Recensioni / Luca Zendri. La fabbrica delle psicosi

“Il sole splendeva, senza possibilità di alternative, sul niente di nuovo” (S. Beckett, Murphy). Spossessamento, peso del mondo, un mondo che gira e rigira nella testa, ma non si mette mai a posto, quel che c’è “dentro al mondo” non trova un’analogia nelle immagini che si formano nella mente. Tutto gira “come la pompa di una caldaia”, ma è una produzione senza scopo, e il corpo, nello sforzo titanico per arrivare alla fine del processo, va in frantumi. Perché tutto questo? Per paura della morte, che il mondo s’estingua, la fine del mondo. L’assenza è ovunque, perché ogni cosa finisce; gli altri – chi  ci ama – ci lasciano. E cadiamo nell’abisso del nulla. Il rapporto con la morte, il lutto, l’assenza, non è soltanto individuale, ma coinvolge in generale la biologia del corpo, e le generazioni precedenti (il clan psicotico) che hanno vissuto sia sulla loro pelle, sia immaginariamente, il dramma della morte. Segreto di famiglia trans-generazionale, lutto impossibile, sotterramento di un vissuto inconfessabile, incorporazione segreta dell’altro. Inchiodati al nostro io, al pensiero di un corpo che si sa e si vuole mortale, siamo anche esposti allo sguardo degli altri, la famiglia, che sorveglia. “La metamorfosi dell’uomo esige migliaia di anni per la formazione del tipo, e poi delle generazioni; sicché un individuo percorre durante la sua vita quella di molti individui” (F. Nietzsche). “L’uomo ha fame di localizzazione astratta quanto ha fame di proteine, zuccheri e grassi. L’uomo muore di fame, o di privazione astratta di un luogo invisibile, ma logico, in cui trovarsi con il consenso di qualcuno” (p. 52). Questo potere di astrarre dal mondo per ritrovarsi in un luogo non luogo (invisibile, astratto) è fondato sul linguaggio, sulla possibilità di parlare di fronte a un tu altrettanto disincarnato, voce – via – voce, senza la via silenziosa del linguaggio è l’assenza di mondo, è il vuoto, è la mancanza di un riparo nel mondo. È l’atto di parola che rende possibile il movimento nel mondo contro lo “stare fermo” dei corpi, immobilizzati in questa parte d’universo. La parola viaggia e ritorna incessantemente indietro. Ma prima d’essere “nulla solido reale” la parola è cibo reale solido e fluido. Non generare un mondo chiuso per un essere non generato. Entra in gioco nella vita dell’individuo la parola “essere” che non è più soltanto il termine di un movimento dialettico “essere / non essere”, ma è il proprio “essere nel mondo”. L’Esserci che ci rappresenta, che non può essere alterato, falsificato. Questa rappresentazione del sé che è il proprio “corredo ontologico”. “La metafisica non può proporsi di raggiungere quell’atto di esistenza (ipsum esse) che secondo San Tommaso, è il nucleo centrale di ogni essere” (E. Gilson). L’univocità dell’essere o la pura soggettività (Dio) si contrappone a quegli atti di esistenza che contraddistinguono la coscienza intenzionale.
“Questo “avere nello sguardo”, “negli occhi della mente”, appartenente all’essenza del Cogito, non è esso stesso un atto distinto, non può venire scambiato con un percepire. L’oggetto “intenzionale” della coscienza non è l’oggetto-afferrato. […]. Nell’atto del valutare, in quello del gioire, nell’amare, nell’agire, prestiamo però attenzione al valore, all’oggetto che ci rende felici, all’oggetto amato, all’azione senza afferrare nulla di ciò” (Husserl, Idee I).