contemplazione e della rinuncia al possesso dei beni, ma non al loro uso), l'autrice realizza un percorso avvincente e convincente, che illustra dettagliatamente di che natura sia l'«intimo rapporto» - come lo definisce - tra economia capitalistica ed esperienza religiosa; un rapporto in cui i singoli elementi - capitalismo e ascesi - si compenetrano assumendo così un senso nuovo e ancora impensato.
Giacché la questione vera alla base di questo libro è proprio la connessione inestricabile di religione e economia lette per così dire nell'esercizio delle loro funzioni, ovvero nel governo concreto e spirituale delle esistenze degli uomini. Si tratta insomma di ripensare il nesso tra vita e potere, centrale in tanta riflessione filosofica attuale (da Foucault a Zizek, da Toni Negri ad Agamben), ma qui riletto secondo lenti diverse, secondo un paradigma del religioso maggiormente delineato: «la pratica ascetica risulta [...], in questo senso, un esercizio del potere; non solo, pero, un potere sulla mera conservazione biologica, quanto piuttosto sulla stessa capacità dell'uomo di dar forma alla vita» (p.229).
In tal modo Stimilli realizza un doppio guadagno: mostrare come, all'interno della pratica ascetica, non si tratti tanto di una fuga dal mondo genericamente intesa, quanto piuttosto di una riattivazione «forte» della vita - proprio perché è una pratica intenzionata a dare nuove forme all'esistenza; al contempo rileggere il nesso con la sfera economica non a partire da un «semplice> nascondimento del religioso nel capitale, quanto piuttosto, per così dire, dal rivelamento delle pratiche capitalistiche dentro quelle ascetiche, anche quelle più radicali (che in tal modo risultano caricate di valenze nuove, altrettanto ma diversamente radicali). Elettra Stimilli ci indica così vie e procedure di riarticolazione - o meglio, di riattivazione - di tali procedure su basi nuove, che incontrano fatalmente l'oggi e la nostra attuale esistenza.
Conclude infatti l'autrice: «in gioco è la possibilità di riattivare, sempre e con modalità differenti, la stessa finalità senza scopo che inerisce alla prassi umana e che, se non viene inglobata in un meccanismo vuoto e fine a se stesso […] può coincidere con la sua capacità innovativa e di cambiamento» (p.273). Una capacità di cambiamento, insomma, che si emancipi dal senso immantinente all'esistenza umana di essere permanentemente in debito, e trovi la strada finalmente per allontanarsi dall'impresa fine a se stessa, i cui danni sono sotto gli occhi di tutti.